DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO-ECCLESIASTICA
DA S. PIETRO SINO AI NOSTRI GIORNI
SPECIALMENTE INTORNO
AI PRINCIPALI SANTI, BEATI, MARTIRI, PADRI, AI SOMMI PONTEFICI, CARDINALI
E PIÙ CELEBRI SCRITTORI ECCLESIASTICI, AI VARII GRADI DELLA GERARCHIA
DELLA CHIESA CATTOLICA, ALLE CITTA* PATRIARCALI, ARCIVESCOVILI E
VESCOVILI, AGLI SCISMI, ALLE ERESIE, AI CONCILII, ALLE FESTE PIÙ SOLENNI,
Al RITI, ALLE CERIMONIE SACRE, ALLE CAPPELLE TAPALI , CARDINALIZIE E
PRELATIZIE, AGLI ORDINI RELIGIOSI, MILITARI, EQUESTRI ED OSPITALIERI, NON
CHE ALLA CORTE E CURIA ROMANA ED ALLA FAMIGLIA PONTIFICIA, EC. EC. EC.
COMPILAZIONE
DEL CAVALIERE GAETANO MORONI ROMANO
SECONDO AIUTANTE DI CAMERA
DI SUA SANTITÀ PIO IX.
YOL. LXXXIX.
IN VENEZIA
DALLA TIPOGRAFIA EMILIANA
MDCCCL VI 11.
La presente edizione e posta sotto la salvaguardia delle leggi
vigenti, per quanto riguarda la proprietà letteraria, di cui
l'Autore intende godere il diritto, giusta le Convenzioni
relative.
DIZIONARIO
DI ERUDIZIONE
STORICO -ECCLESIASTICA
VEI
V,
EIO o VEII, Fej'us. Antichissima
citlà già vescovile, e già forte, polente e
ricca, una delle 12 principali dell'Etru-
ria o Toscana (F".). L'ampio suo terri-
torio, detto ampia regio, confinava al-
l'oriente col Tevere {?.), a settentrione
con quello de' Falisci, de'Capenati e de'
Sulrini ; ad occidente con Ceri; ed a mez-
zogiorno con Lorio (fra Bonaccia e Castel
di Guido dell' Ospedale di s. Spirito, se-
condo Commanville sede vescovile nel V
secolo, de'quali luoghi parlai anche nel
voi. LI, p. 88, degli altri l'andrò dicendo),
Bebiana (fra Lorio, e Alsium oggi Palo,
di cui ancora parlai in più luoghi), Fre-
gene (ora tenuta di Maccarese óe'Rospi-
gliosi, confinante con Castel di Guido,
poi colonia romana marittima, diversa da
Fregella) e forse col mare Mediterraneo.
Circa il 4° miglio da Roma, dice il cav.
Coppi, si vedono a destra vestigia d'an-
tica strada, che talvolta fu delta Veien-
tana. Venne paragonata ad Atene, la più
celebre città di Grecia (/"'.), per la gran-
dezza. Quale, Del Tosco impero già Ca-
po e Regina, non che Ilclruriae Propu-
VEI
gnaculum, resistette per quasi 3 secoli e
mezzo a Roma sua rivale, ad onta che
non ne fosse distante al più 1 2 miglia e
mezzo circa, poiché nella tavola Peutin-
geriana è la distanza di Veio da Roma
di 12 miglia, e presentemente circa 11
miglia per la via Cassia, alle quali aggiun-
te l'una e mezzo della porla anticasi a-
vi anno 12 miglia e mezzo. Presso il silo
ove surse se ne vedono ancora le rovine,
ed elevasi sopra una rupe, tagliata all'in-
torno a picco, il castello che dalla sua li-
brazione romantica ebbe il nome d'Iso-
la unito a quello di Farnese, non forse
perchè Paolo III Farnese ne die il pos-
sesso alla sua famiglia, il che secondo al-
cuni si suppone senza potersi accertare;
derivando piuttosto secondo me la più
ragionevole congettura dalle vaste pos-
sidenze godute nelle vicinanze dalla me-
desima famiglia, come rilevai nel voi.
XXXIII, p. 20i, mediante lo stato di Ca-
slro e di Ronciglione (V.) che dominò.
Trovo bensì nel p. Eschinardi, Descri-
zione di Roma e dell' Agro Romano, a
p. 2o4>che il castello dell'Isola, era giù de'
4 V E I
ducili di Panna, e perciò dello Farnese,
fortezza dell'antico Veio, circondala da
un gran fosso; e di poi parlando dell'o-
pere dotte del Piazza, del cav. Coppi e di
mg. r Nicolai, si vedrà die questi l'affer-
mano esplicitamente, non però che tale
proprietà derivasse da Paolo III, essen-
done l'acquisto posteriore. L'Isola Far-
nese è una frazione del distretto e Co-
inarca di Roma (J^.), nella diocesi sub-
urbicaria di Porlo e s. Ruffino., e nel-
la Statistica dell'anno i853 è registrata
sotto Roma, soltanto essa e Fiumicino, e
contenere 19 case, 20 famiglie, 7 5 abi-
tanti, a motivo della cattiva aria nell'e-
state, nella quale stagione si riducono a
quasi 3o, e malgrado il sottostante fer-
tile territorio : ma I' Isola Farnese non
più figura nella successiva rettificata Sta-
tistica numerativa delle popolazioni,
del ministero dell'interno, de'i4 novem-
bre 1807, perchè le frazioni si compre-
sero ne' comuni o appodiali, di cui fan-
no parte, per non avere ammiuistrazio-
ne separata. Può vedersene il prospet-
to nell'incisione prodotta daìV Albani di
Roma, t. i,p. 345. Ne'teojpi bassi però
era molto più popolata e più vasta, co-
me apparisce dalla rovina delle case a
settentrione ov' è la porta delta Porto-
naccio. Finché Veio fu nel suo florido
stato ebbe il titolo giustamente di capo
e frontiera sopra tutte le città dell' Etru-
ria, la vera e unica metropoli della me-
desima, mentre dopo la sua distruzione
altre città etnische andarono fregiate del
grado di capitale, come Perugia, Corto-
na, Arezzo ec. Plutarco chiama Veio re-
gina e capo, ossia metropoli della Tosca-
na, d'armi e d' armate non punto infe-
riore a Roma, s' intende alla Ptoma di
sua epoca. Che Veio fosse la più forte di
Toscana e d'Italia ancora, la più capa-
ce a far fronte a' romani non tanto per-
la sua vantaggiosa posizione, che per la
sua celebre rocca, in excelsa et prerup/a
Rupe, come la chiama Dionisio d' Ali-
carnasso, l'asserisce Tito Livio. Che Veio
V E I
fosse fra tutte le altre della Toscana e
dell'Italia antichissima e ricchissima, l'af-
fermano Eutropio, Oliverio, Alier, Li-
vio e altri. Veio era una città per testi-
monianza degli slessi romani piti bella di
Roma per la situazione, per la magnifi-
cenza degli edilìzi pubblici e privati, de'
quali non ne vantava maggiori qualun-
que città in Europa, e per tante altre ra-
gioni che si ponno rilevare nello stesso
romano storico Livio, il quale parlando
in persona de' romani che sdegnavano
portarsi come relegati a fondar colonie
uè' volsci, si contentavano di preferenza
d'andare in Veio, benché allora ridotto
da loro medesimi quasi un mucchio di
sassi e del tutto disfatto. Non è quindi a
meravigliare il gran numero degli scrit-
tori che celebrarono i fasti di Veio e de'
veienti, i quali affrontarono i romani va-
lorosamente con varia vicenda, or vinci-
tori e or vinti. I veienti più prossimi a
Roma di frequente la danneggiarono, e
tra' popoli confinanti forse mostrarono
maggiore animosità nella vendetta, sic-
come difesi da una città ben munita, po-
tevano ad ogni opportunità invadere sac-
cheggiando il territorio nemico, e ritirar-
si sicuri dentro le proprie mura. I roma-
ni, biasimando in altri ciò che alla loro
volta praticarono, chiamavano questa ter-
ribile forma di guerra ladroneccio, ed i
veienti predatori, giungendo spesso le
loro improvvise scorrerie, a modo di lam-
po, fino alle porte di Roma. Quindi per-
petuo rancore fra' romani e i veienti.
Dichiara il eh. Campanari : Sopra una
rupe alla e scoscesa, alle cui radici scor-
rono T acque del fiume Cremerà, e dove
sorgono oggi umili avanzi di povere fab-
bricherà ri casolari e tugurii per vecchiez-
za cadenti, sorgeva un ih la potente cit-
tà di Veio, la feroce rivale di Roma, che
per lo spazio di più di 3 secoli resisten-
do con ostinale e sanguinose battaglie al-
la prepotente forza di lei, cedendo poscia
al destino che minacciava già le altre cit-
tà deli' Eli uria, a lei pure miseramente
VEI
soggiacque. Era Veio la più forte della
gente etnisca, della grandezza di Ateue
(dice il Zanclii che avea una circonval-
lazione di 5 in 6 miglia; e il Nibby, che
ne misurò 1' estensione, dichiara y mi-
glia), e distante non più che ioo stadi
da l'ionia, i 2 miglia e mezzo romane;
ed è precisamente ad una tale distanza,
che nel luogo oggi chiamato Isola Far-
O DO
nf.se vuoisi riconoscere l' antica Veio.
Quivi si vedono ancora a poca distanza
dalla città antichissimi sepolcri scavati
da 1 1 1 iti* primi abitatori nel vivo masso
tlt-lle roccie, e avanzi di mura colossali,
e resti d' antiche strade che accennano
ove una volta fu la famosa Veio. Fu già
gran disputa fra gli archeologi de'lempi
andati, se il luogo di Veio fosse questo,
o se altrove fosse situata quella celebre
città ; ma dopo le scoperte ivi fatte di la-
pidi importantissime nel i 8 io e negli al-
tii successivi anni, non è più questione
fra 'dotti, che il sito di Veio non sia quel-
lo «teli' Isola Farnese. Fra'molti scrittori
e illustratori di Veio e sue antichità, pre-
ferisco di scegliere a guida di questo mio
cenno il dotto Nibby, Analisi storico-
to/jografìco-anticf uaria della Cartarie'
dintorni di Roma, t. 3,p. 38o, non sen-
za giovarmi all'opportunità di que' che
ricorderò. Chiunque ha un'idea della sto-
na romana, al nome di Veii entra nella
curiosità di conoscere il sito di sì poten-
te città degli etrusci, rivale di Roma lin
da'tempi del suo fondatore, la quale con-
tese a palmo a palmo il terreno a quel
popolo invasore per 3 secoli e mezzo cir-
ca, e lini coll'essere deserta. Questa bra-
ni, i poi ha ben altra forza in coloro, che
s'occupano della storia antica de'popoli
italiani e de'monuoienti superstiti; im-
perocché riconoscere il sito di Veii etnisca
e le vestigia che ne rimangono,porta di ne-
ce*silà l'incontrastabile conseguenza, che
la storia romana de' primi 3 secoli non è
una favola, come da alcuni si pretende
con audacia sostenere ; e che trovando
concorde lo stato delle cose esisteuli con
VEI 5
quello che narrano Dionisio, Livio e al-
tri scrittori autorevoli, ragion vuole che
si concluda essere questi scrittori veri-
dici ancora ne' fatti che più non esisto-
no. Ora essendo il soggetto di tanta im-
portanza da potersi dedurre conseguen-
za di tanto peso, non deve recar mera-
viglia, se i dotti de' secoli passati, come
quelli del presente, s'affaticarono in rin-
tracciar il sito della città con que' mez-
zi eh' erano in loro poterete convien di-
re a gloria di Veii, che niuna città antica
dopo Roma abbia avuto tanti ingegni
che ne abbiano indagato il sito, i monu-
menti e la storia. Nel voi. XIII, p. 296,
parlando di Civita Castellana^ registrai
ad hoc l'opere di Cesarò, Corso, Maria-
ni, Mazzocchi con 3 opere, Castiglione,
Famiano Nard'mi, Perazzi, Zauchi, Mo-
relli, oltre quelli ricordati negli articoli
Ne pi e Sutri, e di altre città vescovili e-
trusche, nelle quali non poco ragionai di
Veio e de'veienti. Si devono pure tenere
presenti gli articoli Toscana, nella par-
te che ragiono dell'antica Etruria ; e Vi-
TERBOjSiccome capitale dell'Etruriao To-
scana pontificia, nella descrizione ezian*
dio de'luoghi che compongono la sua va-
sta provincia e delegazione. Zanchi in ta-
le provincia, detta pure Patri/nonio di
s. Pietro, vi riconosce il dominio di Ve-
io; e aggiunge che nel dominio veien-
tano si comprendeva ancora il Campo
Faticano, dipoi divenuto tanto celebre.
E osserva mg.r Nicolai che il tratto di
campagna che chiamasi Campo Vatica-
no, comprendendo i colli Vaticani, ov'è
oggi la basilica di s. Pietro, insieme alle
colline da ponte Molle al Gianicolo, tut-
to era territorio veientano e denomina-
to Settepagio forse perchè comprendeva
7 castelli o ville de' veienti (di essi riparlai
nel voi. LI V, p. 206, e ne' parecchi artico-
li che vi hanno relazione). Loda anch'e-
gli la bellezza e fecondità delle vistose
campagne veieuti, che invogliarono i ro-
mani a conquistarle, eccellenti pel grano
e altri usi, ma uon già pel vino uou già.
6 VEI
dito da' romani, forse perchè feccioso e
grosso. Dall'altro canto, essendo Veio la
città etnisca più vicina a Roma, fu tra le
prime a concepir gelosia della sua nascen-
te e quindi sempre crescente grandezza,
e perciò fu la sia principale nemica. Ma
patte de'summentovati e altri scrittoli,
per mancanza di que' lumi, che fornisce
la critica archeologica d'oggidì; parte per
un soverchio amore di predilezione mu-
nicipale, tutti volendo tirar Veio alle pro-
prie patrie; parte per una specie di gara
intemperante e urto personale, si allon-
tanarono dal sito in modo che non vi è
quasi luogo fra Martignano, l'Isola Far-
nese, Ponzano (eli cui nel voi. LV11I, p.
ia4)> Civita Castellana (distante menodi
38 miglia da Roma per l'odierna strada
postale), Gallese, Baccano (di cui nel
voi. LVIII, p. 1 17), che non sia stato cre-
duto il sito di Veio, cioè nel pretendere
di volerlo stabilire si andò vagando en-
tro una circonferenza di sopra 60 mi-
glia. Le ricerche fatte espressamente in
proposito,cominciarono nel secolo XV, e
continuarono fino ad oggi.HNibby ripor-
ta semplicemente le principali seguenti
opinioni, senza confutarle, e poi dichiara
la sua autorevole. Biondo seguendo quel-
la del poeta Francesco Fiano,collocò Veii
a Ponzano; Volaterrano seguito dal Ful-
vio, alla Meana, presso la terra di Fiano
(presso di essa, di cui parlai nel voi. L, p.
p. 7 i,e nel luogo denominato Lago Puz-
zo, 3*28 ottobre i856 dopo forte deto-
nazione si manifestò un'eruzione vulca-
nica, e quindi si formò nel centro un cra-
tere e nuovo lago d'acqua sulfurea; pa-
re riproduzione di preesistente vulcano,
attesa la denominazione del vocabolo, seb-
bene a memoria d'uomini non si conosca.
Ne parla l'///2>u/H di Roma,t. 23, p. 332);
Giovanni Annio,CesareNiccolini e Lean-
dro Alberti, a Martignano; Cluverio, ne'
dintorni diScrofano(e seguito dal moder-
no Calindri, come rilevai nel descriver-
lo nel voi. LVIII, p. 128); il Castiglione
e il Mico, sostenuti poi dal Mazzocchi, e
VEI
più recentemente dui Morelli, a Civita
Castellana (per cui fu scolpito nel fron-
tespizio del palazzo pubblico : Qui sle-
terunt Vejos} nunc renovare licet); ed
il Degli Effetti a Belmonte (monte diru-
pato di tufa vulcanica fra Castel Nuovo
e Scrofano, nel territorio di questo, ma
più vicino a quello, a sinistra della via
Flaminia, nella cui sommità fu già il
castello omonimo con sua chiesa della
diocesi di Porto ). Tutti questi scrittori
sostennero la loro opinione in modo cha
fa pietà (sic) vedere sopra quali frivole
circostanze si appoggiassero, quanto po-
co conoscessero il criterio archeologico,
e come trascurassero, travolgessero, e mu-
tilassero ancora l'autorità de' classici. Fa
miano Nardini con quell'acutezza d'in-
gegno che lo distingue, e riconobbe l'e-
mulo Mazzocchi, malgrado la scarsezza
de' lumi che a suo tempo si a ve. ino su que
sta materia, ne dimostrò vittoriosamen-
te il sito all'Isola Farnese (con Discor-
so ira'estigath'OfSlainpalo nel 1 647 in Ro-
ma con figure) e ne' dintorni, appoggia-
to strettamente all'autorità de' classici ed
alle ispezioni locali, e fu seguito da Lu-
ca Olstenio e dal Fabretti : l'osservazio-
ni e le scoperte fatte iu questo nostro se-
colo, hanno dimostrato con quantogiu-
dizio e criterio avesse colto nel segno. La
sua opera, che modestamente intitolò:
L'antico Velo, andò esposta a 3 insolen-
ti repliche del Mazzocchi. Il Perazzi ni-
pote del Nardini nel 1 654 espose all'os-
servazioni, ossia alla Lettera ed apolo'
già, ch'è lai." produzione ueli653 pub-
blicata dal Mazzocchi, da Nibby qualifi-
cato inetto scrittore, coli' operetta intito-
lata : La Scopetta. Nel secolo seguente,
cioè neli768,l'avv. Zauchicon un'altra
opinione (che rimarcai nel voi. LVIII, p,
1 16 e 1 17, parlando di Formello e di
Baccano, e rilevando il meraviglioso spa-
zio di pianura distinto in liste diritte a
guisa di scanalature cui sono divisi i cam-
pi, da Formello all'Isola Farnese e da
questa verso Roma, com'era formulo pi e-
V E I
Giumente il territorio Veiente), che Veii
fu nel Munte Lupoli, nel suolo e territo-
rio di sua patria Campagnano, parte del
ciglio orientale del cratere e del bosco
di Baccano, 18 miglia lungi da Roma,
appoggiandosi principalmente a' cuoi»
coli antichi e moderni fatti pel disec-
camelo del cratere, ch'egli prese ba-
lordamente (sic) pel cunicolo celebre di
M. Furio Camillo. Lasciando da can-
to tutti i raziocini de' moderni, il Nibby
seguendo strettamente a ciò che gli scrii*
tori antichi ci hanno lasciato di positivo
sulla situazione di questa città, colla scor-
ta di questi ne indagò il sito; e siccome
questo per la distauza da Roma, le cir-
costanze topografiche, l'estensione del pe-
rimetro, e gli avanzi esistenti corrispon-
deva a ciò che si legge di Veii etrusca
piesso gli antichi scrittori, concluse che
ivi fu quella città. Dopo avere osservato
che ingiustamente gli scrittori moderni
di sovente tacciarono in globo quegli an-
tichi di trascuranza nel determinare le
distanze de' luoghi, per le varianti che
alle volte s'incontrano fra uno scrittore
e l'altro; ricorda che la critica insegna
doversi accordare maggior credito ad
uno scrittore, piuttosto che ad un altro,
secondo la qualità del soggetto che trat-
tano, l'epoca in cui fiorirono e lo scopo
ch'ebbero nello scrivere. Quindi in una
questione, come questa, del sito d'una
città, i geografi e gli storici debbousi pre-
ferire agli oratori e a' poeti ; e fra gli sto-
rici que' che vissero in epoche anteriori,
a quelli che scrissero quando le traccie
e le tradizioni si erano o dileguate o al-
meno illanguidite. Così Dionisio, che vis-
se 22 anni in Roma e lasciò una storia
tanto accurata, che visitò i luoghi che
descrive, che fiori sotto Augusto, quan-
do Veii non solo non era stata dimen-
ticata, ma era risorta come municipio
romano, devesi per ogni riguardo, trat-
tandosi di Veii, anteporre ad Eutropio,
sofista e trascurato compendiatole della
storia romaua da lui dedicala a Valeu-
VEI 7
te, che visse sempre in oriente, ed ebbe
inoltre la disgrazia d'essere stato il suo
lavoro stranamente interpolato con ag-
giunte da Paolo Diacono nel secolo IX.
A tuttociò deve aggiungersi che le cifre
de' numeri sono andate soggette ad alte-
razioni per l'ignorau/.a de' copisti, onde
tali varianti piuttosto che attribuirle al-
la trascuratezza degli scrittori, debbon-
si riconoscere per negligenze degli ama-
nuensi. Dionisio descrive Veii nella gia-
citura, nella distanza e nella grandez-
za, come dissi in principio, dichiaran-
dola la città etrusca più potente e più
vicina a Roma. Nell'epitome pubblica-
ta dal cardinale Mai si legge: » Essere
la città de' veienti per nulla inferiore a
Roma, ontl' essere abitata, possedendo
un territorio vasto e fertile, io parte
montuoso, in parte piano, di aria pu-
rissima ed ottima per la salute degli uo-
mini, come quella che non aveva pa-
ludi vicino, donde si alzassero esalazio-
ni gravi, né alcun fiume che tramandas-
se aure fredde di buon mattino, uè scar-
seggiatile d'acque e queste non condotte,
ma sorgenti, copiose e ottime a bersi ".
Dionisio pertanto positivamente porta a
100 stadi incirca la distanza fra Roma e
Veii, i quali calcolati 8 a miglio, ne se-
gue che Veii era 12 miglia e mezzo di-
stante da Roma; e con lui s'accorda la
carta Feutingeriana, la quale indicando
le stazioni della via Cassia, ed ommetteu-
do per sistema le frazioni, pone Veii 12
miglia lontano da Roma. Questi due do-
cumenti sono precisi. Ma coloro che non
vollero veder chiaro in una cosa da per se
stessa chiarissima, ricorsero a Livio, il
quale pone in bocca ad Appio Claudio,
nell'orazione per eccitar il popolo alla
guerra contro Veii, esser distante vicesi-
inu/11 lapidali, in conspectu propc Urbis
nostrae aiimuiin oppugiialionetn perfer-
re piget. Per cui conclusero i sostenitori
dell'altre opinioni coulra il Nardi ni e i
seguaci suoi, che Veii fu circa 20 miglia
luDgi da Roma. L'espressione di Livio fu
8 VEI
vaga e il suo senso non fu compreso. Egli
non parlò della distanza di Veii, ma de'
combattimenti, che intorno a quella cit-
tà avvenivano fra' i vali corpi dell'eser-
cito romano attendali ad una certa di-
stanza, ed i veienti; ed alcuni di essi era-
no certamente 3 e più miglia di là da Veii,
onde tenere in soggezione gli etrusci e spe-
cialmente i capenati ed i falisci. D'altron-
de Veii stando quasi a vista di Roma, e
dentro il raggio di 20 miglia, la proposi-
zione di Appio regge sempre, senza che
ne segua che Veii dovesse intendersi si-
tuato alla distanza di circa 20 miglia.
Soggiungono però che Eutropio la collo-
ca 18 miglia distante; ma Entropio non
deve preferirsi a Dionisio, pegli errori dal
i.° fatti nel descrivere altre distanze, ed
enumerati dal critico Nibby, e perciò non
doversene far conto. Dionisio non indica
soltanto la distanza, ma descrive minu-
tamente il sito di Veii; e la carta Peutin-
geriana, oltre la distanza, la direzione
rispetto a Roma, cioè la via Cassiajquin-
di se seguendo tale antica Strada di Ro-
tila (P '.), alla distanza da Roma di circa
i 2 o 1 3 miglia esiste un luogo, che corri-
sponde alla descrizione di Dionisio; se
oltre questo vi rimangono avanzi visibi-
li di sepolcri, recinto di mura, e nodo di
molte vie che ivi mettono da varie dire-
zioni, crede il dotto Nibby che bastereb-
be per dimostrare che ivi fu la città di
Veii. A compimento poi di questa dimo-
strazione, si aggiungano le memorate sco-
perte fatte nel 181 o presso l'Isola Farne-
se, cioè 1 2 miglia e mezzo lontano da Ro -
ma sulla via Cassia, dilapidi importan-
tissime, nelle quali di altro non si parla
che di Veii e de' Veienti ; quindi oggi è
un fatto dimostrato che ivi fu quella fa-
migerata città, e dalla descrizione dello
stalo presente de'luoghi, che toccherò poi,
si vedrà quanto esatta sia la descrizione
di Dionisio, e per conseguenza quanto cre-
dito egli meriti in queste ricerche a pre-
ferenza di qualunque altro.
L'etimologia del nome di questa cit-
VEI
tàdeve rintracciarsi nella lingua etrusca,
e non nella voce Vela di Feslo o Paolo
suo compendiatore, poiché questi forse
con allusione agli eccellenti veienti arti-
sti di cocchi ed a' valenti loro conduttori
de'medesimi, dice tutt'altro : Veia apud
Oscos (o tuscos) dicebatur plaustru/n,
unde velarti slìpiles in plaustro et vectu-
ra, veitura (0 velatura.) Così è ignoto il
suo fondatore, che alcuni suppongono
Properzio, il quale fu certamente re de*
veienti, secondo Servio, scoliaste o com-
mentatore di Virgilio, che dice il luco e
famoso tempio di Feronia presso Cape-
na (della quale feci cenno nel voi. LV1II,
p. i2ie seg., dicendo di Ci vitella, Lepri-
guano e Morlupo,ed altrove con Gallet-
ti ancora),fu edificato coll'aiuto de' veien-
ti da' figli del re Properzio mandati a
Capena, non però che fondassero questa,
la quale può essere stata fondata da' ve-
ienti a misura che estesero il loro domi-
nio fino alla riva del Tevere. Delle città
etrusche vicine a tal fiume, Capena non
fu certamente delle più oscure, quantun-
que non si contasse mai come una lucu-
monia particolare (cioè una delle prin-
cipali città etrusche, e il cui principe o
capo particolare si disse lucumone), e si
riguardò piuttosto come una dipendenza
di Veii, colla quale fu sempre stretta-
mente unita (nella carta topografica di
Capena e sue adiacenze, che osservo nel
Galletti, nel suo Discorso di Capena
municìpio de* romani e del castello dì
Civilucula, i territori! de'capenati e de'
veienti sono separati dalla via Flaminia).
Il medesimo Servio, chiosando le paro-
le dell'Eneide: Tuin Salii ad canlusj
ci ha conservata la tradizione, che alcu-
ni credevano essere stati i salii istituiti
da Morrio re de' veienti, perchè venisse
co' loro canti lodato Aleso figlio di Net-
tuno, stipite della famiglia di quel re. I
due re Properzio e Morrio appartengono
all'epoca primitiva della storia di Veii,
in qual tempo però particolarmente fio-
rissero uou è uoto al Nibby, uè chi di
V E I
loro fosse il più antico. Ma il nome ili
Moi rio o Morio pare identico a quel di
Mamurio, che secondo la tradizione più
comune era stato il fabbro degli allei-
li o scudi sagri, de' quali i salii servivan-
si nelle loro danze sagre, di cui il nome
era sovente ripetuto nel carmen saliare.
De' sacerdoti salii parlai ne' voi. LX, p.
i3o,LXXXlII,p.3i4eallrove. Nel Ve-
to illustralo dal Zanchi, parlando egli
sull'origine della città, secondo l'insinua-
zione del Theuli, Teatro historico diVel-
tetri, non trovo i nominati re veienti, ma
bensì un re Odio o Veio figlio di Gome-
ro o Cornerò re d'Italia, nato da Jafet e
perciò nipote di Noè, al quale Veio dà 5o
anni ili regno. Crede quindi che Veio fu
fondata da Gomero e le die il nome del
figlio Veio, ovvero che questi slesso ne
fu il fondatore e le die il proprio no-
me, dicendolo fiorito ai 06 anni avanti
la nostra era, e che dal padre di lui tras-
se la denominazione il piccolo fiume di
Cremerà, che nasce nella valle di Bacca-
no, dove prima era un piccolo lago di-
seccato dal principe diCampagnano Ago-
stino Chigi, essendo già stato diminuito
per mezzo di emissari particolari, i quali
furono presi dal Zanchi pe' cunicoli fo-
rati da' romani per espugnar Veli. Nel-
1' ultimo diseccamento, eseguito versoi!
1 738, lo scolo si scaricò nel Cremerà og-
gi Valca o Varca. Quanto all'etimologia,
riporta il parere dell'Alberti, che seguen-
do Ceroso, narra essere costume degli sci-
ti di fabbricar le città con de Vejo carri,
così chiamati forse da Vehendo, come at-
ti al trasporto delle cose. Tali Fej uniti
insieme sembravano mura , e servivano
a 'cittadini non meno di fortificazioni che
d'abitazioni. Laonde da'earri co'quali for-
inossi la città, questa sidisse Veio. Il Boli-
di nelle Memorie storiche del lago Sab-
batino, di Trevigiana, Slitti ec, seguen-
do l'opinioni del Zanchi, ignorando quel-
le del Nibby, conclude che perciò la città
di Veio vanta per la sua origine una pri-
mazia su tulle l'altre città etrusche clje
VEI 9
le stavano per dir così alle spalle. All'e-
poca della fondazione di /Ionia, j53 an-
ni innanzi l'era corrente, Veii certamen-
te esisteva e il suo territorio era vasto;
imperocché escludendo quello de'ca pena-
ti, de' nepesini e de' sulrini, che sicura-
mente un tempo furono dipendenze di
Veii , occupava tutto il tratto sulla riva
destra del Tevere, fra il confluente del ri-
vo oggi detto di Frocoio nuovo, e la fo-
ce sinistra del Tevere nel mare. E den-
tro terra risalendo il corso di detto rivo
e di là in linea retta pe'cappuccini di Bia-
110, e Belmonte e Campagnano chiudeva
dentro il cratere di Baccano , i laghi di
Stracciacappe già Fapirano, e quello di
Martignano già Alsietino, e così andava
a raggiungere la riva del gran lago Sab-
batino oggi di Bracciano fino al suo emis-
sario naturale, ossia al corso dell'Arrone,
il quale da quel punto fino al mare ser-
viva di confine fra' veienti eCeri oggi Cer-
veteri (V.), di cui anche nel voi. XLI, p.
189 e 190 e altrove. Il Tevere lungo tut-
to il tratto sopraindicato era il confine
naturale fra'veienti e il Lazio (V.), con-
finechefusanziouato dopo lamoited'E-
nea. Quindi il Alo/ite Gianicolo ed il Va-
ticano (/'.), sebbene al presente in parte
siano chiusi eulro le Mura di Roiiia[P^.),
all' epoca della sua fondazione non solo
non facevano parte della città, ma nep-
pure del suo territorio, come narrai in ta-
li articoli. La prima volta che i veienti
compariscono nella storia è sotto Romo-
lo i .' re e fondatore di Roma, quando cioè
dopo la morte di Tazio redi Sabina (V.),
avendo gli abitanti della città sabina di
Fidate [ V.), consangui nei de' veienti, pre-
date alcune barche cariche di viveri, che
Crustumeri colonia di Roma (laqualeco-
lonia avea due agri ubertosi, uno di qua
dal Tevere ne'possedimenti latini, uno ili
là ne' possedimenti etruschi) a questa in-
viava pel fiume per la carestia che l'af-
fliggeva; perciò attirarono contro di loro
lo sdegno di Romolo, il quale corse ad as
salirli, li viuse e s'impadronì della loro
io YEI V E I
città, che multò d'una parte del terrilo- nicolensi), costituirono il patrimonio dei-
rio, e fece presidiale da 3oo soldati. I ve- la tribù perciò appellata Rurnulia o Ro-
ìenti non potevano vedere di buon animo milia, e questa fu la i ." delle romane Tri-
e senza gelosia questo posto avanzato de' bu rustiche. Il eh. cav. A. Coppi lesse due
romani, posto importantissimo riguardo Dissertazioni nell'accademia romana di
a loro, poiché dirimpetto a Fidene è la Archeologia, che le pubblicò nel t. 5 delle
valledi Cremerà, perla quale dopo 6 mi- Dissertazioni della medesima, cioè a p.
glia circa di cammino si giunge a Veii, 285 quella su Vejo, ed a p. 3i3 l'altra
.senz'aleuti ostacolo naturale. Quindi in- dt'Settcpagì. Parlando de'confini del suo
limarono a Romolo di ritirare il presidio territorio, dice che avea un'estensione di
da Fideue e di restituire a'fidenati le ter- circa 3oo miglia quadrate, ossia di circa
re. Il bellicoso re di Roma non die peso 36,ooo rubbia. Conviene che presso le
a tali domande, e perciò essi passato il rovine di Veio si costrinse ne' tempi di
Tevere presso Fidenes'accamparouo eoo mezzo un castellodetto Isola, il quale nel-
esercito poderoso in luogo appartato. Ilo- la decadenza della famiglia Orsini che lo
molo si recò tosto a porre i suoi allog- possedeva, sembra che sia passato nel do-
giamenli inFidene stessa. Venuti allema- minio della Farnese, dalla quale prese
ni, lai.3 battaglia restò indecisa; però nel- nuova denomiuazioue. Quanto a Sette Pa-
la 2." per un'imboscata i veieuli furono gi, egli dice ignorarsi precisamente dove
disfatti, e sebbene nel combattimento pò- fossero tali regioni de' veienti; ma sicco-
chi pei isserò, i superstiti nel passare il Te- me erano contigui al Tevere, con qual-
vere a nuoto si annegarono nella più par- che probabilità gli assegnò in territorio
te. Ardendo i veienti di vendetta, toma- le seguenti tenute, che sono appunto sul»
rono in campo e furono di nuovo scon- la destra del fiume nell'antico territorio
fitti, perdendo inoltre il campo e tutte le de'veienti, e di tutto ne fece l'ili ustrazio-
bagaglie. I veienti perciò costretti a do- ne storica ed eruditalo' rispettivi proprie-
uuandar la pace, l'ottennero con tregua tari, fra'quali diverse spettano al capito-
peri oo anni, a condizione di cedere a'ro- lo Vaticano. Torricella , Prati di Tordi
mani tutta quella partedel territorio pros- Quinto, Tor di Quinto (ove si crede fosse
sima a Roma sulla riva destra delTeve- il baluardo meridionale veicolano), Cre-
se, che designavasi col nome di Sette Pa- scenza, Inviolata, Inviolatella, Muratella,
gi, probabilmente per 7 villaggi e forse Valca e Valchetla, Prima Porta e Fras-
muniti ch'erano sparsi nella contrada, e sineto, Pietra Pertusa,ÌVLilborghetto, Ca-
d'astenersi dalle Saline (/'.) che aveano sai delle Grotte, Procojo nuovo, Procojo
alla foce del fiume, e dessero 5o ostaggi vecchio. Sommano le medesime a rubbia
per sicurezza. Questo trattato fu scolpito 342. La regione è attraversata dali'anti-
a perenne memoria sulle colonne. I pri- ca via Flaminia, e ne'tempi di mezzo fu
gionieri vennero restituiti; e quelli che talvolta detta Collina. Avverte poi nella
preferirono di rimanere in Roma ebbero Dissertazione di f^ejo, che del territorio
da Romolo la cittadinanza, e terre sulla veiente una porzione è fuori dell'odierno
riva sinistra del fiume. Tutto narrano Li- Agro Romano, e che in quello erano per
■vio e Dionisio. Paolo poi compendiatole avventura compresi i territorii di Riauo,
di Festo racconta, che le terre da Piomo- di Castel Nuovo di Porto, di Scrofano,
lo in quella circostanza acquistale sulla di Formello, di Cesano, di Campagnano
sponda destra del Tevere, cioè pri net pai- e di Anguillaia, luoghi tutti esistenti nel-
inente la catena de'monti Gianicoleusi e la Co tu a rea di Roma, perciò in quest'ai'-
Vaticani, nella quale erano quelle 7 boi- ticolo brevemente li descrissi. Egli trattò
gale (delle ancora Iacinteo estremila Già- quindi della porzione che prubabilmcn-
VE I
(e era compresa nell' attuale Agro Ro-
mano, cioè: i.° Dell'Isola Farnese e delle
tenute ad essa più vicine sino alle vigne
di Rouia , che enumera e descrive, so-
pra un territorio di rubbia 5 190; giun-
ge sino alla via Cassia, e comprende tra'
suoi confitti l'albergo e la posta della Stor-
ta, della quale parlai nel voi. LYIII, p.
1 1 7. 2.0 De'Sette Pagi. 3.° Di Galera. 4.0
Di s. Rullino. Deh.° e del 2.° trattò nel
tomo citato, del 3." e del 4-° nel t. 7, p.
347 e 387. Di tutte le tenute comprese
in tali lerritorii egualmente il dolio cav.
Coppi ne fece l'illustrazione slorica ed e-
rudita.Si può anche vedere mg.' Nicolai,
AI e morie sulle Campagne di lìoina , il
quale nel t.i principalmente ne ragiona,
in uno all'ubicazione di Veiu nell'odier-
na tenuta dell'Isola Farnese, già proprie-
tà dell'antica e chiara famiglia de' Far-
nesi duchi di Parma, e perciò ne prese
il nome, o piuttosto ella lo prese dal luo-
go chiamato cosi da' boschi di Fargue
(Fargna lo stesso che Faruia , Quercus
latifolia, sorte d'albero che non dà frut-
to, il cui legno è molto duro e leggiero. E
una specie di quercia a foglie larghe. Di-
cesi Farneto il luogo piantato di Farnie.
Altre notizie analoghe riporterò parlan-
do nell'articolo Viterbo, ilei comune di
Farnese, detto già anche Farneto, altra
antichissima proprietà dell'illustre fami-
glia, dalla quale essa più probabilmente
assunse il cognome, e non dall'Isola Far-
nese, il cui acquisto lo fece quando già lo
portava, per cui dal suo cognome derivò
all'Isola l'aggiunto di Farnese); non che
del territorio Veieutano,quale fosse e del-
la qualità delle sue terre. Ritorno alla
storia de'veienti col Nibby. La pace tra
essi e i romani durò quasi 70 anni; poi-
ché l'anno 88 di Roma sotto il suo 3.° re
Tulio Ostilio si ruppe nuovamente a ca-
gione de'iìdenati. A questi avendo quel
re iutimatodi reudergli conto della con-
dotta tenuta da loro durante la differenza
insorta fra'romani egli albani, i fidenati
invece di discolparsi, chiusero le porte
VEI 11
della città, ed armatisi introdussero trup-
pe ausiliarie per parte de'veienti, rispon-
dendo agli arnbasciatori.che dopo la mor-
te di Romolo nulla aveano da fare co'ro-
mani, essendosi a quell'epoca sciolto qua-
lunque impegno contralto. Tulio quindi
preparossi alla guerra e chiamò in aiuto
gli albani, secondo il trattato conci uso do-
po il famoso combattimento degli Orazi
e de'Curiazi. Fu da' fidenati invocato il
soccorso de'veienti, e questi passato il Te-
vere presso Fidene si unirono con loro.
Usciti in campo si schierarono nella de-
stra, ed i fidenati nella sinistra; dall'al-
tro canto Tulio co' romani si oppose a'
veienti, e Mezio Suffezio cogli albani a'
fidenati. Seguì la battaglia fra I' Aniene
e Fidene; il re di Roma malgrado il tra-
dimento di Mezio e degli albani riportò
una segnalata vittoria, prima rovescian-
do i fidenati e poi i veienti , come si ha
da Livio e da Dionisio. La morte di Tul-
io seguila circa 12 anni dopo non mise
fine a questa guerra fra' romani e i ve-
ienti, poiché si riaccese sotto il suo succes-
sore Anco Marzio, il quale dopo aver rac-
colto un esercito poderoso di romani e
d'alleati uscì in campagna e cominciò dal
mettere a guasto le terre de'veienti, on-
de vendicar i danni ch'essi aveano reca-
to nell'anno precedente alle terre devo-
niani. I veienti passato il Tevere s'accam-
parono sotto le muradiFidene: Anco, co-
me superiore in cavalleria, troncò a' ve-
ienti la ritirata, e poi li forzò a combat-
tere e li sconfisse. Concluse con loro una
tregua, che ben presto fu rotta da' veien-
ti coli' animo di ricuperare i Sette Pagi
perduti sotto di Romolo: la battaglia fu
data presso le Saline, e finì colla sconfit-
ta totiile de'veienti, che perderono allo-
ra la Selva Mesia (leggo in mg.' Nicolai,
parlando delle tenute Salsare o Campo
Salino, confinanti col territorio di Porlo
e altre tenute, che in questi luoghi do*
vea continuare la Selva Mesia e parte e*
rano le Saline che Anco tolse a' veienti,
con altre iu vicinanza d'Ostia; e leggo nel
il V E I
cav. Coppi, ragionando della Selva Me-
sia e di Selva Candida, che non si co-
nosce precisamente ove fosse, sapersi ben-
sì che una porzione dell'antico territorio
etrusco, e probabilmente veiente,ne'tem-
pi dell'impero fu detto Selva Nera e quia-
di Candida, pel da me narrato a Porto.
In questa contrada nel secolo XII trovasi
una selva detta Magia, che (orse ha ana-
logia col vocabolo Mesia. Indi il Coppi
passa a trattare d'alcune tenute, comin-
ciando da s. Ruffino t che sono presso la
via Cornelia alla destra dell' Amelia , e
ad occidente delle vigne di Roma. Il no-
me ili s. Raffina lo prese dal sepolcro del-
la martire, fu sede vescovile e col nome
pure di Silva Candida, indi riunita a
quella di Porto), e lutto il tratto di ter-
reno, che avevano fra 'Sette Pagi e il ma-
re. Fu allora che Anco per conservare le
sue conquiste sulla riva destra del Teve-
re, dominare la navigazione di questo fiu-
me e difendere la spiaggia, non che to-
gliere a'veienti ogni speranza di mai più
posseder le saline, edificò la colonia ro-
mana d' Ostia alla foce del Tevere nel
Mediterraneo sulla riva sinistra, ed apri
in quella parte nuove saline (indi divenne
sede vescovile e la i.' suburbicaria unita
poi a quella di / tlletri, nel cpiale articolo
i ilei ii ole recenti e importanti sue notizie).
Cosi,(\\ceL\y\o:Usq ne ad 3Jare Imperinrn
jirolalnm, et in ore Tyberis Ostia Urbs
eondila. Osserva Dionisio, che costruen-
do Anco tal città : Effìcit ut Roma non
Mediterranei* tantum sed etiam mari-
m's palens Transmarina quoque bona
degustarci. Nuova guerra si accese fra'
romani e i veienti sotto Tarquinio Prisco
etrusco tarquiniese e re di Roma, che co-
me capitano della cavalleria erasi princi-
palmente distinto nella battaglia delle Sa-
lme, regnando ii predecessore. Di questa
guerra Livio non fa menzione, sibbene
Dionisio. In essa al solilo i veienti furono
sconfìtti (perciò vanno corretti Zanchi ed
altri illustratori di Veio, che franca meo-
le asserirono; Veio niauteuue la guerra
VEI
contro i romani per 90 anni; ha più da-
te, che ricevute sconfitte da' romani) in
modo da non osar più d'uscire dalla cit-
tà, ed essere costretti a rimanere spetta-
tori de'guasti enormi, che i romani face-
vano alle loro terre. Quella guerra firn
colla battaglia d' Erelo (di cui nel voi.
LXX.VI, p. 47 eseg.), la (piale pose Tar-
quinio in grado d'essere riconosciuto co-
me signore di tutte le città dell'Etruria,
lasciando nel resto adesse la libertà di go-
vernarsi a modo loro, e non ritenendo che
una specie d'alto dominio. Gli etruschi in
riconoscimento dell'alto dominio gli por-
tarono in dono l'insegne colle quali sole-
vano ornare i loro re, cioè la corona d'o-
ro, il trono d'avorio, lo scettro sovrastato
dall'aquila, la tunica di porpora ricama-
ta d'oro, il manto di porpora varialo. E
siccome ogni re delle XII città etrusche
era accompagnato da un littore con fascio
di verghe e scure, perciò a Tarquinio Pri -
sco fu concesso di farsi accompagnare da
12 di delti littori, già istituiti da Romo-
lo. Pare che gli etruschi si assoggettaro-
no a questo re come loro connazionale,
per cui dopo la sua morte non vollero ri-
conoscere il successore. Livio parla di
un' altra guerra, ch'ebbero a sostenere i
veienti contro re Servio Tullio, successore
di Tarquinio Prisco, che nella battaglia
d'Ereto avea dato prove di gran valore;
guerra che però sembra essere stata quel-
la slessa che Dionisio attribuisce al detto
Tarcpiinio. Questa fu l'ultima guerra fra
Veio e Roma durante il governo de' 7
suoi re. Tuttavolta Servio Tullio volen-
do ingrandire il territorio di Roma, tol-
se una parte del veiente , e vi stabilì la
nuova Tribù rustica Veientina, come no-
tai in quell'articolo. Io qui devo ricorda-
le, quanto in più luoghi narrai. La Qua-
driga di creta de' veienti fu stimata una
delle 7 cose fatali di Roma antica , alla
di cui conservazione nella medesima era
attaccata la salute e la gloria dell' eterna
città; argomento svolto eruditissimamen-
te da Caucellieii.Aveudo Tarquinio il Su-
VEI
pcrbo, ultimo re di Roma, intrapreso il
compimento del Tempio di Giove Capi-
tolino (l.), per ornarne il fastigio ordinò
a un vasaio di Veio (oa più artefici, come
dissi nel voi. LXXV11I, p. 88), unti qua-
driga di creta rappresentante il cervo di
quel Nume. La quadriga posta nella for-
nace a cuocersi meravigliosamente s'in-
grandì tanto, che convenne romperla per
cavarla fuori. Con superstizione i veienti
riguardarono questo portento, come un
evidente presagio della futura grandezza
del popolo, die sarebbe rimasto posses-
sore del carro, e perciò ricusarono di con-
segnarlo a'romani, i quali però colla for-
za se ne impadronirono e lo collocarono
sul detto tempio. Tutto il fatto viene nar-
ralo da Festo parlando della romana Por-
ta Ratumena, dicendo che un auriga di
\ eio, stando gareggiando nella corsa de'
carri , fu dall' indomita fu«a de' corsieri
rapito fluo ad essa, e ivi venne rovesciato.
Altrettanto raccontano Plutarco e Solino.
Giuseppe Lorenzi, Varia sacra Genti-
Unni, nel t. 7 del Thes. di Gronovio, p.
i5o, lesse il passo di Servio in questo mo-
do, sulle 7 cose fatali di Roma. Acns Ma-
tris Deiiin; Quadriga ficlilis; f'ejento-
rum cineresjOrestissceptriim, sive Pria-
mi; liioneij Palladiani; Ancilia. Onde
avendolo malamente interpunto (poiché
non sono nominate da Servio le ceneri
de' veienti, ma solo Quadriga fictilìs Ve-
Jorum), erroneamente attribuisce al Pon-
tefice Massimo l'uso di questa quadriga di
creta, che mai non ebbe. Frattanto spen-
ta in Roma da L. Giunio Drillo la tiran-
nia di Tarquinio il Superbo, gli etrusci a
cui ricorse, condotti da Porsenna lucu-
mone o re di Chiusi, lo vollero riporre sul
trono. 1 primi ad entrare in quella lega e
ad uscire in campagna, secondo Dionisio
e Livio, furono i veienti e que'di Tarqui-
nia (V.). La battaglia si die presso la sel-
va Arsia (pare ov'èal presente la tenuta
Insugherata presso la via Cassia, circa 3
miglia fuori dell'odierna Porta del Popo-
lo, poiché ebbe luogo prima che i colle-
VEI i3
gali traversassero il fiume): essa fu acca-
nita, sanguinosa eindecisa (dice Livioche
nella notte seguente si udì una gran vo-
ce dalla selva Arsia, che si credette quel-
la dello stesso nume Silvano, che nella
battaglia era morto un etrusco di piìi, e
che perciò la vittoria era de' romani), e
vi perirono dal canto de'romani il 1 ,° con-
sole stesso L. Giunio Tìruto, da quello de-
gli etruschi Arunte Tarquinio figlio ilei
re Tarquinio Superbo cacciato da Roma.
L'esercito de'veienli e de'tarqniniesi riti-
rossi nelle loro terre rispettive. Nella pa-
ce fatta fra Roma e Porsenna , fu resti-
tuito a' veienti lutto il territorio, eh' era
stato conquistalo da Romolo e da Anco
Marzio; ma dopo la rotta avuta da A mu-
le figlio di Porsenna sotto la città d'Ari-
cia, oggi Riccia f/^, ette il re avea man-
dato a occupare colla metà dell'esercito
(il quale in gran parte perì con Arunte
sepolto nel monumento che si vede in Al-
bano, e invece dicesi degli Oiazi e Curia-
zi), e l'ospitalità accordata da'romaiti agli
avanzi dell' esercito etrusco (e per quegli
episodi famosi d'ardire e di valore ripetu-
tamente narrati altrove), Porsenna resti-
luì a'romani questo stesso territorio, per
testimonianza di Dionisio e Livio. Finché
durò l'influenza di Porsenna e della sua
famiglia sullecose della confederazione e-
trusca,i veienti rimasero tranquilli; mor-
to lui gli affari cambiarono aspetto. I ve-
ienti non potevano dimenticar la perdita
della parte più ricca del loro territorio,
che mentre erano sul punto di ricupera-
re eia stala di nuovo ceduta a' romani
da Porsenna con atto arbitrario e di pu-
ro potere, giacché sebbene egli avesse po-
tuto allegare il diritto di conquista sopra
quella terra, i veienti nondimeno aveano
contribuito con tutte le loro forze alla
guerra contro Roma. Durò la tregua 23
anni; finalmente nell'anno 271 di Roma,
profittando delle turbolenze inlestinede'
romani , i veienti si mossero. Fu contro lo-
ro spedito il console Cornelio Cosso, che
ricuperò la preda, che aveano falla nel-
■ 4 VE I VE I
le terre romane; ed avendo i veienti man- altrettante truppe richieste alle colonie e
data un'ambasceria, restituì loro i prigio- alle città soggette: i latini e gli eroici som-
DÌ, mediante un riscatto, accordando lo- ministrarono il doppio di gente di quella
io un anno di tregua. Tuttavolta i veienti a loro richiesta; ma i romani rendendo
tornarono a fare scorrerie nell'agro roma* grazie alla loro buona volontà, accetta-
no 3 anni dopo: il senato mandò loroam- rono soltanto la metà de'soccorsi. Per ri-
bascialori a ripeter lecose tolte; essi scher* serva dinanzi la città ea guardia delle lo-
mironsi dicendo non essere veienti i sac- roteile levarono due altre legioni di gio-
cheggiatori, ma etrusci d'altri cantoni;*** vani, onde potessero opporsi a qualche
tanto nel tornare a Roma gli ambasciato- scorreria nemica improvvisa. Di più,que'
ri, s'imbatterono in altri veienti che por- che aveano oltrepassalo gli auni dell' età
tavano via la preda dell'agro romano. U- militare, ma che potevano ancora portar
dendo questo il senato decretò sdegnato 1' armi, furono lasciati in Roma a difesa
la guerra contro i veienli, e ordinò a'due delle mura e della fortezza. I due consoli
consoli d'uscir in campagna. Malgrado condussero l'esercito presso Veii, e si at-
l'opposizionede'tribuniji due consoli mar- tendarono separatamente sopra due colli
ciarono, e posero il campo separatamente non molto distanti fra loro. I veienti eran-
un dall' altro non lungi da Veii. Non o- si accampati fuori della città, con un eser*
sando i veienti d' uscire, essi diedero il cito forte e valoroso formato cogli aiuti
guasto alle terre quanto più poterono, e giunti da tutta l'Elruria, dove i più ri-
tornarono a Roma pe'quartieri d'inver- chi aveano assoldato ipoveri, onde era più.
no. Nell'anno seguente 2y.5 essendo con- numeroso di molto del romauo esercito,
soli Cesone Fabio e Spurio Furio, gli e- Pertanto i consoli giudicarono non esser
trusci si posero in movimento e tennero opportuno venire alle mani, e più pru-
un congresso generale per decidere se do- dente il temporeggiare; onde siconten*
vesserò muoversi contro Roma; i veienti ^ tarono rimaner chiusi nel campo e di far
implorarono caldamente l'aiuto di tutta scaramuccie. Gli etrusci mal soffrendo
la nazione contro di Roma, e finalmente trarre a lungo la guerra, stimolavano i
si decise, che a ciascuno fosse lecito d'ar- romani con tutti i modi e rampognava-
rolarsi volontariamente in aiuto de' ve- no la loro viltà, per non uscir a combat*
ienti, e si presentò una buona mano di vo- tcre: essi dall'altro canto vedendosi pa-
lontari. In Roma dopo vivi dii>attimenli droni dell'aperto salivano ogni dì più in
e opposizioni per parte d' Icilio tribuno orgoglio. Avvenne frattanto, che un fui*
della plebe, fu deciso che Cesone Fabio mine caduto sulla tenda di Manlio, spez-
nssumesse il comandodell'esercilo contro zolla , rovesciò i lari e il focolare , mac*
i veienti. Questo consoleodiato da'soldati chiò, arse e consumò l'armi, uccise il più
per la parte avuta nella morte di Spu- bello de' cavalli, che il console montava
rio Cassio, si vide lo scandalo d'un'insu- nelle battaglie, ed alcuni servi. Questo
bordinazione militare,poichè abbandona- fatto riguardato come un prodigio infau-
rono il campo circa la mezzanotte e tor- sto, mosse il console a consultar gli au«
itarono in Roma, i veienli conosciuta la guri, i quali dichiararono, che ciòannun-
partenza de' romani spogliarono il cam- ziava la presa del campo, e la morte de
pò, e si portarono a depredatele tene li- capitaui principali. Manlio a evitare le
mitrofe del territorio nemico. Nell'anno conseguenze dell'avvenimento di questa
seguente in Roma i nuovi consoli Caio predizione,o l'effetto morale prodottone
Manlio e Marco Fabio per senatus-con- soldati , sulla mezzanotte abbandonò il
sullo levarono un nuovo esercito compo- campo, e condusse l'esercito a quello del
sto ciascuno di due legioni romane e di collega Fabio. Nel dì seguente gli elru-
V E f
sci nppresero da alcuni prigionieri l' ac-
ca dulo,econfortati lia'loro aruspici mon-
tarono in grandi spei anze,giudicando die
i numi erari per loro. Essi perciò anda-
rono a occupare il campo abbandonato
da'romani, e se ne servirono come d'un
punto d'attacco contro il campo supersti-
te , ponendo lutto in opera per fare ri-
solverei romani a un'azione decisiva. Ma
i consoli quanluuque fossero pieni di co-
raggio, poca fiducia a veano ne'soldati che
di malavoglia eransi armati, come mal-
coutenti della condotta de' patrizi nelle
leggi agrarie. Laonde risolsero di restar
chiusi nel campo, acciò i nemici divenis-
sero vieppiù insolenti e pungessero I' a-
inor propriode'soldali, perchè questi in-
sorgessero in massa e domandassero d'an-
dar contro il nemico; e così appunto av-
venne. Imperocché gli etrusci non con-
tenti di provocar audacemente i romani
con ogni sorta di contumelie, chiamando-
li vigliacchi e codardi, che tenevansi rin-
chiusi e non osavano mostrarsi, comincia-
rono a formar una specie di controvalla-
zione per cingerli e quindi forzarli alla
resa. Allora i soldati romani corsero con
alte grida alle tende de'consoli, per esser
condotti alla battaglia. Fabio li chiamò a
conclone, e co' rimproveri e colle promes-
se gl'infiammò in modo che giurarono di
non tornar a Roma, se non dopo vinto
il nemico. Uscirono pertanto dal campo,
e gli etrusci fecero altrettanto; giunti in
luogo opportuno si schierarono io ordi-
ne di battaglia: l'ala destra era coman-
dala dal console Manlio, la sinistra da
Quinto Fabio già due volle console, e ab
loia legato consolare e pro-pretore; il cen-
tro dal console M. Fabio. L' urto fu ter-
ribile, l'ala destra fece piegar gli etrusci;
la sinistra fu sul punto d'erser circonda-
ta, e perde il suo capitano Q. Fabio, che
cadde coperto di ferite. A soccorso di que-
sl' ala corse il console Fabio colle coorli
scelte del centro e respinse i nemici. Men-
tre così di nuovo si equilibrava la pugna,
il console Maulio fu mortalmente ferito e
VEI i5
trasportato al campo, onde venne lo semn-
piglìo ne' suoi : a frenarlo corse il collega
Fabio, e gli etrusci desistettero dall'assa-
lire quest'ala; concentratisi però conti-
nuarono a combattere con gran furore, e
molti perdettero de'loro, ma molti anco-
ra uccisero de' romani. Gli etrusci che a-
veano occupalo il campo abbandonato da
Manlio, erano fino allora rimasti sempli-
ci spettatori della pugna; peròa quel pun-
to uscirono, e credendo che il presidio la-
sciato nel campo romano da Fabio fosse
debole, andarono ad assalirlo. Essi non
s'ingannarono: il campo non era guarda-
to che da pochi soldati prodi, il rimanen-
te consisteva in mercanti, vivandieri, fab-
bri ec.,gente poco alta a combattere. I ro-
mani nondimeno fecero una resistenza o-
stinata; ma allorché il console Manlioben-
che ferito gravemente, volle accorrere col-
la cavalleria a soccorso de'suoi, cadde da
cavallo e per l'acerbità delle ferite non po-
tè rialzarsi e morì, ed insieme con lui pe-
rirono i più valorosi, onde gli etrusci li-
beramente penetrarono nel campo. An-
nunziala a Fabio tale sciagura, volò a li-
berare il campo e vi pervenne pel valore
di Tito Siccio legato e pro-pretore; quin-
di instancabile tornò di nuovo a combat-
tere, finché il tramontar del sole pose ter-
mine a quella terribile giornata. Osserva
Dionisio, a cui devonsi tutti questi parti-
colari, che l'esercito romano era compo-
sto di 20,000 legionari e di 1200 cavalli;
e che le truppe degli alleati ammontava-
no ad altrettanti soldati, cosicché in tutti
ascende vano a 42,400 uomini; che la bat-
taglia ebbe principio poco prima di mez-
zodì e si prolungò fino al tramontar del
sole; che vi perirono dal canto de'roma-
ni i detti console e pio pretore, e molti tri-
buni e centurioni, quanti mai forse non
erano periti in altri grandi combattimen-
ti. Tuttavia la battaglia restò indecisa, e
i romani cantarono vittoria , perchè la
notte seguente gli etrusci si ritirarono ab-
bandonando il campo: l'indomani questo
fu saccheggiato da' romani, e dopo aver
16 VEI
dato sepoltura a "loro morti tornarono al
proprio campo, dove Fabio chiamò a con*
cione I' esercito, e rese le lodi dovute a'
prodi. Dopo qualche giorno ritornò col-
l'esercito in Roma, ricusò il trionfo e abdi-
cò il consolato, non polendo più agire per
la gravità delle ferite riportale. L'anno
seguente che fu il 277 dell'era di Vario-
ne, furono eletti consoli Cesone Fabio per
la 3." volta, e Tito Virginio Tricosto : al
2.0 toccò in sorte la guerra contro i veien-
ti. La campagna si apri alsolito colle scor-
rerie; ina queste costarono carea'romani,
i quali furono colti all'improvviso, e sen-
za il valore di Tito Siccio sarebbero stati
tutti spenti. I soldati sparpagliati si riu-
nirono insieme sul far della sera sopra un
colle, dove passarono la notle. I veienti ve
li assediarono. In tal frangente il console
non trovò allro scampo, che quello di
chiamare in soccorso il collega. Questi
giunse in tempo: i veienti posti in rotta
si ritirarono a Veii, dove furono insegui-
ti da' romani, che posero il campo sopra
un luogo forte vicino alla città. Di là sac-
cheggiarono le terre veientane, e carichi
di spoglie tornarono in Roma. Da quell'e-
poca cominciò per parte de'veienli un si-
stema di guerra ladroneccia incomodis-
sima per Roma : uscivano le legioni ro-
mane in campagna, essi chiudevausi nel-
la città: partivano le legioni, essi scorre-
vano e saccheggiavano le campagne lino
alle porte di Roma. Questo mise in ansie-
tà il senato, dalla quale l'amor patrio del-
la gente Fabia lo tolse. Dappoiché Del-
l' anno 276 di Roma presentatisi i Fabii
al senato, per organo di Cesone Fabio di-
chiararono: Aver la guerra veienle biso-
gno piuttosto d' un presidio permanente
che d'uno grande; quindi che il senato
prendesse pur cura dell'altre guerre, la-
sciasse i veienti a'Fabii: ch'essi avrebbe-
ro mantenuta sicura la maestà del nome
romano; essere questa una guerra per lo-
ro, comedi famiglia, ed aver intenzione
di farla a spese proprie; che la repubbli-
ca andasse per questa esente da sommi-
V E I
nistrar soldati e da spese. A queste ma-
gnanime offerte, il senato rese loro grazie
insigni, ed accettò con un senatus-consul-
to l'offerta generosa: i Fabii ebbero l'or-
dine di trovarsi pronti l'indomani coll'ar-
mi nel vestibolo della casa del console. In-
fatti ivi si raccolsero, e in numero di 3o(>
scorrendo la città col console alla testa,
accompagnati da una gran turba di co-
noscenze e d* amici, e dal popolo, e pas-
sando dinanzi il Campidoglio fecero voti
a'Nurni per la felicità della loro impresa.
Uscirono di Roma per l'arco destro della
porla Carmcnlale.e si portarono al Cre-
merà, dove parve loro opportuno il sito
per esser munito, e di servir da castello al
presidio. Il Cremerà, oggi Valca, in quel
punto separava il territorio romano dal
veienle: il luogo dicesi da Dionisio taglia-
to a picco, quindi sembra a Nibby dover-
si riconoscere in quel monte dirupato a
sinistra della via Flaminia, dove questa
è attraversata dal Cremerà circa G miglia
lungi da Roma sulla ripa destra di quel
rivo, e precisamente dominante l'osteria
della Valchelta. Essi non potevano sce-
gliere luogo più acconcio per tener a fre-
no i veienti, per dominar tutta la valle
del Cremerà fino a Veii, per guardare
tutto il tratto dell'agro romano, ch'essen-
do il più vicinoal veienleera il più espo-
sto alle loro scorrerie, e finalmente per-
chè posto ad egual distanza fra Veii e Ro-
ma, e prossimo al Tevere. Vi fabbricaro-
no un castello, che prese il nome di Cre-
merà. Da quel momento i veienti trova-
ronsi paralizzati nelle loro scorrerie; i Fa-
bii però aveano sotto gli occhi la parte
più ubertosa del territorio veienle che
scorrevano e depredavano da ogni Iato,
massime gli armenti. I veienti procura-
ronodi snidarli, ma non potendo riuscir-
vi colle sole loro forze, invocarono il soc-
corso degli altri etrusci, e li assalirono:
i Fabii furono soccorsi da Roma pel con-
sole Emilio, e pervennero a mettere in
rotta gli etrusci a' Sassi Rossi, luogo co-
sì dello dalle rupi di tufa rossa, stazione
VE I
oggi detta Prima Porta. Questa vittoria
lese i Fabii più baldanzosi: dopo esser
dimorali due anni iu quel loro castello,
ed aver fatto scorrerie ad una determi-
nala distanza, cominciarono ogni giorno
più ad allontanarsi, e i veicoli dal canto
loro cercarono di attirarli, finché un gior-
no, fìngendo di fuggire, li attirarono in
un'imboscata e li trucidarono lutti l'anno
279 di Roma a'i3 di febbraio (secondo
Ovidio, e nel mese di giugno al riferire di
Plutarco). Sembra inverosimile che tutti
i 3o6 Fabii fossero spenti iu uu punto e
in luogo ov'eransi recati per un sagiifizio,
come altri vogliono, avendo lascialo indi-
feso il castello di Cremerà. Sembra che il
racconto più veridico sia, che gli eli usci
avendo di nascosto preparato uu nume-
roso esercito, allettati i Fabii a inoltrarsi
lontani dal presidio per inseguire e pre-
dare greggi di pecore, ed armenti di bovi
e cavalli appositamente mandali da' ve-
icoli fuori de' castelli spesse volte; in una
notte collocarono in luoghi opportuni le
insidie per piombare sui romani, e in-
viando a scorta di molto bestiame alcu-
ni armati. Scopertosi il bestiame da' Fa-
bii, lasciato al castello uu presidio suffi-
ciente, si gettarono su' custodi del bestia-
me che fìnsero fuggire. Ma mentre i Fa-
bii senza sospetti riconduce vano il bestia-
me,d'ogni parte furono circondati da' ne-
mici, e comechè sbandati ne restarono fa-
cili vittime.Indi i veienti corsero ad assali-
re il castello, e dopo valorosa difesa con-
venne a' Fabii cedere al numero e tutti
perirono, vendendo care le loro vite, per
avere i veienti perduto un 3.° dell'eser-
cito. Della gente Fabia vuoisi che restas-
se un sol fanciullo lasciato in Roma, dal
quale provenne Fabio Massimo (che van-
ta a stipite l'odierna nobilissima famiglia
de' Massimo, come notai ne' voi. L, p.
3og, LXX V I, p. 1 2, e altrove) ; ma ere-
desi ch'esistessero altri Fabii, anco pel
riflesso, che le leggi romane astringeva-
no ogni pubere al matrimonio. La stra-
ge de'Fabii rese il luogo e il piccolo iìu-
VOL. LXXXIX.
VEI 17
me Cremerà famosi. Tale giorno della
sconfitta de' Fabii fu da' romani anno-
verato tra' nefasti, e la porta per la qua-
le erano usciti da Roma i Fabii fu chia-
mala scellerata. I veienti uniti agli altri
elrusci, ebbri per tal vittoria, andarono
in massa alla volta di Roma, e posero il
campo sul Gianicolo, 16 stadi distante
dalla città, cioè in quella parte de' colli
Gianicolensi oggidì denominati colli Va-
ticani. Di là passando il Tevere si por-
tarono fino al tempio della Speranza vec-
chia, ch'era nelle vicinanze dell'odierna
Porta Maggiorerà ivi si venne alle ma-
ni con esilo dubbio: si combattè nuova-
mente presso la porta Collina, quasi col-
lo stesso risultalo. Finalmente due balta-
glie più decisive si diedero, l'ultima del-
le quali sul Gianicolo stesso; allora i ve-
ienti e gli etrusci dopo gravi perdite do-
vettero ritirarsi. L'anno seguente i veien-
ti si collegarono co' sabini, ma furono in-
teramente disfatti sotto le mura di Veii
dal console Publio Valerio. Questa guer-
ra ebbe fine nell'anno appresso, essendo
console C. Manlio: questi concluse con
loro una tregua di \o unni, mediante un
tributo iu grano e in denaro. Tale tregua
non durò tanto tempo, poiché fìu dal 3 1 1
i veienti commisero depredazioni nell'e-
stremità dell'agro romano : la guerra pe-
rò non cominciò formalmente che 7 an-
ni dopo. 1 veienti erano allora governati
da un re, denominato lars Toluinnius
(sulla voce Lars si può vedere il voi.
LXXVIU, p. 85), cioè il re Tolumnio.
Questi fece ribellar la colonia romana di
Fidene,e per comprometterla interamen-
te ordinò loro d'ucciderei legati romani,
ch'erano stali spediti per chiedere ragio-
ne di tal novità. Dopo questo misfatto, i
veienti ei fìdenati prevedendo le conse-
guenze nou aspettarono i romani, ma pas-
sarono l'Auieue- Si venne ad una zuffii
ostinala, nella quale sebbeue i romani ri-
manessero vincitori perderono nondime-
no molta gente. Quindi i romani deter-
minarono d'eleggere un dittatore, e lu
i8 V EI
scelta cadde su Mamerco Emilio. Sua
prima cura fu di liberare il territorio ro-
mano dalle devastazioni nemiche, e per-
ciò respinse i collegali di là dall'Amene.
Egli slesso passò quel fiume, ed accani -
possi in quella specie di penisola, che tro-
vasi al confluente di questo fiume col Te-
vere. Frattanto un nuovo soccorso era
giunto a' collegati, cioè i falisci. Teuuto
consiglio, i veieuti e i fìdenati erano di
parere di trarre in lungo la guerra: i fa-
lisci però, essendo più lontani, espressero
il desiderio di venir prontamente ad una
battaglia decisiva; onde Tolumnio per
non disgustarli l'intimò pel dì seguente.
Questa si die sotto le mura di Fidene :
l'ala destra fu occupata da' veieuti, la si-
nistra da' falisci, ed il centro da' fidatati;
inolile essendo i veieuti più numerosi,
spedirono dietro i colli che aveano sulla
sinistra, un corpo di truppe che dovea at-
taccar il campo romano durante la mi-
schia e far così una potente diversione.
Ma ben altrimenti andò la faccenda : la
battaglia fu decisa all'istante; l'infante-
ria etrucca non potè sostener l'urto deb
le legioni romane; uon così la cavalle-
ria, ch'era comandala da Tolumnio stes-
so ; essa resisteva ancora, quando Aulo
Cornelio Cosso tribuno militare, o secon-
do altri console, vedendo che i romani
cedevano dovunque portavasi il re diVeii,
corse ad investirlo e l'uccise (onde le sue
spoglie opime depose nel tempio di Gio-
ve Ferelrio, come notai nel voi. LV III,
p. i84)- Questo fatto terminò la sconfit-
ta dell'esercito collegato. Cosso passato
il Tevere colla cavalleria die il guasto
al territorio veiente, e l'esercito romano
al suo ritorno nel campo apprese che il
corpo veiente spedito per assalirlo era
stato eziandio compiutamente disfatto.
Malgrado questa rotta i veieuti, invitati
di nuovo da' loro costanti alleati i fìdena-
ti, passarono 3 anni dopo l'Aniene e si
accamparono dinanzi la porta Collina di
iloma, profittando della circostanza d'u-
na fiera pestilenza che affliggeva la città.
V E I
1 romani per nulla sgomentali, crearono
dittatore Aulo Ser\ilio, il quale ordinò
di slar pronti sul far del giorno ad uscir
in campo, e tutti quelli ch'erano in ista-
to di portar l'armi le presero. 1 collega-
li non li aspettarono, ma ritirarono sul-
l'allure verso Nomcnlo (F.)t dove il dit-
tatore li raggiunse e sconfisse. Di ritor-
no si volse a Fidene; non potendo pren-
derla d'assalto, se ne impadronì scavan-
do un cunicolo. Dopo la presa di Fide-
ne i veienti ottennero una tregua, ma
cominciando a temer seriamente per lo-
ro stessi spedirono ambasciatori agli al-
tri popoli dell'Elruria, perchè si convo-
casse una dieta nazionale al fano di Vol-
tumna (secondo il costume degli etru-
sci che notai nel voi. LXXV11I, p. 92:
Voltumna o Volumna era la dea della
benevolenza degli elrusci. Alcuni dicono
che il tempio di Volturna, Volumnae
Forimi, era situato nel medesimo luogo
ove presentemente \.vo\a%\Filcrbo. L'A-
mati nella Storia di/'olscno, t.i,p. 1 12,
riferisce che gli antichi elrusci per pro-
mulgar leggi e trattar gli affari più ar-
dui e rilevanti della repubblica, si adu-
navano in Yolseno, centro della vecchia
Toscana, e per essere stalo il suo lucu-
mone anticamente il più ragguardevole
della nazione ; ma quando la potenza
de' falisci e de' veienti grandemente/ si
aumentò, sicché potevano contendere co-
gli etrusci trascinimi, cioè dopo la fon-
dazione di homa, non vollero più recar-
si a Volseno ora Bolsena, scelsero un
luogo indifferente, qual fu il fano di Vol-
turna o Volcurna, posto nel bosco Cimi-
no tra' confini de' volsenesi e di Monte
Fiasconc, e quivi in ogni nuova luna
per molto tempo si tenne la dieta gene-
rale degli stali di Toscana). Si tenne
questo congresso, nel quale gli altri po-
poli dichiararono formalmente di non
voler prender parte in una guerra ch'e-
ra stala mossa da' veienti di lor capric-
cio senza consultare il voto della nazio-
ne. Istigali però da alcuni fìdenati, pri-
VEI
ma ancora che spirasse la contenuta tre-
gua, depredarono le romane terre. I ro-
mani non polendo ottenerne riparazio-
ne, spedirono 3 tribuni militari contro
Veii, che per le loro dissensioni furono
disfatti. Dopo questa vittoria i veienti
tentarono di nuovo l'animo degli altri
popoli etruschi, ma non poterono muo-
vere alcun comune ad unirsi con loro, e
solo ottennero che i volontari potessero
accorrere in loro aiuto, e molli ne attras-
sero colla speranza di Dottino. Trovaro-
no però corrispondenza negli alleati fi-
denati, che massacrarono tutti i coloni
1 umani, e strinsero vieppiù gli antichi
legami con loro. La rotta di recente ri-
portata, e la nuova ribellione di Fide-
ne mise i romani in forti apprensioni di
veder ad ogni istante i due popoli colle-
gati alle porte di Roma; onde si accam-
parono alla porla Collina, posero la cit-
tà in istato d'assedio, disposero le trup-
pe sulle mura e chiusero le botteghe. Era
stato scelto di nuovo a dittatore Mamer-
co Emilio: questi fece avanzar le legio-
ni fino ad un miglio e mezzo di distanza
da Fidene, cioè di là dall'Aniene nella
suddetta penisola, come avea fattola i."
volta. La battaglia seguì fra questo luo-
go e Fidene: i fidenali usarono lo stra-
tagemma di comparire all'improvviso
quali furie, armati di faci ; ma indarno. Il
dittatore spedì un corpo contro Fidene,
dietro i colli,che verso oriente coronava-
no il campodi battaglia. La città fu presa,
messa a sacco e distrutta, ed i cittadini
furono come schiavi venduti. A* veienti
fu accordata una tregua di 20 anni. Non
n'erano scorsilo, che di nuovo gl'irre-
quieti veienti si disponevano ad attac-
car la guerra, ma ne furono distolli da'
magnali die videro le loro ville devasta-
te da una grande inondazione del Teve-
re. Allo spirar di quella tregua i roma-
ni decisero di domar Veii loro implaca-
bile nemica col suo eslerminio, come a-
veano^ fatto di Fidene, e per levarsi una
volta per sempre quello stecco dagli oc-
V E I 19
chi, sopra frivoli pretesti dichiararono
la guerra a'veienti, i quali ormai datisi
a una vita eccessivamente tutta molle e
oziosa, si esercitavano in continue rube-
rie, onde Livio non dubitò qualificarli,
praedonem Vejenlem. I tribuni milita-
ri, a'qnali fu affidata quest'impresa, leva-
rono un esercito numeroso, composto in
gran parte di volontari romani, Ialini ed
eroici, peregrina Juventus. Essi furono :
Tito Quinzio Capitolino, Quinto Quin-
zio Cincinnalo, Caio Giulio Iu!o, Aulo
Manlio,Lucio Furio Medullino, e Manio
Emilio Marneremo; e pe' primi cinsero
Veii di blocco e d'assedio regolare. All'an-
nunzio di questo gli etrusci si adunarono
in gran numero alla dieta di Voltumna,
onde provvedere all'urgenza. I veienti
dopo la morte di Tolumuio aveano adot-
tato una forma di governo nuova, ed e-
letto un magistrato annuale: questi avea
suscitato discordie civili, onde a rimediar-
vi scelsero di nuovo un re. La persona
su cui cadde la scelta era ricca, ma odia-
ta da tutta quanta la nazione etrusca, pe'
suoi modi imperiosi e per le sue soper-
chierie, e soprattutto abbominata per
over impedito certi giuochi sagri. Que-
st'elezione fu causa della rovina di Veii;
dappoiché essendo gli etrusci un popolo
sommamente religioso, dichiararono di
non voler affatto accordar soccorsi a've-
ienti, se prima non deponevano il re.
Questa risoluzione fu soppressa in Veii
per timore del re medesimo, il quale a-
vrebbe fatto morire chi l'avesse propa-
gata, come motore di sedizioni. Così i ve-
ienti si trovarono abbandonati a loro stes-
si. L'assedio duròi o anni, e fu il più glo-
rioso pe' veienti; duratile questo periodo i
romani riportarono parecchie sconfitte,
a segno, che una legge ordinò che i nu-
bili dovessero sposare le vedove degli ucci-
si. Fu allora che per la 1. "volta, e dopo se-
ri dibattimenti fra il senato e i tribuni, i
soldati romani riceverono finalmente uno
stipendio fìsso, e svernarono fuori di Ro-
ma ; e dando mirabile saggio di costante
20 VEI
sofferenza, persuasi di non poter soggio-
gare l'inespugnabile città per la sua van-
taggiosa situazione colla forza, si lusin-
gavano di sottometterla colla fame e col»
la sete. Nella ferma risoluzione di non
mai sciogliere l'assedio fino alla riduzio-
ne di Veii ubbidiente a Roma , sofferen-
ti i romani nell'intemperie delle stagio-
ni, formarono stabili alloggiamenti, non
mai praticati prima, e né dopo, secondo
alcuni. I capenati e i falisci si mossero
indarno in favore di Veii : i tarquiniesi
tentarono una diversione in suo favore,
ma restarono sconfìtti. L'assedio traen-
do tanto in lungo cominciava a stancare
i romani, quando l'accrescimento im-
provviso del lago Albano, ora di Castel
Gandolfo (V.), die luogo a consultar
l'oracolo di Apollo in Delfo,il quale rispo-
se: die Veii sarebbe stato preso, quando
l'acqua del lago Albano fosse stata fatta
uscire, senza farla scorrere direttamente
al mare, ma dissiparla nelle campagne
con rivi per la loro fecondazione. Questa
risposta trovossi d'accordo con quella che
nell'intervallo dell'ambasceria a Delfo a-
vea rivelato un aruspice veiente. Allora
dunque si cominciò il lavoro dell'emis-
sario del lago, che può riguardarsi come
un ammaestramento del modo con cui
avrebbero potuto i romani prendere la
città, cioè per mezzo d'un cunicolo sot-
terraneo, come in fatti fu presa. Si osserva
ancoraché la consulta dell'oracolo diDel-
fo fu eziandio per lo straripamento por-
tentoso del lago A lbano,di cui riparlai ne'
\ol.L,p.2i i,LII,p.22i ealtrove,il quale
cagionò la Pestilenza (P.), del 355, e ne
fu attaccato lo stesso campo romano sotto
le mura di Veio. E diesi fece dire all'ora-
colo Delfico, che mai i romani avrebbe-
ro soggiogato i veienti, se prima non a-
vessero compito il grandioso traforo. Si
dice, che cos'i sagacemente si ottenne la
deviazione dell'acqua, per la campagna
che ne avea bisogno, e determinato i ro-
mani risolutamente alla meravigliosa im-
presa, e così pure rimuovere i pericoli
VEI
dell'inondazione e peste; operazione ar-
dua, che altrimenti forse si sarebbe ri-
tardala o non fatta,e in vece tanta fu l'ala-
crità dell'esecuzione, che cominciata uel
356fu compita nel 35y in un anno.Strin-
gendosi intanto sempre più l'assedio di
Veii, molliplicavansi i congressi nazio-
nali degli etrusci al fano di Voltumna,
dove i capenati ed i falisci peroravano la
causa de' veienti, e forse sarebbero per-
venuti a stringere una lega generale per
liberarli, se l'improvvisa irruzione de'
galli cisalpini non avesse distolto le cure
degli etrusci, siccome il congresso dichia-
rò a' deputati de' mentovati due popoli.
I romani avendo già terminalo il lavoro
laborioso e celere imposto dall' oracolo
al lago Albano, e scelto a dittatore Marco
Furio Camillo, si posero con più calore
a spingere oltre l'assedio. Nel 358 di Ro-
ma i falisci, uniti a' capenati e a' veienti,
osarono di dare un assalto al campo ro-
mano; ma furono respinti con grave per-
dita. Due anni dopo Camillo sorprese i
falisci e i capenati nelle campagne di Ne-
pi, li mise in rotta, e s'impadronì del
campo, dove trovò un bottino immenso,
che consegnò per la massima parte al
questore, e il rimanente distribuì a' sol-
dati. Camillo disfatti dunque tali popoli,
ch'erano venuti a soccorrere gli assediati,
cinse più strettamente la città fabbrican-
do castelli intorno in modo da recarsi vi-
cendevol mente soccorso,ed impedi re ogni
comunicazione a'nemici. Quindi Camillo
fece emanare un decreto dal senato, col
quale si promise tutta la preda da farsi
nella città di Veio alla sua espugnazione,
a tutti i soldati che vi avessero contribui-
to, tranne la io.a parte che votò ad Apol-
lo, per cui notabilmente aumentò l'eser-
cito assediatile. Frattanto impiegò gen-
te a scavare il cclebratissimo e mirabile
cunicolo (benché la pietra venne ricono-
sciuta fragile e perciò facile l'apertura, e
appunto per la sua fragilità il cunicolo si
scoscese poi da se stesso, e probabilmen-
te die luogo alla strada che conduce al-
VEI
l'Isola Farnese), che conducesse diretta-
mente alla cittadella o fortezza, che sor-
geva nella parte più emineute di Veio ;
rocca assai vasta, poiché oltre quelle par-
ti che costituiscono una buona fortezza,
nel suo centro era situato l'ampio e su-
perbissimo tempio di Giunone, il cui cul-
to era in gran venerazione ne' veienti.
Allorché il cunicolo fu presso alla fine,
Camillo prevenne il senato della prossimi-
tà della presa di Veii per assalto, scelse i
più valorosi per penetrare nella cittadel-
la per mezzo del cunicolo, ed egli con
un finto attacco attrasse l'attenzione de-
gli abitanti da un'altra parte. 1 romani
api irono il cunicolo e sboccarono nel
tempio di Giunone; tanto bene era stata
presa la direzione da' minatori. In tal
guisa i soldati che guardavano le mura
furono presi alle spalle, le porte furono
aperte, e la città fu tosto inondata da'
romani. La strage de' veienti fu grande,
e non cessò se non che quando il ditta-
tore ordinò di perdonare agl'inermi. L'o-
pulentissima e già formidabile Veio fu
data iu preda al saccheggio, ed i feroci
veienti che sopravvissero furono vendu-
ti come schiavi. Il simulacro di Giunone,
dea tutelare della città, fu trasportato in
Roma e collocato con pompa sul mou-
te Aventino, dove Camillo gl'iunalzò il
magnifico Tempio di Giunone Regina
(/ .), cui successe la sussistente Chiesa
di s. Sabina {V.)t ed il busto è nel Mii'
seo Faticano, douato da Gregorio XVI,
come dissi nel voi. XLVII, p. 99. Cosi
Camillo ebbe la gloria nel 3590 nel 36o
di Roma di preudere il famoso Veio, do-
po io anni di perseverante e memorabi-
le assedio per parte de' romani, e d'osti-
nata e valorosa dilèsa per parte de' ve-
ienti, cornei troiaui peno anni sosten-
nero l'assedio di Troia. Insorse quindi
un gran dibattimento fra il senato e il
popolo, se Veii dovesse ripopolarsi di
lontani e fare così due capitali dello stes-
so popolo; ma per le persuasioni diCamil-
lo questo progetto veuue abbandonato.
VEI 21
Pare chela città non sia rimasta del tutto
deserta, altrimenti per la vicinanza di Ca-
pena, Nepi, Sutri ed altre città etrusche
avrebbesi potuto ripopolarla, profittan-
do del luogo per la sua postura natura-
le inespugnabile, e sembra probabile, se-
condo alcuno, il congetturare che i ro-
mani vi ponessero uu presidio. Però Li-
vio dice recisamente, la città rimase de-
serta. Nondimeno molti edilìzi non fu-
rono abbattuti, e solo restarono abban-
donati. Livio tratta a lungo di questi
fatti. Dirò solamente, che formando Ve-
io il più orrendo spettacolo, in cui nep-
pure i templi andarono esenti dal furo-
re militare, portatosi Camillo sull'alto
del colle, ov' era la rocca, al vedere co'
propri occhi il risultato dell'espugnazio-
ne, i superbi edilizi in parte diroccali e
iu parte consumati dal fuoco, il sangue
umano scorrere iu gran copia per ogni
lato della città, fra tanti cadaveri, la pre-
ziosità incredibile delle prede fatte da*
soldati, e al vedere lo stato lagrimevole
de' superstiti veienti oppressi dalle cate-
ne, non potè contenere il pianto per la
coni passione del terribile eccidio. Immen-
so fu il bottino distribuito a' soldati, ed
agli altri volontariamente intervenuti al-
l'azione; e l'erario romano non poco pro-
fittò sul prezzo de* cittadini veienti ven-
duti come schiavi. Il senato accordò a
Camillo gli onori di magnifico trionfo,
che prese sopra splendidissimo carro ti-
rato da 4 bianchi cavalli, fra gl'incessan-
ti viva e acclamazioni de' romani e de'
popoli circostanti accorsi in Roma, e pie-
no di palme andò al Campidoglio, rice-
vuto e festeggiato come un nume. Il car-
ro fu consagrato al padre degli Dei, indi
tenuto in somma venerazione da' roma-
ni. Il re veiente sunnominato, che resi-
stette da forte ne' due lustri dell'assedio,
e che sagrificava nel tempio di Giunone
al momento dell'ingresso insidioso in es-
so de' romani, incatenato servi d'orna-
mento al trionfo. Furono fatte pubbli-
che preghiere, ringraziamenti e sagrili-
22 VE1
zi a' Numi ; il senato ordinando alle ma-
trone, che con esso per 4 giorni solen-
nizzassero il giubilante avvenimento. Di-
ce Zanchi, che Arezzo, dopo soggiogato
Veio, divenne capo della Toscana. Di poi
Camillo condusse l'esercito contro ifali-
sci, e mentre ne assediava la mctiopoli
Folcria, di cui riparlai nel voi. LV111,
p. 196, l'ottenne per avere generosa-
mente rimandalo nella città i figli che
il traditore loro maestro avea a lui con-
dotti. Dopo aver salvato Roma da' gal-
li, Camillo ottenne pure che entrassero
nella dominazione romana Kepi e Suiti,
Jletruria Claustra, e poi validamen-
te li difese contro il reslo della nazione
elrusca, sdegnata dell' espugnazione di
Veio e della romana politica, cui loro
toglieva coli' alleanze floride e valorose
città.
Intanto si discusse in Roma cosa doves-
se farsi di Veio, e siccome la sua caduta
non poco intimorì gli altri popoli , spe-
cialmente i bellicosi volsci ed equi, altri
acerrimi nemici de' romani, fecero pace
tosto con essi , e si disposero a ricevere
nelle loro contrade le colonie romane, al
quale efletto già il senato avea stabilito
inandarvi 3ooo cittadini romani. Ciò pe-
rò pose in tumulto la plebe in Roma, pre-
ferendo d' andare più volontieri a Veio,
città bellissima, prossima a Roma, capace
di contenere gran moltitudined'abitanli,
oltre ii dolce clima, la fertilità eampiezza
delle campagne veientane,cheandare nel
paese de' volsci e degli equicoli. Camillo
fu quello che ne dissuase il senato e a
stento il popolo, e la determinazione non
si effettuò; però divenuto odioso a'rouia-
ni, indegimmente l'esiliarono. Ritenendo
Nibby che Veii rimanese deserta dopo il
suo eccidio, tuttavia conviene che sembra
le fabbriche non fossero demolite, ma so-
lo abbandonate, poiché dopo la battaglia
infausta dell' Allia, fiume celebre anco per
tale combattimento, seguito a' 18 luglio
del 363 o meglio 364 di Roma contro
13renno conduttore de' galli reduci dal-
VE I
l'Etruria, i romani dell'ala destra fuggi-
rono a Roma e senza chiuderne le por-
te si ritirarono in Campidoglio, e quelli
della sinistra, dimenticando la patria, le
donne e i figli che vi aveano lasciato , si
portarono in Veii e ivi si fortificarono. E-
gualmente in Veii, di venuto luogo di riu-
nione a' romani , si recò Camillo da Ar-
deada lui scelta a luogo del suo esilio (co-
me nativo di essa, secondo alcuni scritto-
ri), mentre Brenoo entrato in Roma as-
sediava il Campidoglio, ed ivi si tenne il
consiglio circa i mezzi di potersi liberare
da'barbari: e di là si mantenevano lecor-
rispondenze cogli assediati per mezzo di
Ponzio Cominio; e di là Camillo, dimen-
ticata la patria ingratitudine, parli con
l'esercitoa liberare Roma. Fu allora e per
tulio questo, Veio considerala una secon-
da Roma, perchè scrisse Luciano, lib. 5,
ver. 28: Vcjos hahitante Camillo, Illi-
co Romafuit. Ma dopo aver Camillo ob-
bligato i galli a partire da Roma e quin-
di sconfitti, tornò in campo la questione
d'abbaudouarRoma incendiata dagli stes-
si galli, e stabilirsi in Veii, su di che ga-
gliardamente .insisteva la plebe: altro in-
dizio è questo che le fabbriche non erano
in rovina; ma anco allora l'eloquenza e
l'autorità di Camillo la vinse, dicendo che
sarebbe stato meglio assai non aver sog-
giogato Veio, quando a sì gran costo d'ab-
bandonar Roma avesse dovuto ottenersi
quella vittoria; e questo ignobile progetto
nel 365 venne giuslamenteabbandonato
pei sempre. Anzi volendo Camillo che da'
romani si deponesse aifutto tale vitupere-
vole pensiero, ma che piuttosto si riedifi-
casse Roma distrutta dal fuoco, ottenne
dal senato, che si distribuissero le cam-
pagne veientane alla plebe in lante por-
zioni di 7 jugeri per ogni capo, il che di-
moslra la sua vastità e ampiezza. Nel 368
essendosi all'antiche aggiunte 4 nuove tri-
bù, furono loro assegnale le lene conqui-
state sui veienti , i falisci ed i capenali.
Osserva Degli Effetti , che un pigerò è
quanto può arare un paio di bovi in uu
VE I
giorno, e forma 240 piedi per lungo e i io
per largo, ossia passi 48 lunghi e 24 !•*"
ghi. Un miglio contiene < ooo passi,e 5ooo
piedi, che riquadrati fanno un milione di
passi e 25 milioni di piedi ; onde in uà
pigerò entrano 28,800 piedi di terreno,
e per formare un miglio quadrato occor-
rono 868 jugeri di terra e 1600 piedi.
Nondimeno vi furono per un momento de
ripugnanti, i quali invaghiti di Veio ed a-
vendone occupato le vuote case, per pi-
grizia non volendo rifabbricar le loro ca-
se in Roma, si erano ricoverati nelle case
vuote di Veii; il senato con decreto li ri-
chiamò, ma vedendo che questi ricalcitra-
vano prefisse loro uu termine sotto pena
di morte, onde loro malgrado furono co-
stretti a ripatriare. Da quell' epoca fino
al 708 di Roma , cioè pel tratto di 343
anni, Veii rimase deserta, al dire di Nib-
by, e per conseguenza da se stessa si di-
strusse. Alcuni credono verosimile , che
Camillo col consenso del senato facesse
abbàttere da'fondamenti quel non tenue
avanzo d'abitazioni, che tuttavia restava
in piedi, acciocché in avvenire non fosse
più venuta voglia a'romani d'abbandonar
Roma per trasferirsi in Veio, di cui si mo-
stravano tanto innamorati. Si vuole an-
che probabile, che Camillo coll'autorità
del senato, ordinasse eziandio, che co' ni a-
teriali di Veio trasportati altrove si fabbri-
cassero castelli per nuove colonie, e così
la rovina di Veio divenne totale. Nel sud-
detto 708, Giulio Cesare, essendo scorso
l'anno in cui era stato dittatore per la 2.*
volta, fu dichiarato console; ed avendo
saputo che i soldati eransi ammutinati e
aveano ucciso i pretori CosconioeGalba,
li rimproverò, e invece di soldati li chia-
mò nell'allocuzione cittadini, daudo così
loro una specie di congedo: distribuì 1 000
dramme a ciascuno, e fece una sorlizione
delle terre d' Italia fra loro. Tra queste
tene vi furono quelle dell'agro veiente e
capenate. Iu tale circostanza e in forza
della legge Giulia dedusse pure una co-
louia a Veii, e così ebbe principio la se-
V E I 23
conda Veii,o la Veii romana. Questa co-
lonia andò soggetta ad un assalto nella
guerra civile triumvirale : gli abitanti si
dispersero, per cui Lucano rappresentò le
rovine di Veio coperte di polvere, Proper-
zio lo dipinse miserabile ricettacolo di pa-
stori, e giunse l'altiero Floro a dire, gonfio
della grandezza di Roma de'suoi tempi e
guardando Veio nello stato cui erasi ri-
dotto , essere stata una vergogna l' aver
trionfato di Veio! Essendo in tal condi-
zione la colonia veiente, Augustoda prin-
cipio divisò d'incorporarla a Roma, ma
poi la popolò di nuovo, e Veii assunse il
nome di Manici piurn Augustum Pejenst
siccome fanno fede Frontino o l'autore
dell' opuscolo de Coloniis, chiamandola
Colonia Fejciist e diverse iscrizioni che
riporta Nibby, in quel luogo in più tem-
pi rinvenute negli scavi, e da lui erudita-
mente illustrate, per cui ne farò poi men-
zione breve. Il municipio di Veii venne
murato, come Veii primitivo, e colle pro-
prie forze eziandio risorse. Di tale rifio-
rimento di Veii romano sul finire del re-
gno d'Augusto, e sotto il suo successore
Tiberio ne fanno altresì prova i moltepli-
ci monumenti appartenenti a quell'epoca
e scoperti nelle rovine della Veii roma-
na, parte de'quali sono sculture, che rap-
presentano l'immagini d'Augusto, di Ti-
berio e di altri soggetti di quella fimi-
glia; parte iscrizioni, fra le quali primeg-
gia la riprodotta da Nibby, che ora si ve-
de affissa nella camera delle lapidi nel mu-
seo Capitolino , proveniente dal museo
Ciampini, già trovata nel ripiano a set-
tentrione dell' IsolaFarnese,do ve fu il mu-
nicipio romano Veiense e il foro, ed ap-
partenente al 776 di Roma o anno 26
dell'era volgare. Da questo monumento
si apprende, che Veii romauo avea il suo
consiglio composto di 100 membri, per-
ciò chiamati centumviri, 1 3 de'quali fu-
rono presenti alla deliberazione fatta nel
tempio di VeuereGenitrice nel forodiCe-
sare in Roma: che avea i suoi duumviri,
i suoi questori; che volendo ricompensa-
24 VE I
re i benefizi ricevuti da Caio Giulio Ge-
Jote licerlo d'Augusto, lo promossero al
grado degli atigustnli, collegio equivalen-
te a quello de'Pontefici in Pioma; e diede-
ro a lui ed a'figli suoi il privilegio del bi-
sellio in mezzo agli auguslali nell'assiste-
re agli spettacoli, ed in mezzo a'cenlum-
•viri nelle cene pubbliche, e l'esenzione da'
dazi municipali. Fra'nominati centumvi-
ri in tale decreto vie M. Tarquizio Sa-
turnino, di cui si ha una lapide scoperta
nel 18 12 negli scavi veienti, dalla quale
apparisce ch'egli ebbe l'onore d'una sta-
tua in Veii, della cui ragguardevole fami-
glia ivi furono trovate altre memorie, la
quale pare oriunda di Veii anche per l'i-
dei izione eh' era in quella parte detta la
Piazza d'armi, e poi annoverala alla tri-
bù Tromenlina, così denominata a cam-
po Tromekto, parte del territorio veien-
le; cioè derivante da una dell'antiche fa-
miglie veienti che defezionarono aroma-
11 i durante l'assedio di Veii, e furono do-
po la presa della città premiate col dirit-
to di cittadinanza, e con terre l'anno 366
di Roma. Di Cneo Cesio Aticto, che rial-
zò la statua di Tarquizio Saturnino, ca-
duta per terremoto o altra cagione, per
le rovine del tempio di Marte, molte la-
pidi sono state scoperte in Veii, parte nel
secolo passato e parte negli ultimi scavi,
riferite da Nibby; dalle quali apparisce,
che fu aggregato fra 'centumviri veienti,
che riscosse ogni sorte di onori, ch'ebbe
statue dagli auguslali e da tulta la popo-
lazione nel 2 56 di nostra era, per la sua
munificenza , avendo rifatta la schola o
sala della Fortuna Forte e l'ornò di sta-
tue; e ch'ebbe in moglie Cesia Sabina sa-
cerdotessa della Fortuna Reduce, la qua-
le si mostrò munifica colie donne del co-
mune di tutte le classi ad esempio del suo
marito. Da un' altra lapide scavata nel
18 12, si ricava che nel 784 di Roma il
municipio eresse un monumento ad ono-
re di Tiberio e di Druso cesare suo figlio;
e da altra che M. Erennio Picente conso-
le era patrono del municipio, a lui eret-
VE I
ta per benefizi ricevuti da'municipali in-
tramuranei, altra testimonianza che Veii
romana pure era circuita di mura. Pli-
nio fra le popolazioni che a'tempi di Ve-
spasiano occupavano l'Elruria, nomina
i veientani. Dell' esistenza del municipio
di Veii sotto gli Antonini e Settimio Se-
vero sonovi lapidi che l'affermano. Il pie-
distallo della statua della Vittoria esisten-
te nella chiesa di s. Lucia nell'Isola Far-
nese, dedicata nel 249 di nostra era, mo-
stra che sotto i Filippi , Veii continuava
ad esistere,chesi restauravano monumen-
ti cadenti per vetustà, che conservava il
suo Ordo,e che n'erano allora duumvi-
ri quinquennali P. Sergio Massimo e M.
Lollio Sabiniano. Dalla lapide scoperta
nel 1 774 apparisce che Veii avea ancora
il suo Ondo sul principio del secolo IV;
è in onore di F. Valerio Costanzo padre
di Costantino I allora nobilissimo cesare.
Essa chiude la serie de' monumenti ve-
ienti conosciuti da Nibby. Dopo l'era Co-
stantiniana altra memoria esso non incon-
trò di Veii, se non nell'Itinerario o carta
Peutingeriana, nella quale al XII miglio
della via Cassia o Claudia trovasi indi-
cata Veios, dall'anonimo Ravennate det-
ta Beios per analogia di pronuncia. Di-
ce Nibby: questi mi sembrano indizi mol-
to forti per credere che Veii nel secolo
Vili non era ancora dimenticata. Ma do-
po sparisce alfatto dalla storia , e perciò
puòsupporsi checaduta in isquallore co-
me tant'altre terre del distretto di Roma
perisse alfa Ito nella scorreria micidiale di
Astolfo re de' longobardi, che marciò su
Roma verso il 753 per assediarla e mi-
nacciandola d'impadronirsene. Prima di
questo tempo pare che in Veio vi fosse
piantata la sede vescovile,e nel vol.LVIII,
p.128, notai, che il Calindri ne disse i.°
vescovo Andrea nel 680. LaNotiliaEpi-
scopatuum del p. Mi reo dice a p. 4' 1 •"
Veientes seu Veiit vetusti Etruriae po-
puli: quorum Urbs quo loco posila fue-
rit, iam olim fuit ignoratum. Civita-
lem Castellana™, quae Episcopatugau-
VE T
det, non Veientium, sed Falìscorum es-
seoppidum,docet Antonini Massa in li-
bro deOrigine Faliscorum. Nel 1. 1 o del-
Y Italia sacra, fra gli Episcopatus An-
tiquati, a p. 182 si pone J'ejens Episco-
patus. Dopo riferite le notizie dell'antico
Veio o Veii, si legge. Sunt etiam, qui il-
lud inter Episcopales sedes antiquatas
recen seatj cuj'us rei testitnonium profer-
tur Andreas Vejentanae Ecclesiae Epi-
scopio, qui sententi :arn suam dixit in Ro-
mano concilio subAgathone <?w.68o. Ve-
runi Andreas iste fuit Histriensis pro-
vinci ae Antistes, eie jns sub seri ptio aper-
te loquitur, quae talis habetur in prac-
falo concilio: Andreas Episcopuss. Eccle-
siae Vejentanae provincia Istriae in liane
sngnestionenj etc. Alio igitur adminicu-
lo fulcienda haec cathedra, quod nus-
pram alibi apparct. Però nella preceden-
te p. 55, parlandosi de' vescovi di Celina
(V.), se ne registrano 3 : Clarissimo del
579,Viticanodel 5o3(questa data dovreb-
be essere posteriore a quella del predeces-
sore), Andreas s. Vejentanae Ecclesiae
provincia Istriae Episcopus subscripsit
an. 680 li iter ae synodicae Agathonis Pa-
pae relatae in VI concilio. Pro Vejen-
tanae reponendum autumal Holstenins
in notis ad Geographiam sacravi Caro-
li a s. Paulo Veglentanae (Veglia) : sed
cum Vegla, seu Viglia insula, et urbs
Episcopali^ sub Jaderensi metropolita
ad oram Liburniae sita numquam inter
Istriensis Ecclesiaslicae provinciae ci-
vitales fieri t recensita; ego potius lege-
rem Celinanae, cui etiam lectioni te-
xtus graecus propius accedit: Forum ve-
ro Juliitm, imo etipsa Venetia lune tcnir
poris Istriensis provinciae nomine com-
prchendt'banlur. Descrivendo io il vesco-
vato di Veglia con Ylllyrici sacri del p.
Fallati non trovai il vescovo Andrea, co-
minciandosi la serie de' conosciuti dal
1000. Il sacerdote Cappelletti, Le Chie-
se d'Italia, t. 8, p. 838, nel parlare de'
due vescovati , di Celeja città antichissi-
ma della Sliria inferiore (probabilmente
VE! 25
Cilly odierna, di cui feci cenno in que'"
l'articolo e già sua metropoli, la Celeia
de'romani), e Celina soppressi e già esi-
stenti nella provincia ecclesiastica d'Aqui-
leia, anzi nella sua diocesi, osserva che nel-
Y Italia sacra furono confusi in un solo
di Celina, sbaglio scoperto dal Coleti ne'
suoi mss. esistenti nella Marciana; e clic
quanto a Celina, ove si rifugiarono alquan-
to di tempo i vescovi di Concordia, dopo
l'eccidio della loro città, non ne furono ve-
scovi i riferiti nell'Italia sacra, e forse il
solo Viticano, mentre Clarissimo lo era
di Concordia. Di Celeja essere slati ve-
scovi certamente, Giovanni nel 579 inter-
venuto al sinodo di Grado, ed Andrea
summentovato. Il p. ab. Rangbiasci nel-
la Bibliografia storica dello stato pon-
tifìcio , all' articolo Veio, riportandone gli
scrittori, la chiama: Città vescovile nel
Patrimonio di s. Pietro, Veii, Vcjus, Ci-
vita? Castellana. Il suo nipote p. Ran-
gbiasci Iìrancaleoni, nelle Memorie isto-
riche de' dintorni di Nepi, pubblicate nel
1847, nel cap. 1 tratta; La città di Veii
fra le altre di E tr uria fu la piuprossi-
rna a Roma alla distanza di 1 2 miglia
e mezzo, sicché non fu a Civita Castel-
lana, ma all'Isola Farnese. Quindi a p.
37 riferisce. >• Nel concilio Costantinopo-
litano alla sessione iv sotto Agatone si leg-
ge che il 670 la colonia Veio avea uà
vescovo di nome Andrea". Concludo, pro-
babilmente Veio romano avrà avuto la
sede vescovile, ma finora non si conosco-
no i suoi pastori. Ora mi piace far men-
zione della Domus Culla di Capracoro,
colonia e a"!?re"ato di case rustiche sta-
no o
bili t a nel territorio veiente da Papa A-
driano I del 772, della quale e di altre
domoculteo villaggi formati da detto Pa-
pa e da s. Zaccaria a vantaggio dell' A-
gricoltura, parlai nel voi. XXI, p. 1 58 e
altrove. Ne tratta Degli Effetti nelle Me-
morie del Soratlc e luoghi convicini, do-
ve fosse, della sua torre e di sua inve-
stitura. Ancb'egli confuta l'opinione che
Andrea sia stato vescovo di Veio , e fu
a6 V E I
«letto Vejentanus provinciae Histriae,
perchè una delle principali colonie di Ve-
io, cioè i campi di Veio furono assegnali
alle legioni illiriche ed a' veterani dalma-
tini, e perciò detti Dalmalia elHistria.
Degli Effetti produce diverse notizie su
Veio e il suo territorio, su' veienti anti-
chi e nuovi. Anche il Borgia, faticanti
Confessio B. Petri, a p. 1 88 parla di Ca-
pracorum oblatum Ecclesiae Romanae,
praedium sciliect rusticani in territorio
t7 ridanoseli Vegetano. Nel l.i^ùtW Al-
bum di Roma, a p. 28, si riporta il Di'
scorso sopra Capracoro colonia fonda-
ta da s. Adriano I, del eli. Coppi, col-
la pianta corografica delle vicinanze di
Capracoro. E nel t. 9, p. 5i 1 degli At-
ti dell' accademia romana d'Archeo-
logia, si legge il medesimo Discorso.
Dice che alla sua assunzione al ponti-
ficalo il dominio temporale della s. Se-
de era angusto (cioè in proporzione delle
posteriori ampliazioni), ed i longobardi
facevano correrie sino a Otricoli. Fra le
tante opere insigni di quel gran Papa, pro-
mosse l'agricoltura. Nell'agro romano fon-
dò 4 domoculte o villaggi, cioè Galera nel-
la via Amelia o Cornelia, altra Galera nel
Portese.s. Edisto e Calvisiano nell'Ar-
deatina. Altra docuoculta stabilì nel ter-
ritorio veiente, a' confini del Nepesino,
nel luogo detto Capracoro, e sembra nel
territorio di Campagnano presso il fiume
Treia. Possedeva egli colà molti terreni
ereditati da'suoi maggiori nobilissimi ro-
mani (da'qnali, secondo alcuni, discese-
ro poi i conti del Tuscolo ei Colonna).
A que' fondi ne unì altri che acquistò da
vari particolari, co' quali fece delle per-
mute, e formò una sola tenuta, nella qua-
le fondò Una colonia. Edificò nella mede-
sima una magnifica chiesa, e terminato il
tutto, egli stesso accompagnato dal cle-
ro e senato romano si recò con gran pom-
pa a Capracoro , e trasferì nella nuova
chiesa i corpi de' ss. Pontefici Cornelio,
Lucio, Felice e Innocenzo I, suoi protet-
tori particolari. Dispose poi, che tutto il
V E I
rumente, l'orzo, i legumi, ed il vino che
in quella colonia si fosse raccolto, si ri-
ponesse separatamente ne'granai e nelle
cantine della chiesa Lateranense-, si ucci-
dessero inoltre ogni anno 100 grossi ma-
iali, e se ne riponesse similmente la car-
ne nelle dispense del Laterano (ove al-
lora i Papi facevano l'ordinaria loro di-
mora), quindi il lutto si erogasse in sov-
venzione de'poveri; per tal effetto si ra-
dunassero ogni giorno, sotto il portico di
quel patriarchio, almeno 100 di essi, e un
dispensiere fedelissimo distribuisse a cia-
scuno una libbra di pane, due bicchieri
di vino, ed una zuppa con porzione di
carne. Capracoro passò dipoi fra'beni del-
la basilica Vaticana, e fu per vari secoli
abitato. Difatti s. Leone IV verso T848
chiamati da vari luoghi uomini per co-
struir le mura della Città Leonina (f.)
0 borgo aggiacente a detta basilica, con-
corse all'opera anche la milizia di Capra-
coro. G io vauniXX confermando nel 1027
i beni al vescovo di Portoe di Selva Can-
dida, ne nomina alcuni esistenti nel terri-
torio Nepesino, confinanti con una strada
ch'era fra la milizia della torre e un ter-
reno di s. Pietro. Benedetto IX in una si-
mile conferma delio37 indica Capraco-
ro col titolo di Corte (anticamente signi-
ficava, unione di molti poderi, anzi un ca-
stello o terra). Nel 1 o53 s. Leone IX con-
fermò a Giovanni arciprete della basili-
ca Vaticana e a'eanonici di essa, ch'era-
no nel monastero di s. Stefano maggio-
re, vari fondi, e fra gli altri que'di Tre-
quata e Macorano accinto a Capracoro.
In altra bolla dello stesso anno, s. Leone
IX confermò al medesimo arciprete e a*
servitori della chiesa di s. Pietro, il castel-
lo di Capracoro con tutti i suoi fondi, col
molino e la chiesa di s. Giovanni della Tre-
gia, esistente nel territorio veiente lungi
circa 27 miglia da Roma. Adriano IV nel
1 f 58 confermò la 2/ bolla di s. Leone
IX, indicando che la nominata chiesa era
diroccata, che dovea alla basilica Vatica-
na annue 3 libbre di cera lavorata; lo stes-
VE I
so ripeterono Innocenzo III ne) no", e
Gregorio IX nel 1:128. Col decorso degli
anni la basilica Vaticana perdette i beui
di Capi-acoro. Questo castello dopo il se-
colo XI II, come tanti altri, fu abbandona-
to e distrutto, pel sito alquanto infelice,
cioè sorgeva in una valle circondati d<i
fossi, e non molto difesa da'veuti austra-
li, sempre malsani. Gli antiquari disputa-
rono sul luogo ove propriamente era Ca-
pracoro. Il cav. Coppi con buone ragioni
ci edeche esistesse nel territorio diCampa-
guano, le cui notizie cominciano dopo il li-
ne diCapracoro.che ha patrono s.Gio. Bat-
tista e possiede il molino già di Capi-acoro.
Quindi con qualche fonda mento congettu-
ra che gli abitanti di Capi-acoro siano col
tempo passati a Carnpagnano (sul quale
si può vedere il Degli Elletii), fabbrica-
to in un luogo molto elevato, più sano
e insieme più forte. Del resto una gran
parte del territorio veiente è anche oggi
deserto, e couliene vari luoghi ne' quali
si potrebbero opportunamente stabilire
villaggi. Retrocedo coll'epoca per torna-
re a Veio, e le prove di quanto vado a
narrare si ponno leggere nel Coppi, nel
Nibby e altri che ricorderò, e che per
brevità tralascio. Distrutta Veio, forse
per opera de'longobardi, il cui regno eb-
be fine dopo il 773 sotto Adriano ^qual-
che casa rurale certamente dovè formar-
si per ricovero di quelli che coltivavano
le terre, come avvenne di tante altre cit-
tà più antiche ; la fortezza però d'alcu-
ne parli della città etrusca non poteva
isfuggire le indagini de'potenti, che do-
minavano il contado o ducato romano,
e (ino dal principio del secolo XI erasi
formato un castello sul colle dirupato,
ed isolato nella parte meridionale di Veii,
che fu detto la Isola, ed oggi è noto col
nome d' Isola Farnese. Anche il cav.
Coppi dichiara, che presso le rovine di
Veio si costrusse ne'tempi di mezzo un
castello detto Isola; e che forse prese ta-
le denominazione dall'Isola formata dal
iìutnicello Cremerà a settentrione delle
V E I 27
rovine di Veio, o dalla specie d'Isoli che
fanno due fossi o torroni attorno al luo-
go in cui fu fabbricata. Un documento
ricorda questo castello fin dahoo3, al-
lorché Giovanni XIX lo confermò all'ab-
bate del monastero de' ss. Cosma e Da-
miano. Un altro documento mostra co-
me nel 1 029 il detto monastero affittò un
inolino presso il castello. In que' tempi
veniva particolarmente designato col no-
me d' Insula pontis F^eneni,e quel pon-
te, il quale sembra essere lo stesso che
oggi chiamasi ponte Sodo, si ricorda (iti
dal 9 55 nella bolla d'Agapito II a favo-
re del monastero di s. Silvestro in Capi-
te. Al Nibby non sembra improbabile
che nella parola Fenc.nì si nasconda il
nome f^eientij tale trasformazione pe'
copisti era facile assai. Circa poi l'idea*
tità del ponte antico col ponte Sodo, pa-
re provato dalla bolla di s. Gregorio VII
deli 074 a favore de'monaci di s. Paolo
fuori le mura, nella quale si nomina la
metà di ponte Veneni e due chiese ac-
canto a Vaccareccia(per la quale può ve-
dersi Degli Effetti e Nibhy), lenimento
ch'è precisamente di là da quel ponte.
Prima di questo tempo Nicolò II chia-
mati nel io J9 a soccorso i normanni,
contro Gerardo conte di Galera o Gale-
ria della via Cornelia, e altri magnati ri-
belli che di prepotenza aveano usurpati
i beui della s. Sede, invasero e devasta-
rono i territori! di Palestrina, Tuscolo e
Nomento, come terre ostili al Papa; e
passato il Tevere dierono il guasto a Ga-
lena e a tatti gli altri castelli del conte
Gerardo sino a Sutri, per cui il territo-
rio veientano soggiacque alle devastazio-
ni normanne. Che il castello dell'Isola
fosse divenuto luogo forte e sicuro nel
ilio, il Degli Effetti e altri lo rilevano
dall'esservi stati mandati gli ostaggi con-
cordati nella pace fra Papa Pasquale II e
l'imperatore Enrico V, per la gravissima
vertenza dell' Investiture ecclesiastiche
(P.), e furono Federico nipote dell'au-
gusto e brunoue vescovo di Spira, con
a8 VE I
«diri personaggi; et! all'incontro restasse
presso Enrico V il potente romano Pier
Leone co'suoi figli. Nel i 166 venne con-
fermala l.i locazione falla di questo ca-
stello dal predecessore, da Ildebrando
abbate benedetlino di s. Cosma e Da-
miano in Mica Aurea (oggi s. Cosimato
di Roma delle Francescane, alle quali
già nel 1288 era passala la proprietà di
Isola, forse allora chiamata Castello di
.«. Pietro), a Pietro Obicione,e gli cedette
inoltre alcuni beni che avea in Albano,
ricevendone in compenso i diritti che il
medesimo aveva sopra 6 chiese esistenti
in Isola. L'n alto del 1286 ricorda fra'
i confini di Galera il castello dell' Isola
di Ponte Veneno. Sul principio del se-
colo XIV questa terra passò dal mona-
stero delle monache di s. Cosimato in ma-
no di particolari; e nel 1 346 un indivi-
duo della famiglia Muti ne vendette una
palle ad Andrea Orsini. Nel i36o Fran-
cesco Veneto notaio lasciò a Vecchiarel-
Jo Sabba due oncie del castello dell'Iso-
la colle tenute, la rocca, il cassero ed i
vassalli. Nel 1 368 Lello figlio di Vene-
to ne ipotecò la 3." parie d' un'oncia a
favore di Pietro figlio di Marino. Nel se
colo XV questa terra era in uno stato di
floridezza e molto popolata; imperocché
nella mossa del perugino Nicolò Forte-
braccio minacciante Roma, nel 1 4^4
■venne lassata da Papa Eugenio IV di
mandare a Bracciano 10 uomini armati
per unirsi al corpo che ivi il Papa face-
va raccogliere per opporglisi. Sembra
poi che in questo tempo passasse intera-
mente in potere degli Orsini, i quali fi-
no dal i346 ne possedevano una parte,
e molto del fabbricato attuale appartie-
ne a qiiell' epoca. Nel 1480 con l'aiuto
di Fabrizio e Nicolò signori di Scrinone-
ta, nella correria contro gli Orsini, Iso-
la pure fu presa da Prospero Colonna,
che menò seco prigione parecchi abitan-
ti e portò via mollo bestiame. Nel i486
il cardinal Borgia, poi Alessandro VI, e
il cardinal Ascanio Sforza si portarono
VE1
in questa terra e cenarono insieme, on-
de si sparse voce che avessero trattato di
pace. Dipoi Alessandro VI avendo stabi-
lito ili abbattere la potenza degli Orsini,
perciò tentò d'occupare tutte le loro ter-
re cominciando dall' Isola, che il suo fi-
glio Cesare Borgia poi duca di Valenza
(F.) o Valentinois, nel 1 497 circa pre-
se dopo 12 giorni d'assedio, ed allora
oltre altri guasti, una parte della rocca
venne disfatta : nello slesso anno gli Or-
sini ne alienarono una parte in favore
del 11 ucel lai mercante fiorentino. Morto
però nell'agosto i5o3 Alessandro VI, e
caduta la potenza del duca Borgia, l'Iso-
la naturalmente ritornò proprietà degli
Orsini, onde allorché Pio IV nel i56o
con bolla eresse Bracciano (di cui pure
nel voi. LV1II, p. 121) in ducato, vi
comprese con altre terre ancora questa.
Rilevai nel voi. XX1H, p. 201C0I Nibby,
il nome che tultora ritiene d'Isola Far-
ncse è un forte indizio, che un qualche
tempo sia stala di quella famiglia, e che
poscia nell' incamerazione del ducato di
Castro e Ronciglione, ancora questa ter-
ra venisse compresa. Egli è certo che fino
dal 1667 era della Camera apostolica ,
e che fu allora affittata per i45o scudi.
Anche il Coppi conviene, che nella de-
cadenza della famiglia Orsini, Isola fu
fra' primi fondi alienali ; e sembra che
sia passata in dominio della famiglia Far-
nese, dalla quale prese nuova denomina-
zione, e quindi incamerala col detto du-
cato, pare nel 1 64 * n nel 1 64<)' li Piazza
nella Gerarchia cardinalizia, stampa-
ta nel 1 yo3, descrivendo la diocesi di Por-
to da lui visitata nel 1680 d' ordine d'In-
nocenzo XI, a p. 92 tratta dell' Isola
Farnese antico Vejo. Ne celebra le me-
morie famose, I' antichità, il sito, i fasti,
il valore de' veienti, confutando l'opi-
nione di quelli che supposero altrove l'an-
tica Veio.e seguendo quella dell'Olstenio,
del cardinal Massimi, di Nardini,di Fa-
brelti, di Mattei, di Ciao* pini, la ricono-
sce uell' Isola Farnese, con tesliinouianze
vec
topografiche da lui verificate sul luogo.
Afferma d'aver trovato sul piano dell'i-
stesso silo ov'era la città i residui dell'an-
tichissime mura e delle sostruzioni ; che
ne' cavi si trovarono piedistalli, cornicio-
ni, statue e altri maravigliosi rottami di
marmi antichi. Nel piano della valle os-
servò il cunicolo pel cui mezzo seguì le-
sterminio della gran Veio. Nell'antica via
Veientana, che diramandosi dalla Cassia
conduceva a Veio, trovò i vestigi di gros-
si selci, e allora pure conducevano al col-
le e all' Isola Farnese; e parte dell'anti-
ca città dichiaiò che surse ov'è il castel-
lo o rocca dell' Isola stessa, nella quale
con Lilj dice che terminò i suoi giorni
Gismondo Varani. In l'atti leggo nell'///-
storia di Camerino, che nelle vertenze
fra Francesco RI.' I duca d'Urbino e Si-
gismondo Varani suo nipote e duca di
Camerino, questi tornando da Viterbo
a Roma, ov'era andato ad assoldar gen-
ti, d' ordine dello zio giunto alla Storta
a' 25 giugno 1022 fu passato con uno
spiedo nel corpo e portato, nel castello
dell'Isola Farnese ivi morì di 21 anni,
indi condotto in Roma il cadavere fu tu-
mulato in s. Maria del Popolo. Quindi
il Piazza passando a ragionare dell'odier-
no castello, dice che dagli Orsini passò
in proprietà de'Farnesi, unito collo sta-
to di Castro e Ronciglione, e pe' quali
s' intitolò Isola Farnese, indi proprietà
della camera apostolica col rimanente
del dominio Famesiano. Trovò nella vi-
sita apostolica la chiesa di s. Pancrazio
parrocchiale (e lo è tuttora, dedicata pu-
re alla D. Vergine Coronata), assai anti-
ca e di conveniente fabbrica (il Nibby la
crede edificata nel secolo XV e proba-
bilmente rifabbricata dopo i guasti soffer-
ti dalla terra nella "'presa del duca Bor-
gia : dello slesso tempo è la pittura a fre-
sco dell'aitine maggiore, che rappresen-
ta la Coronazione della ss. Vergine. 11
vaso per 1' acqua santa è formato con
frammenti antichi d'architettura), in cui
venerasi una segnalata reliquia del san-
V EI 29
to titolare. La chiesa fu consagrata dal
vescovo Teipolitano a'20 aprile i55g,
riponendovi neh' altare le reliquie di s.
Pancrazio, di s. Andrea apostolo e di s.
Lucia, concedendo un anno d'indulgen-
za perpetua nell'anniversario della dedi-
cazione, di che trovò memoria nel de-
creto della visita fatta nel i63o dal car-
dinal Ginnasi vescovo di Porto. La chie-
sa era mantenuta nel cultodivino da una
confraternita canonicamente eretta, coi
frulli di pii legati. Pegli infortuni! patiti
dal castello allora contava 1 3o anime, e
l'arciprete godeva scudi 200 di rendita.
La chiesa di s. Maria Castellana, così del-
ta perchè vicina alla rocca t> castello an-
tico, dedicata ancora a s. Lucia, ora
smantellata, era governata da un cap-
pellano perpetuo obbligato a coadiuvare
l'arciprete nella cura d'anime, e di sup-
plire per lui a' bisogni della parroc-
chia, venendo nominato liberamente dal-
l' ordinario colla rendita di scudi 80.
Crede Piazza che in questo edilìzio, pri-
ma che fosse ridotto a chiesa, venisse a-
dorato da'gentili un Nume. Certo è che
ivi 1' ara marmorea della Vittoria Au-
gusta, serve per vaso dell' acqua bene-
delta, e l'iscrizione Ordo Vejenlium fe-
ce trarre argomento al Nardini della vici-
nanza di Veio, mentre osservò il Piazza
che per la sua grandezza non poteva es-
sere stala trasportala da luogo lontano.
L' Isola Farnese fu di poi concessa in en-
fiteusi dalla camera apostolica, la quale
nel 1820 ne vendette anche il dominio
diretto, che fu acquistato dalla principes-
sa Marianna di Savoia duchessa del Chia-
blese, nel suo soggiorno in Roma (di che
ne'vol.XXlII,p.2oi,XLVH,p. 95,LXI,
p. 174 e altrove); dominio che passato
per sua morte nel 1823 in retaggio alla
regina diSardegnaM.'Cr'ìtiin* di Borbo-
ne (insieme alla Villa del Tuscolo ossia la
Rufiinella di Frascati, di che parlai nel
vol.XXVII,p. j 65 e i66,ma ricordandolo
nel voi. LIX, p. 73, il detto voi. per man-
canza d'uu 1 dice erroneamente XX\ 1; e
3o VE I VEI
siccome ivi tlissi che In regina collocò gli rupe che guarda mezzogiorno e levante,
oggetti antichi d'arte trovati ne'suoi sca- e si ravvisano come sepolcri etruschi;
vi di Tuscolo, nel magnifico e reale ca- una di esse è di forma quadrata e piena
stello d' Agliè nella provincia d'Ivrea, di piccole nicchie, come i colombari ro-
e suo soggiorno di villeggiatura di quan- mani. Il luogo presenta d'ogni parte l'a-
do in quando, qui aggiungo che vi col- spetto dello squallore e della decadenza,
locò pure la pregevole collezione de'vasi e mostra nel fabbricato essere stalo rie-
fittili veienti, di cui vado a parlare. Il dificato nel XV secolo. La terra ebbe un
castello d' Agliè è di proprietà del reale soloaccesso interno, e dalla parte del Por-
principe Tommaso di Savoia duca di Gè- lonaccio era la comunicazione fra la cit-
nova), e morendo la regina nel 1 847, la- là e la cittadella. L'antica via essendo in-
sciò 1' Isola Farnese, con altri fondi che terrotta, come la detta comunicazione,
possedeva nelle vicinanze di Roma, alla si segue una nuova strada, posteriore a
nipote regnante imperatrice del Rrasile Veii etrusca,che torce a sinistra per chi
Teresa Cristina, comenotai nel vol.LXI, va da Roma all'Isola, fino alla mola; la
p. 181. L'imperiosa brevità m'impedi- quale a sinistra è dominata da rupi pit-
sce seguire il iNibby nella dotta descri- toresche, e a destra da una specie di ba-
zione della topografia della celebre Veii, ratio, sotto il quale scorre il fosso. Alla
e degli avanzi esistenti tanto dell' epoca mola è il precipizio terribile, e poco do-
etrusca, quanto ancora dell'epoca 10- pò una cataratta: il sito è de'più pitto-
mana, e dovrò contentarmi a ricordare reschi, e pare servito a' veienti per luogo
solamente qualche principale indicazio- di supplizio, come a Roma la rupe Tar-
ile, oltre quelle già riferite. Sir William pea. Dalla cataratta si sale per giungere
Geli pei 1 .° pubblicò la pianta esatta di alla città antica, ove forse fu la porta oc-
Veii, che somiglia ad una vasta peniso- cidentale o de'Selte Pagi. S'incontra poi
la, nel t. 1 delle Memorie dall' Istillilo una sorgente d'acqua minerale, e il sito
di corrispondenza a rcheo logica, con os- dell'altre porle, che ponno designarsi, se-
servazioni, ed anco nella Topografia di condo la loro direzione, co'nomi di Cam-
Rorna e suoi dintorni: Le mura primi- pana, Fidenate, Arce, Are Muzie, Ponte
live erano di massi irregolari quadrila- Sodo oCapenate, Sutrina, Pietra Perlu-
Ieri di lufa locale, lunghi fino 1 1 piedi, sa, Colombario. Visibilmente si ricono-
Gli antichi sepolcri sono incavati nella scono a fior di terra le fondamenta dei-
rupe dell'Isola. 11 suo fosso e il rivo Cre- le 5 porte, oltre quella per a Sette Pagi,
mera determinano il sito di Veii in gui- Sembra però clie 9 fossero le porte, sen-
sa che si può facilmente misurarne il cir- za coniar la porta della cittadella eh' e-
cuito. A Veii romana anticamente si an- ra interna. Oltre le mura, il sito delle
dava da Roma perle vie Flaminia e Cas- porte, il ponte della porta di Pietra Per-
sia ; oggi più. ordinariamente si segue la tusa, il Ponte Sodo, i tumuli e le grotte
strada detta dell'Isola, che dirama dalla sepolcrali, altri avanzi non rimangono di
Cassia verso il X miglio a destra. Il ca- Veii etnisca. Del municipio di Veii ro-
stello dell'Isola si presenta come sopra mana altro non rimane che il colomba-
uno scoglio spiccato dalla catena di pa- rio, da'eontadini chiamato il Cemeterio;
lecchi colli dirupati, di forma oblunga fu trovalo intallo, ornato di stucchi di
da occidente a oriente. Quel dirupo è un bello stile e di pitture, ma oggi è tutto
ammasso di ceneri vulcaniche indurite spogliato, parte per l'incuria e parte pel
dall'acqua, perciò fragile e facile a fra- vandalismo de' visitanti. Esso è condo-
narsi, per cui anticamente era più alto, sto di 3 camere, delle quali una sola è ac-
Molte caverne souo aperte nel lato della cessibile. Lungo la strada romana fra le
VEI
porle Siili ina e Fidennte, furono scoper-
te negli scavi varie lapidi sepolcrali, ri-
ferite e dichiarate dal Nibby. Nel centro
ove fu il municipio veiente furono tro-
vate le teste colossali d'Augusto e Tibe-
rio, ora nel corridore del Musco Glia»
ramonti, molte altre statue frammenta-
te, molte teste, una statua mutile di Ger-
manico, molli pezzi d'architettura e 24
colonne giacenti e non ancor messe in o-
pera, cioè 12 di marmo bianco lunense
di circa i3 palmi d'altezza e 3 di diame-
tro, d'ordine ionico, con basi e capitelli
di forma singolare; e 12 di marmo bi-
gio di 1 3 palmi d'altezza e d'un palmo e
mezzo di diametro, con basi e capitelli
d'ordine composito. Colle prime Grego-
rio XVI fece ornate il portico dell'anti-
co edilìzio delle Poste pontifìcie a piazza
Colonna (come narrai nel voi. LlV, p.
3 1 4-> mentre il nuovo ledescrissi nel voi.
LXXIV, p. 36o) ; colle seconde il me-
desimo Papa fece decorare la cappella di
s. Benedetto della nuova basilica di s.Pao-
lo (il che notai nel voi. XII, p. 223, ed
avendo terminato la descrizione di quel
tempio splendidissimo ne' voi. LXXIII,
p. 352, LXXV, p. 2 i4). Queste 24 co-
lonne sembra che fossero in origine de-
stinale ad abbellire la basilica di Veii, e
per conseguenza presso il luogo dove es-
se furono trovate, in uno alle summen-
lovate sculture, e fu probabilmente il fo-
ro. Le lapidi pubblicale dalJNibby ricor-
dano il tempio di Marte, la scuola della
Fortuna Forte, il teatro, il bagno, il cul-
to alla dea Vittoria, quello a Castore e
Polluce, alla Pietà, ed al Genio de' ve-
ienti. Anche il Coppi discorre de'monu-
menli rinvenuti negli scavi di Veio, indi
acquistali dal governo pontificio, e col-
locati nel museo Vaticano. Nel secolocor-
iente,a spese della famiglia Giorgi e sotto
hi direzione dell'avv. Galli, nel 1 8 1 o s'in-
(ominciarono gli scavi, continuali negli
anni seguenti, sulla spianala d'una col-
lina esistente a settentrione dell' Isola
Farnese, come ricavo da Coppi e da JNib-
VEI 3t
by, quest'ultimo deplorando che gli og-
getti trovali de'magnifici avanzi del mu-
nicipio veiente, quando poi Pio VII li fe-
ce acquistare pel Vaticano, non furono
tutti collocali nella stessa sala, e che nello
scavo fu trascurata affatto la topografia
delle fabbriche rinvenute. Ne fece diver-
se relazioni all'accademia romana d'ar-
cheologia Alessandro Visconti, i cui e-
stralti si pubblicarono nel Giornale di-
partimentale di Roma, in tempo del go-
verno francese. Divenuta l'Isola Farne-
se proprietà della regina di Sardegna M.*
Cristina, riprese le escavazioni a'26 feb-
braio 1 838 ei83g nell' antica necropoli
di Veio sotlo la direzione dell'intelligen-
tissimo marchese Luigi Biondi, il quale
a' 1 g aprile i 838 lesse nell' Accademia
d'Archeologia il Ragionamento intorno
alla tabella votiva in marmo, trovata
nell' escavazioni veienli. Si pubblicò nel
t. 9, p. 2o5 de' summentovali Alti. In-
di il marchese commise la descrizione
de'vasi fìttili trovati ne' sepolcri dell'an-
tica Veio, al dotto archeologo Campa-
nari di Toscanclla, il quale vi corrispo-
se con quella illustrazione stampala con
tavole incise nel i83q,che lodai nel voi.
LXXVIII, p. 269, dedicata al conte Avo-
gadro di Colobiano gran maestro e con-
servatore generale della casa della stessa
regina. Da par suo descrisse tali sepolcri
veienli ed i vasi. Dice i sepolcri di due
specie, altri grandi e più antichi, forma-
ti di una o più camere co' letti funebri
scolpiti all'intorno, su de'quali venivano
deposti o interrati i cadaveri ; altri me-
no antichi e piccolissimi, consistenti in
una o più nicchie scavate parimente nel
tufo e capaci a contenere non più che un
vaso, e talvolta uua piccola urna di ter-
ra cotta coperchiala, dove riponevansi le
ossa bruciate del morto ; e presso tali nic-
chie erigevasi il rogo per bruciare i ca-
daveri. 1 vasi neri, quegli altri di gran 9
mole con rappresentazioni d' animali, e
gli altri tutti di più antica opera e fattu-
ra Uovaronsi sempre disposti intorno a'
32 VEI
cadaveri nelle grandi camere sepolcrali.
] vasi di miglior stile ed elegante, e quel-
li altresì più. belli per diligenza e bontà
di disegno, non che gli specchi di metal-
lo, le tazze e altre gentili stoviglie, furo-
no tutte rinvenute entro queste nicchie,
dove fra le ceneri e le ossa brustolile e-
ìano ancora talvolta anelli d' oro, pen-
denti, armiile, aghi crinali di osso o di
metallo, ed altri ornamenti muliebri, se
di donna racchiudevansi 1' ossa dentro i
vasi. Gli etruschi prima interrarono i lo-
ro cadaveri, posteriormente li bruciaro-
no riponendone gli avanzi entro vasi di
bronzo o di terra cotta, o in urne cine-
rarie, che fu T ultimo uso della nazione,
praticato pure da' romani. La maggiore
o minore antichità di siffatti sepolcri, re-
sta dimostrata dalle stoviglie se rozze,
migliori o perfette. Comunque nella col-
lezione de' vasi veienti trovati nel!' esca-
vazioni in discorso, molli sono con belle
ed eccellenti pitture, tutti più o meno
sentono del rigido fare della vecchia
scuola, riè ve n'ha uno di sì finito e per-
fettodisegno diesi possa assegnare a que-
si' ultima epoca, il perchè deve ritener-
si, che venisse meno la fabbricazione
tli tali fittili in Veio nel 35g di l'ionia,
quando appunto la città fu domata e di-
strutta dall'armi vincitrici romane. 1 va-
si neri di terra lisci o ornati di bassi ri-
lievi elegantissimijche in tanta copia tro-
varonsi ne' più antichi sepolcri di Veio,
non hanno molta durezza e solidità a
proporzione degli altri, perchè la loro
cottura non è portata a quel grado di per-
fezione delle stoviglie dipinte, per cui
crede il Campanari che poco o nulla ser-
vissero ad altri usi della vita civile, ma
sibhene unicamente alle funebri pompe
e ceremonie degli antichi. Degli altri va-
si le stesse pitture iusegnano l* uso cui
erano destinati. Furono primieramente
adoperati ad uso de'sagrifizi verso i Nu-
mi, non che di premio a* vincitori negli
atletici combattimenti, e in altre feste e
giucchi, ed ancora secondo l'argomento
VEI
delle pitture, di donativi fra gli amanti,
od a causa di matrimonio, d' ospitalità
e d'amicizia. In fine servivano a tutti gli
usi domestici e ci vili, che del pari rappre-
sentati vi sono. Fu costume degli antichi
di conservare nella Sepoltura (f.) gli og-
getti che in vita s'ebbero cari i defunti,
per la credenza che I' anime dei beali
conservando dopo morte il proprio abi«
to eie proprie loro costituzioni, prendes-
sero diletto delle cose che vivendo ebbe-
ro care e affezionate, massime dalla na-
zione Toscana (/'.) antica. Anche il mar-
chese Campana intraprese dispendiose
ricerche e intelligenti scavi in alcune
colline che formano parte dell'antica ne-
cropoli veiente, ri m petto al luogo ove
già brillò questa fortissima città etnisca.
Trovò fra le molte altre quella tomba o
grotta sepolcrale, la sola intatta dell'an-
tichissima Veti, il cui disegno e sua eru-
dita illustrazione pubblicò 1' Album di
Roma nel 1 843, col 1. 1 o , p. 249. La re-
gina di Sardegna fece riprendere gli sca-
vi colla direzione del valentissimo archeo-
logo commend. Luigi Canina, il quale
pose in più chiara luce 1' ubicazione di
Veio, e quindi pubblicò con 4^ belle ta-
vole e alcune colorite, L'antica città dì
Vej descritta e dimostrata con i monu'
menti, Roma 1 847. Quest'opera non fa
posta in commercio, siccome di pochi
esemplari. Del sepolcro denominato dal-
lo scopritore e illustratorecWyjo/croCa/n-
pana, e dai contadini locali Porta di
ferro, e dell' opera del Canina, risultato
degli scavi di più di mille sepolcri, nel
1837 ne die contezza nel t. 3 della nuo-
va serie del Giornale Arcadico a p. 5g
e seg. il eh. Fabio Gori nella sua erudi-
ta e interessante : Scorsa a Veii una
delle capitali d' Etruria, 1 2 miglia
lungi da Roma. Quanto allo scopritore
del Sepolcro Campanaio celebra come
lo scrittore dell' Opere in plastica. Quan-
to a'vasi trovali dal Canina, dice che so-
no di tre generi. Il i.° è il più particola-
re de' veieuti, perchè raramente si trovò
VEI
negli aldi sepolcri etruschi, consistenti in
vosi di bella vernice nera, sottile, e di
mirabile artifizio. Altri hanno geni ala-
ti, o fasciature semplici, o animali con
due soli colori, ed effigie di animali inci-
si solo a contorno. Il 2.0 di vasi di gran-
dissima dimensione, ove dipinti sono
con colori a corpo, geni aligeri e anima-
li. Il 3.° mostra T ultimo genere di va-
si, ma rarissimi fra le tombe veienti, di-
pinti con vernice fina. Dirò per ultimo,
che si legge nel n.° 1 o5 del Giornale di
lìoma del 1 853, che l'imperatrice del
Brasile Teresa Cristina M." di Borbone,
avendo ereditato la maggior parte dei
fondi, che possedeva nelle vicinanze di
Boma la sullodata sua zia regina di Sar-
degna, non volle trascurare di prosegui-
re quanto si soleva praticare da quella
benefica sovrana proleggilrice delle an-
tichità e delle belle arti, a vantaggio del-
le medesime. Commise pertanto al coni-
menci. De Figueiredo incaricalo d' alfa-
li dell' imperatore consorte presso la s.
Sede e la corte di Toscana, e suo pro-
curatore per 1' amministrazione del det-
to pati imonio,d'imprendere alcune esca-
vazioni nel territorio dell' Isola Farnese
dove esisteva l'antica Veii. L'escavazio-
ni intraprese nel dicembre 1 852, ebbero
luogo primieramente nella parte selten-
tuonale dell'antica città, ove esisteva la
principale sua necropoli; e si scavarono
più di 120 vetusti sepolcri, in cui si rin-
venne una ragguardevole quantità di sto-
viglie per più gran parte nere, e pochis-
sime dipinte. Siffatta particolarità si ren-
de importante per la storia di tali ogget-
ti; poiché tra le città principali dell'an-
tica Etruria, di quella de' veienti essen-
do più cognito il principio della sua pro-
sperità ed il suo territorio alla pertinen-
za di tale antico popolo, si trova così in
modo più convincente confermata la pre-
cedenza dell' uso delle stoviglie dell'in-
dicala semplice specie, su quello delle di-
pinte, ed essersi quest' ultime introdot-
te in piìi gran numero solamente non
VOL. LXXXIX.
VEI 33
prima dell' 8.° secolo avanti l'era nostra.
Quindi nel fine di febbraio 1 853 si ri-
volsero le ricerche nella parte occupata
propriamente dalla città antica, ove si
scopersero a poca profondità le reliquie
di varie case stabilite incirca ne'primi an-
ni dell'impero romano sulle fondamenta
di ùmili fabbriche assai più antiche, che
si trovarono corrispondere lungo una via
interna che metteva alla porta occiden-
tale, da cui usciva la via esterna che si ri-
volgeva verso la via Cassia. E tra le stes-
se reliquie si rinvennero diversi oggetti
di scultura romana in marmo, che ser-
vono principalmente a dimostrare avere
la città stessa continuato a prosperare an-
che dopo d'essere stala ridotta a muni-
cipio romano. Tra'medesimi oggetti me-
rita considerazione una statua muliebre,
che si crede essere una Pomona, di poco
inferiore del vero, e quasi per intero con-
servata; e diverse piccole figure per Io
più di rappresentanza Bacchica con una
piccola Cariatide scolpita in marmo gial-
lo detto numidico. Fa ri mente si rinvenne-
ro frammenti d'una Vittoria alata scol-
pila in bassorilievo per onorare alcuna
vittoria riportata da qualche imperatore
romano che protesse il medesimo muni-
cipio. Si sono inoltre rinvenuti diversi
pavimenti di camere composti con varie-
tà di marmo delle più scelte specie, fra'
pochi marmi scrini, rinvenuti nelle stan-
ze scoperte, meritano considerazione 3
frammenti appartenenti ad un' iscrizio-
ne monumentale dell' imperatore Tibe-
rio, scoperti da vicino al luogo in cui nel
18 j 4 si rinvenne la bella statua summeri-
tovata, poiché da tali reliquie conoscen-
dosi essere stata l'iscrizione stessa collo-
cala in Veii per alcuna concessione otte-
nuta da quel principe, si viene più for-
malmente a convalidare la corrisponden-
za in tal luogo dell'antica città di Veii,
come fu ampiamente dimostrato anche
nella suencomiala opera di Canina; men-
tre di tutte le altre iscrizioni in cui leg-
gest il nome de'veienti e della loro città,
3
34 VEL
non si conservò precisa memoria del lo
ro ritrovamento, donde n'era derivata
l'incertezza sulla vera corrispondenza di
posizione della città stessa.
VELIA, Elea, lidia, Heyla. Antica
sede vescovile d'Italia, nella Lucania, la
quale si divide nelle provincie ecclesia-
stiche di Rossano e Cosenza. Neil' Ita-
lia sacra }\.. io,p. 1 83, Velinus Epi-
scopati^, s\ dice che esisteva nel VI seco-
lo, essendo vacata nel pontificato di s.
Gregorio I, che fiorì nel declinare di ta-
le secolo; il quale Papa incaricò Feli-
ce vescovo Agropolitano per fare la vi-
sita della chiesa di Velia nel 5cj2. Igno-
ransi i nomi de' vescovi che ne occupa-
rono la sede. La città si vuole edificata
a tempo di Servio Tullio re di Roma
da'focesi, perciò stimata colonia greca, e
si vuole patria de' filosofi Parmenide e
Zenone seguaci di Pitagora. Sorgeva cir-
ca 200 stadi distante da Possìdonia. I
geografi sono discrepanti nell'assegnarne
la località : l'Holstenio vuole che sia a Ve-
lia succeduta Castello a Mare della Truc-
ca, come opina pure il Nibby ; Barrio,
s. Bonifacio; Nigro, Ulastra ; Ligorio,
Policastroj Paudolfo, Scalaj Cluverio
e altri, Pisciotta. Quest'ultimo è un bor-
go del regno di Napoli del Principato
Citeriore, capoluogo di cantone a 3 leghe
da Vallo e 17 da Salerno, presso al ma-
re Tirreno. Ha bellissima chiesa parroc-
chiale e un convento, palazzo e parecchie
case ben fabbricate. Vi si fa abbondan-
te pesca, e il territorio produce squisiti
frutti, vini e olio ricercati.
VEL1KA-PERMIA. Sede vescovile
di Moscovia, unita all' arcivescovato di
Fiatka (V.).
VEL1K1E-LUR1. Città vescovile di
Russia in Europa e governo, a 47 le-
ghe da Pskov, sulle due sponde del Lo-
vat. Il quartiere della città che trovasi
sulla sponda sinistra di tal fiume è for-
tificato da un terrapieno, da bastioni e
palizzate, e possiede 7 chiese. Quello che
fciace sulla sponda destra, viene conside-
V EL
rato come sobborgo, e vi sono un mona-
stero di monache e tre chiese. I due
quartieri sono riuniti per mezzo di un
ponte, e insieme posseggono molte fab-
briche di corami. Questa città è molto
antica, e fu di sovente presa nelle diverse
guerre che accaddero tra' principi russi
neh 198:1 lituani aiutati dagli abitanti di
Polotzk furono ad attaccarli, ma non po-
terono impadronirsene. Nel 1 4-4-8 t nov-
gorodi la cedettero al gran principe di
Mosca Ivan Basilio III. Nel 1 58o il re di
Polonia Stefano Batori se ne insignorì,
ma la rese alla Russia dopo due anni al-
la pace. Nel 1611 fu presa e arsa da'par-
titanti de' falsi Dmilri, e rimase vuota
per 9 anni. Lo czar Michele Fedoro-
vitz la ripopolò inviandovi una colonia
di cosacchi Uralii e del Don, che a casti-
go di una ribellione erano slati spedili
ad una fazione in Polonia e in Livonia,
nella quale aveano meritato il perdono
mediante una buona condotta; le quali
genti piò non curandosi di ripatriare, ot-
tennero la permissione di stabilirsi in Ve-
like. L'antico suo vescovato venne uni-
to a quello di Novgorod-Veliki (V.).
VEL1K1-OUST10UG, o USTIUG
o USTING. V. Oustioug-Veliki.
VELLETRI (Feliterncn). Città con
residenza vescovilesuburbicaria dello sta-
to pontificio, antichissima del famigerato
Lazio (? •), già una delle nobilissime e
celebri capitali de bellicosi e possenti vol-
sci; indi e successivamente capoluogo del
privativo governo del cardinal vescovo,poi
della legazione di Velletri,edal i85o del-
la delegazione apostolica di Marittima, e
facente parte della legazione apostolica di
Marittima e Campagna, per disposizione
del regnante Papa Pio IX^P.). La nuo-
va legazione la formò colle provincie di
EellctrioMav\ll\aìa,<.\\Frosinone e Pon-
te Corvo, e di Benevento, conservando a
ciascuna il proprio preside, e legato apo-
stolico della medesima dichiaraudo il car-
dinal vescovo d'Ostia e Velletri decano
del sagro collegio. Nel 2.0 di tali articoli
VEL
resi ragione del vocabolo Marittima e
Campagna , in generale corrispondente
quest'ultimo alla provincia di Fresino-
ne, esistente in contrada piana e mon-
tuosa, denominala per antonomasia Cam-
pagna di Romaje\'a\Ua a quella di Vel-
htri, esistente in suolo piano e litoraneo
che confina al mare. Abbiamo d'Anto-
nio Sanfelici, De origine et sita Campa-
nia!', Nenpoli 1 636. Nell'antichità sono
fiimose le forti e bellicose provincie abi-
tale dagli ernici e da'volsci, ricche delle
dovizie e fertilità de'monti, ed abbondan-
ti della grassezza e copia de'campi e prati.
Nel voi. LXXIV, p. 1 76, ricordai i luoghi
ove descrissi i famosi e clamorosi giuochi
d'Agone e di Testaccio celebrati inPioroa
nel medio evo, a' quali le due provincie
dovevano mandare giostratori esperti e
giovani, cioè le comuni di Terracina, Pi-
perno, Velletri , Anagni , Sezze , Acqua
Putrida e altre. La catena degli elevati
monti Lepini, molto estesa fra le vie La-
tina e Appia, distingue la Campagna di
Roma nelle due provincie di Marittima
e di Campagna, come dichiara il corano
Marchiafava. Il veliterno cardinal Borgia
nella Breve istoria del dominio tempo-
rale della Sede apostolica, a p. 256, ri-
ferisce al secolo XI la divisione della Cam-
pania in Campania, poi detta volgarmen-
te Campagna, e Marittima. Pertanto os-
serva, che quelle terre, le quali circa il se-
colo XI si divisero in Campania e Marit-
tima, in antico col solo nome di Campa-
nia venivano considerate. Posta questa di-
stinzione, si ponderino i luoghi de' quali
parla il diploma di Lodovico I, nella con-
ferma del possesso de'dominii alla s. Se-
de (conferma corrispondente all' obbligo
non solamente di non molestarne il pos-
sesso, ina anche di difenderlo; ecco pro-
priamente quanto imporla vano le confer-
me imperiali, del resto gì' imperatori per
mera prolezione e avvocazia, come Pa-
trizi di Roma, giuravano di difendere e
proteggere la Chiesa romana e il suo prin-
cipato temporale, ed a tale effetto un teni-
VEL 3?
pò giurarono i romani fedeltà all'impera-
tore), e sono: Seg/iiam, Anagniam, Fu-
renti'man seti Ferenlinum, Alalrum, Pa-
tricum, Frisilunam velFrisilìmam, cimi
omnibus finìlus Campaniae. Da questo
si vede che il ducato di Roma (/'.) ab-
bracciò le terre dell'odierna Campania o
Campagna, ma non già quelle conosciu-
te ora col noinedi Marittima, chesono Al-
bano (ora con altri luoghi di Marittima
sotto la Co ni a rea di Roma, ed in tale ar-
ticolo descritti), Velletri, Cori e altre; il
che fece credere dal non vedersi nomi-
nate ne'diplomi di Lodovico I, degli Ot-
toni e di s. Enrico II, fra'lnoghi del duca-
to Romano. Nola pure il Borgia , mau-
carsi di documenti per indicare con chia-
rezza a chi inque'tempi rimanessero sog-
gette le ultime mentovate città, se a' du-
chi di Benevento, ovvero a que'di Spole-
to. Il ducato Romano mentre maggior-
mente estendevasi dalla parie di Toscana
o Pa trùnonio di s. Pietro, avea minore
estensione nella parie diCampania^quin-
di pare che dalla parte d'Albano, Velletri
ec. dovesse fissarsi quel ristretto confine,
del quale scrisse s. Gregorio II nel 727
all'imperatore greco Leone III, del qua-
le non poteva temere 24 stadi da Roma
o 3 miglia. E se Terracina, ch'è dell' o-
diernaMariltima, ubbidiva a Papa Adi in-
no I del 772, non per questo può dedur-
sene che al ducato Romano appartenes-
se, giacché questa città fu de'greci ossia
del ducato di Napoli, ed il Papa I' avea
presa e la riteneva in compenso del Pa-
tri/nonio JYapoletano,che i medesimi gre-
ci avevano alla Chiesa romana violente-
mente usurpato, a ciò istigati da Arigiso
li duca di Benevento. Ne'tempi bassi in-
tralciata e oscura è la corografia dell'Ita-
lia, onde nelle ricerche de'luoghi che ap-
partennero al ducatoRomanOjil Borgia si
appoggiò alle memorie più sicure, rilevan-
do che senza buon fondamento Le Colu-
te scrisse neW'Epist. 65 del Cod. CaroL,
t.i, che le città di Pipemo,d\ Terraci-
na e di Sezze entrassero io qucslo duca-
36 V E L
to. Per Terracina si è detto come allora
era dominata dal Papa; quanto poi a Pi-
perno e Sezze, il silenzio degli antichi mo-
numenti fa sì che la cosa rimanga assai
incerta. La denominazione di ducato Ro-
mano non fu sempre costante, mentre tal-
volta parte delle sue lene vennero indi-
cate sotto i nomi di Territorium e Ter-
ra s. Pelri, nel secolo IX; e tal'allra fu-
rono tutte comprese sotto i nomi di Cam-
pania , di Toscana e di Romania, come
neldiplomadell'877 diCarlomanno. Del-
l'origine del dominio temporale della s.
Sede nelle città e luoghi delle provincie
di Marittima e Campagna, meglio ragio-
nai a'Ioro articoli; avendo detto altrove
che quando Innocenzo VI nel 1 353 co-
stituì vicario generale di tutto lo stato
pontificio il celebre cardinal Albornoz,
coniò 6 proviucie, fra le quali la Campa-
gna e la Maremma. Di più il Borgia nar-
ra a p. 292, come Carlo Maguo restituì al
ducato Romano alcune città della Cam-
pania, tolte già dal duca di Benevento,
cioè Soia, Arce , Arpino e Aquino, e vi
aggiunse ancora Teano e Capùa, staccan-
dole dal ducato di Benevento, il quale pu-
re olhì a s. Pietro, per allora riserban-
dosene la sovranità, e così di quello di
Spoleto. Perciò separò dette città della
Campania dal ducato Beneventano, on-
de ne fosse subito dato il possesso al Pa-
pa. Inoltre apprendo dal medesimo Bor-
gia, Memorie isteriche della pontificia
città di Benevento, t. 2, p. 1 94, che il go-
verno di Beneveuto fu già unito con quel-
lo di Marittima e Campagna, e di tale
mnone lai.'1 memoria la trovò in un mo-
numento marmoreo del 1 3a f , in cui si
legge il titolo di Rettore di Benevento e
della Campagna attribuito a Guglielmo
di Balaeto, com'è pure la 1." memoria di
così fatta unione di rettorie, della quale
pel rimanente del secolo XI V, e ne'piin-
cipii del secolo XV si hanno più esempi ;
ma perchè poi si considerò- che un me-
desimo rettore non poteva agevolmente
accudire al governo di lene talmente fra
VE L
loro segregate e distinte, senza grave in-
comodo non meno de' pontificii rettori,
che de'suddili della s. Sede, tornarono a
separarsi queste rettorie, e a darsi a cia-
scuna il suo rettore. Dopo il rettore Gu-
glielmo di Balaeto, nella cronologia de'
governatori di Benevento tessuta dal Bor-
gia, vengono i seguenti. Nel 1 32 5 Gerar-
do della Valle priore della chiesa di s.
Tommaso di Montpellier, intitolato ret-
tore di Benevento e delle provincie di Ma-
rittima e Campagna. Neh 336 Ruggieri
di Vintrano rettore di Benevento , e di
Marittima e Campagna, ma non risiede-
va in detto anno iu Benevento, lenendo-
vi in sua vece Raimondo abbate del mo-
nastero di Casanova con titolo di luogote-
nente. Ugouo Guidardi neh 365 arci ve-
scovo di Benevento, è nominato assoluta-
mente rettore di Benevento. Gli successe
nel 1 3 7 1 Daniello de'marchesi del Car-
retto cavaliere gerosolimitano e priore di
Lombardia, rettore di Benevento: Grego-
rio XI con breve del 1 3j^ lo dichiarò ca-
pitano generale di tutto il territorio Pia-
centino, uel quale è chiamato rettore del-
le provinciedi Campagna e Marittima; ed
il Borgia crede, che in un medésimo tem-
po avesse ancora la rettoria di Benevento.
Raimondello del Balzo Orsini rettore di
Benevento a vitaj della quale città s' im -
padroni Ladislao redi Napolie Giovanna
lì di lui sorella, la quale nel 1 4 18 col con-
senso di Martino V uè investì Sforza, che
ne tramandò in retaggio il dominio a
Francesco suo figlio neh 424 conferma-
togli dallo stesso Martino V , sotto del
quale Benevento tornò ad essere gover-
nato da'ponliljcii rettori, leggendosi che
neh 428 vi era rettore Giacomo vescovo
di Guardia Alferia, e nel i43o Giovanni
di Vico detto Peroltino da Viterbo. In-
di si riunì questa rettoria di Marittima e
Campagna, essendo succeduto a Perolli-
110 Arrigo Scara rapo d' Asti vescovo di
Felli* e Belluno, rettore di Benevento,
e di Marittima e Campagna. In tempo «li
Eugenio IV dimorava per lui iu Bene veti-
VE L
|« il suo vicario Benedetto da Gualdo, il
quale compilò alcuni statuti per la città
in suo nome. Inoltre Arrigo era stato se-
gretario di .Sigismondo imperatole, e nel
l4«6 intervenuto al concilio di Costan-
za; morto in Fellre a'29 settembre 1 44°
in odore di santità, onde il corpo si con-
serva incorrotto in quella cattedrale. Do-
po Sca rampo, il Borgia non trovò altro
rettore ili Benevento, die nello stesso tem-
po avesse unita ancora la rettoria delle
Provincie di Marittima e Campagna. Le
Provincie di Marittima e Campagna eb-
bero moltissimi governatori generali col
titolo di rettori, cioè Rcclores provin-
cine Maritimele et Campani àe , ovvero
Campania* et Maritimae, e di non po-
chi ne parlai descrivendo i luoghi delle me-
desime, come di Petronio Conte (antico
titolo óe governatori) della Cam pugna e
di Ceprano (I •), il cui figlio Onorio I,
forse ivi nato, fu Papa nel 620, e vi pos-
sedeva un fondo o patrimonio della Chie-
sa, come notai nel voi. Lll, p. 5; la qual
città com'altre ebbe de'cardinuli per spe-
ciali governatori. Nelle biografie de'car-
< li ilei li si ponno vedere que'reltori dipoi
elevati al cardinalato; e tra' più antichi
ricorderò il bealo Berardo Ber ardi, ile'
gran conti di Marsi,\valo nel 1 080, e Pie-
tro Galluzzi creato cardinale nel 1190.
Anticamente l'abbate di Monte Cassino
(/ .), ove già sorgeva la città volsca di
Cassino 0 Cassiua, tra' suoi titoli usava
quello ili Comes et Rcctor Campatane
Marini/nacque provinciarum. Ebbero
pure moltissimi cardinali legati, i quali
risiederono in varie città delle provincie
si esse, come A tingiti , A latri , Pi per no,
Ferentino ove fu la curia generale ec, e
lo rilevai nelle loro biografie, e per ram-
mentarne alcuni, tali furono i cardinali
/ go (VA latri, Gregorio Teùdali, Stefa-
no Normandis, Giordano Pirunlo o Pe-
tonti Contida Tcrracina, Francesco Te-
buldeschi , Francesco Prignaui , Pietro
Sasso, Ugo di Lusignano, di Casa, For-
cole Gonzaga, Francesco Gonzaga 30ìq-
V E L 37
vanni Moles, Agostino Trivulzi, Vitel-
lozzo Vitellozzi ec. ec. Di altri ne farò ri-
cordo nel progresso di quest'articolo: l'ul-
tima fu il cardinal Antonio Pallolta, del-
la cui legazione alla sua volta parlerò. Il
i.° legato di Velletri fu il cardinal Pac-
ca, ed il nuovo r.° legato di Marittima e
Campagna, vale a dire dell'ampliala le-
gazione già indicata, è il cardinal Macchi.
De' presidi di Velletri di poi ne riferirò
le notizie. Nelle Notizie di Roma, de' pre-
lati governatori di Marittima e Campa-
gna residenti a Frosinone, se ne può leg-
gere la serie dal 1717 al 1808, ossia da
mg.r Gio. Francesco Leonini romano, a
mg/ Fabrizio Turiozzi di Toscanella,poi
cardinale; come pure il novero de' dele-
gati apostolici di Prosinone, da mg.r O-
norato Bres nel 18 16, all' odierno mg/
FerdinaudoScapitta,per la qual ciltàLeo-
ne XII col breve Roma ni s Pontifi.cibusi
de'9 dicembrei828, Bull. Rom.cont. t.
1 7, p. 4^o: Rcslitutio titilli civitatis cimi
nspondenlibus privilegiis, et honoribus
prò oppido Frusinonis apud Volscos e-
xistenlis. Nel quale si legge ; Praeterea
non dissimile ventati omnino videtur e-
piscoporum sedem olim fuisse , postea
tornea Ecclesiae V erulanae adjunctum,
Sed omnibus nolum, tic per spedimi cstt
longa ab hinc minorimi serie ibi ponti-
ficiae Sedis praefectos Maritimae et
Campaniae provinciae juisse , atque e-
tiam nunc esse, Ne'miei cenni su Frosi-
none e sua illustre delegazione apostolica,
giovandomi ancora del Saggio istorico di
Frosinone del celebre e dotto frusinate
cav. Giuseppe de Matlheis (sommo pro-
fessore di medicina, le cui notizie necro*
logiche riporta il Giornale di Roma dei
1807 a p. 989, quindi ['Album di Roma
e col suo ritratto nel t. 24 j P- 4°9 > d
diede !a bellissima biografia del eh. Qui^
tino Leoni), già compilai ut] elenco d'al-
cuni cardinali legati della provincia di
Marittima e Campagna, de'prelati gover-
natori generali della medesima ede'dele-
gatidiFrosiuoue poscia cardinale qui col-
33 VEL
le Notizie di Roma vi aggiungo il prelato
e: ora cardinal Domenico Sa velli, che nel
1 833 successe a mg." Gioacchino Proven-
zali, al quale porporato fu sostituito nel
1 838 n>g.r Marcello Orlandini della pro-
vincia diPerugia, ora da giudice deputato
per le cause ecclesiastiche nel civile Tribu-
nale ili Roma, promosso a vice-presiden-
te del medesimo tribunale: questi ebbe a
successori, nel 1 843 mg.r Andrea Pila di
Spoleto, attualmente niitiistrodell'inter-
no; nel 1 848 mg.r Pa.»quale Badia, al pre-
sente delegato d' Urbino e Pesaro; nel
i852 mg.' Lorenzo Dialti (degno nipo-
te del cardinal Benvenuti benemerentis-
simo preside contro il brigantaggio di que-
ste provincie, per le quali fece stampare:
Istruzioni e Regolamenti nelle provincie
di Marittima e Campagna), ora votante
di segnatura; e nel marzo 1 858 l'odier-
no mg/ Ferdinando Scapitta. Nel 1849
nella tipografia di Ferentino de' fratelli
Bono fu pubblicato: Lettere slorico-to-
pograjìco-archeologiche sopra alcuni
luoghi della provincia di Prosinone , a
cui si unisce la nota de* cardinali legati
e delegati di questa provincia non de-
scritti nell'elenco dato alla luce dal eh.
sig. De Malthaeis nella sua storia Fru-
sinate, e vi si unisce pure un saggio sto-
rico di Vallecorsa una voltaV allisCur-
tia, opera di M. D. M. Egli è questi il eh.
Michele de Mallhias di Vallecorsa auto-
re di diverse opere pubblicale, e nel de-
corso di questa mia in buona parte ono-
revolmente ricordate, persino negli ulti-
mi volumi, ed anche con riprodurne al-
cuni estratti delle medesime; il quale
scrittore si compiacque inviarmi il det-
to suo libro con l'epigrafe: In segno
della più cordiale stima e rispetto. Le
mentovate sue Lettere si contengono in
un libro d' 88 pagine. Siccome mi ri-
guardano , e del contenuto dovendone
poi ragionare all' opportunità, convie-
ne che qui ne dia un cenno fugace. La
1/ lettera, diretta al sig/Sebastiaui, è so-
pra Allena: la 2/ indirizzata al uiaixhe-
VE L
se Tani di Ferentino, è su l'antica Ver-
rugine, indi Vallis Carità presso Valle-
corsa. Segue alla pag. 1 1 del medesimo
opuscolo questo frontespizio. Saggio sto-
rico di 1 allecorsa per Michele de Mal-
thias collaboratore di vari giornali
scientifici, socio d'onore dell'accademia
dell' Immacolata Concezione di Maria
santissima in Roma, Ferentino 1 85o,uel-
la tipografia de'fratelli Bono. Riporta per
testo la seguente proposizione cavata dal
Gioberti, nell' Introduzione allo studio
della Filosofia.» Nelle questioni riguar-
danti I' antichità e le origini raro è che si
possa avere piena certezza, e chi ottenga
una certa vero somiglianza, deve stimar-
si aver fatto molto". Termina l'eruditis-
simo patrio Saggio storico a p. 5 1 , e nel-
la seguente trovasi la lettera 3. "con que-
sto indirizzo: » Al sig.r cav. Gaetano Mo-
roni. Su li luoghi montuosi della provin-
cia di Frosinone, ove se li medesimi ab-
biati dato comodo agualoa'briganli. Cen-
no istorico di questi ultimi, con confuta-
zione delle proposizioni del eh. sig.r Pie-
tro Castellani (autore del Quadro geo-
grafico dello stalo pontifìcio), e del sig/
cav. M01 oni (autore del Dizionario di E-
rudizione storica ecclesiastica), i quali
hanno opinato per 1'allerma li va nella que-
stione surriferita. Vallecorsa 27 agosto
1 846". Indi a p. 57 è la lettera 4-* al no-
bile d.r Solis. » Sulla storia dell'industrie
della nostra provincia detta per auto/io-
masiain Campagna di Roma, ove la
descrizione della sua posizione commer-
ciale". A p. 64, si legge la lettera 5." e
ultima scritta all'avv. Belli direttore del
giornale del Foro di Roma; » Sopra l'ac-
cademia scientifica esistente nella delega-
zione di Frosinone, ove un colpo d'occhio
della storia di detta accademia (Eroica),
e de' suoi lavori ". Finalmente a p. 74 è
la Nola de'legali e delegati della provin-
cia di Frosinone, cominciando da A tito-
lilo Tuscùlano nel 7 t4 rettore della Cam-
pagna di Roma fino a Gaeta, sino al sol-
lodato mg/ Badia delegato apostolico, lu
V E L
diversi tempi le proviucie di Marittima e
Campagna, e le Paludi Pontine, furono
infestate da'malviventi, il cui ultimo pe-
riodo cominciato dall'epoca repubblicana
del 1798, terminò felicemente nel i825;
perciò nell'articolo Prosinone ripetei il
riferito nella descrizione della delegazio-
ne di Frosinone dall'avv. Castellano: Lo
Stalo Pontificio, Homa 1837, p. 206. » I
monti selvosi però hanno talvolta (paro-
la restrittiva da me aggiunta) fatalmente
offerto a' malfattori comodo aguato per
darsi alla rapina ed a' più atroci delitti.
Ricordasi fin da' tempi dell' imperatore
Severo lo scempio che gli assassini face-
vano de'pas<eggieri e de'ricchi proprieta-
ri ne' monti Etnici ; se ne enumerarono
fino a 600; il loro capo Bulla Felice nel-
l'anno 207 dell'era volgare venue impri-
gionato, e condannato alle bestie, dopo di
che si venne a capo di disperdere i satel-
liti suoi". Pubblicato l'articolo neh 844>
dipoi il sig.r De Matlhiasdi Vallecorsami
scrisse la mentovata lettera de'27 agosto
1846. In essa dopo a venni notificato, che
la provinciaFrusinateavea inteso con pia-
cere le mie lodi dategli nel Dizionai-io
mio, urbanamente m' invitò a porre nel
medesimo una nota pel suddetto perio-
do trailo dal eh. Castellano. Imperocché
con diverse autorità di scrittori egli so-
stiene. Che i monti selvosi della provincia
in discorso non hanno mai concesso co-
modo aguato al brigantaggio. E che la
masnada di Bulla Felice ebbe vita non
ne'luoghi attualmente componenti la de-
legazione apostolica di Frosinone, ma ne'
monti Ernici che oggi formano parte del
distretto di Soia del limitrofo regno di
Napoli. A tale effetto ini fece inoltre os-
sei vare, che ripartila l'Italia da Adriano
in 1 7 provincie, la regione Eroica, la qua-
le comprendeva i popoli al di qua e al di
là de'monti di Preneste al Liri, venne di-
visa. Quindi Anagni, Alatri, Ferentino,
Veroli ec. appartennero a Frosinone; ma
li Ceretani e Capi t ulani, ernici anch'essi,
apparteuuero a Soia, ed appunto, ubila va-
VEL 39
no ne'mouli selvosi, pressoi! sito ove tro-
vasi l'odierno paesello di Morino, dietro
i monti d' A latri, della diocesi di Soia. Ne'
territorii ernici della provincia ebbero pa-
lazzi e ville le più nobili famiglie romane,
incompatibili se vi fossero stati comodi a-
guatide'malfattori. Qui credo opportuno
riprodurre un brano del testo della lette-
ra mss. » Se passiamo poi a'tempi succes-
sivi, ed a quelli di Sisto V da voi invo-
cati, leggesi subito, che li Briganti d'al-
lora ueppur ebbero comodi aguati ne'luo-
gliiFrosinonesi.il Muratori che ne discor-
re ne'suoi Annali al i585 racconta che
li Banditi erano Forestieri, li quali ve-
nivano ad inquietar noi. Ed ecco anzi un
discorso del lodato Annalista, con cui si
esclude il vostro assunto. = Crebbe (e di-
ce nel 1 590) poi questo (Brigantaggio) do-
po la morte di esso Sisto V, e massima-
mente perchè alfonso Piccolo/nini duca
di Monte Marciano caduto in disgrazia
del granduca Ferdinando (di Toscana)
con grossa taglia sulla sua testa, perse-
guitato dappertutto, si fece capo di que'
masnadieri in Romagna ... e facea fre-
quenti assassinii, ed altrettanto facea
3tarcoSciarra capo de' Banditi e scelle'
rati in Abruzzo, con iscorrer fino alle
porle diRoma.=. E così prosegue a narra-
re che nel 1 5g 1 fosse ucciso il Piccolomini,
mentre ncli5g2 fosse mandato in Candia
l'Abruzzese, e quindi liberata l' Italia da
esseri sì perniciosi. Or dunque che ha che
fare l'illustre nostra Provincia per cosif-
fattiBandili?"Quanto all'epoca ultima del
brigantaggio, soggiunse il sig.r De Mat-
thias, che i dispacci governativi sono a fa-
vore della provincia, da'quali rilevasi che
la banda Gasparrone non era forte che di
1 5 individui, ecostretta a ricoverarsi tra'
monti Regnicoli, ove realmente sono co-
modi aguati, e spesso i briganti si ritira-
rono nella liuea del confine del regno di
Napoli. Per tuttociò mi pregava farlo co-
noscere al pubblico per ridonare a' fro-
sinonesi quel decoro, che alcuni male in-
terpretando le mie parole, gli hu.u tolto.
4o V E L
Imperocché Frosinone co'suoi contorni a-
limenta piuttosto (ìgii di benedizione e di
grazia, al dire del Pontefice esimio istitu-
tore del Sesto delle Decretali; rilenendo
egli che le bolle pontifìcie esprimono sem-
pre proposizioni ineccezionabili, e perciò
la riferita esporre una verità incriticabi-
le. Quindi celebiò vari illustri della pro-
vincia, cioè Gregorio da Pofi segretario
d'Alessandro IV, dicendo che col suo sa-
pere liberò l'Italia da Ezelino; il dotlissi-
mosonninese Petticca; l'avv. Cecio disua
patria Vallecorsa, di rari talenti e luogo-
tenente generale alla ricupera di Ferrara;
non che la vallecorsana da cui nacque la
madre di Gio. Francesco Aldobranditii
generale contro Tunisi. Per ultimo, ap-
plicò alcuni versi di Dante (che poi rife-
rirò) a qualcuno che aveva, secondo es-
so , vituperato la provincia medesima,
mentre dovea lodarla; dovendo allora tut-
to cangiar d'aspetto sotto i raggi del Sol
di Ceccano (il cardinal Gizzi segretario
di stalo). Terminò la lettera con nuova-
mente piegarmi a porre una breve nota
al Dizionario mio per l'oggetto. Risposi
a' i5 del susseguente ottobre colla lette-
ra che qui riproduco; e la ricavo dalla
mia bozza, e probabilmente l'origina-
le sarà limalo e più cortese, sebbene in-
teramente confidenziale e senza affatto
studio, neppur per sogno immaginando
che dovesse stamparsi. » Ill.mosig/ Mi-
chele de Matthias. Domando scusa se per
impotenza cosi tardi rispondo alla rive-
rita sua lettera del 27 agosto. In essa Ella
ancora mi dice che la provincia Frusina-
te intese con piacere le lodi che gli diedi
nel mio Dizionario, e la ringrazio di cuo-
re. Ai rilievi da Lei fatti, non intendo di
rispondere in dettaglio, ma solo sulle co-
se principali di fare qualche osservazio-
ne. Pei tanto V. S. III. ma incomincia col
farmi osservare di aver io detto (cioè
quello che appresi da diversi autori, poi-
ché i latti non si ponno inventare), che i
inolili, selvosi hanno talvolta fatalmente
oliato a' malfattori comodo agnato per
VEL
darsi alla rapina ed ai pi a atroci delit-
ti, indicando i tempi di Severo, di Sisto
V e de primi 5 lustri del secolo corren-
tejmerilare una nota, comegli piace chia-
mare il molto che ha detto, non ricordan-
dosi delle qualità de' Dizionari che non
entrano poi in tante minimissime discus-
sioni , anzi parlando genericamente non
si viene espressamente che di rado a sta-
bilire i tempi, solo riportando quanto più
scrittori ci dissero. Lei ha voluto analiz-
zare il detto punto, e secondo la sua nar-
razione i monti non hanno concesso co-
modo agnato a' briganti, contro il fatto
in generale. Lei affaccia l'autorità di Mu-
ratori pe'tempi di Sisto V, di gran peso
ma non di fede, avendo parlato egli so-
lo di alcuni luoghi senza escludere gli al-
tri: giacché leggo nella vita di Gregorio
XIII (immediato predecessore di Sisto V)
di MafFei e Novaes gesuiti che se ne oc-
cuparono con precisione individuale, per
que'benefizi di cui fu largo colla loroCom-
pagnia, senza venir al dettaglio, che Gio-
vanni Valenti famoso capo de'tnalviven-
li s'intitolava Re della Campagna di Ho-
via, e qual reo d'atroci delitti fu deca-
pitato. Leggo poi nella vita di Sisto V del
Novaes e del suo correligioso p. Tempe-
sti (anco su ciò mi limito ad un'indicazio-
ne),ch'egli fu aTerracina,PipernoeSer-
moneta, non solo pel prosciugamento del-
le Paludi ed altro, ma per liberare i luo-
ghi infestati da'mal viventi. Trova anco da
ridire sudi provvedimenti fatti dal gover-
no francese e pontificio. Io li trassi dagli o-
riginali e non feci che indicarli pe' motivi
da me addotti. Se alcuno ve ne manca 0
altro non è specificato non mi pare erro-
re, perchè io uon intesi far il computista
de'malviventi, ma darne un breve cenno.
Qualefu il mio Cine sull'articolo Frosino-
ne? Rispettando e venerando persino le
zolle della provinciaj e i suoi grandi uo-
mini illustri che vi fiorirono e fioriscono,
ammirando la costante fedeltà e la- reli-
gione degli abitanti, indispettito di legge-
re negli biotici, anche moderni, di venire
V E L
spesso spesso denominato il parse de bri-
gami, per verace .simpatia, per giustizia,
per affeziona di sangue, perchè alcuni pa-
tenti miei vi derivarono, e per l'edificazio-
ne ricevuta nel viaggio di Gregorio XVI,
mi proposi fare un onorevole articolo, e
riuscì per amore mollo lungo, contro le
basi ilei Dizionario, non valutando che
per la lungaggine mi esponevo con altri
articoli, con tutte le conseguenze che ne
derivano. Fatto l'articolo (come faccio di
ognuno che li rimetto alle parti che pos-
sono giudicarne) lo sottoposi alla revisio-
ne dello storico di Prosinone prof, de
Mattheis; e siccome mi accorsi che i fru-
sinati avevano emuli nella provincia, per
correttivo l'umiliai ancora alla revisione
del rispettabilissimo sig.r Cardinal Gizzi;
e quanto alle provvidenze sul brigantag-
gio lo sottoposi all'approvazione dell'; vv.
Del Grande assessore straordinario all'e-
stirpazione del medesimo. Ecco dunque
esaurita la critica per la verità istorica.
Conservo i biglietti autografi de'nomina-
li revisori, pronto ad esibirli a chi Ella
deputasse a leggerli. Il professore lodò e
approvò l'articolo, e solo rispose alla do-
manda che gli feci circa un preside, e sul-
la nascita di s. Silverio. L'incomparabi-
le Porporato, qualificato per ottimo il Di-
zionario, disse : Dalla lettura dell'ar-
ticolo Fresinone ho potuto convincermi
che Ella ha attinto a buone sorgenti, ed
ho rimarcalo che. in qualche punto con-
troverso fra due paesi ha mostrato quel-
V imparzialità che conviene al sodo isto-
rica. Corresse il campo Tr^jana in Tro-
pi no, ed Cancello io TorriceWo. L'avv.
Del Grande, mi scrisse: fio letto con ve-
ra compiacenza l'articolo sopra Frasi-
nonc. Tutte le circostanze sono rilevale
con chiarezza, e precisione somma. Il bre-
ve racconto del brigantaggio è stalo trat-
tato con moltissima accortezza. Tale pu-
re fu il sentimento di mg.' Antonelli(ora
qui a»»inngo,della provincia, cioèdella cit-
tà di Terracina,enato in Sonniuo, ed at-
tuale Cardinal segretario distato). Usser-
VEL 4i
vero qui di passaggio, che dopo la pubbli-
ca/ione dell'articolo, molteplici furono le
lettere che di moto-proprio ricevetti, da
mg.r Pila delegato e da molti provinciali,
senza ninno de'rimarchi da Lei prodotti,
come niuno li fece de' nominati. Inoltre
l'articolo prima di stamparsi lo diedi pu-
re a leggere al p. Meueguzzi procurato-
re de'certosini, pei; le notizie che di loro
riportai, e ri'ehhi approvazione e lode: a'
marchesi Longhi (de'signoridi Fumone),
ed al p. Illuminalo da Pofi, per ciò che
li riguardava, e ad altri, niuno affatto di
essi rimarcandomi il da Lei osservato.
Mentre mi era riuscito a furia di libri, di
cui sono dovizioso possessore, parlare di
tutti i luoghi della provincia , non potei
rinvenir notizie di Vallecorsa j dispia-
cente che su Castro e s. Lorenzo pubbli-
cava qualche cosa , mentre della prima
benché sede di governo nulla poteva di-
re, contro il mio sistema cercai notizie,
le quali sempre volli procurarmele a for-
za di studi, per non vestirmi delle penne
altrui, e per non espormi. Mg.r Santucci
(ora qui aggiungo, in quell'epoca sosti-
tuto della segreteria di stato, e di pre-
sente cardinal prefetto degli studi , an-
ch'esso della provincia comechè di Gor-
ga) mi offrì l'ottimo sig.1 prof. Rossi (ora
aggiungo di Vallecorsa), ed egli gentil-
mente mi procurò le notizie da V/ Sig."
Nell'atto che le riceveva, dicendomi egli
che Lei opinava corrispondere all'antica
ibernica o Ferrugine, tosto gli mostrai
gli autori che parlavano di Verruca. Mi
posi subito al lavoro, e vedendo a Lei con-
trarie le testimonianze degli storici che
pubblicai, procurai estenderle con gar-
bo e con riguardo e riconoscenza a Lei.
Tuttavolta non volendo ciò fare all'insa-
puta del sig.r Rossi, per delicatezza e cir-
cospezione , nel dì seguente gli mandai
l'articolo Vallecorsa, invitandolo franca-
mente a cambiar frasi e cose, a dirmi li-
beramente se andava bene , e se poteva
Ella menomamente offendersi del modo
da me tenuto. Mi favorì la sera, e mi dis-
4* VEL
se die avea anzi ammiralo moderazione
e riguardo; e ch'Ella certamente non si
sarebbe lagnato. Invece dalla sua lettera
vedo col fatto i gravami avanzatimi. Io
non pronunziai contrario giudizio, esposi
solo per verità itterica i diversi sentimen-
ti, lasciando il giudicarne ai critici, senza
il menomo fine di farle cosa spiacevole.
Lei ini fa il novero di molti uomini il-
lustri della provincia; ed io ai rispettivi
luoghi non mancai né mancherò parlar-
ne con diverse Iodi. E sia certa che ai de-
biti luoghi terrò presenti le sue osserva-
zioni (il che vado eseguendo). Spero ave-
re rettificato l'idea etterati formata su di
ine circa all'articolo Frosinone. gli con-
fermo la mia affettuosa propensione per
tutta la provincia, ove ho moltissimi miei
benevoli. Dichiaro a V." Sig.a la mia di-
stinta stima per le sue dotte cognizioni,
gli esibisco la mia qualunque servitù, , e
ini riuscirà infinitamente gradito un suo
cortese riscontro , passando intanto con
tutto il rispetto all' onore di protestar-
mi ". Il sig.' De Malthias, immediata-
mente e colla maggior gentilezza rispose
a'ig ottobre i 84^. «Eccellenza. La mia
umilissima <lel 27 perduto agosto ultimo
fuda ine all'Eccellenza V. "semplicemen-
te duella per pregarla a fare una nota
in favore della provincia Frusinate, e non
ad altro fine. Eorse il mio giovanile ardi-
mento non mi avrà fatto bene esprimer-
mi. È certo d'altronde, che malamente
si appella Frosinone come Paese di Bri-
ganti. Io porto quel sentimento espresso
maestrevolmente dalcav. Micali nel capo
8.° della par. ».' della sua opera su l'Ita-
lia. z=aV<i sono (e'ilice) sempre e in ogni
luogo grandi colpevoli. Se la corruzio-
ne non è generale, rispettano il secolo. Se
il secolo è vizioso, lo disprezzano, né cu-
rano i suoi giudizti. =: Posto questo prin-
cipio, estraggasi oradall'Ecz.3 V.a la con-
seguenza pel fatto di quel preteso Re del-
la Campagna Romana, eh' Ella mi cita.
Non creda poi, che io non abbia lodato,
e non lodi di cuore il Dizionario da Lei
VEL
compilato. Abbia la degnazione di legge-
re la mia Dissertazione de'beni apportati
alla Giurisprudenza dalli Sommi Ponte-
fici. Dissertazione inserita da mg/ Auto-
nino De Luca ne' suoi Annali di scienze
religiose al voi. xv, fase. 43 del 1842; e
vedrà a chiare notecome io abbia in pre-
gio la dotta di Lei penna. Dei resto sta
benissimo quanto l'Ecz." V." si compiace
significarmi colla pregiatissima del 1 5 an-
datile; e rapporto alla Storia di Falle'
corsa posso assicurarla , che la scoperta
di alcuni marmi, lapidi e altri monumen-
ti antichissimi fanno conoscere essere qui-
vi d'intorno slata la Verrugine de'Volsci.
Gli autori , che la pongono altrove non
conoscono le surriferite scoperte. Se ilCie-
lo mei permetterà io spero pubblicar l'o-
peretta archeologica su questa mia pa-
tria... Omissis... Deh ! o Signore, si com-
piaccia di essere il mio Mecenate, men-
tre io con sensi di sincerissima slima e
cordiale rispetto ho a pregio sommo di
confermarmi". Gli risposi a'2 3 ottobre,
ma non rammento i termini, perchè non
feci precedente minuta, non essendo so-
lito di farne, neppure per questo mio Di-
zionario, come altrove dichiarai e sono
pronto provare a chiunque. Il sig.r De
Malthias replicò da Vallecorsa a'29 del-
lo stesso mese, egualmente con termini
della più squisita gentilezza e per me o-
norevolissimi, il cui contenuto è estraneo
all'argomento in discorso; come lo è quel-
lo della successiva felicitatoria degli 8 di-
cembre 1846, altro modello di benignità
e di rara cortesia. Commosso, all'ammi-
razione verso l'egregio sig. r De Malthias,
e rilenendo la cosa del tutto terminata
per la mia ampia giustificazione, vi ag-
giunsi lamiariverenteaffezione,sentimen-
ti che sinceramente nutro e mi onoroqui
pure professarli. Ma neli85o senza alcu-
na avvertenza precedente , e senza che
nelle posteriori lettere l'encomiato scrit-
tore ne facesse mai trapelare alcun cen-
no, onde io poscia per rispetto l' imitai
nelle mie repliche, mi rimise per la pò-
V E L V E L 43
sia il sopra Iodato suo libro: Lettere ec. sa, s. Lorenzo e Castro. Volle eziandio ri-
Saggio storico di f'allecorsa, dopo il conlare in detta nota, che nel 1208 Inno-
quale trovai la Lettera 3." a me diretta, cenzolll da Fossanova si recò a s. Loren-
però con diverse varianti e note die non zo e poi in Castro ed in Cepium, pernot«
esistono allatto nell'originale; e con mio tandoin tutte le nominate terre. Da Ce-
nolubile stupore, senza die egli vi ripro- prano, per Aquino si portò a s. Germa-
ducesse la mia replica giustifieativa.di che no e Monte Cassino, indi a Soia e al ino-
n ine sembra fosse cosceuziosa niente e in- nastero di Casamiri , e per Ferentino si
dispensabilmente tenuto di fare, anche restituì a Homo. Dicendo de' banditi di
ad onore della provincia di coi si mostra Sciarra, aggiunse in nota. »> Non neghia-
amoroso e geloso propugnatore. Ed è per- ino die in queste contrade si trovarono
ciò che volli qui ripararealla sua omissio- alcuni banditi ne' nostri tempi. Mi non
ne, nel tempo stesso che vado esaurendo ebbero comodo aguato. Furono sempre
il da me promesso, ed il tutto per deco- perseguitati e distrutti. Un bravo capita-
io della medesima provincia e per scoi- do contro di essi fu il sig.r cav. Giusep-
parmi da qualunque ombra che abbia peSabbatini domiciliato in s. Lorenzo, che
potuto ingerire la Lettera stampata del presto riportò di essi completa vittoria".
sig.r De Matlhias, aumentata colle dette Egualmente non trovo nell'originale q<M<
varianti e note. Di queste non posso fare si' altri aggiunta che leggo nella lettera
a meno di qui rimarcare le più essenzia- stampata »* Ne' Monti poi non esistono mi-
racolile intrinsecamente indispensabili al- ca Terre orribili. Sminino e Patrica non
la coerenza della surriferita mia risposta, sono qua li si dipingono. Alle falde di que-
non conosciuta finora dal pubblico, meo- sta ultima si rinvengono attualmente a-
tre parte di questo è possessore della let- vanzi di ville, specialmente del tnagnifi-
teia stampata, onde n'è facile il confron- co Mecenate e del console L. Lummio,
lo, come pure lo è del mio articolo Fro- trovandosi persino oggidì la denomina-
8LVONE per fare altrettanto. Riparlando zione di Collelummio ad intuito appunto
delle ville de' romani, le dice poste ne'ter- delle possidenze di colai cavaliere roma-
ritorii Ernico-Volsci. Indi aggiunge.»» Se no". Ommise di far menzione degli illu-
passiamo poi a' tempi successivi, eccovi stridi Vallecorsa, avendone nell'opusco-
una Corte Sovrana tra noi. Il Muratori lo stampato ragionato nella Storiti. ìn-
negli Annali d'Italia all'annoi i5i scrive, vece aggiunse quest'altro periodo.»» Ed
che=; Papa Eugenio Illa dì 10 maggio oggi son gloria di queste contrade i Car-
andò a Castro (poco lungi da Ceccano), e diiialiBellid'Anagni,Siiuonetti figliod'n-
vi dedicò la chiesa di s. Croce, e nel dì na Vallecorsana, Gizzi di Ceccano, Anto-
27ottobrededicòlachiesa del monastero nelli di Sonnino, e Vizzardelli di Monte
di Casamaro (presso Veroli), dopo di che s. Giovanni ". Nel ripetere il paragrafo;
tornòaSegni=overisiedè per molto teui- In sostanza è noto che qualcuno ha vi-
po. Lo stesso ripetasi di Lucio 111, Inno- tuperato la Delegazione in discorso, ab-
cenzo 111 e di Sisto V ec. che onorarono benché di certo le avria dovuto dar lode.
di loro presenza Piperno... " In nota poi E qui lo pone con nuova nota, non esi-
ricorda gli onori ricevuti dalla provincia stente iieH'origiiiale.»>Si allude al cav. Mo-
nel secolo corrente da'gloriosi Pontefici rolli, che ha molti paretai qui". Segno-
Gregorio XVI e Pio IX nel 1 843 e nel no i versi Danteschi, che a meoraesclu-
l85o, e che furono pure in Fi osinone e sivamente applicati sono preceduti dulia
in Piperno; nelle vicinanze di Prossedia- paiole; Si potrebbe ripetere con Dante,
vendo incontrato il 2.0 le commissioni di Questa e colei, die tanto posta in croce-
quelle lene, e specialmente di Vallecor- Pur da color}che le dovrian dar lode, -
44 V E L
Dandole brasino a torto , e mala voce.
Il fine della lettera stampata .essendo mor-
to a quell'epoca il cardinal Gizzi, termi-
na colla variante. >» Ma orsù ossi il tutto
Do
dee cangiar di aspetto sotto i raggi del-
l'immoilal Pio IX". I nominati Cardina-
li, meritano schiarimento, e «li tutti mi
glorio di averne goduto la benevolenza,
come ho a vanto d'onorarmi del patro-
cinio del superstite vivente. Il cardinal
Belli era morto a 'g settembre i844> v'"
veva il cardinal Simonetti e poi morì a'
5gennaioi 855; il cardinal Gizzi era mor-
to a'3 giugnoi849; il cardinal Antonelli
è stalo creato cardinale l'i i giugno 1847;
il cardinal Vizzardelli creato cardinale in
«letto giorno, morì poi >'%4 maggie f 85 1 .
Circa a'sedicenli miei parenti, il sig/ Da
Mailhias amplificò le mie parole; alcuni
parenti mici vi derivarono. Le scrissi per
sapere, che la mia ava paterna era nata
in Roma da Sebastiano morto d'anni 07,
della ricca famiglia de'Recchia di Guar-
dilo. Me ne pregio; ma ignoro chi siano,
e ninno mai per parente mi si fece cono-
scere, uè della provincia di Frosinone, né
di Velletri. L'allusione specificatamente
affibbiatami nella lettera stampala, la re-
spingo come inesatta, ed eziandio reputo
non dovermisi all'alto, per tutto il riferito
colla massima ingenuità e semplicità.
Da ppoichè,lenendo sempre per fermo che
io Dell'articolo Frosinone parlai con dile-
zione della provincia, anzi reputando non
mai abbisognare di dichiarazioni, nondi-
meno fedele alle mie promesse, non cre-
dei meglio corrispondere a' tlesiderii del
sig.r De Mailhias, die col riportato am-
piamente in questo articolo. Penetrando-
mi del suo spìrito lodevole d'amor patrio,
torno a dire, che credei vantaggioso alla
nobilissima Provincia il pubblicare la
pi onla e franca mia risposta; (lessa fu fat-
ta pelò alla lettera anteriormente scritta
dal suo riverito pugno, oud'era indispen-
sabile e necessario che facessi l'esposte av-
vertenze, per le dichiarate varianti e note
che si leggouo solamente uella posteriore*
VEL
stampata diversamente e alla mia insa-
puta. Tuttavolta ho evitato e mi sonoa-
steiiulo da qualunque commento o cita-
zioni analoghe di mia opera, e da quanto
altro cagionar potesse neppure l'apparen-
za d'animo indisposto. Arroge il pro-
nunziato di recente nel parlamentod'ln-
ghil terra sull'infume attenta tu de' 1 4 gen-
naio i858 pel progetto da convertirti in
bill 0 legge relativo alla cospirazione d'as-
sassinio, dalla magniloquenza di lord Pal-
mellimi, che disse.»Di versi oratori si so-
no olliesi di ciò che si è dello, essere que-
sto paese l'asilo degli assassini e de' co-
spiratori. Sventuratamente non possiamo
negare che così sia. Non è però vero il di-
re che colla costituzione del paese il go-
verno e popolo inglese incoraggia e pro-
tegge gli uomini che tramano questi a-
troci delitti e che li commettono, ma sven-
turatamente è vero che simili delitti so-
no stali preparati in Inghilterra e che dal-
l'Inghilterra sono usciti incaricati di com-
metterli". L'applicazione che faccio io al
caso nostro, è in quanto alla topografica
condizione del paese, che questo soltanto
per natura può porgere rifugio e asilo, e
ciò all'atto non mai olfeude 1 generosi a-
bitanti; che invece per tale stato di locali-
tà (urono esposti di tanto in tanto a sog-
giacere vittime di deplorabili spogliameli-
li , atroci uccisioni e altre abboiuinevoli
nefandezze, lo distinsi e distinguo gli a-
Dilatiti dall'abitato. Questo è un fallo im-
possibile a negarsi, ed è noto a tutto il
mondo. Lo proverà diversi brani storici
che in progresso dovrò riferire, anco col-
lo stesso Muratori e suo continuatore, e
co'medesimi scrittori provinciali e delle
vite de' Papi, come i meglio informali in
argomento, e perciò li preferirò ad altri.
La provincia di Marittima ossia la le-
gazione propriamente di Velletri, come
la costituì Gregorio XVI, abbracciò nel
nuovo compartimento l'antica provincia
di Marittima del Lazio, e ne forma il con-
fine meridionale la spiaggia Mediterra-
nea dulia foce dell'Astuta siuo oltre all'i u-
VEL
nontorio Circeo, e precisamente alla tor-
re Gregoriana di Terrari nat che tocca il
limite napoletano, al moilo descritto iti
quell'articolo. All'est ed al nord le fan-
no cerchio i paesi della Campania o Cam-
pagna Romana, che forma oggi la dele-
gazione di Prosinone ; all'ovest poi è li-
mitrofa alla Comarca di Iloma, e più si
avvicina al distretto d'Albano. Le monta-
gne Lepine formano per lungo I ratto la
linea di demarcazione fra il litorale e la
Volle del Sacco, e sono quindi la bar-
riera fra le dueprovincie, ed il suolo Er-
nico-VoUco. Ad evitare ripetizioni, <]ui
avverto, che del territorio volsco e de'suoi
popoli e citlàjoltreil riferitone giàco'pnb-
bhcati loro articoli, e nel voi. XXVII, p.
299, ove notai che ne furono capitali o«
ra Valletti, ora Piperno, e fors'anco al-
cnn'allra città, come Sessa(1 .) o Sues-
M l'oniezia o l'omelia, dalla quale prese
il nome il famoso territorio Pontino, e in
tale articolo dissi pure delle diverse cit-
tà omonime de' principali illustri votaci,
oltre il già detto ne' ricordati articoli di
città e luoghi de' volsci ; dell' industria,
commercio e prodotti de'medesimi, oltre
il cenno complessivo dell'intera legazione
che vado a fare nel presente periodo; di
tutto ne terrò proposito, sia descrivendo
la legazione nella parte marittima, sia
nella descrizione di Velletri e suo terri-
torio. Delle Paludi Pontine, dopo que-
st'ai ticolo, ne riparlai nelle città e luoghi
che tie risentirono i danni o vi hanno par-
te del territorio, principalmente in quello
di TerracHiaj e nell'altro di Strade di
Ilenia, della fumosa Via Appia che la
percorre, meritamente denominata Re-
gina J iaruni. Quanto alla provincia di
Fresinone, regione degli antichi cinici,
è a vedersi quell'articolo, ove notai che
il distretto di Terracina, i governi di
Vahnonlone, di Segni e di Sezze, ad es-
sa appartenenti, co' loro vice-governi ,
nell'erezione della legazione di Velletri
furono smembrati ed a questa attribuiti.
Inoltre nellostesso articolo parlai de'due
VEL 45
popoli ernico-volsci, e delle città d'am-
bedue, antiche e superstiti. Gli eroici,
si vogliono dal De Matlhias, nella Lette-
ra 5.',ove discorre della sua dissertazio-
ne Ietta nell'accademia Etnica, Le Ori-
gini Erniehej prefazione alle disserta-
zioni sull'Agricoltura Etnica, derivati
da' pelasgi cananei, fenici e egizi, per cui
la loro lingua antica partecipava dell'e-
braica o egizia primitiva, condotti nel-
la regione dal capo de'pelasgi cananei e
fenici cacciali dagli ebrei, Eroico Elolo,
dal cui nome lo presero la contrada e i
popoli che l'abitano. Diverse città, luo-
ghi e fiumi portano nomi derivali dalle
originarie sedi di tali pelasgi. L'Etolo Er-
nico nel Lazio scegliendo la parte più a-
dalta a' suoi disegni agrari e guerrieri,
fabbriconi de' ricoveri ad imitazione di
quegli egizi, che non habebanl demos,
sed Turres. Le mura pelasgiche alalri-
ne non sarebbero in questo senso, che
immense torri, formate giusta il costu-
me de' signori delle piramidi. Gli eroici
sono celebrali dall' antichità pel valore
nell'armi, per le loro costruzioni ciclo-
pee, delle quali in più luoghi dissi parole,
come ne' voi. LX1 1 1, p. 23o, LXXXI V,
p. 167, e altrove. Oltre quelli che poi ri-
corderò, sulle costruzioni ciclupee scrisse-
ro. Middleton, Cyclopians If'alls, Lon-
don 1821. Dodwell, Cyclopians II alls
in G rece and ftaly ^London 1 82 1 .Filippo
Pet 1 t-Radel, Viaggio storico f orografico
e filosofico, fatto nelle principali città
dell' Italia nel 1 8 1 1 e nel 1812, Parigi
18 1 5. Sono pure gli eroici lodali pel rego-
lare coniugio,e quali eccellenti e fortissimi
agricoltori, oltre altri posteriori vanti che
rilevai ne'relati vi articoli; siccome di sve-
gliato ingegno, religiosi e fedelissimi sud-
diti pontificii. In tutti i tempi fiorirono
copiosamente illustri, che onorarono la
nazione ernica e le individuali patrie, col-
la dottrina e l'arte, la santità di vita e il
▼alore guerriero, le dignità ecclesiastiche,
civili e militari, e quasi di tutti o alme-
no de' principali potei decorosamente ra-
46 V E L
gionarne a' loro articoli o luoghi. Provin-
cia in somma, che il gran Bonifacio Vili,
una delle tante glorie della medesima, di-
chiarò:» Haec est enim Provincia, prae-
darà Campaniae Mariliuiaeqne, quaefe-
licis henedictionis, et gratia gratiludinis,
clohedienliae producilalumiios,el in qua
semper erga Ecclesiam supradiclam Gelei
constantia viguit, claruit devotiouis iute-
gritas, splenduil revereutiae plenitudo.
Haec est profecto columua fidclitatis, im-
nicbilis, super firmati) Petra ni Fidei con-
sultila, quae uullius unquam conculi pò-
lui! frangenti* fremilu tempestati*. Haec
est Provincia, quae semper ipsiusEccle-
siae virili ter, et conslanter in necessita-
tibusastilil personaruni perieula, ti, mina
rerum, et lahorum onera non evitati*, cu-
jusque prompto, et patenti auxilio Ter-
rassibisubjectas regi* dirigitque Provin-
cia*, ipsarum compescit excessus , ausus
temerarios reprimit, illiei Los motus frae-
nat. Hic est utique praedilectus, et deli-
ciosusHoi tusEcclesiae. In quo ipsa repe-
rii, quo»! delectat, culligli, quoti blandi-
tili" alfeclui,guslat, et perequi dolce* fru-
ctos". Tarilo leggo nella bolla di Bonifacio
Vili, Romana jìlalcr Ecclesia, da lui e-
maoala nella sua nobilissima patria Ada-
gili, metropoli degli eroici, a' 28 settem-
bre 1 290, pubblicala da Bonifacio IX col-
la bolla Iluinilibus, de' 12 giugno i4oo,
Bull. Rom. t. 3, par. 2, p. 395: Con/ir-
malio Slatuloriim, ci Ordinationum
Pi ovinciarum Campaniae , et Mariti-
viae per Bonifacìum PP. T III edilo-
i'uìiì. Ivi è pure la bolla Ad*a di Boni-
facio IX: Stallila pio Tcrracinensibus
telila firmat.UDe Matlhias, oltre i sum-
meutovati cardinali (a' quali aggiungo il
cardinal Gioacchino Pecci vescovo di Pe-
rugia,e il cardinal Vincenzo Santucci pre-
fetto della congregazione degli studi, di-
poi elevali alla s. porpora) della provin-
cia, dice questa contare circa 4° prelati
((ra'quali almeno 5 che Dominerò iu se-
guito a cagione d'onore, sono prossimi al-
ludiguilà cardinalizia; e diversi di tali pre-
VEL
lati sono insigniti del grado episcopale),
molli professori dell'università romana,
tanti giudici de'triburiali di Roma, e vati
altri uomini eccelsi, essendo genio della
scienza musicale il Colelli d'Anagni.ed un
genio de' panegiristi romani il carmelita-
no scalzo p. Teodoro di Maria Santissi-
ma vallecorsano. Narra di più, clic in À-
cuto ebbe origine l'istituto delle pie don-
ne e monache Adoratoci del Divin San-
gue (di quello stabilito in Orte , idea-
to dal ven. cau. Del. Bufalo istitutore del-
la congregazione del Sangue preziosis-
simo , e posto in pratica da Maria De
Mattia* iu Acuto, ne feci parola nel voi.
XL1X, p. 1 83. Nel ricordato articolo
tomai a far menzione delle Adorati ici
del Di vili Sangue, menile nel voi. LXUI,
p. 123, celebrai lo stabilimento a loro a-
perto in Roma per l' educazione mora-
le e religiosa delle fanciulle, del di cui
prospero successo può vedersi il riferito
nel ii.° i47 del Giornale di Roma del
18J7. E in quanto alla congregazionedei
sacerdoti, dissi die Pio VII nel 182 1 or-
dinò al medesimo servo di Dio di aprir
le caie di Terraciua, Sminino, Semionda,
Velletri, Frosiuone e Vallecorsa, e della
medesima riparlai nel voi. LXXX1V, p.
198), fondato per la civile e religiosa e-
ducazione delle donzelle, già propagate
iti Francia, Germania, America ec, e poi
ne ragionò pure nel suo libro Della Pe-
dagogia necessaria alle donne, Feren-
tino 1 85 1 (leggo nella Topografia stati'
slica dello slato pontificio del cav. A-
doue Palmieri, Roma 1857, a p. 87.
» In Roma le pie educatrici, ed Adora-
ti ici del Divin Sangue , in via Avigno-
nesi, 11.' 80, iu casa della principessa Wol-
konsky, ammaestrano ne lavori ed istru-
zione cristiana le fanciulle, ed auebe le
maritale. Institulrice fu la pia Maria de
Matiis di Acuto verso ili 833 sotlo la di-
rezione del ven. canonico Del Bufalo, e
già conta 1 6 case per lo stato pontifìcio").
Aggiunge che nella provincia esistono col-
legi fionlisiiiiii, biblioteche, seminari, li-
V E L
pogra fie, musei numismatici en. L'acca-
demia Etnica la ilice fondata nel decli-
n.ir del secolo passalo dal sommo nelle
scienze e nelle lettere mg.r Giovanni De-
voti vescovo d'Anagni in questa città, la
quale per essere l'antichissima capitalede*
gli ei nici prese il detto nome; alterata nel
suo progresso pegli sconvolgimenti repub-
blicani deli yqg, indi il vescovo d'Anagni
nig.r Gioacchino Tosi potè stabilirla. Nel
suo i.° lustro l'accademia fiorì in modo,
che poco mancò non vi dasse il suo nome
l'imperatore Napoleone 1, il quale aven-
do molta propensione pel Tosi, gli sotto-
mise le diocesi di Paleslrina, Terracina,
Sezze, Piperno, Ostia, Velletri, Alati i,
Albano, Frascati, Porto e s. lAullina, e Ti-
voli. Per le vicende cui soggiacque mg.r
Tosi, l'accademia fu dimenticata, ma nel
i843 quando l'immorlal Gregorio XVI
degnò di sua presenza la città d'Alain,
si pensò con energìa a ristabilii la. 11 me-
rito della nuova fondazione dell' accade-
mia Etnica si deve amg.r Adriano Giani-
pedi zelante, facondo e dotto vescovo d'A-
lati i in questa città, e ne ottenne l'appro-
vazione dalla congregazione degli studia'
3o luglio 1 844- Et'ggo "el supplemento
al n.°i4 del Diario di Roma del 1 845,
che l'accademia fu fondata a'2 febbraio
1 844» anniversario dell'elezione di Gre-
gorio XVI, che perciò essendosi propo-
sto di celebrarlo, e insieme quello del-
1 accademia con solenne straordinaria tor-
nala, a cagione del mal tempo si differì
a'9 e celebrossi il letleiario esercizio nel
modo ivi narrato. Apprendo poi duW'dl-
burn di Roma, t. 24, p. 1 46, che contri-
buì alla fondazione dell'accademia il pa-
trizio alatrino e cauouico della cai tedia-
le d. Agostino prof. Caporilli prefetto de-
gli studi nel seminario, la di cui biografia
del prof. Giuseppe Tancredi ivi si ripor-
ta, coli' encomio del suo sapere e parti-
colari pregi. Intendimento dell'accade-
mia è la coltura dell'umane lettere e de-
gli utili studi. Dopo i misteri di nostra ss.
Religione, cui souo sagre le sue più so-
VEL 47
lenni lornale,per lo più imprende a tratta-
re argomenti riguardanti le cose patrie.
Tre ordini di soci compongono 1' accade-
mia,residenti, corrispondenti, onorari: fra
i secondi mi pregio di appartenervi. A'27
giugno i845 mi fu spedilo il diploma di
socio corrispondente, cogli Statuti del-
l'accademia Erràca eretta in A latrilo-
ma i845. Indi ricevei il Catalogo de* soci
della accademia Ernie a fondata sot-
to gli auspicii della sa. me. di PapaGre-
gorio XF1 che drgnossi fregiarla, del-
l'augusto suo nome, Roma 1847- Egua-
le onore ha compartito all'accademia il
regnante Papa Pio IX. Notai già che il
De Mallhias colla Lettera 4-' ragiona
sulla storia dell'industrie della provincia
e di sua posizione commerciale. Egli dice.
L'antico commercio si vuole ben grande,
perchè il solo distretto d'Anagni contava
60,000 abitanti, e Virgilio appellò ricca
Anagni non per la semplice coltura cam-
pestre, ma eziandio pel traffico, poiché il
suolo in parte è sas-oso. Del vetustissimo
commercio degli ernico-volsci n'è prova
la staterà della prisca Campagna del La-
zio. Un'iuvenzione de' pesi de' tempi re-
motissimi, decide de' famosi mercati d'e-
poche lontanissime. La staterà ne'campa-
ni del Lazio, ove souo i contorni di Erosi-
none, Milli cii ni emenle attesta quanto i pri-
mi frusinati felicemente commerciassero
colle loro produzioni e industrie. Di pre-
sente la delegazione diFrosinone nell'agri-
coltura mantiene aperti traffichi non solo
colle principali parli dello stato pontificio,
ma ancora al di là dei Mediterraneo e del
Tirreno, e persino in Africa. Anagni e
Ferentino producono abbondanti grana-
glie, Veroli e Vallecorsa moltissimo olio,
Allena e s. Lorenzo copiosa seta, Supino
moltissimo legname. Gli opificii di panni
d'Ala'.ri e di tappeti di Veroli sono rino-
mati. In Frosiuone si migliorò ne' lavori
agricoli e industriali. Eccellenti sono le
piante di tabacco di Vallecorsa e Ponte
Corvo. Termina il De Mallhias con os-
servare; Che se Terracina avesse una
48 V R L
fiera, come quella ili Sinigaglia, ed aves-
se pure una strada ferrata che l'unissi; a
Roma, la delegazione Frusinate diver-
rebbe la i." provincia dell' Italia. Bensì
narrai in tale articolo, pel cui porlo tan-
to fece Gregorio XVI a vantaggio di que-
ste provincie, clie vi è la stazione e l'offi-
cio per la telegrafia elettrica; mentre so-
no lieto di potere qui ripetere, die il ti on
co di ferrovia da Roma al Tuscolo (/ '.),
dovrà continuarsi per Velletri e Cepra-
no, per congiungerlo a quello di IN tipo-
li, come accennai ne' voi. LXX, p. 1 63,
LXXXIV, p. i5; ed intanto il governo
del florido regno delle due Sicilie spinge
con massima alacrità la strada ferrata
perCeprano, anzi si può dire giunta qua-
si alle frontiere pontificie, destinata a riu-
nire le nostre vie all'altre Europee, men-
tre accosta a Sanseverino per proprio
conto la strada di Brindisi. Sulla linea
della ferrovia Pio-Latina si formeranno
due primarie stazionala t .'inVelletri, l'al-
tra probabilmente in Ceccano. Nel Gior-
nale di Roma del 1 858, n. 56 e 5<], si leg-
ge la conferma alla società anonima della
concessione della strada ferrata non sola-
mente da Roma a Fi ascati, ina eziandio il
suo prolungamento dalla n." città al con-
fine Napoletano, seguendo il traccialo sot-
to i colli Albani e per Velletri, lino allo
slesso confine Napoletano per Ceprano;
costruita ad un binario, cioè con una cop-
pia di guide di ferro, salvo pe' recessi di
carico e scarico, stazione e scambio, che
dovranno avere doppi binari ec< Si ripor-
ta pure il capitolato accettato dalla socie-
tà a' 7.5 febbraio j 858, con sovrana san-
zione e ordini de' 3 marzo susseguente ;
colla tarilFa di nolo pe' viaggiatori, e le
tasse pe' trasporti di animali, derrate,
merci e altro. Annullandosi la concessio-
ne de' 24 febbraio 1 853 della continua-
zione della linea di Frascati al Porto d'
Anzio. La società si obbliga di porta-
re a compimento il detto prolungamen-
to di fério via peli.0 agosto 1860, in mo-
do che la strada sia praticabile in lut-
V EL
ta la sua estensione. Frale riserve fatte
dal governo, vi è quella dello stabilimen-
to d'una linea telegrafica elettrica lungo
la via ferrata. Quindi il Papa nominò
commissario generale delle strade ferra-
te pontificie romane il duca d. Mario
Massimo. 11 n. 85 dello stesso Giornale
pubblicò gli articoli addizionali agli sta-
tuti de' 24 maggio i854, della società a-
nonima della strada ferrata da Roma a
Frascati, la quale prese il nome di Socie-
tà privilegiata Pio- Latina delle Stra-
de ferrate da Roma a Frascati, e da
Roma al confine Napoletano, ossia Ce-
prano. Tali articoli furono approvati dal
Papa a' 3 1 marzo 1 858. Si può vedere
l'interessante articolo d'Angelo Angeluc-
ci : Ferrovie ed opere dello Sialo, a p.
1 80 del 1. 1 ,ser. 2. 'dell' Enciclopedia con-
temporanea di Fano .Ora colla stessa En-
ciclopedia contemporanea di Fano, t. 6,
p. 2 1 2 e seg., riporterò il sommario delle
piùimportanti materie trattale nellaRivi-
stade'prodotti naturali e manifatturieri
dello stalo romano,del prof.GaetanoNigri-
soli, autore della recentissima e bell'ope-
ra, sulla quale però vanno tenute presen-
ti quelle savie avvertenze pubblicate dal-
la stessa Enciclopedia a p. 3 57 e seg. ,
la quale tornò a lodare l'autore nella se-
rie 2.', 1. 1, p. 58. Legazione di Velletri.
Fiorenti l'industrie agricole, lanquide le
manifatturiere. Prodotti naturali. Buoi
e bufali in bel numero; in mediocre i
cavalli e pecore; scarseggiano le capre e
i suini. Commercio vivo neh' anzidetto
bestiame con R_oma e col Napoletano.
Poco si curano le pecchie e i Augelli. La
pescagione e la caccia danno considere-
voli prodotti. Ubertosa raccolta di fru-
mento, che si estrae, mentre il granone
ed altri cereali negoziansi colle terre vi-
cine. Il lino e la canepa conosconsi appe-
na.Erbaggie frutta squisitissime in copia,
come anche aranci e altri agrumi. Pro-
dotto considerevolissimo di vini ottimi,
che s'inviano per Roma. 1 gelsi esistono
in discreto numero, gli ulivi vi prospera-
\ E L
no largaineule, e più ancora i castagni,
le cui titilla porgonsi ad un commercio
rilevante. Da' molti boschi traesi a dovi-
zia ili legname da fuoco e da costruzione.
Ricchissima cava di gesso. Acque minerali
ferruginose non per anco illustrate. Pro-
dotti manifatturieri. In Velletri abhiaojo
una fabbrica di cappelli ed una di cera.
Terracina presenta una fabbrica di cap-
pelli ordinari, e Ronco (?) una cereria; nel
restante della provincia veggonsi attive le
lavorazioni delle botti, delle doghe, del
carbone, e di notabile quantità di potassa.
Delegazione di Frosinone. Fiorente l'a-
gricoltura, non ispregievoli le industrie.
Prodotti naturali. Ricchezza di buoi, mag-
giore di bufali, utile spaccio con Roma e
con Napoli: le carni salate de' bufali si
acquistano dalla marina napoletana. Ca-
valli in abbondanza, spesse mandrie di
porci ; notevoli di pecore e di capre.
Questo bestiame trafficasi con Roma e
con Napoli. Minimo il raccolto dell' api
e de' Augelli, tenuissima pure la pesca-
gione. Vistoso scambio di grano e di
granone con Roma, non lieve de' po-
mi di terra, dell'avena e dell'orzo colle
terre vicine. I vini e l'olio graditi, e i ca-
stagni mantengono utile spedizione alla
dominante. Piuttosto scarsi i gelsi; do-
vizia di ghiande, e di legname ottimo da'
molti boschi, che esita insieme colle cor-
leccie de' sugheri anche all'estero. Ric-
che cave d'alabastro in Salvaterra (non
la conosco, forse Falv.aterra), ed in Fe-
rentino, di stucco in Guarciuo. A Colle-
pardo, abbondanti gessaie, in Trevi un
minerale ferruginoso che presto sarà uti-
lizzato. A Polì miniere ubertose di pozzo-
lana e relitti vulcanici; a Castro una
quantità di pece, che ne ha il nome, co-
me altresì buona argilla. La vendita de'
minerali predetti estendesi al Napoleta-
no. L'acqua d'Anlicoli tiensi in gran cre-
dito; poi vengono quelle di Ferentino e
d'Anagni. Prodotti manifatturieri. In A-
latri, eccellenti la nitidi, donde un traffi-
co ragguardevole coll'interuo. A Monte
VOL. LXXXIX.
V EL 49
s. Giovanni, nitriere, fabbriche di polveri
sulfuree, ed una cartiera, le cui inanità It u-
re spediscousi a Roma insieme ad ingen-
te quantità d'olio di ricino che prepa-
rasi in Ceprano. A Guarciuo una cartie-
re, una concia di pellami; nel contado
poi abbondanti lavorazioni di candela-
bri, di cucchiai di /aggio. Le carte ed i
pellami negoziatisi colle prossime tene,
gli oggetti di legno anche con Roma, la
altre comuni fabbriche di cappelli, di te-
le, di stoviglie, di mattoni, distillerie da
spirito e da rosoli i. Vendita di tali mani-
fatture in provincia e fuori. Distretto di
Ponte Corvo. Vaccini e pecorini in bel
numero, in maggiore i porcini: lo smer-
cio de' medesimi è utile co'luoghi vicini
e col Napoletano. Trasandata l'educazio-
ne dell'api e de'flugelli. Dovizioso raccol-
to di grano, di spelta, di granone, di pa-
late, di legumi, che negoziansi pure col
Napoletano. Ristretta la semina della ca-
nepa e del lino; vastissima de'tabacchi, le
cui foglie si mandano alla Regia di Na-
poli(?). Abbondanza di vini squisiti, che
trafficatisi colle terre limitrofe. Escava-
zioni di argilla per vasellami e materia-
li da fabbriche. Prodotti manifatturieri.
In Ponte Corvo, filatura notabile di ca-
nepa e di lino, lavorazione di tessuti or-
dinari di cauepa, fabbrica di paste da mi-
nestra, concie di pellami, moli ni da gra-
naglie ec, fabbriche di stoviglie, di mat-
toni ec. Tali manifatture si esitano alle
terre limitrofe e al Napoletano. Delega-
zione di Benevento. L' agricoltura è in
assai florida situazione, non cosi le altre
industrie. Prodotti naturali. Torme di
buoi e di cavalli, più numerose di bufa-
li. Anche le pecore ed i suiui sono in
qualche abbondanza; negoziasi il detto
bestiame col regno di Napoli. Le api ed i
bachi da seta si educano con impegno, e se
ne hanno prodotti eccellenti. Raccolto u-
bertosodi grano e di granone. Vasta col-
tura della canepa e del lino; dovizia di
erbaggi e di frutta, di cedri, di limoni e
d'aranci. Questi prodotti insieme ad una
4
5o VEL
grande quantità di tabacchi si vendono
a' luoghi vicini ed al Napoletano. 1 vini
mantengono un' interessante estrazione
al pari dell'olio d'oliva con Napoli. Ap-
prezzabile il prodotto delle ghiande, e
delle legna principalmente delle selve.
Non sonosi fin qui escavali minerali, né
scoperte acque medicinali. Prodotti ma-
nifatturieri. In Benevento, fabbrica di
cappelli fini e ordinari, di corde armoni-
che, di pettini di bufalo, avendo questa
la privativa per la delegazione. Sono ce-
lebri i torroni o ammandorlati, che s'in-
viano a Roma ed a Napoli, come anche le
corde armoniche e i pettini. A s. Ange-
lo, filatoi di seta, fabbrica di tessuti or-
dinari di lana, in alcuni luoghi concie di
pellami e moliui da granaglie. Nel 1782
si stampò in Napoli, Carte corografiche
e memorie riguardanti le pietre , le mi-
niere e i fossili per servire alla storia
naturale delle provincie del Patrimo-
nio, Sabina, Lazio, Marittima e Campa-
gna, e dell' Agro Romano, abbozzate e
raccolte dal prefetto degli sludi del real
collegio Fernandìano alla Nunziatella.
Riportano le ufficiali Notizie di Roma
del 1 858 le seguenti nozioni. Legazione
di Marittima e Campagna. Em." cardi-
nal Vincenzo Macchi decano del sagro
collegio, legato. In Velletri risiedono : il
prelato delegato apostolico di Marittima
mg.r Luigi Giordani, 4 consultori, il se-
gretario generale, il presidente del tri-
bunale di 1.' istanza, 3 giudici, il procu-
ratore fiscale, il cancelliere, l'assessore
legale, l'ingegnere d'acque e strade, il ca-
pitano comandante de' gendarmi. Que-
sta provincia è divisa in 5 governi (oltre
i due vice-governi di Carpinetoe Sei mo-
neta), e contiene 62,01 3 abitanti. In
Frosinone risiedono: il prelato delegalo
apostolico di Campagna mg/ Ferdinan-
do Scapilta, 4 consultori, il segretario
generale, il presidente del tribunale di
1. istanza, 3 giudici olire un aggiunto,
il cancelliere, l'assessore, il capitano co-
mandante de' geodanni. La provincia
VEL
divisa in 1 3 governi (imperocché sebbe-
ne nel comune di Sonnino non risieda
propriamente un governatore, ma un
commissario straordinario colle medesi-
me attribuzioni, viene considerato come
un governo) ha 1 54,55g abitanti. In Be-
nevento risiedono: il prelato delegato a-
postolico della medesima provincia mg.r
Odoardo Agnelli, 4consultori, il segreta-
rio generale, il presidente del tribunale
di i.a istanza, 1 giudici, il procuratore
fiscale, il cancelliere, l'assessore legale, il
tenente comandante de' gendarmi. La
provincia, oltre la città, contiene 7 co-
muni, ed ha a3, 1 76 abitanti. Negli altri
articoli componenti la legazione di Ma-
rittima e Campagna ne descrissi le par-
ticolarità, in uno alla temperatura, con
quella brevità rhedebbo seguire, per sup-
plire alla quale dichiarai un buon nume-
ro degli scrittori che di proposito ne trat-
tano. Innanzi di compendiosamente de-
scrivere Velletri e suo vescovato subur-
bicario, ch'è 1' argomento dell' articolo,
i) rimanente non essendo quasi che un
accessorio ad ornatimi del capoluogo di
sua legazione, mi propongo di riferire al-
cune notizie di que'luoghi della medesi-
ma, di cui ancora non parlai, per le qua-
li procederò principalmente co'seguenti
auton, oltre il Riparto territoriale del
1 833, pubblicato dal governo nel 1 836,
profittando eziandio della Statistica del'
lo Stalo Pontificio del 1 853, dal me-
desimo governo fatta stampai e nel 18^7,
e tenendo presente la Statistica nume-
raliva delle popolazioni dello stalo pon-
tifìcio alla fine del 1 853 col Riparti-
mento territoriale modificato secondo
i cambiamenti cui e andato soggetto do-
po il l833 fino all'epoca presente, Ro-
ma 1857. Quest'ultimo Ripartimento e
Censo della popolazione, dichiara il mi-
nistro dell'interno con circolare de' i4
novembre 1807, viene surrogato a quel-
lo del 1 833, dovendo cominciare ad ave-
re effetto il i.° gennaio 1 858. Nel Ripar-
timento si avverte, che le frazioui co-
VEL
medie fanno parte de' loro comuni o
appodiali, non fu stimalo necessario di
riportarle, non avendo amministrazione
separata ; diesi è rettificata la popolazio-
ne stabile e mutabile della Statistica del
i853; e cbe oltre gli antichi vice-gover-
ni,altri ne furono istituiti. Pe'vice-gover-
ni conviene tener presente la legge de'3o
ottobre i856, riferita dal n.° i5o del
Giornale di Roma, dalla quale viene
specificata la giurisdizione e le attribu-
eìoiiì de' vice-governatori, che in sostan-
ra esercitano quelle de'governatori. Ec-
co poi gli accennati autori. Fr. Bonaven-
tura Theuli velletrano e minore conven-
tuale, Teatro historico di Velletri insi-
gne città e capo de' volscì, Velletri per
Alfonso dell' Isola 1 644* Carlo Ambro-
gio Piazza, La Gerarchia cardinalìzia,
Roma i 703 : Ostia e Velletri vescovati
suburbicari. Antonio Ricchi corano, La
Reggia dc'Volsci) ove si tratta dell' o-
rigine, stato antico e moderno delle
città, terre e castella del regno de' voi-
sci nel Lazio, e specialmente di Cora,
città volsca, sua patria, Napoli i 7 1 3.
Del medesimo: Teatro degli uomini il-
lustri nelle armi, lettere e dignità, che
Jiorirono nel regno antichissimo de'
volsci, esistente nel Lazio, parte dell'I-
talia, ove frapponesi il Discorso sovra
le differenze insorte intorno al celebre
taglio delle famose Selve di Cisterna
e Sermoneta ^dedicato all'Illm." ed Ec-
cell." Signore d. Michel' Angelo Cae-
tani duca di Sermoneta e di s. Marco,
principe del sagro Romano Impero e di
Caserta, marchese di Cisterna, signore
di Bassiano, Ninfa e s. Donalo, came-
riere della chiave d'oro di S. M. Cesa-
rea Cattolica, barone rumano, e gran-
de di Spagna ec, Roma 1721. Alessan-
dro Borgia vescovo di Nocera poi arci-
vescovo di Fermo veliterno, Istoria del'
la Chiesa e città di Velletri, Nocera
1723. Fr. Casimiro da Roma, Memorie
(storiche delle chiese e de' conventi del-
la provincia romana, Roma 1744* ^s'
VEL 5i
trantouio Petrini, Memorie Prenestine,
Roma 179?. Mg/ Nicola Nicolai, De'
bonificamenti delle Terre Pontine, Ho-
ma 1800. Gabriele Calindri , Saggio
statistico storico del Pontificio Stato.
Pietro Castellano, Lo Stato Pontificio.
A. Nibby, Analisi storico-topograjìco-
antiquaria della carta de' dintorni di
Roma. G. Marocco, Monumenti dello
Slato Pontificio. Storia della città di
Velletri scritta dal canonico Tommaso
Banco, 2." cdizionc,Ve\\elr\ tipografia di
L. Cappellacci i85i. Quando questo be-
nemerito defunto veliterno me la donò
graziosamente, io già possedeva la i/e-
dizione da lui dedicata a' suoi dilettissi-
mi concittadini (l'altra essendolo al car-
dinal Macchi) con questo titolo: Coni-
pendio della storia Veliterna,R.oaìa ti-
pografia Mugnoz a spese dell'editore Lui-
gi Cappellacci 1 84- » • Inoltre mi è noto
eh' egli lasciò compilato un Almanacco
o Notiziario della provincia e diocesi
Veliterna, e che lo pubblicò il di lui ni-
pote succedutogli nel canouicato della
cattedrale di cui era coadiutore. Aduu-
que vado a scrivere co' nominati e altri
che poi dirò, e quindi da' poco discreti
non si pretenda da me responsabilità e
solidarietà d'ogni detto, poiché quanto
ho raccolto non intendo darlo né per di-
mostrazione matematica, e molto meno
per definizione di fede. Rammentino gli
esigenti: Chi narra, dice un fatto e non
conferma una sentenza. E quanto alle
pretensioni di dettaglio, secondo le viste
particolari, ed a me vietato dalla natu-
ra dell' opera, anco qui debbo ricordare
il protestalo nel voi. LXXV1, p. 5j e 58,
e quanl'altro di relativo franca niente di-
chiarai a'Iuoghi opportuni. A tali erudi-
zieni però credo opportuno primiera-
mente di premettere alquante parole sui
Papi che alcun tempo risiederono nelle
provincie di Marittima e Campagna, o le
visitarono personalmente.
Le provincie che compongono questa
nobilissima legazione apostolica furono
52 V E L
onorate ne' Piaggi de Papi, di loro ve-
neranda e sempre gradila e benefica pre-
senza^ die nelle loro biografie e negli ar-
ticoli riguardanti i luoghi della legazione
feci cenno, come farò ne' seguenti. Ne'se-
coli antichi, per le turbolenze delle fazio-
ni e degli scismi, molti Papi vi si rifugiaro-
no e fecero dimora colla cuiia e corte ro-
mana, evi accolsero sovrani, ambasciato-
ri e vescovi stranieri, e s. Gregorio VII
nel 1080 io Ccprano in vestì col vessillo
dis. Pietro della Puglia, Calabria e Sici-
lia il duca Roberto Guiscardo, il che me-
glio narrai nel voi. LXV, p. 1 70. Talvol-
ta risiederono in Fellelri, Segni ai Alla-
gai principalmente; anzi nelle due ulti-
me città vi ebbero il palazzo apostolico.
J benedettini di s. Pietro di Villa Magna
ogni sabato offrivano 7 pani o focaccie
o pizze, a' Papi che recavansi nella pro-
vincia di Marittima e Campagna, per cui
Bonifacio Vili nel donare alla mensa ve-
scovile, e al capitolo e cattedrale d'Anagni
il monastero, abbazia e beni di Villa Ma-
gna, colla bolla Inter cacteras Orbis Ec-
clesias, impose il tributo e l'omaggio de'
7 pani al vescovo e al capitolo, a favore
di se e successori, sotto pena di caducità
dal possesso de' beni, e tuttora puntual-
mente si osserva. Nel secolo passato due
Papi onorarono di loro presenza la pro-
vincia di Marittima e Campagna,cioè Be-
nedetto XIII per due volle nel recarsi
alla sua antica chiesa di Benevento, che
ritenne nel pontificato e nominando a co-
adiutore il cardinal Coscia ; e Pio VI per
diversi anni nel portarsi a Terracina,ove
soggiornava per curare il diseccamento
delle Paludi Pontine. Nel secolo corren-
te compartirono eguale onore alla pro-
vincia i Papi Gregorio XVI e Pio IX re-
gnante; il i.° oltre una gita a Velletii
nel 1 83 1, indi due volte nel i83genel
i843; il 2.0 nel i85o. ed in ciascuna si
fece l'oblazione de' 7 pani. Gregorio XVI
li ricevette in Terraciua e in Anagni,
Pio IX in Frosinone, e lo notai pure a
Pane. I tre viaggi furono egregiamente
V EL
descritlida'seguenli. Relazione del viag-
gio di Sua Santità Gregorio Papa XI [
da /Ionia a s. Felice, scritta dalprincU
ped 'Arsoli (d. Vittorio Massimo), Roma
1839. Del medesimo abbiamo: Relazio-
ne del viaggio fatto da N. S. PP. Gre-
gorio XV Palle provincie di Marittima
e Campania nel maggio 1 843, icritta
dal principe Massimo sopr aintendente
generale delle poste di Sua Santità,
Roma 1 843 . Relazione storica del viag*
gio di Sua Santità Papa Pio IX da Por-
tici a Roma nell'aprile dell'anno 1 85o,
Roma i85o. Questa fu compilata dal
commend. Giulio Barluzzi, giovandosi
deN'opera dell'avv. Angelo Carnevalati,
e dedicandola al cardinal Autonelli. Con
tali Relazioni, e tenendo presenti il Dia-
rio di Roma,\eNotizie del giorno, il Gior-
nale di Roma e 1' Osservatore Roma-
no ; ove potei parlarne il feci, e il simile
eseguirò ne' seguenti paragrafi de* luo-
ghi della delegazione di Frosinone e del
distretto di Velletri e ragionando di tal
città. A supplire quanto finora non mi
fu dato di fare, perchè già stampati gli
articoli, co' medesimi qui adesso l'adem-
pirò e con alcune mie aggiunte. Avendo
determinato il Papa Gregorio XVI di re-
carsi a visitare il castello di s. Felice{ly.),
situato alle falde del famoso monte Cir-
ceo, parti da Roma a' 22 aprile i83q, e
per Albano, la Riccia e Genzano (/ '.),
giunse in Velletri, da dove passò a Ter-
raciua e s. Felice j e ripassando pe' me-
desimi luoghi si restituì al Valicano a'
29 dello stesso mese. Nel i843 il mede-
simo Gregorio XVI, desiderando con-
solare colla sua presenza una parte de'
suoi felicissimi stati, alcuni luoghi de'
quali da più secoli non avevano goduto
della patèrna visita de' Sommi Ponte-
fici, determinò d'impiegare i primi gior-
ni del bel mese di maggio a percorrere
un buon tratto del Lazio e degli antichi
Ernico-Volsci, visitando le antichissime
e importanti città d'Anagni, di Ferenti-
no, eli Frosinone e di Alatri, e passando
VE L
per Piperno a Terrari na, e indi a Velie-
Iti, Genzano, Riccia e Albano, dopo visi-
tale le provinciedi Marittima eCampania
e parte della Comarca di Roma, ritorna-
re alla sua maestosa capitale e residenza.
Parli da questa il i.° maggio, ed uscito
dalla Porla Maggiore per la via Labica-
na, che conduceva all'antica Labico^P.),
festeggialo anche sotto Zagarolo (/"''.) e
Pale strina (fy.) da quelle popolazioni,
clero e magistrati sulla viaCasilinajequin-
di da Lagnano e P ' almontone , al modo
che dirò a que' paragrafi. Continuando il
viaggio sulla via Casilina nel territorio di
largiti (/ .), la quale antichissima città, in
contrassegno d'esultanza, fra le altre di-
mostrazioni eresse sulla pubblica via pro-
vinciale un magnifico arco di trionfo(men-
tre il eh. d. Alessandro Atli era professo-
re <li quel serninario,nel t. 23 àeU'All uni
di Roma, descrivendo Segni eruditamen-
te, citando il mio articolo più volte, par-
lando dell'ai coulisse a p.2gicheio per in-
avvertenza l'area attribuito all'architelto
Cnlderari, mentre fu eretto con disegno e
direzione di d.GiampietroCremona cura-
to di s.Stefano; ma poi a p. 3 i 2 equamen-
te pose questa Rettificazione : «Ciò che si
è notalo a p. 291 di questo giornale nel-
la nota 5, riguardante all'arco trionfale
innalzato a Gregorio XVI, bassi a riferire
alla Relazione del viaggio fatto dal Va-
jta Gregorio AFIec. del principe Mas-
sino, ed al n.°4o del Diario di Roma del
i843,non al eh. cavalier Moroni". Laon-
de per la storia e per grato animo qui
ne fo menzione). Ricevuti quindi il Papa
i complimenti di mg.r Pila delegalo di
Frosinone e di mg.' Lolli vicelegato di
Velletri ne' luoghi soggetti alle loro ri-
spettive giurisdizioni, il Santo Padre con-
tinuando il suo belo viaggio xersoAnagni
vi giunse alle ore 19 e mezzo, incontralo
a qualchedistanza da unaquantità didon-
ne vestite di bianco, e di fanciulli con ra-
mi d'olivo in mano, ed accolto a piedi
«Iella scesa dalla magistratura di quest'an-
tichissima capitale degli eroici (nella pre-
V E L 53
gialissima opera della celebre Marianna
Dionigi, P'iaggi in alcune città del Lazio
che clic orisi fondate dal re Saturno, con
bellissime incisioni di monumenti e mura
ciclopee superstiti delle città ernico-vol-
sche di Ferentino, Anagni, Alatri, Aqui-
no, Arce e Arpino, a p. 22 discorre delle
notizie antiquarie sulla bella città d'Ana-
gni. Dice che ivi fu eretto da' romani un
tempio a tutti i Numi, e diversi altri a
Pallade, a Cerere, a Racco, ad Ercole e
aDiana, dalla qual dea prese la via Trivia
il nome che tuttora conserva. Pare che il
tempio di Saturno fosse il più magnifico,
forse perchè riconosciuto da"li anagnini
fondatore della città, e lo venerarono
per nume. Attigni. chiamata ricca da Vir-
gilio, e città nobilissima degli etnici da
Macrobio, ebbe pure archi trionfali, ter-
me, piscine, mura e un circo massimo. Ma
di tutto ciò non rimangono che lunghi
ti atti di mura romane nell'interno e nel-
l'esterno della città, alcuni archi d'un ba-
gno dell'imperatore Ottone, ed un avan-
zo di fabbrica semicircolare o teatro o
meglio piscina, di cui la Dionigi riprodus-
se il disegno, oltre un'iscrizione. Trovò
qualche avanzo di mura ciclopee, se non
della più remota antichi là, almeno d'un
tempo alquanto posteriore, il che sarebbe
sufliciente argomento a giustificar l'inve-
terata tradizione, che Anagni fosse una
delle 5 città fabbricate dal re Saturno. De
Magistrisdice che tali ciltà sono Anagni,
Alatri, Aquino, Atina e Arpino, ed alla
6/ città in grazia del suoaboipote Feren-
tio, die il nome di Ferentino), le di cui
chiavi gli vennero da ess? presentale,
mentre 4o giovani vestiti di nero, ottenu-
to il permesso di staccare i cavalli dalla
sua carrozza, questa tirarono con cordo-
ni di velluto rosso nella ripidissima sali-
ta, che traversa la citlà, sino alla basilica
cattedrale (abbiamo di Alessandro De
Magistris, Istoria della città e s. Basili-
ca cattedrale d' Anagni, in cui si rap-
portano personaggi insigni, cose pitc
ragguardevoli della diocesi, e molli
54 VEL
avvenimenti d'Ita Ha, Roma 1749) fab-
bricala in cima alla medesima, ove si fer-
mò sulla piazza avarili il suo ingresso la-
terale, sulla quale trova fasi mg/ Vin-
cenzo Annovazzi di Civitavecchia (della
quale ci diede la bellissima Storia di Ci-
vitavecchia dalla sua origine fino all'an-
no 1 848 scritta da mg.' F. Annovazzi
arcivescovo d'Iconio, Roma 1 853) ve-
scovo d'Anagni alla lesta del suo clero,
che ricevendo il Pontefice sotto al bal-
dacchino, l'accompagnò all'ingresso prin-
cipale della cattedrale, in cui venne data
la trina benedizione da mg.r Carlo Gigli
d'Anagni vescovo di Tivoli (7 '■'.), espres-
samente recatosi alla sua patria per que-
sta fausta circostanza. Gregorio XVI, do-
po aver poi ammesso al bacio del piede
tulli i canonici nella stanza del vestiario,
ascese alla loggia di pietra esistente sulla
parte laterale della medesima cattedrale,
e parata tutta di rosso, ed ivi diede la
solenne benedizione al popolo sotto una
statua marmorea dell'anagninoBonifacio
Vili, seduto parimente in attodi benedi-
re i suoi concittadini, colla Tiara in testa
ornata d'una semplice corona, mentre al-
tra sua figura con tiara senza corona, ma
semplicemente ornata di ricami e di linee
intrecciate, vedesi rilevata nel bronzo del-
le campane della stessa cattedrale, fuse
nel 1295 d'ordine di quel magnanimo
Papa, le di cui armi in musaico, apparte-
nenti all'antica sua nubilissima famiglia
Caetani, ancora esistono a' lati della det-
ta sua statua. 11 suono di quelle campa-
ne, unito agli applausi dell'innumerevole
moltitudine, ed al giubilo che vedevasi
regnare in tutta la città, produsse un com -
movente complesso da uon potersi dire
in breve. Imperocché dopo il memora-
bile e nefando oltraggio ricevuto da Bo-
nifacio Vili in quel suo palazzo dal par-
tilo di Francia, che in tanti luoghi de-
plorai, come nel vol.LXXXI, p. 45, pro-
pugnando l'animo grande e la dottrina
di quel Sommo Pontefice, l'illustre cit-
tà decadde dal suo splendore, e ueliSaS
VEL
era già perfino distrutto il memorabile
palazzo di Bonifacio Vili, di cui si cre-
dono vestigia le sostruzioni del palazzo
del marchese di Trajetto, il quale a tal
uopo fece porre nelle sue scale raarmorea-
i scrizione, riportata nella Relazione , in -
sieme a tulle le altre di cui farò menzio-
ne. Il principe Massimo nella sua bellis-
sima Relazione, colla sua vasta erudizio-
ne illustrò ancora i luoghi onorati dalla
benevola presenza di Gregorio XVI, co-
me avea fatto egregiamente nella prece-
dente, laonde osserva che esistono però
della famiglia di Bonifacio Vili in Ana-
nagni tuttora i diretti discendenti in per-
sona del conte Loffredo Caetani e suoi
fratelli, provenienti dallo stesso stipile
de' Caetani di Roma; e sebbene decadu-
ti dalla loro antica grandezza, conserv?
no per altro con gelosia in loro casa unj
cassetta piena d'antichissime pergamene,
nelle quali è ora unicamente riposta l'il-
lustrazione della celebre loro famiglia,
una delle dodici stelle d' Anagni, o prin
ci pali famiglie nobili. Era dunque ri-
servato, dice il principe storico, al Som-
mo Gerarca Gregorio XVI il trarre d(
pò tanti secoli Anagni dal suo avvitimeli
to, consolandola colla sua presenza, che
eccitò i più vivi segni d'entusiasmo delln
moltitudine, particolarmente quando fu
veduto scendere a piedi col suo seguite
dalla cattedrale, e traversare quasi l'in-
tera città, le di cui antichissime fabbri-
che imbrunite dal tempo erano ravvivate
da' colori de' drappi pendenti dalle fine-
stre, sino al palazzo Giannuzzi destina-
to per la sua residenza, e situato sopra
una vasta piazza aperta nel mezzo della
città nel 1 557, dopo la sua espugnazione
fatta dall'armata spagnuola, comandata
dall'acerbo duca d'Alba, nella famosa e
desolante guerra della Campagna Roma-
na contro Paolo IV, che descrissi nel
voi. LXV, p. 234 e seg-5 dalla quale si
scopre verso mezzogiorno una vista ame-
uissima di tutto il territorio Anaguiuoe:
delle vicine città e castella. Ivi in mezzo 1
VE L V E L 55
a due ale della schierala truppa con sua luce produceva un mirabile effetto. Su di
banda, e dell'alludalo popolo, prostrato» essi posa altipiano un immenso salone,
ti mg/ Francesco M.a Giannuzzi in man* die prima serviva all'adunanze consiliari,
felicita, ora Uditore generale della rev. e un angolo del quale mette in una piccola
Camera apostolica (F.), ed i suoi nobi- loggia, che serviva al banditore per pro-
li fratelli in abito ili spada, baciarono i mulgare i decreti del popolo, e che essen-
piedi al Papa, e l'accompagnarono ali. ° do costruita in modo da non potersi spie-
piano di quel loro palazzo, dove fu allog- gare, sembra reggersi in aria; tanto è
giata anche porzione del corteggio, aven- bene formata la volticella di pietra, che
do il rimanente preso stanza nelle vicine la sostiene nell'angolo del palazzo, alle
abitazioni. Dalla loggia il Papa compar- cui pareti vedonsi in vari luoghi scolpi-
ti l'apostolica benedizione in mezzo alle te in marmo le armi della città, cousi-
grida di sincera esultanza di quel popolo, stenti in un leone sormontato da un'a-
c!ie seguitò a stare sulla piazza in tutto quila,col verso dell'Eneide di Virgilio ...
il rimanente del giorno. Nella sera poi fu Et roscida rivis Hernica saxa colutit
incendiato un vago fuoco d'artificio sul- qnos dives Anagnia pascit. Il seguente
la medesima piazza, die oltre l'essere son- giorno 2 non fu meno avventuroso per
illusamente illuminata, come pure tutto Auagni di quel che lo fosse stato il i .", a-
il resto della città e delle vicine campa- vendolo impiegato Sua Santità a visita-
gne e colline, risplendenti pe' fuochi di re le cose più degne da vedersi in quel-
gioia, veilevasi ornata cun finto obelisco, l'illustre città, e rilevandone così sempre
e con un arco trionfale, su di cui legge- maggiormente i pregi. Imperocché, do-
vami 4 iscrizioni composte da d. Giovan- pò avere ricevuto in dono dalla magi-
ci Capri Galanti di Valmontone, profes- stralura una statuelta d'argento col suo
«ore di reltorica in quel seminario, di piedistallo, rappresentante s. Oliva ver-
presenle prelato ponente di Consulta, gine e martire compatrona d'Anagni, si
Esse celebravano le virtù del Papa, Tu- recò in carrozza col suo seguito all' epi-
ui versale gioia della città e di tulli gli scopio, ove mg.r Annovazzi fattale tro-
traici, le beneficenze elargite ad Anagni "are imbandita una lauta colazione, eb-
e suo capitolo, e le promozioni di Sii ve- be altresì l'onoie, unitamente a due ca-
stro Belli al cardinalato e al vescovato di nonici e al preposto (della Stola papale
Jesi (F.), e de'prelati Gigli e Giannuzzi che prima usava riparlai a tale articolo,
auagniui, e che avea rinnovato i glorio- come dell'insegne presenti sue e de'cano-
si tempi d'Innocenzo III, Gregorio IX, ilici ; fio VI al medesimo preposto con-
Alessandro 1F e Bonifacio FUI (F.), fermò l'uso dell'abito prelatizio, e glie-
i quali fecero più volte soggiorno nella lo concesse di colore paonazzo, con fa-
loro patria Anagni. Oltre tali iscrizioni colta di usarlo anche in Roma, dichia-
leggevansi altrettante del sacerdote Au- raudolo prelato domestico), di presenta-
touio Cipraui, egualmente riprodotte re al Santo Padre, seduto sul trono, a se-
dalia Relazione, sullo slesso argomento, conda del già ricordato, uu bacile con 7
insieme ad un sonetto del uobile anagni- pani ossia pizze lavorate con zucchero e
no Francesco Belli allusivo al risorgimeli- cioccolata, su alcune delle quali vedeasi
lo d'Anagni, JNe' diversi generi di lumi- il simbolo dell'Agnello, e sopra altre era
narie,che nella sera e nella segueute re- effigialo il Pastoie coll'epigrafe: CognO'
sero brillante Anagni, si distiuse quella scunt me rneae. Nell'uscire dall' episco-
dell ingresso del tuo palazzo comunale, pio, il P.ipa lesse l'iscrizione in quel pun-
formato da un antro spazioso con gran- to posta dall'ottimo vescovo per memo-
dis»imi archi di sesto tondo, ne' quali la ria d'averlo onorato di persona. Indi iu
56 VEL
carrozza passò a visitar di nuovo la cat-
tedrale, antichissimo edilìzio gotico a 3
navi divise da colonne, che dicesi rico-
struita in tal forma verso il 1078 da s.
Pietro vescovo d'Anagni (il di cui corpo
ivi si venera, e Filippo Giammaria scris-
se : Santuario Anagnino dove si leggo-
no l'istorie de' ss. Corpi, i quali riposa-
no nella cattedrale d'Anagni, con l'isto-
ria del b. Andrea Conti anagnino, Vel-
letri per Onofrio Piccini 1704), e consa-
crata 106 anni dopo da Alessandro III.
Fattavi breve orazione, il Papa calò per
la scala marmorea nella chiesa sotterra-
nea, che al pari della superiore ha il ti-
tolo di basilica, e sebbene più piccola me-
rita questo titolo non solo per la sua an-
tichità contemporanea a quella, ma an-
che per la costruzione a 3 navi con 3 or-
dini di colonne, e colla sua apsicle nel co-
ro, e due cori laterali, conformi in tutto
.'die primitive chiese. Sotto l'altare mag-
giore di questa basilica sotterranea ri-
posa il corpo di s. Magno patrono d'A-
nagni, de'di cui Acta pubblicali feci pa-
iola al suo articolo, ove sono incise la
più parte delle singolarissime pitture di
quel secolo, che ne adornano le pareti,
rappresentanti vari fatti del martirio e
della traslazione del corpo di quel santo
vescovo di Tram', colle relative iscrizio-
ni. In essi è pure delineata I' antica pit-
tura di s. Oliva, che parimenti ornava
un lato di detto sotterraneo, ove si con-
serva il di lei corpo, e fu tolta nel decor-
so secolo per aprire una finestra onde
dar lume ad un altare costruitosi per di-
vozione d'un p. abbate polacco, a cui e-
rano stale donate reliquie della santa.
Merita particola!' menzione in questa ba-
silica sotterranea non solo la rozza sedia
di marmo rialzata da un sol gradino e
circondala da sedili canonicali parimen-
ti di marmo nell'apside incontro al det-
to altare di s. Magno ( le pitture della
cui volta, illuminate da finestra lunga
e stretta, rappresentano il simbolo del-
l'Agnello circondato da' 24 seniori del-
VEL
l'Apocalisse, e che al pari delle già no-
minate, e dell' altre relative alla storia
delle sanie Secondina, Aurelia e Neorni-
sia martiri, espressa neh' apside della
3/ navata, rimontano al ricordato XI
secolo), ma ancora il suo pavimento ver-
nacolato in pietre dure come nella ba-
silica superiore, e fregiato de' nomi de'
celebri musaicisti romani maestro Cos-
mato co'suoi figli Luca e Giacomo, che
hanno lasciato tante memorie dell'aite
loro in quell'epoca. Gregorio XVI sod-
disfatto al sommo d' aver veduto tutti
questi pregevoli monumenti dell'arte, ri-
salendo alla cattedrale si recò alla cano-
nica, nel di cui archivio gliene furono mo-
strati altri interessantissimi, consistenti
in alcuni arredi sagri di veneranda an-
tichità per aver appartenuto a' Papi a-
nagnini. Nella Relazione sono diligente-
mente descritti, ma a me non è permes-
so che accennarli. Prima di tutti vide un
paliotto d'altare di fondo bianco con bel-
lissimo tessuto d'oro e di seta di vari co*
lori, e con 3 ordini di medaglioni circo*
lari, contenenti ciascuno una figura in
campo d'oro, individuata da un'Ucrizio-
ne scritturale ricamata intorno ad ogni
medaglione in caratteri gotici; prezioso
lavoro del secolo XII e dono d'Innocen-
zo ili. Dopo di questo fu mostrato al Pa-
pa altro bellissimo paliotto, che credesi
pure della stessa epoca e donatore, da al-
tri però BtlribuilQ a Bonifacio VI li, es-
sendo probabilmente quello descritto
nell' inventario de' doni da lui falli alla
basilica, di cui poi parlerò, pubblicalo dal
Boldetti nell' Osservazioni sui cimiteri
de S*. Martiri. Indi gli fu mostrala una
pianeta lunghissima e amplissima di fon-
do bianco, con simile dalmatica e Inni-
cella, ed un piviale amplissimo, paramen-
ti tutti ricamati e figurati, ornati ezian-
dio con minute perle, di cui se ne vedo-
no alcuni, lavori pregevolissimi del seco-
lo XII fortunatamente salvati dal sac-
cheggio patito dalla città nel 1 556 nella
suddetta funesta guerra degli spagnuoli.
V E L V E L 57
Da quel lagrimevole disastro e poslerio- (?'•), che abitò ed ebbe cattedra nel con-
ri disgraziate vicende mirabilmente re- tigno convento, il cui facsimile è ripro-
stò preservato un incensiere d' argento dotto nella Relazione. Tornato Grego-
dorato di forma ottangolare gotica, rap- gorio XVI alla sua residenza, dalla cui
presentante un porticheltocon archi acn- loggia benedisse i postiglioni schierali ih
ti e torrette triangolari, da cui partono 5 buon ordine colle loro pariglie di i 5o ca-
lunghecatene. Prezioso monnmentod'ar- valli e col corriere alla testa, i (piali do-
te, dono d' Innocenzo III, minutamente Teano proseguire nell' onore di servirlo
osservato da Gregorio XVI, siccome in partire d' Anagni. Si compiacque poi
grande e intelligente amotore «le'lavori ricevere varie deputazioni e corporazio-
d' arti, massime se antichi. Ebbe inoltre ni, che si erano a tal effetto recate ad os-
la piacevole soddisfazione di vederne al- seqniarlo, come pure mg.r Luigi Parisio
tri due d'epoca più remota, cioè due pa- vescovo di Gaeta (e poi i.° arcivescovo
librali creduti giudi s. Pietro vescovo pel notato nei voi. LIII,p. 206), partitosi
d' Anagni nel secolo XI, uno d'avorio espressamente dalla sua diocesi per avere
ma rotto, l'altro d'argento dorato e soial- questa consolazione. Terminò la serata
tato a squame; ed alcune mitre antiche col vedere un fuoco d'artificio e l'innal-
di fondo bianco alte men d'un palmo, zamento d'nnglobo areostatico, su di cui
pia adorne di pietre preziose, oltre altre era dipinto il pontifìcio stemma con albi-
ill ostiate dal Marangoni nella sua ChrO' sive iscrizioni. Volle poi dare alla nobile
nologia. Di Bonifacio Vili erano anco- famiglia Gianuuzzi un segno del suo gra-
ia altra mitra e paramenti, che con al- dimento per l'accoglienza di vota usatagli
cimi codici estratti dall'archivio in tem- nel proprio palazzo, col donare a mg.r
pò d' Alessandro VII, non furono più Giannuzzi il suo ritratto su di preziosa
restituiti. Inoltre di tal Papa conservasi scatola brillantata, e col decorare il di lui
nella sagrestia un piviale, una pianeta e fi alello della croce egrado di commenda-
due dalmatiche con fiocchi, di fondo ros- tore dell'ordine di s. Gregorio Magno da
so ricamate in oro, una volta ornati con lui istituito. Giunta finalmente la 3. 'mat-
perle e pietre preziose, altro avanzo de' tina del maggio, all'ore 12 Anagni vide
tanti doni co' quali Bonifacio Vili volle con dispiacere partire l'amato Gregorio
arricchire la patria basilica,clte ne conser- XVI con lutto il suo seguito (del soggior-
va interessante e minuto inventario in no di Gregorio XVI in Anagni, e delle
pergamena. Appagato il suo genio per le dimostrazioni affettuose e festive della
belle cose, colla vista di tanti preziosi mo- città, ragionano pure i n. 36 e 4' del
minienti di sagra e veneranda antichità, Diario di Roma, e il n. 18 delle Notizie
Gregorio XVI uscendo dalla cattedrale, del giorno del i843), e scendendo con
si recò a piedi col suo seguilo a visitare i somma velocità per le difficili voltate che
monasteri dell'oblate cistercensi e delle s'incontrano nella via, non ostante che o-
clarisse, che paternamente confortò e ara- gni legno fosse tiralo da 8 cavalli, traver-
ai ise al bacio del piede. Restituitosi al so poi una magnifica pianura di circa 5>
palazzo, sempre preceduto dalla banda, miglia, che divide Anagni da Ferenti-
no pomeriggio il Papa si recò in carroz- no (parlando di filarino, che vuoisi suc-
za a visitare le suburbane chiese de'do- ceduta all'antica Firenlo, che alcuni con-
nienicani e de' cappuccini, nella i.'del- fusero con Ferentino ernico, riportai in
le quali, dedicata a s. Giacomo e costruì- proposilo le autorevoli opinioni del dot-
ta a croce greca, con elegante pavimen- tissimo Nibby), e verso le ore i3 e mez-
to di musaico verni icolato, si venera la 7.0 giunse in quest'altra celebre città ve-
celebre croce di s. Tommaso d'/f aitino scovile del Lazio, che circondata di siili-
53 V E L
ni ciclopee (trovo nella Civiltà Cattoli-
ca, serie 2/, t. 4, p. 38o, I* articolo im-
portante e intitolato: I due Teronì e U Ac-
quedotto pelasgico di Ferentino ntll'Er-
nico. I «lue leeoni, o aie sagre, o altari
de'pelasgi sono in una valle ili Ferenti-
no, i quali eretti da quegli antichissimi na-
vigatoli, che tanta parte di civiltà recaro-
no in Italia prima ancora (.Iella fondazio*
ne di Troia, reggono alla potenza strug-
gilrice d'oltre 3o secoli. In capo alla stes-
sa valle è pure un altro Ieroue interis-
simo sotto il monte ili Porciano, forma-
to di massi poligoni anche più granili di
quelli che formano gli altri due, come
assicura l'eruil ito ferenti nate A IfonsoGior-
gi,che stava scrivendo un dotto libro in-
tuì noa'primi abitatori dell'Ei nico.Quan-
to all'acquedotto, tenuto forse il più an-
tico d'occidente, siccome eietto da quel-
le remotissime genti, esiste al di là della
foresta del marchese Tatù, monumento
insigne che pochi visitano e pochi cono-
scono. Mi piace inoltre riportare questo
brano de' rispettabili compilatori. » Noi
vorremmo, che sì quelli che ridono del-
le nebiiloseanlichilà pelasgiche, esi quel-
li che di tante ipotesi e tante favole le cir-
condano, visitassero studiosamente I' Er-
nico, e massime Alati i, Ferentino e i suoi
contorni; indi sul preciso e spassionato
esame de'nionumenti giudicassero a sag-
gio di scienza in quali remotissimi tempi
ascendono così fatti edilizi, per illustrar-
ne la storia de'popoli primitivi che abi-
tarono cjuesta nostra I talia". Anche il dot-
to autore dell'articolo ritiene che le co-
lonie pelasgiche d'occidente derivarono
dalle genti fenicie e cananee), s' innalza
sopra un ripido colle, superba per la sua
antica potenza, che la rese formidabile a-
gli stessi romani. Ne! suo articolo, colle
proporzióni volute da questa mia opera,
celebrai la magnifica accoglienza fatta da
Ferentino al Papa, che la Relazione mi-
nulamente descrive, riportando tutte le
copiose composizioni poetiche e iscrizioni
celebranti il fausto avvenimento, inclusi-
V E L
vameute al carme del patrizio ferentina-
te Tancredi Bella, che per onor patria
specialmente ricordo, poiché è un illustre
prelato, che dopo aver governato con ze-
lo le provincie di Rieti e di Spoleto, ora
è delegato apostolico di Perugia. Grego-
rio XVI proseguendo il viaggio per Fro-
sinone, che n'è distante 7 miglia, e auli-
camente apparteneva a'volsci, in quell'ar-
ticolo mi fu dato descriverne il lietissimo
soggiorno che vi fece, ripetendo perciò
l'avvertenza fatta per Ferentino; uon co-
sì posso fare per Alatri, il cui articolo,
come quello d' Attaglii, era stato pubbli-
cato nel 1 840. Dimoraudo Gregorio XV£
nella giubilante Frosinone, a' 4 'naSo10
volle appositamente rallegrare l'antichis-
sima città vescovile d'Alatri,de'di cui cele-
bri cardinali scrissi le biografie. Sebbene
fuori di via, meritava quest'onore pe'suoi
monumenti famosi, e per l'inviolabile suo
attaccamento alla s. Sede ed a' Papi. Di-
ce il principe Massimo: Alatri vetusta cit-
tà degli eroici non tanto gloriosa per la
sua favolosa origine attribuita a Saturno,
e per le superbe mura ciclopee, che for-
mandole uri doppio recinto sono l'orse uno
de' più belli monumenti dello stato pon-
tificio, quanto per la costante fedeltà de'
suoi abitanti al paterno governo pontifi-
cio, sperimentata in ogni tempo e in più
occasioni, la storia ne registrò questo van-
to.confermato e autenticato da'brevi pon-
tifìcii, principalmente d' Alessandro IV,
luuocenzo IV, Bonifacio IX ec, che affi-
darono agli alatriui gl'interessi di s.Chie-
sa. Gli odierni uon volendosi mostrare de-
generi da' loro antenati nel fire una de-
gna accoglienza all'amatissimo sovrano e
supremo Gerarca, che recavasi a visitar-
li, appena ricevutoli lieto avviso si die-
dero indescrivibile premura per presen-
targli la loro città co'pregevoli suoi mo-
numenti nel suo più bell'aspetto; e per-
ciò il comune assumendo a se il pensiero
di far sgombrare e rendere per ogni lato
accessibili gli ammirabili avanzi dell'auli-
chissitaa cittadella Ala Irina, comuueuieu«
VEL
le conoicinli sotto il nome di muraciclo-
pee,fece sì, che al semplice invito de'par-
roi'hi, la popolazione vi accorse con tale
entusiasmo, che in alcun giorno oltrepas-
sava le duemila persone, e tutte gratuita-
mente, stimandosi sufficientemente com-
pensate dal piacere di rendere un attesta-
to di divozione all'ottimo loro sovrano e
comune padre de'fedeli. Da sì bella e una-
nime gara risultò, che nel hi e vissimo spa-
zio di solilo giorni si videro atterrate e
rimosse le macerie che impedivano 1' ac-
cesso, spianate le casupole che deturpava-
no il monumento, livellato il suolo, aper-
ta intorno al circuito dell'acropoli una
strada lunga quasi iooo metri e larga 5,
e riattato interamente e abbellito il gran
piazzale che sta sull'alto della cittadella,
e nel cui mezzo elevasi la cattedrale. Spun-
tata dualmente l'alba aspettata de'4 mag-
gio, mentre lutti i cuori battevano d'ar-
dente ansietà di vedere appagati i loro vo-
ti, a'quali però sembrava voler fare osta-
colo il tempo, che fattosi scuro e nuvo-
loso minacciava d' impedire la partenza
del Santo Padre da Frosinone, rasserena-
tosi poi improvvisamente il cielo arrise
con un limpido sole a'voti de'fedeli ala-
trini e delle numerose famiglie coloniche
poste lungo la via d'8 miglia che met;.;
da Frosinone ad Alatri, le quali fecero a
gara nel festeggiare il suo passaggio con
archi di verdura e con vari campestri ap-
parati. Sul portone della villeggiatura de'
pp.scolopi,ergevasi analoga iscrizione sor-
montata da uua corona di quercia, d' al-
loro e d'olivo, da cui partivano de'festo-
ui di mortella e di fiori, che si estendeva-
no in bella simmetria pe' muri laterali.
In altra parte i coltivatori di ortaglie a-
vevano intrecciato un grazioso arco co*
prodotti de'loro sudori, sul quale si leg-
gevano due iscrizioni. Appena dall'alto
della cittadella d' Alalri videsi spuntare
il treno pontificio nella sottoposta cam-
pagna, che il suo arrivo venne annunzia-
lo da replicati colpi di grossi mortali e
dall'innalzamento di due steudardi dipiu •
VEL 59
ti colle armi del Papa e della città, che si
videro sventolare su quell'eminente altu-
ra. Quasi al principio del territorio ala-
trino venne una schiera numerosa di con-
tadini, che accesi d'entusiasmo e di divo-
zione avevano voluto santificare quel gior-
no col ricevere la s. Eucaristia, coll'inlen-
zione di tirare a mano la pontificia car-
rozza, il che pretendevano con mirabile
zelo eseguire a piedi scalzi (come in tutto
così praticano nel portare in processione
la macchina colla statua di s. Sisto 1); ma
questo essendo stato impedito dal savio
e ottimo vescovo mg.r Giampedi, si fe-
cero trovare sulla pubblica via in ernico
nazionale costume, nel quale è osservabi-
le quella loro antichissima specie di cal-
zari detti volgarmente ciocia, ed è for-
mata d'una striscia di cuoio che cuopre
la sola pianta del piede, legata al di sopra
per mezzo di cordicelle, e raccomandata
alle gambe con molte legature, e non sen-
za grazia, alle quali cordicelle avevano iti
quel giorno sostituito feltuccie di colori
rosso e giallo, avendo anche surrogato al
solito cappello accumulato un fazzoletto
accomodato sul capo all'orientale con un
ramoscello d'oliva. Così schierati sulla
strada implorarono la grazia di poter ti-
rare a mano la carrozza del Pana, ma e-
gli accogliendo benignamente la loro buo-
na intenzione non lo permise attesa la di-
stanza d'oltre 6 miglia, non ostante la qua-
le per altro que'buoni e fedeli sudditi eb-
bero la forza e la costanza d'accompagnai*
il suo legno sempre correndo sino ad A-
latri. Nelle vicinanze della città fu però
quell'onore concesso ad un iscelto drap-
pello de'più distinti cittadini, tutti unifor-
memente vestiti di nero, i quali noti ba-
darono né al disagio della ripida salita, né
all'angustia della porta, adornata d' un
arco trionfale d'ordine corintio con sagri
emblemi eseguiti dal pittore de Angelis,
e sul la facciata leggevasi felicitaloria iscri-
zione. Non potendovi passare la carrozza,
ivi si fermarono, ed essendo il Papa smon-
tato eoa alquanta difficoltà attesa la fui-
(io V E L
In del popolo, co'soldati e clero, fu rice-
vuto fra'plausi di tutta la moltitudine da
mg.1 Giampedi alla testa di lutto il det-
to clero secolare e regolare, a cui era usi
pure anco riuniti i certosini di s. Barto-
lomeo di Trisulli, celebre monastero firn*
ciato neli2 i i da Innocenzo ili alle fal-
de dell'Apennino 7 miglia distante d'A-
latri. Fu egualmente accollo Gregorio
XVI da uno stuolo di donzelle, che vesti-
te di bianco e sotto forme d'angeli spar-
gevano fiori, da mg.' lJila delegato della
provincia, e dalla magistratura, che gli
rassegnò secondo il costume, per mezzo
del gonfaloniere Carlo Feronti, le chiavi
della città su d' un bacile sostenuto dal
giovinetto Vincenzo Gaetani, il quale re-
citò analogo distico. Al mostrarsi in pub-
blico il Sommo Pontefice facendo il suo
ingresso a piedi nella porta di quella fe-
delissima città, preparatami nuove sce-
ne d'entusiasmo a misura che procedeva
sotto il baldacchino, le cui aste erano so-
stenute dal magistrato, preceduto proces-
sionalmente dal clero, fra il festivo suono
delle campane e di due bande civiche nel-
la strada principale della città , sebbene
in salita comoda e ben lastricata, ma an-
gusta e lateralmente guarnita d'alte fab-
briche de'bassi tempi e colle porte di se-
sto gotico, le mura annerite dall'antichi-
tà e alcune delle quali munite d' altissi-
me torri, come in un palazzo sulla via del
Trivio formato di tutte pietre scalpellate,
spettante nel secolo XIII colla sua torre
di 6 piani all'illustre famiglia del cardi-
nal Goffredo o Goltifredo d' Alatri , che
dopo aver ivi fondata la bella chiesa di s.
Stefano morì nel 1 287 (il De Mallhias af-
ferma, che in tale palazzoaìcuna volta ri-
siedè il cardinal legato di Frosinone, edè
formato di muraglia ciclopee; corruzioni
somiglianti all'egizie, secondo il Micali,
come tutti i muri pelasgici 0 ciclopei). Tut-
te quelle fabbriche erano vagamente tap-
pezzate d'arazzi che co'ioro colori ne fa-
cevano risaltare l'antichità , le finestre
piene d' ogni celo di persone spargendo
V E L
fiori in abbondanza sopra il Papa e suo
corteggio; i quali fiori poi unendosi per
aria a quelli che venivano lanciati dalle
donzelle che lo precedevano, adombra-
vano l'atmosfera a lai segno, che sembra-
va nevigasse, e venivano raccolti per di-
vozione dal popolo. Per divozione pari-
mente erano accesi lumi nelle botteghe,
e candele avanti i ritratti di Sua Santità,
ardendo incensi in apposite bragiere di-
sposte di tratto in tratto avanti le case,
imbalsamando l'aria. In breve, non era-
vi senso che non provasse un indicibile
diletto a tante espressioni di viva gioia e
di venerazione, onde Gregorio XVI e la
corte ne restarono inteneriti e commossi,
benché eravamo abituati all'immense e
continue voci di sincero giubilo e ad ogni
sorta di dimostrazioni dell'erniche popo-
lazioni, anzi edificati e ricolmi d'ammi-
razione per sì universale e mirabile filia-
le all'etto. Non è a potersi ridire le grida
di plauso che assordavano l'aria, perchè
frammiste a quelle delle numerose popo-
lazioni accorse da tutti i vicini paesi. Im-
perocché quella folta massa di popolo in-
ginocchiata al passaggio di GregorioXVI,
senza produrre il minimo disordine , e
senza che vi abbisognasse un solo solda-
ti per reprimerla, non cessava d'implo-
rare con altissime voci la sua benedizio-
ne, ripetendo con sonore voci nel loro dia-
letto : Grazia, Saulo Padrol Grazia
Santo Padrol E se alcuno domandava lo-
ro qual grazia chiedessero, rispondevano
con santa semplicità: La grazia dell'a-
nima! Le donne piangevano, e vestite tut-
te ne'loro nazionali costumi bellissimi per
la loro varietà in quelle felici montagne,
ove ancora non penetrò la corruttrice mo-
da del secolo col suo codazzo, stavano im-
mobili inginocchiate sui giganteschi rude-
ri delle mura ciclopee,che servivano di su-
bì ime trofeo alla vera Religione, motrice di
tutto quell'entusiasmo delle popolazioni
alla vista del / icario di Gesù Cristo. E-
gli stesso non poteva trattenere le lagri-
me alla imponente vista di tanta fede, e
V E L V E L «t
con effusione d'animo benedicendo quel- benedizione, una delle più solenni date,
la divola moltitudine, giunse dopo una a tutto il vastissimo orizzonte che sode-
Leu lunga salita al vti lice del monte ov'e- si da quell'altura, da cui vedesi a mezzo-
ra collocata l'antica cittadella d'Ai» Uri ,cul giorno la città di Prosinone, Amara, Foli,
cui maschio fu fondala l'odierna basilica Torrice. Pupi, Vnllecoi sa e Castro; nd o-
cattedrale, in mezzo ad un vasto prezzale, riente Falvalerra, Bauco e Verolij a set-
a'di cui angoli sventolavano i memorati Unii ione Vico, Guardilo, Torre e Tri-
stendardi sull'altissime mura ciclopee che vigliano; ed a ponente in distanza di 3
lo sostengono, ed in mezzo al quale ar- miglia la celebie rocca di Fumone, ove '
devano incenso e profumi sopì a due gran- morì s. Celestino V dopo la Rinunzia al
di candelabri innalzati avanti al sagro />o«////V\'7/o, nel quale articolo riparlai del
tempio, Del cui portico leggevansi espres- luogo. Quell'ampio e pittoresco spetta-
si gl'ingenui voti della fedelissima popò- colo, reso ancora più magico e imponen-
lazione nell'iscrizione pubblicala dalla Ile- tedal suono di tulle le campa ne della cit-
lazione, ed in cui venne dello Gregorio là, dal rimbombo de'mortari, da'concer-
XVI, L.cr.lcsiae ac pcpulorum tono di- li delle bande, dalla serenila dell'aria, e
vinitus datimi , Auclorem fi liei t a ti s ac più di lutto da'reilerati cordialissimi ap-
laetitiae pubi icae. &l\\u\ravxi venne can- plausi della moltitudine, produsse tale u-
talo il Tu cs Petrus con musica del mae- na sensazione ne'circoslanli e nel bel cuo-
stro Adrizza, Bollo la direzione del mae- redi Gregorio XVI, chepel suocomplcs.
stro di cappella della città Geminiani, e so si può provaie non descrivere. Dalla
venne poi compar li la la benedizione col loggia il Papa, tra il tumulto degli affetti
Santissimo da mg. r Castellani sagi isla,do- da cui era penetrato, passò nel contiguo
pò la quale fu scoperta la statua d'argen- episcopio, che per cura di mg.r vescovo
to di Papa s. Sii lo /martire e proietto- ed a carico del comune era stalo conve-
le d'Alalri, posta sull'allar maggiore, ove nienlemente adornato, ed ivi siedulo in
anche si venera il suo corpo per quanlo trono benignamente ammise al bacio del
narrai nella sua biografìa, riportandone piede i due elei i, la magisti alma, isigno-
lequeslioni(qui aggiungeiò,cbe nel i 854, •' f'e"a città che conia molte distinte fa-
come leggesi a p. 21 e 5i (iti Giornale miglie, e lutti quelli ch'ebbero l'onoi e di
di Roma, i valentissimi fabbricatori d'or- tiiarela carrozza^ quali riceverono ognu-
gani Angelo e Nicola Morettini perugini, noin dono unacoronacon medaglia d'ar-
vi fecero un organo cosi eccellente e per- genlob( nedetledal Papa. Intanto la car-
tello, che superata la generale espetlazio- rozza pontificia rimasta fuori della citlà,
ne, prese il primato su tulli quelli della era stala trascutata per divozione dal pò-
provincia, oltre la capacità di competere polo denlro le vie d'Alalri, dopo demo-
con quelli della capitale. Noti minore ap- lito un pezzo dell'arco trionfale di legno
plauso ebbero i lodati artisti per l'orga- che ne impediva l'ingresso, e condotta a
no di mezzana dimensione costruito per mano fino all'alio del monle pi esso la cal-
la chiesa degli scolopi, riuscito anch' es- ledrale,aflìnchèognunopolessebenecon-
so di felicissimo elicilo). Salendo quindi templarla, onde appagarne la pia curio*
il Papa alla maestosa loggia che sorge silà. Si compiacque quindi il Santo Pa-
sulla fronte della cattedrale , di là Egli die di gradire una copiosa raccolta di ve-
non solamente benedisse l'affollatissima dule acquarellale colle rispettive piante
moltitudine, che in numero di i5,ooo e esprimenti i più belli punii delle stupeu-
più persone (ulta ingombrava la vasta de mura della cittadella e del recinto del-
piazza ed ambo le vie che vi conducono, la città d'Alalri, tutte di costruzione cosi
ma ancora estese questa sua apostolica detta ciclope», latte eseguire dal valente
62 VEL
architetto e pittore Antonio Moretti ro^
mano, ed illustrate tlal rev. p. Luigi Re-
velli scolopo e professore eli filosofia nel
collegio d' A latri. Il Papa dopoaverlecia-
scuna esaminatealteulamente,se ne con-
gratulò coll'artista e dichiarò il suo gra-
dimento all'encomiato gonfaloniere Pe-
l onti, che in nome della città le avea of-
ferte , il quale meritò poi con onorevole
breve de' iG dello slesso mese, d'essere
creato cavaliere dello speron d' oro. Es-
sendosi poi compiaciuto il Papa di passa-
re nell'attigua sala per gustare il sontuo-
so rinfresco preparato, si assise in posto
più elevalo e sotto baldacchino a capo di
nobile mensa, alla quale ammise oltre i
principali di sua corte e della nobile co-
mitiva che l'accompagna va, distinguendo
il vescovo diocesano e quello di Veroli
mg.r Cipriani,mg.r Pila delegato, il gon-
faloniere, il rev. p. Uosani generale degli
scolopi, ora vescovo d'Erilrea e vicario del
capitolo Vaticano, e Filippo Jacovacci che
faceva le veci del governatore infermo.
Fu allora che i canonici della basilica cat-
tedrale Nicola Trulli e AgoslinoCaporilli
sullodalo, presentarono al Papa un' ele-
gante raccolta di poesie italiane e latine
da essi composte, inserite poi nella Rela-
zione. Uscendo il Papa dall'episcopio, si
trattenne ad osservare nel suo atrio l'e-
sposizione delle carte damascate da appa-
rato ad uso di Francia colorite e vellu-
tate, la cui fabbrica da pochi anni intro-
dotta in Alalri dal defunto Pietro Molel-
la, si proseguiva per cura del nominato
Jacovacci, che uè riportò benigne parole
di lode e d'incoraggimento, e contribuiva
a farvi fiorire il commercio non meno di
quella del lanifìcio pel quale Alatri è tan-
to rinomata. Appena il Papa ricomparve
sulla gran piazza si rinnovarono con mag-
gior fervore i segni del cornuti giubilo, che
ne accompagnarono incessantemente il
cammino diretto a visitare le parti più
rilevatili dell'antico monumento, su due
lati del quale leggevansi due iscrizioni
composte come l'altreddll'auieaeloqueu'
VEL
za del lodato p. Rosoni, a cui pur si de-
ve la pubblicazione d'una veduta del me-
desimo colla rispettiva pianta della citta-
della, parte del lato che guarda mezzo-
giorno, incisa e riportata a p. 97 del t.
1 o deW Album di Roma, e corredala del-
l'analoga elegantissima relazione (fu pub-
blicata in Roma separatamente con que-
sto titolo: Relazione della faustissima
venula in Alatri di Sua Santità PP.
Gregorio XVI felicemente regnante il
dì 4 maggio 1 843) della venula di Gre-
gorio XVI in Alalri , insieme a tolte le
iscrizioni, che in gran parte servi al prin-
cipe Massimo alla compilazione del suo
bel racconto. In unadelledueultime iscri-
zioni egregiamente si fece allusione alle
muraciclopee,che al pari della fedeltà de'
loro abitanti ponno dirsi sfidare Peterni-
tà, poiché dopo più di 3ooo anni che sus-
sistono, non portano alcun' impronta di
vecchiezza, ma per la giudiziosa conca-
tenazione degli enormi poligoni che le
compongono (leggo nella Breve narra-
zione di G.G. D. R. riguardante le mu-
ra Ciclopee, Pisa 1 827. » Poni attorno
ad esse de'forti arieti, se i colpi di questi
battono su pietre posle a linea, risente
l'impressione del colpo tutta lalinea,e for-
masi quello sconcatenamento,che poi pro-
duce la distruzione del muro assalilo. Or
fallo, che i colpi colgano sopra questi ir-
regolari poligoni, la piaga dal colpo non
si diffonde, perchè i risalii superiori e in-
feriori de'massi non risentono di quel col-
po, e mentre la pietra è battuta al di so-
pra e al di sotto, non soffrono l'altre par-
ti il colpo della pietra, che ferisce uii pun-
to solo. Non può seguire lo stesso nella
costruzione regolare, perchè la percussio-
ne si diffonde per tutta la linea, e tutta
la scollega"), e per la militare architet-
tura superiori in bellezza a quante altre
mura di quel geuere si conoscono , mo-
strano l'elevatezza dell' umano ingegno,
che in un' epoca sì remota qual è quella
de'pelasgi, a cui se ne attribuisce la fon-
dazioue,aulerioi meule alla guerra di Tro-
VEL
ia,seppe muovere e geometricamentecol-
locare un sì gran numero di smisurali ma-
cigni con una facilità e perfezione , che
metterebbe pensiero a'più arditi ingegni
del nostro secolo tanto perfezionato ne'
meccanismi e che sormonta ogni difficol-
tà con eseguire le operazioni più ardue.
Ma ciò che attrasse l'attenzione di Gre-
gorio XVI amatore della veneranda an-
tichità, nel giro che ne fece, si fu la por-
ta maggiore della cittadella ove passò nel-
l'uscire dall'episcopio, e il di cui architra-
ve viene costituito da un masso solo lun-
go 27 palmi e largo 8 e un'oncia; la por-
la minore, che alcuni vogliono destinala
a sortile militari, la cui volta e scala, com-
posta di massi che si sormontano I' un
l'altro, non ha per quanto si conosca al-
tra simile, tranne quella dell'ingresso al-
la piramide di Mernjì riportata da Nor-
den ne'suoi Viaggi in Egitto j e l'angolo
principale formato da'due grandi mura-
glioni orientale e australe, alti palmi il,
e composto di soli 1 5 massi, concatenali
senza cemento come il resto delle mura.
Per la celebrità di siffatte gigantesche co-
struzioni, rammentando la già celebrata
opera della Dionigi, che ne pubblicò idi-
segni, mi si condoni che io riporti qui un
relativo cenno tratto da altra donna illu-
stre che le studiò, Marianna Starke, Tra-
vels in Europe, Parisi 836, p. ^02. » La
città di Alatri, posta sopra una rupe e-
n)inenle,circondatada mura gigantesche
ed apparentemente più auliche delle mu-
nì dell'altre città di quella provincia, ha
un giusto titolo al nome che porta, cioè
di fortezza Saturnina. Plauto ne fa men-
zione nella commedia de'delenuti, ossia
carcerati, sotto la forma greca Alatrion.
In Slrabone è scritta Alctrion. Cicero-
ne la chiama municipio, e Frontino la
descrive come una colonia. La sua Acro-
poli, cioè cima e sommità, corona l'alta
montagna, sul pendio della quale sta que-
sta città, circondata dagli avanzi delle
mura dell'estensione di due miglia, e co-
struii* da nmujassi di pietre calcaree soni-
VEL 63
maronite grosse, ben compatte dal loro
semplice immenso peso , ed in forma o-
blonga poligonare. Sopra 3 di queste pie-
tre sono scolpiti rozzamente 3 bassirilie-
vi; uno rappresenta un putto con un vaso
sulla sua testa, un altro probabilmente
fu scolpito per personificare la protettri-
ce divinità di Alatri, ed il 3.° che fa par-
te del muro pelasgico nella porta Bello-
na , ora porla s. Pietro (il disegno della
quale pubblicò Y Album di Roma, t. 1 7,
p. 257, con erudito articolo del conven-
tuale p. F. Lombardi. Egli narra, secon-
do gli scrittori delle cose d' Alatri , che
venuto l'Apostolo delle genti a diffonde-
re la luce del Vangelo in questa cillà,
fossero i primi a seguirlo gli abitanti del-
la parte meridionale detta Le Piaggio,
mentre quelli della settentrionale detta
Civita vetere durarono nell'idolatria mol-
ti anni, finché i primi non gl'indussero ad
abbracciare il cristianesimo, e perciò con-
segnarono ad essi i loro idoli per essere at-
terrali e infranti. Questo pare ch'abbia da-
to origineaH'usanza,per la quale gli 1 1 ca-
popopoli eletti da'rioni della cillà a signo-
ri della festa di s. Sisto 1, nella sua vigilia
gli abitanti delle pinggit' unitisi co' con-
signori di Civita vetere scagliavano una
grandine di ciottoli e di figuline contro
l'informe e ricordalo bassorilievo esisten-
te al fianco sinistro della porta s. Pietro,
e chiamato dal volgo Marzo. Dopo poi i
primi vesperi, menile il vescovo nella cat-
tedrale era ancora in trono, dando egli
co' piedi il segnale con alcune movenze,
i detti signori assistenti facevano iti cer-
chio per un quarto d'oro una danza sagro-
fesliva, dispensando ciambelle alla folla.
Crede il p. Lombardi che la danza ab-
bia avulo origine neh i32 per la trasla-
zione in Alatri delle reliquie di s. Sisto !,
intorno alle quali il popolo tripudiò di
santa letizia per averlo liberato dalla pe-
ste che 1' affliggeva , e prorompendo io
quelle dimostrazioni festive. Nel pontifi-
cato di Benedetto XIV e nel vescovato di
mg." Savaceri, divenuto il ballo iudecen-
H
V E L
tea luogo sagro, fu trasportalo nella pro-
pinqua piazza, e ivi durò sino al i 84^)co"
assumere il municipio tulio il carico del-
la pompa festiva. Di simili sagre danze
parlai altrove, come nel voi. LXXIII, p.
i 72, e nel voi. XLIX,|). 249, per quel-
la che avea luogo in Osinio per la fesla
popolare del Carro di s. Vittore), me-
rita particolare notizia, perchè è formalo
in una di quelle gigantesche pietre che
compongono il muro, ed evidentemente
coevo al medesimo. Sulla lunga salita al-
la città si presenta porta s. Pietro, ed a
questa porta i viaggiatori ordinariamen-
te scendono dalle carrozze affine di cam-
minare su alla sommità, non essendo ivi
strada carrozzabile. La torre sulla sinistra
di della porla ha il marchio o segno del-
l' eia oscure, ma la suddetta porla e le
altre porte della città sono antiche. La
sommità sembra essere stata di forma
quadrilatera. Fu encomiata da doppie
mura, le quali calcolate dalla loro colos-
sale grandezza e solidità danno a sospet-
tare del tempo della loro costruzione; e
sebbene varie circostanze concorrano ad
indicale che fossero erette da' tirreni pe-
lasgici prima della guerra Troiana , ciò
non ostante un angolo dell'esterno muro
alto y4 palmi rimane intero ed ancora
intatto da lungo lasso di secoli. Questo
muro angolare è composto di 4o pietre
soltanto, e non può essere contemplato
senz'ammirazione e sorpresa, siccome im-
possibile a concepire come queste pietre
fossero state innalzale alla loro presente
posizione ed unite cosi assieme senza ce-
mento, e con una graziosita adatto im-
pareggiabile. Le suddette mura si dice
che rassomiglino a quelle di Tini nel Pe-
loponneso: desse presentano una super-
ficie liscia formata da irregolari pietre po-
ligone. Il principale ingresso alla cittadel-
la è ammirabile in pùnto di fortezza, ed
è simile nella costruzione alle porte delle
piramidi a Menati. Gli architravi, che so-
no 3, giacciono piani sulla vasta estensio-
ne delle mura da formare un coperto cor-
V EL
ridoio, ed ogni architrave è alto 11 pal-
mi. Ivi evidentemente si osserva che vi
furono due porte, una interna ed esterna
l'altra, ed il corridore esleso tra loro. La
presente strada all'Acropoli, sommità, è
opposta all'antico ingresso, e sembra di
essere stata fatta da'uioderui alatimi per
facilitare la loro comunicazione col vesco-
vato, il quale è fabbricalo sulla parte del-
le mura interiori della fortezza. Un cor-
ridoio dell'esteriori mura situato sulla de-
stra della moderna strada contiene un pas-
saggio costruito come il principale ingres-
so già descritto, il quale porta in un pas-
saggio sotterraneo dell'altezza di 6 piedi
con una bellissima circolare volta; questo
passaggio penetra al centro della fortez-
za, e dopo aver esaminato il detto pas-
saggio, all'esterno del quale trovatisi gli
avanzi di due bassirilievi, i viaggiatori
passano da una piccola moderna porla
che conduce ad un giardino, dove il mu-
ro angolare, degno di particolare notizia,
puòessere veduto tutto interamente. La-
sciando il giardino suddetto, i viaggiatori
dovranno salire alla piazza, dove il vesco-
vato e la cattedrale è stata eretta; la qua-
le piazza spiega il principale ingresso al-
l' Acropoli, sommità. L'eminenza mon-
tuosa sulla quale trovasi posta questa for-
tezza è piena di vasti sotterranei passag-
gi , oltre i già descritti , de' quali alcuni
servirono di acquedotli, mentre altri fa-
cilitavano l'ingresso del necessario perla
guarnigione. Le volte di questi passaggi
sono semicircolari, ed in alcuni di essi (se-
condo l'informazioni avute e l'indagini
fatte) possono trovarsi le vestigia de'pa-
vimenti di musaico, sebbene è difficile di
esplorare queste sotteranee strade, sicco-
me non souoesenli da aria mefitica e no-
ci va". Segue la descrizione in succinto d'A-
lalri moderna. Gregorio XVI non sazian-
dosi di ammirare questi prodigi dell'ar-
te antica, e di lodare Io zelo della magi-
stratura d' A latri, che aveva saputo così
bene rendere il pristino splendore a un
sì rispettabile monumento, unico nel suo
VEL
genere, il Sanlo Padre avea quasi com-
piuto il suo giro, quando alla richiesta
fattagli dallo stesso magistrato, volendo
secondare il pubblico desiderio, e rende-
re eterna la memoria di sua venula in A-
latri, graziosamente permise che la nuo-
va strada, quasi sorta per incanto d'in-
torno alle mura dell'Acropoli, portasse
d'allora in poi il nome di Gregorianaja
quale concessione venne accolta con co-
mune applauso, e sull'istante pubblica-
la con l'iscrizione affissa alle mura stesse.
Quindi il Papa passò nel monastero della
ss. Annunziata delle benedettine, fonda-
to nel 1 56 1 da mg/ Camillo Perusco ro-
mano vescovo d'A latri, che vi fece veni-
re per istitutrici 4 monache da Guard-
ilo; edilizio assai vasto e di elegante strut-
tura mediante aggiunte fattevi nello scor-
so secolo. Ivi ammise al bacio del piede
le 5o religiose circa, e varie signore del-
la città, che in sì fausta circostanza eb-
bero il permesso di entrarvi; non che le
monache della Carità con voti semplici
sotto la regola di s. Chiara, introdotte io
Ahitri nel 1806 da mg.r Giuseppe della
Casa vescovod'Alatri, che ottenne da Pio
VII di potervi traslocate dal monastero
d' Anticoli due religiose perchè si occu-
passero della fondazione, la quale ha per
scopo la cristiana educazione delle fan-
ciulle, della quale si sono rese beneme-
rite. Prima d'entrare col suo seguito in
detto monasteiOjil Santo Padre aveva e-
gualmente onorato di sua presenza il vi-
cino collegio Calasanzio degli scolopi , il
quale riconosce per fondatrice la nobile
Innocenza Gentili vedova Conti, che con
suo testamento del 1 ."novembre 1 72 1 isti-
tuì eredi universali de' suoi beni i delti
padri, colla condizione che vi tenessero
scuola e convitto. Il p. Giuseppe 01iva,che
nefui.° rettore, poi generale dell'ordine,
colla sua attività accrebbe il locale, fab-
bricò l'annessa chiesa in onore dello Spo-
salizio di Maria Vergine, con facciata di
buon disegno in pieti a calcare scalpellata
con maestria e nell'interno a croce greca
VOL. LXXXIX.
VEL 65
con ragguardevole cupola, vi ordinò le
scuole e vi apri il convitto con tale ripu-
tazione, cbedblb provincia e da altri luo-
ghi dello stato, come dal regno di Napo-
li , vi concorse sempre buon numero di
distinti giovani ad attingervi l'istruzione
letteraria, morale e civile. Nel 1824 con
piano fatto da mg.r Benvenuti, poi car-
dinale, delegato straordinario della prò-
v incia, il cui nome sarà in eterna benedi-
zione presso gli eroici, piano che fu san-
zionato da Leone XII, l'istituto religioso
aumentò il collegio di due scuole, mentre
la città a sue spese vi aggiunse un pro-
fessore di diritto civile e canonico, oltre
l'assortimento d'un gabinetto fisico, l'in-
grandimento delle scuole, delle camera-
te e del casino di villeggiatura. Così que-
sto ampio, comodo e salubre stabilimen-
to viene ad apprestare un mezzo oppor-
tuno d' istruzione a lutti i cittadini non
meno, che alla provincia intera. Grego-
rio XVI vi fu ricevuto dal generale ze-
lantissimo dell'ordine Ii.mop. Rosani al-
la testa della religiosa famiglia e della nu-
merosa scolaresca divisa in due ale, e di
là consolò nuovamente di sua benedizio-
ne l'esultante popolo, onde tutta era ri-
piena la sottoposta piazza di s. Maria, di
figura assai quadrata e ben vasta , così
denominata perchè sta avanti alla chie-
sa collegiata dedicala alla B. Vergine di
gotica costruzione , con atrio dinanzi , e
con vaghissimo occhialone di marmo al
di sopra , contigua al palazzo comunale
(questa è la chiesa di s. Maria Maggiore,
di cui nel i852 X Album di Roma nel I.
19, p. 289 e 326, ne pubblicò il disegno,
le notizie e la descrizione di L., il quale
la dice dello stile e del fare bisa olino e
sembrare rimontare 1' erezione al secolo
XI; il grand' occhio finestrale della fac-
ciata, arabescato de' solili fregi tricu>pi-
dali e di ghiribizzi bizzarri, offrire un ca-
rattere diverso dall'interno e perciò forse
posteriore alquanto e d'epoca gotica, cioè
quanto allo stile. La Ione campanaria
venne innalzata sul declinar del secolo
5
66 V E L
XIV, come rilevasi dall'iscrizione eoll'an-
noi3c)4, in tempo di Do. MaJJiolì Epi.
Plocen. vicari ctRcclor. Camp ., rilevan-
do l'articolista clie tal vicario e rettore non
fu conosciuto né da De Mattheis, né da De
Matthias, ne'loro esatti cataloghi. Il tem-
pio racchiude, oltre altri pregi, una gem-
ma preziosissima, cioè l'antichissima e mi-
racolosa immagine di Nostra Donna det-
ta della Libera, effigiata in affresco sul
corpo d' una colonna quasi all'ingresso,
ed avente in grembo il suo divin Pargo-
letto. Avendo Giotto, nel suo ritorno da
Napoli,lavorato in molte chiese dellaCara-
pagua , fa crederla opera sua. E poi in-
dubitato che la bella e divota Immagine
sempre èstata larga dispensatricedi favori
a'suoi divoti, ond'è iu gran venerazione
presso pure gli stranieri; la quale è inoltre
sì antica, che nel i324 Giovanni XXII
da Avignone vi concesse indulgenza a'vi-
sitanti : altri Papi accordarono grazie e
privilegi all'abbate e canonici della me-
desima^ ne'primi del corrente secolo l'ab-
bate fu insignito della mantellelta nera e
del titolo di dignità capitolare. Riparata
più. volte per la sua vetustà, nel 1 85 1
s'incominciò a rinnovarla conservandone
il tipo caratteristico, e per conservare sì
interessante monumento cristiano si fe-
ce un appello all'oblazioni de'fedeli. Leg-
go poi nel Giornale di Roma de' 3o ot-
tobre 1 856, che dopo 5 anni di restauro,
la chiesa di s. Maria Maggiore d' Alatri
d'antichissima gotica costruzione, era sta-
ta riaperta al pubblico culto. Ritenendo
interamente la sua forma primiera, pre-
senta ora quella magnifica eleganza pro-
pria delle chiese di siffatto genere, tutta
abbellita e istoriata da sagre pitture a
fresco di Domenico Monacelli. A conser-
vare meglio la celebrata ss. Immagine, fu
trasportata in apposita cappella vagamen-
te ornata, siccome oggetto divotissimo di
tutta la provincia. 1 canonici che aveano
sostenuto il grave dispendio colle loro te-
nui prebende, furono consolati dal Papa
Pio IX col dono d'un paralo iu terzo. Ac-
VE L
endemico Etnico, mi si concedino queste
giuntai elle che vado ficendo in onore di
Ahtri) Sulla facciata del collegio eravi
un'iscrizione dichiarante l'immenso giu-
bilo degli scolopi. 11 R.mo p. Rosani, do-
po avere ragguagliato Gregorio XVI di
tuttociò che riguarda quel locale e l' i-
slruzione pubblica, gli rese grazie a nome
della città col l'ottava che pubblicala nella
Relazione, Padre e Signor 3 che col tuo
dolce aspetto, ec, meriterebbe scolpirsi
sulla ciclopea mole. Dopo aver il Papa di
nuovo percorsa, e sempre a piedi, la via
principale d'Alatri, in sembianza e in at-
to non tanto di principe in mezzo a'suoi
fedeli sudditi, nelle cui vene ancora scor-
re l'antico sangue de'valorosi eroici, quan-
to di padre lieto e amoroso circondato da*
suoi cari figli, che non si saziavano di pa-
lesare in tutti i modi il loro affettuoso tri-
pudio, arrivato alla porta della città, ma-
nifestò benignissimamente a mg.r Giani-
pedi vescovo e alla magistratura (ogni
membro della quale ebbe in dono una
medaglia d'argento) il sovrano suo cor-
diale gradimento, per tutte le dimostra-
zioni ricevute nelle sole 4 ore del suo sog-
giorno in Alatri, cioè dalle i 3 alle i 7, e
lasciando un centinaio di scudi per limo-
sina a'poveri (i quali hanno il monte fi la-
mentano, e Pio VII col breve In sum-
mo Ape stola tu s , de' 25 gennaio i8o5,
Bull. Rom. cont. t. 12, p. 258 : Erectio
Montis frumentarii infavorem. ISosoco-
ìuii civi tati s Alalrinae) e agl'infermi, ri*
salito nella carrozza, che dallo stesso ze-
lo del popolo era stala ricondotta alla por-
la, partì per tornare a Prosinone, accom-
pagnato da'più fervidi voti di tutta quel-
la foltissima popolazione, che in segno d'e-
sultanza in quella sera, come nell'ante-
cedente, accese de' grandissimi fuochi a-
vanii alle case, sulle vicine montagne e
colline, ed illuminò a disegno lacitladel
la, che fece di se bellissima mostra. Dt
v laudo circa due miglia dalla via prov'u
ciale dopo Alalri, il Sanlo Padrevolle
sitar* la badia di Ticchiena, ricchissimo
VEL
monastero e Grangia (/'.) della celebre
abbazia ili Trisulli (P .) dc'eerlosiui, an-
nesso ad un castello ebe ne' tempi bassi
pagava il tributo di vassallaggio agli ala
ti ini (infatti Clemente XIII emanò il bre-
ve Exponi Nobis, de' 22 giugno 1763,
Bull. Rom. cord. t. 2, p. 355: Approba-
tioConcordiac inter monasterium s.Dar-
tholonui TrisulU ordinis Carthusiensis,
et communilatem, atque homines civita-
tu Alatrii super pracfìxioneconfinium
Castri dirutinuncupati Tccclaena ad di-
etimi monasterium spectantis.lvì è ripor-
tato tutto Tatto della concordata contro-
versia sul confine territoriale, e quanto
al possesso della certosa del feudo di Tic-
chi ena, si dice ebe questo confiscato già
dalla camera apostolica nel 1248 circa
sotto Innocenzo IV alla comuuità d'Ala-
t ri per delitto proditorio commesso con-
tro icittadiui di Ferentino, dipoi neli3oy5
nel pontificato di Bonifacio IX la mede-
sima camera lo vendè cou tutte le sue ra-
gioni e pertinenze al monastero di Trisul-
ti, certosa cb'è unita a quella di Ruma); e
fattavi orazione nella chiesa pubblica e
nella cappella interna del monastero, ove
si conserva il ss. Sagramento, ammise al
bacio del piede quella religiosa famiglia,
die volle trattarlo di lauto rinfresco cou
lutto il suo seguito, e proseguì il suo viag-
gio riprendendo la strada maestra verso
Prosinone, al quale articolo avendo io ri-
ferito il resto, dirò solamente. >'ella mat-
tina de"5 maggio Gregorio XVI partì per
Piperuo (V.) per la via omonima, una del-
le 3 che si riuniscono sul ponte del Co-
sa sottoFrosinone.come auche quella d'A-
lain e quella che conduce a Roma per Fe-
rentino. Trovandosi su quella linea di
strada provinciale vari paesi a destra ed
a sinistra della valle del Sacco , ognuuo
di essi procurò di fare le migliori dimo-
strazioni possibili di giubilo per il passag-
gio di Sua Santità sul loro territorio, e
in breve descrivendoli nell'articolo Fro-
iiflONE lo narrai, pel dettaglio più minu-
to poteudo supplire la bellissima Relazio*
VEL G7
ne di cui mi vado giovando, e vi aggiun
gerò quanto non dissi nel ricordalo aiti
colo per non renderlo di soverchio prò
lisso. Cominciò il 1 .° Ceccano (nel segue u
te anno dai Papa fatta città, la quale si
onora del suo illustre concittadino mg.'
Giuseppe Berardi Sostituto della segre-
teria di stato e Segretario della Cifra) j
indi il Papa valicato sopra un bel ponte
eretto da Pio VI il fiume Sacco, che in
quel luogo forma una caduta veramente
pittoresca, entrò nel territorio di Falli-
ca, a cui appartiene il poco distante cele-
bre monte Cacume, il più alto di quella
catena degli Apennini chiamati i monti
Lepidi, il quale alza la sua lesta orgoglio-
sa (069 metri sopra il livello del mare.
Seguitando il viaggio si trovò uel terri-
torio di Giuliano già fetido de' Colonna,
ietti abitanti vollero pure mostrare la lo-
ro divozione con arco trionfale sulla pub-
blica via,a'cui lati si fecero tutti trovato
chiedendo al Papa con fervore la sua be-
nedizione, gii uomini da ima parte, e le
donne dall'altra, ognuna delle quali por-
tava sulla lesta uno schifo con piante di
busso, il che unito al nazionale loro co-
stume da va loro la bella apparenza di ca-
riatidi. Finalmente dopo aver percorso
seuza fermarsi da Frosiuoue iu poi circa
i5 miglia della via Casilina, il Sauto Pa-
dre giunse a Prossedi, regione de'volsci,
e vi ricevè la benedizione col Santissimo.
Cambiati frattanto a tutti i legni dei tre-
no i cavalli, che iu quel luogo erano stati
radunati dalle stazioni postali de' vicini
stradali, il Papa proseguì rapidamente il
viaggio verso Piperuo io una delle più fer-
tili e pittoresche vallate dello stato pon-
tificio, fiaucheggiata da montagne, e sul
le di cui alte cime ergevansi tauli castelli
e villaggi, che coll'aspetto di fortificazio-
ni richiamavano la meutea'tempi del me-
dio evo. Fra questi dislinguevausi a sini-
stra i castelli di Pislerzo nella diocesi di
Ferentino , e di Roccasecca (diversa da
quella di Sora, di cui ragionai in quel-
l'articolo) in quella di Piperuo. A deatra
68 V E L
poi della via Casilinn vedevansi altri pae-
si e castelli sorgere nella gola de' munti,
e rispondere co'replicali spari di morta-
ri e co'festivi suoni di campane, che ral-
legra vano tutte quelle coutrade,ed altret-
tanti segni di giubilo dati dall'opposta ca-
tena di monti, e fra'quuli distingue vansi
i castelli di Maenza (riporta il n.° 92 del
Giornale di Roma del i858, come il
Papa Pio IX colle sue elargizioni contri-
bui all'eseguile grandi riparazioni di cui
abbisognava l' insigne chiesa collegiata
di Maenza, e la gratitudine del popolo
maentino) e Roccagorga, già spettan-
ti alla famiglia Caetani, potentissima in
queste contrade ; la popolazione del 2.0
si fece trovare genuflessa sulla via presso
l'arco che avea eretto. Altre dimostrazio-
ni ricevè dagli abitanti di Pioccagorga, i
quali nel quadrivio delle strade di Pro-
sinone, Piperno, Sezzee Roccagorga for-
marono uu piano regolaredi circa /jo pal-
mi nel luogo detto la Cona Romana, e vi
eressero un obelisco a finto granilo orien-
tale, dipinto a geroglifici tratti da antico
monumento egizio, .sormontalo dalle chia-
vi e dal triregno, dalla cui estremità tut-
ta la mole era alta da terra palmi 53, com-
preso il piedistallo d'ordine dorico a fin-
to marmo di Carrara, sui di cui specchi,
circondati da 4 statue esprimenti le Vir-
tù, cardinali parimente a finto marmo
chiaroscurate di grandezza sopra al na-
turale colle loro basi d'ordine toscano,leg-
gevansi 5 analoghe iscrizioni italiane, la-
tina e greca. Fermatosi nel suo passaggio
il Papa a veder l'obelisco, ne espresse dal-
la carrozza la sua benigna soddisfazione
e lodandone l'artefice che ammise al ba-
cio del piede, unitamente al clero, alla
magistratura e ad altre distinte persone
della terra , che fra gli applausi di tutta
la popolazione gli offrirono due sonetti,
anch'essi come tutte le altre poetiche com-
posizioni , pubblicati dall'accuratissimo
principe Massimo. Continuando il viag-
gio , dopo poche altre miglia Gregorio
XY1 giunse versole ore 1 4 alla città ve-
V EL
scovile di Pijierno, già celebre capitale de'
volsci e municipio romano. Ad ore 18 ri-
montato il Papa in carrozza fra gli ap-
plausi di tutta la popolazione, e celere*
mente scendendo da Piperno verso le Pa-
ludi Pontine, costeggiò col suo seguito il
fiume Amaseno, le di cui acque scorro-
no nel mezzo di folta selva presso le mu-
ra merlate della celebre badia di Fossa-
nuova (F.), della quale riparlai nel voi.
LXXVIl.p. 1 1, y5 e 76. Dopo altre 5 mi-
glia il Papa entrando con lutto il suo tre-
no nella via corriera delle Paludi Ponti-
ne al miglio 49 dell' Appia, e passando
senza cambiar cavalli avanti la posta di
Ponte Maggiore, proseguì il viaggio per
la città vescovile di Terracina,ove giun-
se circa le 19 ore ricevuto da mg.1 Lolli
vice-legato di Velletri ec. Nella mattina
degli 8 maggio ne partì per la via Appia,
trapassando la posta di Ponte Maggiore
e fermandosi a cambiari cavalli a quella
di Mesa. Giunto a Tor Tre Ponti, venne
ossequialo dal vescovo e da'cleri di Sezze
e Sermoneta. Indi proseguì il viaggio per
Cisterna e per la città vescovile di Vel-
letri , da dove partendone a' 9 maggio,
trapassando per Genzano, per la Riccia
e per la città vescovile d'Albano, fece il
suo trionfale ingresso in Roma verso le
ore 2 3. Così ebbe termine il viaggio di
Gregorio XVI, il quale non poteva desi-
derarsi migliore sì per la prospera salu-
te di cui sempre godette, come per l'en-
tusiasmo che risvegliò, e perla felicità che
diffuse la di lui presenza nelle due avven-
turate provincie di Campania e Maritti-
ma, le quali per il loro inalterabile attac-
camento all'altare e al trono pontificio
giammai lo dimenticheranno, avendolo
pure successivamente descritto il Diario
di Roma compendiosamente.
Nell'articoloPio IXraccontai,come per
la nequizia d' una fazione ribelle fu co*
stretto allontanarsi da Roma in forma in-
cognita la notte de'>4 novembre 1848,
ed in compagnia del conte di Spani- mi-
nistro di baviera, per la porta s. Giovai»-
VEL
ni traversandola galleria di Castel Gan-
(lolfo, evitando Albano, passando dietro
l.i Riccia , per Genzano, Velletri e Ter-
racina.senza mai fermarsi, felicemente en-
trò nel regno di Napoli. Si condusse aGae-
la, ove venne magnili camenteospilalo con
ogni venerazione per oltre 9 mesi dalla
generosa liberalità del religiosissimo mo-
narca delle due Sicilie Ferdinando II, non
meno nella real villa di Portici presso Er-
colano per altri 8, avendo pure narrato
Je cose principali che fece in que'soggior-
ni, e le gite pe'luoghi e città circostanti,
inclusi vaiueiite e sino a Benevento. Dissi
come dopo la partenza del Papa da Ro-
ma ivi si formò la giunta suprema di sta-
to per governarlo, seguila dalla commis-
sione di governo.Promulgataa'9 febbraio
1849 'a repubblica romana per tutto lo
stalo papale, la rivoluzione fu compiuta;
però non andò guari che fu domata la ri-
bellione negli stati pontifìcii per l'interven-
to dell'anni cattoliche francesi, napoleta-
ne, austriache e spagnuole. I napoletani a'
17 giugno 1849 occuparono Prosinone,
Veroli, Anagni, Ferentino e altri luoghi,
della provincia di Campagna. L'8 giugno
le truppe spagnuole approdarono in Ter-
racina, e per Sezze a' 1 7 luglio si recarono
in Velletri con mg.r Giuseppe Berardi, già
vice-presidente del tribunaleciviledi Ro-
lli:) /piale coni missario slraord inario pon-
tiQciodelle provinciedi Marittima eCam-
p-igna, nella qual città fin da'4 erasi ri-
tirato il preside repubblicano, subentran-
do a occuparla gli spagnuoli, A' 16 lu-
glio mg/ Badia delegato apostolico diFro-
siuone ristabilì in quella città e provin-
cia la sovranità pontificia. Questa in tut-
to lo stato della s. Sede erasi successiva-
mente ristorata. Dappertutto essendosi ri-
stabilito l'ordine, il sommo Pontefice Pio
IV si determinò a ritornare a Roma sua
sede nell'aprile i85o, accompagnato a'6
dal re delle due Sicilie sino all'Epitaffio.,
tei mine del regno e degli stati di s. Chiesa.
11 Papa ivi venne incontrato da mg/ Be-
rardi commissario straordiuariodelle due
VEL 69
provinole di Marittima e Campagna , in-
sieme alla deputazione de'consiglieri pro-
vinciali della legazione di Velletri, felici-
tandolo e tributandogli l'omaggio d'in-
alterabile fedeltà delle due provincie, av-
venturose e liete per aver la sorte d' es-
ser le prime a riceverlo, il che meglio no-
tai nel voi. LXXIV, p. 200. Ed eccomi a
procedere col coramend/ Barluzzi nella
Relazione slorica del viaggio, e con
quanto altro ne pubblicarono il Giorna-
le di Roma, e l' Osservatore Romano ne-
gli articoli divisi in 9 giornate e intitola-
ti; Viaggio del Sommo Pontefice daNa~
poli a Roma; però tacendo quanto già
pubblicai a'Ioro luoghi e quanto dovrò di-
re di altri in quest'articolo, come praticai
di sopra pel viaggio diGregorio XVI. Ter-
racini! per la r /ebbe la consolazione d'ac-
cogliere il suo sovrano e padre, e lo fe-
ce con quelle solenni dimostrazioni, che
celebrai nel suo articolo. Siccome erano
state sciolte tutte le autorità municipali,
e nominate provvisoriamente commissio-
ni municipali con un presidente per ca-
po d'ognuna, ciò avverto per dovere no-
minare le unee gli altri delle comuni del-
le provincie di Marittima e Campagna.
Tra le deputazioni ricevute dal Papa in
Terracina, conviene qui ripetere la com-
missione provvisoria municipale col go-
vernatore della città, la deputazione del-
la provincia di Frosinone condotta da
mg/ Badia delegato della provincia me-
desima, quella del capitolo di Ferentino
con mg/ vescovo Tirabassi (di cui riparlai
nel vol.LXXVIU,p.22Q e 3a3),quella del
clero di Veroli col proprio mg/ vescovo
Venturi similmente, e molte altre d'al-
tre parti che troppo lungo sarebbe il no-
minare, L' 8 aprile Sua Santità partissi
col suo corteggio da Terracina, precedu-
ta dal principe Massimo soprintendente
generale delle poste pontificie , scortati!
da un plotone d'ussari napoletani, ed ac-
compagnata da' cardinali Asquini, Du
Pont e Antonelli, non che dal conte Lu-
do! f' ministro plenipotenziario del re Fer-
7o V E L
dittatalo II presso Ja s. Sede. Terracina è
lungi 63 miglia Ja Roma, laonde passan-
do il Papa per le Paludi Pontine e via Ap-
pia, Velletri, Genzano, la Riccia e Alba-
no poteva essere in Roma nel giorno stes-
so. Ma benignamente volle prima di ri-
tornare alla sua capitale e sede, allieta-
re ili sua presenza anche la provincia di
Campagna, e venir quindi a Velletri per
altra parte rientrando nella via Appia; e
ciò perchè quella provincia presa com-
plessivamente ne' passali sconvolgimen-
ti, come sempre, erasi mostrata la più fe-
dele al governo legittimo della s. Sede.
Giunto il treno vicino a Ponte Maggiore,
lasciala la via Appia, prese a sinistra la
provinciale, la quale entrando nella ca-
tena de'monti Lepini, e serpeggiando pel-
le sinuosità dell' anguste loro valli, va a
terminare nell'aperta vallala di Prosino-
ne. Riferisce la Relazione." Al lernpoche
que'monti erano abitati da' Volsci e da-
gli Equi (ne riparlai a Subiaco), tanto
dalla parte che guarda tramontana e a
ponente l'agro Pontino ed il mare, quan-
to nell'interno a levante ed a mezzogior-
no, ebbero la loro fama e Core, e Pome-
zia o Sezia con le sue ?.3 città, e Segni e
Piperno, co'fiumicclli Ufente ed Auiase-
uo, ricordate ne'primi secoli della storia
romana , e celebrate altresì ne' versi di
Virgilio, d'Orazio e d,i Silio Italico. Og-
gi sono dello slato pontificio una delle
parli meno popolate. Pur tuttavia per
quelle valli e le pendici per cui passa la
della strada sono alcune città e castella:
Piperno, Maenza, Sonnino,Patrica,Pros-
sedi, s. Stefano, Giuliano, Morolo, Valle-
corsa, Ceccano ec". Poco prima di giun-
gere a Piperno è l'antica abbazia di Fos-
sanuova,la cui origine risole al secolo XI,
già de'monaci cistcrciensi e ricca, la qua-
le die alla Chiesa ne'secoli XII e XI 11 ce-
lebri abbati, vescovi e cardinali: ora non
le rimane che il nome e gli avanzi de'
suoi magnifici tempio e chiostro di gu-
sto gotico, famosa anche per la morie di
s. Tommaso d'Aquino. Bramando il Fa-
VEL
pa di visitare si illustri memorie , ed es-
sendo fuori di strada, il proprietario di es-
se e del latifondo Luigi Polverosi fece tro-
var pronte all'uopo carrozze e carrettel-
le, e vi si condusse, inchinato per la via
dal clero di Sormino (terra non lontana
sulla montagna), che ammise al bacio del
piede. Nel ritorno onorò di sua presenza
Piperno, tra gli Evviva il Papa, Viva
il Santo Padre, Santo Padre la bene-
dizione. Osserva il commend/ Barluzzi,
che faceva parte del corteggio. » E qui
valga il dirlo una volta per sempre: do-
vunque, sia nel regno di Napoli, sia nello
stato.legrida popolarla lui dirette non so-
no stale mai altre che queste, come le più
dicevoli al Vicario di Gesù Cristo". Da
Piperno dopo 6 miglia, il Papa giunse a
Prossedi,situala similmentesulla via prin-
cipale, ed atlraversolla senza farvi dimo-
ra, tra' più clamorosi e festevoli evviva.
Dopo Prossedi non entrò in alcun altro
paese. Ma al di qua cai di là di Prosse-
di convenne sostare 1 4 volte per via, poi-
ché trovaronsi a vari intervalli i4 archi
trionfali, eretti da altrettanti municipii;
i quali comechè fuori di strada,e non po-
tendo perciò accogliere nelle loro mura
l'augusto Viaggiatore, erano discesi tulli
■'confini de'territorii rispettivi sulla stra-
da per la quale dovea passare, e vi avea-
no innalzato ciascuno archi con diverse
forme, e colle iscrizioni italiane o latine,
riportate con ordine progressivo al fine
della Relazione. Presso i quali archi al
giungere del Santo Padre , i rappresen-
tanti di ciascun municipio si stavano ge-
nuflessi, e intorno in tale atteggiamento
ossequiosi e giulivi erano i popolante se-
condo il costume lodevole del paese nel-
le ceremonie religiose/la una parte ledon-
ne e dall' altra gli uomini, tutti con ra-
moscelli d'olivo in mani, e chiedenti ad
alta voce la benedizione. E il Papa in tut-
te lei 4 stazioni fermandosi, graziosamen-
te la compartiva. Benché espressamente
non nominati dalla Relazione, trovo ben-
sì nella collezioue dell'iscrizioni, a secon-
V E L
da dell'avvertito, quelle ancora di Maen-
ta, Sonnino, Fallica, s. Stefano, Giulia-
no, Morolo; le due degli uniti Vallecor-
rj, s. Lorenzo e Castro; quelle di Rocca-
corga , Roccasecca, Supino, Ceccano ec.
Nel Giornale dì Roma, tra' luoghi non
ricordati espi essamente dalla Relazione,
si pubblicarono articoli celebranti l'av-
venimento, ovvero se ne parla; cioè a p.
3a3 di Prossedi si dice, che nella chiesa
il Papa vi ricevè la benedizione col San-
tissimo. A p. 362 Roccasecca dichiarò d'a-
ver innalzato un sontuoso arco d'alloro
e di paline, e che il Pontefice molle di
pianto benedì con affezioue di cuore il cle-
ro, la magistratura e la popolazione. A p.
370 è detto che il governo di Vallecorsa,
coMue comuni di s. Lorenzo e Castro, si
unirono in consorzio, e sebbene distacca-
ti e segregati dalla via provinciale, al di
là di Prossedi ove sbocca la strada rota-
bile di s. Lorenzo nella provinciale, i 3
cleri colle loro ecclesiastiche divise furo-
no presentati al Papa da mg/ vescovo di
Ferentino, ed il ministero governativo e
le 3 commissioni municipali furono pre-
sentate al medesimo da mg.' Badia, ivi
appositamente erasi innalzato un trofeo
rappresentante la Religione,di delicato la-
voro, con l'iscrizione italiana ivi riporta-
ta, insieme alla latina scolpita in marmo
a memoria eterna dell'avvenimento; e che
il Papa gradite siffatte dimostrazioni, am-
mise al bacio del piede i funzionari e tan-
ti altri , soccorrendo la classe indigente
splendidamente. Nella Relazione poi leg-
go, che nell'arco erano le statue della Re-
ligione e della Fortezza , nel basamento
delle quali erano due epigrafi che ripro-
dusse. A p. 396 del Giornale vi è l'arti-
colo di CepranOjChesi onora d'averacon-
ctttadino mg.r Giuseppe de'inarchesi Fer-
rari Tesoriere generale (^.), e ne ripar-
lai nel voi. LXXX, p. 199. Ivi si dice,che
ne'passali sconvolgimenti e ne' giorni di
confusione fu abbastanza risoluta per im-
porre all'autorità e truppa de'faziosi, u-
prire le porte di quel poute, disollerruie
V EL 7i
le mine, togliere le barricate, ed ogni al-
tro impedimento ostile per accogliere nel
dì seguente amiche, e fra gli evviva, le
truppe napoletane; il che gli riportò la
sovrana approvazione esternata dall' ot-
timo mg.' Badia. Ne' giorni di pace eoa
indicibile entusiasmo solennizzò il glo-
rioso e felice ingresso del Papa ne' suoi
dominii, con quelle pubbliche festive di-
mostrazioni ivi narrate, di che furono
spettatori ed encomiatori i cardinali Mal-
ici e Cagiano. Inoltre si descrivono i fe-
steggiamenti di Sgurgola nel passaggio
del Papa, 1' arco trionfale innalzato con
due iscrizioni pubblicate, non che il tro-
no eretto pel medesimo e la benigna ac-
coglienza fatta ai clero, al magistrato e al
popolo, presentali da mg.r Badia. Per ce-
lebrare l'awenimeuto, i più facoltosi di-
spensarono vino e pane a' poveri, i quali
furono pure soccorsi dalla munificenza
pontificia. Mi piace inoltre rimarcare, che
la città vescovile di Veroli , situata fuori
di via, in quella per andare ad Alatri, e-
resse un arco trionfale con 4 iscrizioni,
dichiaranti la sua esultanza e fedeltà, ed
esternando il voto di potere accogliere il
Pontefice fra le sue mura , felicitandolo
il clero , il patriziato e il popolo. Faccio
ritorno alla descrizione del viaggio. Era-
no circa le 4 pomeridiane, allorché la-
sciato a destra Morolo, a sinistra Cecca-
nò, uscendoda'monti Lepini,il Santo Pa-
dre col suo corteggio, sempre accompa-
gnato da'3 sullodati cardinali, entrò nel
territorio di Frosiuone, ossequiato da una
deputazione del municipio. Avvicinando-
si il treno alla città, la moltitudine dal-
l'alto del monte, a guisa d'anfiteatro, ov'è
situataFrosinone capo della provincia (os-
serva il commeud.' Barluzzi, che le città,
e castella della medesima, conservando
la situazione di loro origine antichissima,
o de' primi tempi di Roma o anteriore,
sono quasi tutte sui monti), cominciò ad
agitare i fazzoletti, i cappelli e de' rami
d'ulivo, ed a levare da tutte parti un gri-
do di Viva il Santo Padre j che misto
7a VEL
a! suono delle campane e delle bande as-
sordava l'aere. Al primo ingresso nella
ci I là , sotto un grande arco costruito ivi
appositamente a foggia di tempio, la ma-
gistratura municipale gli esibì le chiavi
della ciltà in segno di dominio, con pa-
role convenienti. Il tenente colonnello Vi-
glia comandante il 6/ battaglione de'cac-
ciatori napoletani, in nome di tutta l'ar-
mata, rappresentata dal battaglione stes-
so, diresse al Papa parole d'omaggio e di
divozione. Come in Terracina la strada
era abbellita da file d'arboscelli, così qui
di colonne di legno in forma di candela-
bii vestite di fronde di bosso e fiori, con
simili festoni pendenti lateralmente era
adorna la via; e le finestie lo erano da
damaschi e drappi a vario colore; l'ima
e 1' altre stipate di popolo, accorso pure
in gran numero da'luoghi circostanti. I
due prospetti dell' arco aveano ciascuno
la loro iscrizione; narrando poi il Gior-
nale di Roma del 1 85o a p. 354, con ar*
ticolo di Frosinone nel descrivere in det-
taglio come festeggiò la venuta del Papa
Pio IX, dice che dov'era 1' arco sarà col-
locala come un monumento stabile l'i-
scrizione allora fatta e dal medesimo pub-
blicata (il monumento poi eretto è la va-
sta caserma de'gendarmi, dietro il palaz-
zo delegatizio, nella forma quasi come
quella di Roma, collo stemma pontificio
e 1' iscrizione: si costruì con un fondo di-
sponibile, e con approvazione del Pa-
pa), insieme all'altra iscrizione che pu-
re in esso si legge , e questa da porsi
sopra l'ingresso della residenza munici-
pale dal municipio, per riconoscenza al-
l'impegno dell'ottimo delegato mg/ Ba-
dia nel coadiuvare gli ardenti desideri!
de'fi usinati presso Sua Santità, onde ot-
tenere un così segnalato beneficio. Oltre
l'arco eravi un obelisco eretto sulla piaz-
za del palazzo apostolico , avente ezian-
dio la sua iscrizione. Un' altra leggevasi
nella caserma de' veliti pontificii, che sta-
vano di presidio in Frosinone, quelli che
duFrusiuoiie e da'paesi limitrofi, nel teru-
VE L
pò della ribellione fedeli al proprio so-
vrano, si recarono dal Papa a Pontecor-
vo, a Benevento e in Gaeta; e questo stes-
so diceva la scritta con brevi ed elegan-
ti parole. Il battaglione napoletano avea
posto a modo di trofeo le insegne di
Pio IX e di Ferdinando II, con in mez-
zo ciascuna la propria epigrafe. E final-
mente ve n' era una sulla porta del pa-
lazzo apostolico, per contestare la grati-
tudine de' fiosinonesi verso mg.r delega-
to, perchè molto si adoperò in prepararlo
degno del So vrano Pontefice. Nella chie-
sa principale di s. Maria Assunta il Papa
vi si recò sotto baldacchino magnifico, le
cui aste sostenevano i membri della com-
missione municipale, accompagnato dal-
l'ordinario mg/ Venturi zelantissimo ve-
scovo di Veroli col suo clero; il tempio
era vagamente addobbato, e colle espo-
ste immagini de'ss.OrmisdaeSilverio Pa-
pi, particolari protettori e concittadini di
Frosinone. Prima di ricevere la benedi-
zione da mg/ Ricci vescovo di Segna,
col ss. Sacramento esposto, dopo aver
questo venerato,Pio I X con eloquente, te-
nera e maestosa allocuzione riepilogò in
brevi parole le trascorse vicende, le cala-
mità eccitate dal nemico dell'uman ge-
nere, cessate per volere divino, esortando
l'immensa popolazione a porger calde
preghiere all'Altissimo pel ravvedimento
de'traviati, e per la pace della Chiesa u-
ni versale. Dichiara il commend/ Barluz-
zi. » In questi discorsi estemporanei del-
l'immortale* Pio IX, sia ch'Egli parli co-
me Pontefice, sia come Sovrano, è sta-
ta sempre tale una facilità e dignità,
congiunte a tanto di dolcezza, da disgra-
darne gli oratori più rinomati". Uscen-
do dalla chiesa, nel progredire al palaz-
zo apostolico a piedi, andavagli innan-
zi un drappelletto di fanciulli vestiti al-
l'angelica, ed appartenenti alle prima-
rie famiglie, spargendo fiori sul suo pas-
saggio, rallegrato dalle voci di gioia e dal-
le più animate acclamazioni dell'immen-
so popolo. Il Papa era accompagnato, ol-
VE L
tre da' 3 cardinoli, anche dal cardinal
Vizzardelli prefetto della congregazione
degli studi, della città (tale dichiarata da
Gregorio XVI) di Monte s. Giovanni,
venuto nel dì innanzi da Roma per far-
gli onore, avendolo preceduto nel ritorno
da Portici, dove come in Gaeta avea aiu-
tato il Santo Padre nelle fatiche ecclesia-
stiche. Giunto nel palazzo apostolico, il
Papa comparve sulla gran loggia a com-
partire la pontificale benedizione, che si
diffuse sui cuori lutti ardenti per spi-
rilo di religione, ed esultanti per l'augu-
sta presenza del Vicario di Cristo. Degnos-
si quindi d'ammettere al bacio del piede
il clero secolare e regolare.il corpo muni-
cipale, l'autorità giudiziarie, amministra-
tive e militari, varie civiche deputazioni;
i più distinti frusinati, i singoli uflìziali
della benemerita guarnigione napoleta-
na che eseguiva il servizio della piazza, ed
il marchese De Gustine francese, noto pel
suo attaccamento a'principii d'ordine re-
ligioso e politico, e chiaro per le sue ope-
re letterarie. 'Ammesso inoltre il consi-
glio provinciale a particolare udienza, d
Papa ricevè dal medesimo in attestalo
di perpetua straordinaria rimembran-
za e gratitudine della provincia, l' of-
ferta delle medaglie in oro, in argento e
in bronzo d'apposito conio, ritraenti nel
diritto la pontificia effigie, e nel rovescio
l'epigrafe; Quem - SedeRomana - Impie
Ex turbatimi - Provincia Campaniae ■
Ingemebat - Foedere Catholico Reda-
climi - ExultabundaGratatur - mdcccc.
Viene riportata anche dal n. 82 del Gior-
nale di Roma; il quale narra ancora la
presentazione del consueto tributo de'
pani fatta al Papa, da mg.r Trucchi ve-
scovo d'AnagnijCon una deputazione del
capitolo. Apprendo poi dall' Osservatore
Romano n. 48, che le commissioni pro-
vinciali della provincia di Campagna col
cardinal legalo di Marittima e Campagna
inviarono una lettera al presidente della
repubblica francese con tre esemplari
della descritta medaglia, in oro, in ar-
VEL
73
genio e io bronzo. Sull'imbrunir della
sera l'abitazioni tutte della città vaga-
mente s'illumiuarono.Gli archi di verdu-
ra e di fiori del giorno si adornarono nel-
la sera di faci risplendenti e di variato co-
lore, terminati con bella piramide egizia,
che dava colla sua trasparente luce risal-
to all'illuminazione, resa più. piacevole
da due trofei militari elevati dirimpetto
al palazzo dalla truppa napoletana. Le
campagne tutte erano sfolgoranti d'innu-
merevoli fuochi.e le montagne checircon-
dano da lungi Frosinone rassomigliava-
no co' grandiosi e quasi simmetrici incen-
di alle maestose eruzioni de'vulcani. Fini
la festa serale in un bel fuoco d'artificio.
Nella mattina seguente 9 aprile, il Papa
Pio IX cogli encomiati cardinali Asqui-
ni, Vizzardelli e Antonelli (poiché il car-
dinal Du Pont per la gotta era rimasto
a Frosinone), e cogli altri del suo segui-
to si portò in Alatri, che sebbene vici-
nissima all'infausta Vico (sic), patria di
Pietro Sterbini ! fu nelle passate vicende
Sopra le altre città dello stato pontificio
la più fedele e affezionata al Pontefice
(non si vuol defraudare della stessa lode
la città pur vescovile di Norcia in su gli
Apennini, che può gareggiare di vanto
con Alatri; ne altre città che seguirono
l'esempio d'Alatri e Norcia, nel mostrar-
si avverse, (piale con più, quale con me-
no coraggio, all' usurpazionede' ribelli).
Quivi non parlari o scritti sediziosi, non
persecuzioni o ingiurie contro il clero,
non unioni popolari, non voti per la co-
stituente, non proclamazioni per la sedi-
cente repubblica romana ; ma preci in-
nalzate pubblicamente a Dio dopo i gior-
ni sanguinosi de' i 5 e 1 6 novembre 1 848,
e dopo quello della partenza del sommo
Pontefice da Roma ; partili da Alatri per
andare a gittarsi a' suoi piedi a Gaeta
fin da' primi di gennaio 1849 il vescovo
mg.r Giampedi e il gonfaloniere Filippo
Jacovacci; conservati a' posti dov'erano
gli stemmi pontificii; ornato di ghirlande
e di fiori il monitorio della scomunica,
74 V E L
ed accesevi davanti le candele sulla pub-
blica via; messa per tali fatti la città a
pericolo di saccheggio due volte, la l,"
dalle bande di Masi, la 2.ada quelle di
Garibaldi. Fu questa la condotta di A-
latri nelle passate lagrimevoli vicende. Il
Santo Padre volle darle per questo un
argomento palese del suo sovrano gra-
dimento e della sua benevolenza; recan-
dovisi di persona, prima di tornare in
Roma, sebbene A latri sia situata buon
tratto fuori di strada. » Chi può ridire
la esultanza degli alatimi quando vide-
ro entrare nella loro città e incedere
maestoso e benigno per la via che con-
duce alla cattedrale l'adorato Pontefice
Pio IX, per cui aveano fatto sì fervidi
voti, sostenutosi dure prove? Le vie
giuncatedi fronde edi fiori: adorne di a-
i azzi le finestre e le pareti : di tratto in
tratto archi vestiti di verdure con iscri-
zioni. Lo che invero, poco più, poco me-
no, si era veduto anche negli altri paesi.
Ma quello che negli altri paesi non si era
vernilo, furono de'busti ingesso del Pori»
tefìce qua e là sulle finestre o sulle porle
delle case coronati di fiori, contornati di
lampade e di cerei; e in alcuni luoghi al-
tresì turiboli d'incenso e di altri odori. Sul-
le fi nest re poi o sul le porte di altre case era-
no iscrizioni, fatte dagli abitanti di essi in
lingua volgare,anzi nel vernacolo proprio
tli que'paesi ; quali iscrizioni era assai pia-
cevole il leggere per la semplicità de'con-
cetti, e per la spontaneità dell'espressioni
avvegnaché con idiotismi e solecismi, così
naturali com'erano usciti dalla mente e
dal cuore di que'buoni uomini, senz'arte,
senza studio; ma nella loro semplicità e
rozzezza più eloquenti che se fossero sla-
te inforniate ed espolite da lima di reto-
re e di grammatico. Così gli ala trini,
mentre intendevano a festeggiare il ritor-
no dell'adorato Pontefice, e a dargli no-
velli argomenti di loro fedele soggezione
ed alletto, più e più meritavano del suo".
] particolari della gita in Alatri del Papa
Pio IX si pouno leggere ocH'arlicolo ivi
V1ÌL
scritto e pubblicato nel Giornale dì Ro-
ma a p. 370, in uno alle iscrizioni fatte
per la lieta circostanza. Ne ricaverò un
estratto. All'entrare del territorio, i con-
tadini lo festeggiarono con rami di uli-
vi nelle mani e con evviva fino alla cit-
tà. Nel casino di villeggiatura degli sco-
lopi era vi un arco di verzura, sul quale
era un'iscrizione del p. Pietro Taggiasco
professore d'eloquenza di quel collegio.
Allei?, meridiane giunse Pio IX nella cit-
tà,e sotto magnifico arco trionfale, deco-
rato con iscrizione dell'encomiato scolo-
po, fu ricevuto dall'egregio vescovo mg/
Giampedi alla testa del clero secolaree re-
golare, a cui erasi unita la monastica fa«
miglia certosina di Trisulli; nonché dalla
commissione municipale, il di cui pre-
sidente FdippoJacovacci presentò le chia-
vi al Santo Padre, e fu lieto d'aver con
lui colloquio sull'indole de' cittadini. Al
nome di tal commissione il membro di
essa can. d. Luigi Francesco Pmssi reci-
tò un'iscrizione, a cui il Papa rispose.
»» Questoè il vero e più adatto elogio che
si possa fare al Papa in una città religio-
sa e fedele ". Disceso il Santo Padre dal-
la carrozza, percorse a piedi la lunga
strada fino alla cattedrale, preceduto da
tutto il clero processiona finente, ed ac-
compagnato da' cardinali, da mg/ Be-
rardi commissario pontificio di Maritti-
ma e Campagna, e da mg.r Badia dele-
gato apostolico di Frosinone. Non si può
esprimere l'entusiasmo indicibile dell'im-
mensa moltitudine, che dalle finestre, da'
terrazzi e balconi costruiti a bella posta,
e lungo le strade applaudiva al tanto so-
spirato ritorno del Sovrano Pontefice, ed
esprimeva con religiosa lealtà i voti di
sua felicitazione. In fronte della catte-
drale eravi l'iscrizione del can. d. Paci-
fico Latini professore d'eloquenza del se-
minario. Dopo il canto dell'antifona Tu
es Petrus, il Papa adorò il ss. Sagraraento
e con esso fu benedetto dal cardinal Viz-
zardelli; indi orò avanti la statua d'ar-
gento del patrono s. Sisto I, scoperta do-
V E L
no riposto la ss. Eucaristin. Avendo il
l'api appreso dal vescovo che la catte-
drale non godeva la prerogativa e privi-
legi di basilica, si degnò dichiararla ba-
silica di quel grado ed ordine che gode
la basilica di s. Maria in Trastevere in
Roma (di cui era stato canonico esso ve-
scovo), la quale segnala tissi ma grazia fu
immantinente pubblicata coli' iscrizione
dell'encomiato can. Rossi. Asceso il Papa
sulla loggia della cattedrale, ivi compartì
l' apostolica benedizione all'immenso po-
polo, che ricopriva la vastissima piazza
dell'Acropoli, il quale dopo quelle divi-
ne parole, reiterò gli evviva, che assor-
darono l'aere. Passò quindi al contigno
episcopio, ove nella sala del trono ammi-
se al bacio del piede il capitolo della me-
desima cattedrale, quello della collegia-
ta, la commissione municipale alatrina,
e quella di Guarcino concorsa anch'esca
n tributare i suoi omaggi di divozione e
fedeltà, e finalmente i primari cittadini,
dispensando a ciascuna classe parole di
benignità ; e conferì al presidente Jaco-
vacci il nobile titolo di cavaliere dell'or-
dine Piano di a." classe, volendo così u-
sare considerazione a'meriti di lui, e ri-
munerare distintamente la fedele costan-
za della città. Partito dall'episcopio, il
Papa si fermò innanzi al collegio Calasan-
zio, sulla cui facciata era altra iscrizione
del p. Taggiasco, e sulla porta ammise
graziosamente al bacio del piede i pp.
scolopi, ed i convittori che infiammò alla
virtù e allo studio delle lettere. Indi si re-
cò al monastero della ss. Annunziata, ri-
cevendo al bacio del piede le monache,
ed anche le religiose figlie della Carità
ivi appositamente convenute, avendo ri-
colmato le figlie di s. Benedetto di spiri-
tuali favori. Consolato così ogni ceto di
persone, sempre applaudito, benedetto e
festeggiato, il Papa lasciò Alatri di per-
sona, ma vi rimase col cuore, e nell'uscir
della poita ricevè un altro attestato di
gratitudine espresso dall'iscrizione det-
tata da d. Carlo Ferrazzoli. Altre parti-
VE L 7"
colarilà le riferisce Y Osservatore Roma-
no nel n. 47> dicendo Alatri 6 miglia da
Frosinone e racchiudere una popolazio-
ne d'intorno a t *x,ooo anime, e che occu-
pa il luogo d' un'antica piazza forte de*
volsci (o meglio ernici), la più importan-
te fortezza di questi antichi popoli. Crede
che sia stata necessariamente l'opera de*
giganti per rompere quelle rupi, e sovr-
imporre e collegare, senza veruni specie
di cemento, gli uni sugli altri quella
quantità prodigiosa d'enormi massi, ed
in un'epoca che non si adoperava ne la
polvere per le mine, né la dinamica dis-
poneva de'mezzi che oggi sono a nostra
cognizione. Loda Alatri pel suo forte con-
tegno col non volere riconoscere la re-
pubblica romana, esempio forse unico
nella storia delle rivoluzioni moderne,
mantenendo immobilesempresulla cima
del campanile la bandiera papale.»» Do-
po molti tentativi infruttuosi di sedizio-
ne e di guerra, Mazzini finì col risolvere
di lasciare i cittadini d' A latri nella loro
libertà. S'intende quindi la gioia, l'entu-
siasmo straordinario di que' bravi abi-
tanti all'avvicinarsi del Santo Padre. Il
trionfo era molto minore pel SommoPon-
tefice che per loro stessi ; e quindi egli è
impossibile di descrivere l'aspetto della
città nel momento in cui Papa Pio IX
traversò a piedi le sue lunghe e anguste
strade". Nel tornare a Frosinone, il Pa-
pa si fermò alquanto nella grangia diTic-
chiena de' certosini di Trisulti, ammet-
tendo al bacio del piede i monaci. Avvi-
cinandosi a Frosinone fu incontrato con
nuove dimostrazioni di giubilo dalla po-
polazione. Nella sera si ripetè la lumina-
ria della città e della provincia, non me-
no del fuoco artificiale; ammettendo be-
nignamente il Papa al bacio del piede al-
tri distinti cittadini e le signore del pae-
se. La strada che mena da Frosinone a
Roma è quella che viene dal regno di
Napoli per Ceprano, la discorsa antica via
Casilina, consolare come l'altra per Ter-
racina,eche va a congiungersi alla Labi-
76 V E L V E L
cana presso Valmontone. Per questa fu arcivescovo di Filippi, segretario della s.
ripreso dal Papa il viaggio, partendo la congregazione de' vescovi e regolari), che
mattina de' i o aprile da Prosinone. Dopo sta alquanto più remoto dalla via a'mou-
9 miglia s'incontra I' ernica Ferentino, ti snb-Apennini, ed anch'esso con due
ma a destra della via in sul colle. Però i iscrizioni, in una delle quali il popolo ben
ferentiuati, invidiando agli alatrini Tono- a ragione vanta vasi di non essersi lascia-
re d'accogliere, sebbene per poche ore, il lo prendere alle minacce e alle lusinghe
Sommo Pontefice fra le loro mura, ne a- de'ribelli. Un altro arco finalmente tro-
veano fatto già pregare Sua Santità. Due vossi sulla via, ed era della città vescovi-
deputazioni, l'ima ecclesiastica l'altra ci- ledi Segni,con corrispondente iscrizione
vile, stavano presso un arco trionfale ad dell'Orbo et populus Signinus. Gran
aspettarne l'arrivo, con l'epigrafe che de- parte di quella popolazione unita a quel-
corando il cornicione si legge nella Rela- la de' vicini castelli di Gavignano e di
zione. In questa è pure l'iscrizione posta Montellanico stavano anch' essi tuli' in-
sulla porta d'ingresso della città, la qua- torno all'arco ad aspettare il Santo L'a-
le termina colle parole: Ferentinate.s die che in passando li benedisse. Quanto
Pontifici et Principi- Fel maxima in- ad Anagni,a p. 3j i del Giornale di Ro'
ter pcricula- Constanti Jide addiclissi- ma fu pubblicalo un articolo sul festeg-
gi/'. Giunto il Papa e fattagli la consueta giamento fatto al Papa nel transitare pel
pileria delle chiavi della città, vi entrò e suo territorio. Si dice il magnifico arco
salito all'episcopio, ch'é nella sommità trionfale adorno di belle pitture, degli
del colle sugli avanzi dell'antica rocca emblemi delle 4 potenze cattoliche che
Ferentina, diede dall'ulto del medesimo concorsero coli' armi alla restaurazione
la benedizione. Impiegò quindi circa tre del dominio temporale della s. Sede, del-
pre nel visitare la cattedrale e il semina- lo stemma della città e d' iscrizioni ana-
i io (e secondo il Giornale di Roma, an- loghe alla circostanza, e riferite nella /te-
che i due monasteri e il collegio de' gè- lazione in uno a quelle degli altri me-
ntili), nell'ammettere al bacio del piede morati archi. Fu preparato ancora un e-
il capitolo, e le solile deputazioni e ab legante e ampio padiglione con sotto un
tri. Dopo di che il Santo Padre tra le ac- maestoso ti Orio, nella speranza che il
coniazioni, ripassando per l'arco, partì. Santo Padre salilo su di esso si degnereb-
Da Ferentino, proseguendo per la sol- he compartire la sua benedizione. Pres-
loposta pianura verso Valmontone, si la- so l'arco si trovarono ad attenderlo mg.r
scia addietro a sinistra il comune diSgur- Pietro Paolo Trucchi vescovo d'Anagni
gola lontano sui monti Lepidi; i cui a- (poi a'a r dicembre 1807 traslato a For-
bitane però avevano innalzato il suddet- h, succedendolo nello stesso giorno nella
to arco a'eonfini del loro territorio pres- sede anagnina mg.r Clemente Pagliari
so la via Casilina, ed erano convenuti ivi dell' arcidiocesi d' Urbino e preposto di
in gran numero per essere benedetti. Pq- quella metropolitana: nel medesimo
p'ollre si lascia a destra sur una delle col- concistoro il predecessore vescovo di
line che fiancheggiano la strada Anagni, Forlì monsignor Falcinelli fu promos<
la quale costruì un arco sulla via con due so ad arcivescovo d' Atene, e indi nun-
lunghe iscrizioni per festeggiare il pas- zio nel Brasile), il capitolo della cat-
saggio del Papa pel suo territorio. Un al- tedrale, i capitoli dflla collegiata del-
iro arco dove si estende il proprio leni- la città stessa e d'alcuni paesi della dio-
torio, avea innalzato anche Paliano (la cesi più vicini, i corpi religiosi, il semi-
quale, come dissi al suo articolo, si ono- nario diocesano, tulli in abili di chiesa;
la, del concit Lutino mg.r Andrea Bizzarri la commissione municipale, eia popola-
NEL
rione d' ogni condizione sì d'Anngni che
de' luoghi circostanti. Giunto il Sommo
Pontefice, venne accolto con istrepitosis-
simi applausi e tra 1' alternativo suono
delle bande musicali. Il Papa sceso dalla
carrozza e accompagnato da' cardinali
Asquini e A ntonelli salì sul trono, da dove
subito compartì l'apostolica benedizione
all' affollata moltitudine con espansione
di cuore tale che commosse tutti. Mg.r
vescovo e il marchese Nicola Trajelto
presidente municipale, interpreti de'sen-
timenti di tutta la città, umiliarono al
Santo Padre gli omaggi sinceri di divo-
zione e di fedeltà. Il Papa esternò la sua
soddisfazione, e gli ammise al bacio del
piede, in uno a 'cleri secolare e regolare,
alla commissione municipale, ed a molte
altre persone. 1 cantori beneficiati della
cattedrale cantarono l' antifona Tu es
Petrus, le bande tornarono a suonare, e
le prossime colline echeggiarono di ite-
rati evviva. Altre dimostrazioni il popo-
lo anagnino celebrò tornato nella città.
Dipoi il sullodato anagnino d. Antonio
Cipriani nel Supplemento al n. 68 del*
X Osservatore Romano dello stesso 1 85o,
pubblicò ad omaggio solenne della veri-
tà, un erudito articolo riguardante A Ma-
gnesia per rettificare alcune nozioni con»
tro la storica verità contenute nel n. 47
del medesimo giornale, nel dar contezza
delle feste e degli onori tributati da'po-
poli al Papa ; sia specialmente per con-
futare la supposta rivalila tra Anagni e
Ferentino, provandolo colla storia de'fat-
ti, non meno degli antichi tempi de' ro-
mani, che di que'del cristianesimo. Che
la pretesa enorme muraglia che divide
i dueterritorii, non esser altro che un ca-
nale del piccolo fiume di Tufano. Quin-
di enumerò le principali prerogative di
Anagni, madre feconda d'illustri eroi e
di 4 Papi, 28 de'quali vi ebbero un gra-
to albergo, ed asilo contro le persecuzio-
ni a Gelasio li, Adriano IV, Alessandro
III e Lucio III. E che diversi Papi atte-
starono le prove luminose di sincera di-
V E L 77
vozione e fedeltà date da Anagni alla j.
Sede. Riprodusse per ultimo le 4 Udi-
zioni del suddetto arco. Così vendicò l'o-
nor patrio leso ad Anagni Caput Iler-
nicorum. Riprendo il filo del pontificio
viaggio.Neldescrittomodocorsa nellospa-
zio di circa 3 ore quell'ampia valle che ha
i monti Lepidi a sinistra e i sub-A penni-
ni a desila, giunse dopo mezzodì a Val-
montone, di che parlerò al suo paragra-
fo. Dissi di sopra che il Papa, dopo aver
visitato la provincia di Campagna sareb-
be ritornalo nella Marittima rientrando
nella via Appia per condursi a \ elicti i
e indi a Roma. Da Valmontone a Vel-
letri si va per una strada provinciale, che
diramando dalla Casilina presso Valmon-
tone corre e volge a ponente, costellan-
do le falde degli Algidi e dell'Artemisio
da una parte, de'Lepini dall'altra, e pas-
sando sotto Montefòrtino, del quale poi
dirò al suo paragrafo il festeggiamento
tributato a Pio IX. Proseguendo il viag-
gio, alla pieve di Lariano il Papa fu in-
contrato da una deputazione della città
di Velletri, e dal suo vescovo cardinal
Macchi decano del sagro collegio, che fe-
ce salire nella propria carrozza, perciò di-
scendendone mg/Medici maggiordomo e
mg. 'Borromeo maestro di camera, ed en-
trò in Velletri con quelle solennità che
poi celebrerò, insieme al soggiorno che
vi fece sino alla mattina de'i 2 del mede-
simo aprile, in cui Pio IX, nel modo che
in breve narrai in quell' articolo, per
Genzano, la Riccia e Albano fece il suo
desiderato, trionfale e lietissimo ingres-
so in Roma. Ora passo a parlare ne'se-
guenti paragrafi delle provincie e de'co-
in uni che compongono la legazione di
Marittima e Campagna, principalmente
della delegazione apostolica di Maritti-
ma o Velletri ; e pe'già descritti altrove
ne indicherò dove lo sono, riferendo in
alcuni nozioni che se non del tutto ap-
pai tengono al paragrafo,riguardano ben-
sì l'encomiate provincie e si rannodano
ad esse per la storia.
7» VEL
DlSTOETTO DI VELtETRI.
Governo di Velletri.
Cisterna. Comune della diocesi di
V elicli i, di cui ragionai al suo articolo,
oude non ini resta che aggiungere al-
cuu altro cenno clic ricavo da' molti che
ne scrissero. E distatile 33 miglia da Ro-
ma e 8 da Velletri, con territorio in pia-
no e colle, con molli fabbricati, marche-
saio della nobilissima famiglia Caelani
(A- .), e già suo feudo. Questa terra è sul-
l'ultime pendici de'monti Veliterni, sul-
la sponda destra del lumie denominato
Aulico, perchè è un canale artificiale in
gran parte, tendente a raccogliere le ac-
que che scendono da Giuliano edaTor-
i cecilia, e darle altra verso le Paludi Pou-
liue al mare. Essa è I' ultima terra da
questa parte che sia entrata nella map-
pa. Narra Marocco, che da Vellelri a
Cisterna alcuni traili di strada sono fian-
cheggiati da lunghe e folte macchie di
roveri auuose e di elei, che dillicilmcu-
te piegano i furiosi venti, appellandosi
volgarmente quelle foreste la macchia
di Cisterna, ch'è vastissima ; ed aggiun-
ge essere non solo ricovero di cinghiali,
di capri e di lupi, ma uu tempo rifugio
tli crudeli assassini, prima che fosse in
gran parie svelta o diradata per la sicu-
rezza pubblica presso la strada. Del più
aulico taglio che si dovea fare di sua sel-
va, parlerò nel paragrafo di Sei-moneta.
A litichi ruderi di una torre o forte al de-
stro lato della via nominata le Castella
risvegliano l'idea del primiero loro esse-
re, e souo il domicilio del gufo lamen-
tevole, dell' upupa melanconica, e della
nottola o vipistrello che di giorno sta
nascosto. A levante del borgo è il palazzo
ducale, che costituisce l'ingresso nella ter-
ra mediante un grande arco che dicesi
la porta, sebbene vi si eutri da ogni par-
te uun avendo mura castellane, il diseguo
del quale fabbricato è decoroso e alquan-
to vasto, uè manca di quella solidità che
n edificio signorile conviene. Questo è
1' uuico fabbricato ragguardevole, tran»
VEL
ne la chiesa collegiata, e alcune case di
civili famiglie. Tale chiesa, dedicata alla
B. Vergine Assunta in cielo, è bella e di
moderna architettura, rinnovala da'fon-
daineuti in guisa diversa dall' antica, di
cui parla il Piazza e sotto i'istessa invo-
cazione, con disegno del celebre cav. Mo-
relli architetto del palazzo B raschi di
Imma, ma non eseguilo fedelmente. Non
ostante nell'interno l'aliare del ss. Sagra-
mento merita osservazioue pe' suoi sem-
plici ma vaghi ornali e pe' inarmi che lo
compongono. Nella i.* cappella a destra
si venera I' elligie del Redentore dipinta
in tela dal valente Cavallucci di Sei mo-
neta. Dice il Rauco che questa chiesa è
capitolare eon arciprete, 7 canonici e 3
beneficiali, ed ha il baltisterio essendo
1 unica parrocchia. Inoltre vi sono altre
4 chiese con 3 confra temile secolari. Vi
esisteva il convento di s. Antonio abba-
te de'minori osservanti riformati, espulsi
nuli' invasione francese, né più ripristi-
nali. Trovo nel Piazza, che la chiesa e il
eoo vento furono creiti dal cardinal Boni-
facio Gaetaui o Caelani, nel i5y2, con
facoltà di Gregorio X11I, il quale nel
giorno del santo concesse indulgenza ple-
naria. Vi esistono, l'ospedale per gì' in-
fermi, la casa delle maestre pie Venerine
per l' istruzione delle fanciulle, e la pub-
blica scuola per ammaestrare i giova-
netti. 11 popolo venera per principale
protettore s. Rocco confessore. Dinanzi
alla collegiata è uu vasto piazzale abbel-
lito da uu granaio fabbricato da'fonda-
ineiiti nel 1772 da Francesco Caelani du-
ca di Semionda, come si legge uell' i-
scrizione. Cisterna era più eslesa e popo-
lala prima che fosse bruciata e saccheg-
giala dallo scismatico Lodovico V il Ba-
varo. 11 Nibby parlaudo di questa terra
crede, che finché fu io qualche modo
praticabile la via Appia, abbia molto sof-
ferto, trovandosi sulla gran strada in luo-
go poco difeudibile,esposla a tulle le scor-
rerie, che narrai uel suo articolo; ma do-
po, lino cioè al riuUivameuto di quella
VEL
nel secolo passato, rimase troppo fuor di
Mano e quasi dimenticata, come dall'al-
tro canto dopo il diseccamelo delle
Paludi Pontine e il riapriroento dell'Ap-
pia, questa terra ha molto migliorato
nell'aria, la popolazione si è accresciuta,
ed i fabbricati sono stali anch'essi amplia-
ti e abbelliti. Dichiara il Marocco, che
l'origine del nome di Cisterna proviene
da alcune cisterne esistenti, ovvero dal-
la forma totale del paese piuttosto esisten-
te in basso; e che varie sono le cisterne
d'acque piovane per uso della popolazio-
ne, la i.' essendo innanzi al palazzo ba-
ronale, ottimamente costruita e profonda
1G0 palmi, la i.3 dentro lo stesso palaz-
zo e della medesima profondità, la 3."
fuori la porta delta Agrippara. Alcuni
dissero questo luogo Cisterna JYeronis,
e lo ripetei al suo articolo, ed il Marocco
riflettendo alla derivazione di porta A-
grippara non è lontano da credere che
tragga origine tal nome da alcuna memo-
ria di Agrippina madre dell'imperatore
Nerone. Dice inoltre, opinare molti eru-
diti, che da due grandi cisterne antiche
il suo nome derivasse, e che fossero falle
per ordine di Nerone, onde provvedere
Anzio d'acque salubri mediante acque-
dotti, de'quali non mancò chi asserì d'a-
verne riconosciuti diversi avanzi. Nel più
volte ricordato articolo Cisterna dissi
col Nibby e altri, ch'essa non occupa il si-
to dell' antica sede vescovile di Tre Ta-
berne, Cwitas Trium Tabernarum 3
Tre* Tabernae, città de' volsci, la qua-
le piullosto surse nel suddetto lenimen-
lo delle Castella, nel luogo chiamato
Civitona, sulla sponda destra della via
Appia, silo abbandonato e ove si vede
un edificio semidiruto de' tempi bassi co-
struito sopra avanzi d'una fabbrica d'o-
pera incerta, a'quali si dà il dello nome,
circa 11 miglia lungi da Roma, ed ap-
partengono alla stazione di Trcs Taber-
nac, come vuole Nibby, esistendo uu mi-
glio distante gli avanzi d'una conserva
antica e d'un acquedotto, che vi porta-
VEL 70
vn l'acqua da' colli veliterni. Con PU-
ghelli, Italia sacra, l. io, p. 177, ripor-
tai i 7 suoi vescovi, il quale però avverte,
che la città di Tre Tabcrne non è da
confondersi con Tabernae seti Palaeo-
poli, vel Treschines in Magna Gr ac-
cia. Il i.° vescovo che si conosca è del
3 1 3: a' tempi di s. Gregorio 1 v'era pu-
re un vescovo, di cui s'ignora il nome, o
meglio era vacante, il quale'Papa veden-
do ridotta a nulla e devastata la città
delle Tre Tabeine da' longobardi, eoa
lettera riprodotta da Ughelli e indiriz-
zata a Johannis Episcopo di Vellelri, al-
la sua ne unì canonicamente la cattedra
vescovile. Questa chiesa rimase per vari
anni unita alla Veliterna, ma poscia ri-
fabbricala o restaurata e ripopolata la
città di Tre Tabeine, nuovamente fu
separata da Vèlletri ed ebbe i propri ve-
scovi, tra' quali quello del 761 o 762,
l'ultimo conosciuto è dell' 868 o 869,
ed in seguilo non si hanno più memorie
de' suoi pastori e della sede vescovile,
probabilmente per la totale distruzione
della città. Quindi in conseguenza del
precedente statuito da s. Gregorio I, pas-
sò di poi la diocesi di Tre Taberne sotto
la giurisdizione del vescovo di Vellelri,
parlando del quale riferirò l'opinioni del
can. Dauco su Tre Taverne. Tutti gli
storici poi couvengonoche distrutta Tre
Taverne, Cisterna crescesse d'abitalo, di
territorio e di popolazione, e forse allo-
ra ne prese la denominazione latina Tres
Tabernae. Altri poi credono, essere Ci-
sterna succeduta ad Vlubra, e che dopo
la sua distruzione e di quella di Tre Ta-
berne, quivi si rannodò la popolazione
e formò l'odierno paese. Di Ulubra trat-
ta il Nicolai, De' bonificamenti delle
Terre Pontine a p. 38, la di cui posi-
zione è contrastala, forse all'ingresso del-
le Paludi Pontine, o nouloulaua da Vel-
lelri, e perciò forse comprese la piccola
villa ove fu allevato Augusto oriundo di
Vellelri e nato in Roma. Il Marocco la
crede presso il castello di Giuliano, co-
8o VEL
me dirò in quel paragrafo. Non ebbe ri-
nomanza per la sua aria pessima e quan-
tità delle rane della palude, non però
Pontina, perchè questa mai giunse a Yel-
letri, qualora si voglia supporta presso
tal città. La villa della famiglia d'Angu-
sto era come un magazzino ove si deposi-
tavano le grascie necessarie per la me-
desima, Diverse opinioni riferirò ragio-
nando di Velletri e d'Augusto; e quanto
a' sognali ranocchi, oltre le paludi, pon-
no stare anche in peschiere artefatte o in
piccole fosse d'acque stagnanti, come ve-
diamo in tanti luoghi. La celebre sta-
zione di Tre Taverne sulla via Appia
e poscia città vescovile, di cui tanto si
questionò dagli eruditi per la confusio-
ne che si osserva dal Nibby negli itinera-
ri antichi circa la sua distanza da Roma,
giacché il nome fu comime a varie sta-
zioni sulle vie antiche, come quella pres-
so Laus Pompe/a nella Gallia Cisalpi-
na, e quella presso Interamna sulla Fla-
minia, derivando da tre osterie erette per
comodo de' viandanti, particolarmente
nella unione di più strade (del vocabolo
Talerna riparlai nel voi. LXXXfV.p.
iq4) come appunto accadeva nella sta-
zione in questione, dove a destra dira-
mava la strada ad Anzio, ed a sinistra
un'altra quasi continuazione della pre-
cedente portava a Velilrae. Altri luoghi
della stessa denominazione si ponno ve-
dere nel Ricchi, Reggia de f'olsci. Ta-
le unione di vie mentre rendeva neces-
sari i luoghi di ricovero e gli alberghi,
andava per la frequenza de' viandanti
raccogliendo a poco a poco gente nello
stesso sito, onde da semplice stazione in-
sensibilmente diveniva borgata, e delle
volte ancora città. E molte terre moder-
ne potrebbero alleluisi in esempio come
sorte dalla medesima origine. Le prime
memorie riferite da Nibhy della stazio-
ne di Tres Tabernae sub' Appia rimon-
tano al decimare del secolo VII di Pioma,
poiché Cicerone la ricorda l'anno 692,
nella lettera che scrisse ad Attico a' 27
VEL
gennaio. Di nuovo la nomina in quella
scritta due anni dopo a' 9 aprile del G94
di Roma, iu cui pare decisivo per deter-
minare il sito di Tres Tabernae, mo-
strando che una strada diretta da An-
zio raggiungeva l' Appia presso quella
stazione: aggiungasi a questo i memo-
rati ruderi esistenti, l'acquedotto, il no-
me volgare di Civilona, e la questione è
decisa. Memorabile però sopra tutti gli
altri fatti riguardanti Tre Taberne, è
quello ricordato dagli Atti Apostolici, e.
28, § i5, che avendo i fedeli di Roma
udito l'arrivo dell'apostolo s. Paolo a
Pozzuoli, ed essendosi posto in viaggio
verso Roma, per essere giudicato dall'im-
peratore a cui erasi appellato, gli an-
darono incontro fino al Foro Appio, di
cui riparlai ne' voi. LV, p. 65, LXXIV,
p. 2o3, ed a Tres Tabernae: e Paolo
vedendoli, dopo avere reso grazie a Dio,
ne prese fiducia. Questo avvenimento è
di grave importanza, come quello che si
rannoda alla venuta dell'Apostolo delle
genti in Roma nell'anno 5y di nostra
era, a promulgarvi con s. Pietro la dot-
trina di Gesù Cristo. Un altro grande
avvenimento è pur quello ivi avvenuto
l'anno 3oj di della era. Dopoché Mas-
senzio ebbe assunto la porpora imperia-
le nel 3o6, Galerio, che mai volle rico-
noscere, alfulò a Severo cesare la guerra
contro di lui, e questi vinto più dall'oro
che dal valore del suo rivale, tradito da'
suoi dovè ritirarsi in Ravenna, dove as-
sediato da Massimiano Ercole padre di
Massenzio, né potendo facilmente esse-
re forzalo alla resa, fu persuaso da quel
vecchio astuto a portarsi in Roma, as-
sicurato co' più. forti giuramenti. Sem-
bra ch'egli per maggior sicurezza seguis-
se la via di mare, fino a Brindisi : quin-
di per l'Appia, giunto a Tres Tabernae
cadde in un'imboscata tesagli da Mas-
senzio, e fu strangolato da Eraclio, co-
me dice il Theuli. Lo storico greco Zc
simo chiama il luogo, le Tre Osterit
Tres Tabernae, e lo designa come
VE L
villaggio. L'autore della Miscelici nar-
raudo lo slesso fatto, dice che dopo es^e-
re stato spento Severo ad Tres Taber-
nas, il suo corpo veune sepolto nel mo-
numento di Gallieno 9 miglia distarne
da Roma sull'Appia. Pertanto circa i
tempi di Costantino I questa stazione era
un villaggio. Al progresso della religione
cristiana si deve il passaggio dallo stato
di villaggio a quello di città, per la memo-
ria insigne della presenza di s. Paolo che
ne avea santificato il luogo, allorquan-
do Costantino 1 divenuto cristiano, ri-
donò la péce alla Chiesa, ed accordò a.'
cristiani il libero esercizio di loro reli-
gione, onde subito vi fu eretta le sede
vescovile di Tre Taberne, al qual arti-
colo di rinvio in questo mi proposi di
riparlarne. Il Ricchi nel suo Teatro, è
uno di quelli che crede succeduta Cister-
na a Tre Taberne, la chiama splendida
terra e nobile diporto di grandi; e ritie-
ne ancora che quivi s. Paolo fu incon-
trato dalla grau turba de' romani (anche
non cristiani, come vuole il Piazza), che
anelando la di lui venuta pel grido di
sua dottrina e santità, l'accompagnaro-
no in Roma in guisa di triofaute, piut-
tosto che di prigioniere. Dice essere fa-
ma, ch'egli stasse racchiuso ne' latiboli
di quella torre, che si vede alzata in Ci-
sterna in argomento di sue glorie sul
mezzo della nobile residenza de' princi-
pi Caetaui, il che rende ancor più cele-
bre il luogo. Di Cisterna il Ricchi ne
tratta ancora nella Reggia de' Volsci,
ricordando che in compagnia di s. Pao-
lo era l'evangelista s. Luca descrittore del
suo pellegrinaggio, e dell'incontro giu-
bilante e di voto ch'ebbero a Tre Taber-
ne, ed i più fervorosi erausi portati fino
a Foro Appio. Anch'esso fu nella delta
opera dello stesso sentimento e dell'opi-
nione che Cisterna fu fabbricata sopra
la città vescoviledi Tre Taberne, e ripor-
ta gli autori che ciò sostennero, l'identi-
tà cioè di Cisterna con Tre Taberne. Os-
serva inoltre il Ricchi, che lungo la via
VOI. LXXXiX.
VEL 8t
Appia i fedeli eressero diverse chiese a'
ss. Apostoli e massime a' ss. Pietro e Pao-
lo, che per tale strada recaronsi a Roma
a piantarvi la fede. Presso Tre Taberne
fu già la sontuosa chiesa di s. Pietro in
Selce, la quale poi restaurò la pia [Ir*
beralità di Papa Adriano I, e da essa
non era mol to lontana la chiesa di s. Tom-
maso. Aggiunge che la vastità del cam-
po di Cisterna era tanta anticamente,
unito alla giurisdizione di Pomezia, che
verso il mare includeva ancora la peni-
sola di Cuccio; e nel di cui lenimento si
rinvennero sparse le antiche iscrizioni
che riprodusse, tutte illustranti le me-
morie volsche e Sessa Pomezia. Ora fa
d'uopo di chiarire un punto interessan-
te di storia ecclesiastica, riguardante Ci-
sterna. Ivi dissi col Baronio, col Ricchi,
colNibby e altroché neli i5g eletto Ales-
sandro HI in Roma a'7 settembre, donde
fu costretto parti re, in Cisterna prese l'in-
segne papali, eifettuandosi a' 20 del me-
desimo mese la Consagrazìone e Coro-
nazione (V.) nella vicina Ninfa, a mo-
tivo che nell'elezione stessa insorse con-
tro di lui l'antipapa Vittore IV detto
V, non potendosi eseguire in Roma per
la prevalenza degli scismatici; indi recan-
dosi a Terracina (V.)t per non trovar-
si sicuro neppure in Ninfa. L. Agnello
Anastasio neh' Istoria degli Antipapi
t. 2, p. 5j e 59, parlando di Vittore V
narra. Morto Adriano IV in Anagni il
i.° settembre, a' 7 i cardinali in Roma
concordemente elessero Alessandro IH,
che fu costretto co' suoi elettori rinser-
rarsi nella basilica Vaticana dalla po-
tente fazione di Vittore V, finché il po-
polo mal soffrendo tanta prepotenza, u-
nito con Ettore Frangipani lo rimise in
libertà insieme co' cardinali. Portatosi
in Ninfa a' 20 settembre fu consagrato
da Ubaldo vescovo d'Ostia, assistito da
5 vescovi, e da altri cardinali preti e dia-
coni ; mentre Vittore V a grande sten-
to potè accozzare 3 vescovi che in Far-
fa \V.) l' ordinarono vescovo nella 1*
6
82 VEL
domenica ili ottobre, cioè Immaro di
Frascati e quelli di Molfetta o Melfi o
Amalfi allora governata da Giovanni, e
di Ferentino Ubaldo di Prato, da' qua-
li lo scismatico ricevè la maledizione in
vece della benedizione. Marocco tra le
iscrizioni esistenti in Cisterna riporta
quella del palazzo ducale eretta dopo
625 anni dal duca Francesco Caetani per
rinnovarne la memoria, in cui leggo cbe
a' 20 settembre ii5g Alexander III
P. M. ex Urbis tumulili post renimela,'
tionem heic reccplus etconsecralus insi-
gnia rile accessit. La trovo pure pub-
blicala dal Bauco colla seguente avver-
tenza e necessaria discussione. Presso
tutti gli storici ecclesiastici leggesi essere
avvenuta la consagrazione nella città di
Ninfa,distante daCisterna 5 miglia. L'au-
tore della lapide prestò fede ad una let-
tera enciclica dell'antipapa Vittore, di-
retta a' vescovi e principi, in cui dice se-
guita la consagrazione d' Alessandro in
castro nomine Cisternae. Doveva l'au-
tore prestare fede piuttosto allo stesso
legittimo Alessandro che a' suoi nemici.
Egli difalto scrisse di se a Gerardo ve-
scovo e a'eanonici di Bologna : Seguenti
die danti nico venerabilibus fralribus
no s tris Gregorius Sabinensi, Hubaldo
Ostiensi .... a pud Nympham non longe
ab Urbe insimul consecrationis acce-
pimus. E negli atti dello stesso Alessan-
dro 111 presi da un codice Valicano leg-
gesi. In vigìlia B. Maidici apostoli pro-
spere ad Nympham per Dei gratiam
pervencrunt. Ubi ipsa dominica die. . . .
Alexander, praeeunte Spirilus Sancti
grada consccratus est insummum Pon-
tificali. Il Ciacconio, Ilist. Boni. Pont.
riferisce altrettanto. Poco o niente è da fi-
darsi de' fautori e dello stesso antipapa,co-
me seri ve ilBaronio,per l'immenso cumu-
lo di bugie dettate dal padre della men-
zogna. Essere ciò vero rilevasi dallo scrit-
to da' fautori dell'antipapa e inviato al
suo sostenitore lo scismatico imperatore
Federico I, in cui dicono : » Cbe Alessau-
VE L
dio co' suoi seguaci pervennero alla Ci"
sterna di Nerone, nella quale Nerone s'
nascose fuggendo i romani, cbe lo segui-
tavano. Giustamente andarono in Cister-
na quelli cbe aveano abbandonato il fon-
te d'acqua viva, e si erano fabbricale ci-
sterne, ma cisterne dissipate, che l'acqua
contenere non possono." Rimarca il can.
Bauco, cbe siffatte frasi de' parlitanti eli
Vittore sono irrisorie, dettate dall'astio
e dall'ambizione, per porre in ridicolo
il Papa legittimo. Di più soggiunge, la
prova piùconvincentechela consagrazio-
ne non si fece in Cisterna, è il saccheg-
gio, 1' incendio e la totale devastazione
di Ninfa eseguila da Federico 1, circa il
1 1 56 (è anacronismo perchè la consa-
grazione si fece nel 1 1 5g ), per vendicar-
si di que' cittadini, cbe aveano ricevuto
e favorito Alessandro MI. Infortunio che
sarebbe avvenuto a Cisterna, se qui fosse
stata realmente effettuata la consagrazio-
ne. Ma io nel suo articolo, col Nibby, no-
tai che Cisterna fu nel 1 1 65 incendiata
dal cancelliere imperiale, come avversa
aH'imperalore,secondugli scrittori che ri-
tengono ivi seguita la consagrazione pon-
tificia, presso il Muratori, Rerum Itali-
carimi Scriptores, t. 3, p. 2, p. 522 e
seg. Ma l'antipapa Pasquale II nominato
nell'articolo deve leggersi III. Del sac-
cheggio e incendio di Lodovico V il Ba-
varo riparlerò a Vei.letbi. Nominai più
volte la Cisterna di Nerone che die nome
al paese : ecco il riferito da mg.r Nicolai.
» Dopo Velletri viene Cisterna, donde
calando dolcemeutesi scende a'piaui Pon-
tini. Sulla sua origine variano assai le
opinioni degli eruditi, alcuni confonden-
dola con Tres Tabcrnae, cambiamento
di nome poco credibile ed errore deri-
vato dagl'inesatti itinerari. In altro tem-
po la terra ebbe il nome di Cisterna di
Nerone, e così fu chiamala non solo dal
volgo, ma da Federico II (dee dire I), nel
suddetto passo. Se allora era così cbia
mata Cisterna, ritenendosi volgarmcnl
esservisi nascosto Nerone, i' errore e
V E L
falsila è troppo evidente per la testimo-
nianza di Svelonio. Questi racconta, che
Nerone per campar la vita, travestito e
incappucciato lutto, fuggi di corsa da Ro-
ma ad appiattarsi nella villa del suo li-
berto Faonte, la quale era situala presso
Roma fra la via Salaria e la Nomentana,
4 miglia circa lungi dalla cititi, e che ivi
fu ucciso da'congiurali che lo inseguiva-
no, ciò che fu pure osservato dal ricordato
Ricchi. Nondimeno può ben essere, che
la terra si chiamasse la Cisterna di Ne-
rone, e che da questa denominazione il
volgo per ignoranza le attribuisse il falto
altrove succeduto. Il Corradini nel Ve-
tu» La tinnì opina che il luogo avesse quel
nome, perchè Nerone fin là continuò la
fossa cominciata da Augusto nel territo-
rio Pontino. Ma il Corradini, d'altronde
eruditissimo, prese in ciò due abbagli,
poiché né Augusto imprese alcun lavoro
nel Pontino, né la fossa che Nerone avea
designato di condurre dal Ingo d'Averno
fino ad Ostia, non fu mai tirata avanti
di qua da Terracina. Ivi per altro anco
a tempo del Nicolai si osservavano due
cisterne così grandi e magnifiche che sem-
brano opera de' romani imperatori. Si
potrebbero credere fabbricate da Nero-
ne per provvedere abbondantemente An-
zio d' acque salubri, portandovele cogli
acquedotti, i cui avanzi esistono presen-
temente ; poiché gli storici tutti concor-
demente notano, che Nerone si studiò di
nobilitare in ogni maniera la città d'An-
sio, ove avea sortito i natali. Supposta la
verità dell'esposto, si ha la ragione del
nome di Cisterna di Nerone, che fu poi
dato a tulio il castello fabbricato in ap-
presso nel medesimo luogo. Il Pacchi re-
gistrò tra' soggetti illustri di Cisterna pri-
mieramente il duca d. MichelangeloCae-
tani, a cui intitolò il Theatro degli uo-
mini illustri volsci, che quivi educato
spiccò fin dalla fanciullezza il suo viva-
cissimospirito, tutto intento alla pietà, al
governo fioritissimo di tutto il suo slato,
con facile vena alle muse. Alzò ivi da'fon-
V EL 83
damenti una splendida chiesa, adorna di
decorosi altari, arricchita da sagre sup-
pellettili e da insigni reliquie, in onore
delle ss. Stimmate di S.Francesco, custo-
dita con venerazione da' conflati aggre-
gati sotto il suo nome. Di più edificò non
lungi da Cisterna una nobilissima villa,
deliziosa e amena. Di Cisterna fu fr. Fran-
cesco Angelo M.a Peroni riformato fran-
cescano, in vari tempi guardiano, com-
missario, custode e prefetto apostolico in
Costantinopoli, inviato da Innocenzo XI
in Albania procuratore delle missioni, e
per modestia ricusò il vescovato di Smir-
ne, offertogli nel 1710. Dello stesso 01 di-
ne fu fr. Fortunato Setini coadiutore mis-
sionario in Tripoli di Barbaria, morto nel
patrio convento di s. Antonio in concetto
di bontà singolare. Francesco Paladini
laureato nelle leggi scrisse in Roma sul-
l'interpretazione, De fìdeicomniisso , ma
dopo la di lui morte gli fu involata da
un imitatore della cornacchia di Eso-
po, che si fregiò delle altrui penne. Ce-
lebra la famosa selva di Cisterna, le cac-
ce riservate, l'amenità de'lidi del mare,
de'fonti e fiumi, specialmente del Ninfeo,
celebre per le favole de' poeti. Fra que'
che signoreggiarono Cisterna, ricorderò
Giovanni Ceccareili domicello di Sezze
{V Rinvestilo del feudo da Bonifacio IX,
per seguire i Caetani gli antipapi. E se-
condo il Novaes, vi fu il celebre cardi-
nal Guglielmo d' Estoulevìlle, che l' ac-
quistò da Onorato Caetani con Caslelve-
tere per 5200 scudi. In Cisterna vi si fer-
marono più Papi, per esservi la stazione
postale; e di Benedettogli riparlerò nel
paragrafo Sermoneta. Oltre i nominati
al suo articolo, qui aggiungo col p. Gal-
lico, De Itineribus Rorn. Pont., p. icp,
anche Clemente Vili. Annoi 5^ die i4
februarii Ponti/ex ivit Neptunium una
cuin Renrico cardinali Gaetano S.R.E.
camerario, et duobus cardinalibus ne-
potibus. Die. 10 accessit ad oppidum
Cislernae. Post prandi uni Papa veni!
versus cìvitatem Veliternensem. Grego-
84 VE L
rio XVI ne visitò la chiesa collegiata nel
i83q a' 23 e 29 aprile, e ripassandovi
nel i843 T8 maggio, egualmente reduce
da Terracina, fu ricevuto sulla piazza
principale dalla magistratura e dal ca-
pitolo colla Croce astata. Aderì alle loro
istanze coll'entrare nella stessa collegia-
ta, ove ricevuta all'altare laterale la be-
nedizione del Santissimo data da mg/ Ca-
stellani sagrista, si condusse all' altare
maggiore, avanti al quale, da un trono
appositamente preparato, ammise al ba-
cio del piede la magistratura di Cister-
na ccl suo priore Domenico Vita, ed il
clero della collegiata medesima; poscia
ritraversandola in mezzo a foltissimo po-
polo, e preceduto da due fanciulle ele-
gantemente vestite che andavano spar-
gendo fiori, risalì in carrozza in mezzo
agli spari reiterati de'mortari, al suono
delle campane, ed agli evviva degli abi-
tanti per proseguire il suo viaggio verso
Velletri. Il territorio dà grano, vino, po-
co olio, moltissime legna da lavoro e da
costruzione ; i suoi pascoli producono ec-
cellenti latti di bufale, che vi abbonda-
no, co'quali si formano saporiti formag-
gi, provature e marzoline. Nel medesi-
mo territorio si vedono i ruderi della
chiesa di s. Eleuterio vescovo dell'Illirico,
ove furono rinvenute le sue venerabili
ossa, trasportate nella cattedrale di Vel-
letri, ed il Banco dice che si trovarono
in Tivera. Lungi 3 miglia è il castello di
Torrecchia, signoria del principe Bor-
ghese, situato sopra un'eminenza in aria
non buona, circondato da fosse, fra colli
e selve, nella via che conduce a Giuliano.
Vi sono avanzi di mitra castellane appar-
tenenti all'antico forte e di vari torron-
cioi, vestigia di grotte sotterranee, ed una
cisterna riempita di terra e frammenti,
che doveva servire alla guarnigione mi-
litare, che anticamente vi stanziava per
sicurezza del luogo. Ora sonovi moderni
fabbricati ad uso di granai, un casale per
abitazione, e una piccola chiesuola della
B. Vergine. Poco prima di salire a Tor-
V EL
recchia trovasi una copiosa fonte d'acqua
leggera, la cui sorgente è lontana mezzo
miglio, forma un laghetto e sarebbe ca-
pace di far agire una macina da grano.
Confina con Torrecchia l'altro lenimen-
to di Torrecchiola, dal Nibby chiamato
ancheCasal Ginnetti, ora de'principi Lan-
cellotti.Esso è quel medesimo Castel Gin-
netti, di cui parla il Piazza a p. 5i, che
dice nuova e piccola colonia di Velletri,
chiamato così dal nome del suoi." fon-
datore il celebre cardinal Marzio Gin-
netti, che sontuosamente cominciò la fab-
brica della chiesa, oltre le abitazioni civili
e rurali, morendo in questa sua amena
villa nel 1670.I suoi erediaveano il domi-
nio temporale del luogo, e ilgiuspatro-
nato della chiesa ,a I tempo dei Piazza con-
tando 100 abitanti in incremento. Poco
distante in una vaga collina e vicino al-
la Teppia eravi Tivera, Tiberia o Castel
Tiberio, borgata già fiorente, e secondo
Theuli già villa di Tiberio imperatore,
dove riposavano le reliquie di s. Ponzia-
no Papa, trasferite nella cattedrale di
Velletri. Fu posseduta da'discendenli di
Onorato Caetani, e venne demolita da'
corani, o distrutta da'saraceni secondo il
Theuli, al presente chiamata dal volgo
Cd-stellone. Di questo Caslellone ne par-
la Ricchi nella Reggia de' Volscì, degli
avanzi de'suoi edilìzi antichi che ne at-
testano la sua vastità, ma ignora come
prima si denominasse. Due miglia daTor-
recchia è la tenuta di Conca della Con-
gregazione cardinalizia del s. Offìzio
(I7-), secondoNibby luogo ove surse Sa-
trienni de'volsci; e 5 miglia lungi è la
tenuta di Campo Morto, già Castris.Pe-
tri in Formis, della Chiesa di s. Pietro
in Faticano (V.), in ambedue è l'asilo
pe'delinquenti. Leone XII col breve Jt
inde, de' 1 5 settembre 1 826, Bull. Ro
z
va ii
cont. t. 16, p. 474: Reintegratio privi
tive jurisdictionis supremae congrega-
tionis s. Jnquisitionis, super iis, quia-
syli privilegium quaerunt in lati/un-
dio nuncupato Conca, in Agro romano
VEL
E col breve Inter plura dello stesso gioì*-
no, loco cit. p. 47^ : Reintegrano privi-
legii competenti* capìtolo l citiamo pri-
maevam exercendi jurisdictionem in
causi* orimi nalibus super iis quiasyli
benefici um quaerunt in lati funàio nun-
rupiilo Castrimi s. Petri Formis, vulgo
Campo Diorto. Appreudo dal Baucoche
appartengono alla diocesi Veliteina, ol-
tre Cisterna, i castelli di Toi recchia, di
Ginnetti, di s. Pietro iu Forum in Cam-
po Morto e di Castella, cou chiese e cap-
pellani amovibili.
.Ninfa. Annesso di Cisterna nella dio-
cesi di Velletri, già illustre e antica cit-
ili, onde diversi scrittori de'voUci ne ri-
feriscono le notizie, ed anch'io già in più
luoghi ne parlai, eziandio per giacere al-
le radici del monte di Norma o Norba
(P .) (pianilo esisteva. Per la sua posizio-
ne, Marocco lo dice luogo deliziosissimo,
pe'ruscelli chela bagnano all'intorno, per
la veduta amena delle circostanti colline,
e pel bel laghetto d' acqua limpidissima,
abbondante di dotte, secondo il Contato-
re. Da questo comincia il fiume Ninfeo e
va placidamente al mare, e del quale e
dell'omonimo antichissimo e magnifico
tempio dedicato alle Ninfe, feci parola al
citato articolo. Il lago era singolarmente
venerato da'noi bani a motivo di due pro-
digiosi fenomeni narrali da Plinio con di-
rebbe nel lago Ninfeo sporgevano in fuori
due ì&oklle^etleSaltuareSfquoà in sym-
phoniae canto* aà ictus moàulantiuin
fiedum moverenlur j e che inoltre eravi
una sorte di selce,cr qua prodibantjlam-
mae , quae pluviis infitti* accenàeban-
tur. Osserva il Nicolai, forse erano que-
sti portenti dell'arte più che della natu-
ra; e quanto al fiume, dice che nel V se-
colo, coli' Ast ura e la Teppia, concorreva
a formar la Palude. Pontina (F.), cioè
ad accrescerla perchè già era formata da'
fiumi Auiasenoe Ufente. Indi col Corra-
diui ragiona del corso del Ninfeo. Lo ce-
lebra pure il Ricchi nella Reggia de' Poi-
sci, reso fjuiosu da'poeti magnificandolo
VEL 85
(piai ricco fonte di natura , e per le sue
chiarissime acque denominato il fiume
Ninfeo, avente la sua sorgente nelle radi-
ci de'vicini monti di Norma, luogo ame-
no per le pescagioni di trutte e riserva-
te caccie, ed utile perle molte macine di
frumento per comodode'dintorni. Si dis-
se Giostra il castello vicino alla bocca del
fiume Ninfeo, come racconta ilTheuli,ed
io ne parlai nel voi. LIV,p. 201. Riporta
il Marocco, il quale visitò i luoghi che va-
do descrivendo, che di Ninfa esistono le
vestigia delle mura castellane, formando
una penisola circondata dalle acque del
fiume Ninfeo , avanzi di chiese , ed una
torre di forma quadrilatera circuita an-
ch'essa da alte mura. Si osserva un bel
giardino con in mezzo una fonte peren-
tiecui passa l'acqua dal laghetto, e vi stan-
no due vaghe peschiere per conservare il
pesce. Inoltre contiene quel recinto vari
piccoli terreni lavorativi, formati a fog-
gia d'orti, e vi sono 3 mulini. Fu Ninfa
città ragguardevole e popolosa, come di-
mostrano le sue molte rovine e dimezza-
le torri, una delle quali già altissima; il
lutto scheletro compassionevole di sua
antica magnificenza. Narra Ricchi, ripe-
tendo il riferito da Piazza , essere argo-
mento che Ninfa fu ampia e popolata pei*
le 5 collegiate chetativi erette, arricchi-
te di 24 pingui benefizi con titolo di ca-
nonicali. La 1/ sotto l'invocazione di s.
Maria Maggiore, uffiziata dall'arciprete e
da 9 canonici. La 2/ di s. Biagio con 4
canonici e un priore. La 3/ di s. Pietro
con altri 4 canonicati e un priore. La 4-'
di s. Salvatore con 3 chiericati e uu prio-
rato, oltre la chiesa di s. Leone con uu be-
neficio solo. Tutti i benefizi furono riu-
niti nell'unica superstite chiesa in onore
della B. Vergine, risarcita in forma rura-
le, per comodo de'pochi abitanti, de' pa-
stori e de'ministri delle mole. Tale riu-
nione di benefizi segui cou decreto della
visita apostolica falla nel 1 635 da mg.'
Gio. Battista Altieri, e quando il Piazza
visitò la diocesi trovò trascurata la cine-
86 VE L
sa da que'che ne godevano le prebende,
perciò canonicamente rimproverati. A-
dunque non vi esiste che la chiesa della
B. Vergine, ove si celebra la messa ne'soli
dì festivi. Dell'aulico e celebre monaste-
ro benedettino fiorito supra Niinpham,
denominato di s. Angelo o di s. Maria di
Monte Mirteto, parlerò nel paragrafo di
Cori. Nel casamento appartenente a'du-
chi Caetani signori di Ninfa, si legge una
lapide pubblicata da Marocco, eretta nel
i 765 al duca d. Francesco, per l'opera-
to a vautaggio del paese e ivi ricordato.
Crede il Nicolai che Ninfa e la suinmeu-
tovata Tiberia siano d'origine moderna.
Anche egli racconta il già da me riferito
altrove, ed è questo. Mentre i longobar-
di tenevano occupala quasi tutta l'Italia,
il Papa s. Zaccaria nel 7^ presso il loro
re Luitprando si adoperò a tutto potere
per otteuere la restituzione d'alcune cit-
tà d'Italia a 'greci imperatori; e colla for-
za di quella eloquenza in cui tanto vale-
va, si guadagnò l'animo del barbaro prìn-
cipe di maniera che con giubilo univer-
sale l'impero ricuperò la nobilissima cit-
tà di Ravenna (J7.), con alcune altre dal
re restituite a 'greci. Presentò inoltre il Pa-
pa al re le suppliche della Pentapoli, del-
l'Emilia,dell'Esarcato e pressoché di tut-
ta Italia, perchè Luitpraudo volesse con-
cedere a questi stati la pace , che subito
gli fu accordata per 20 anni , con pro-
messa speciale, eh' esso re sarebbe slato
in avvenire il difensore della Chiesa e del-
le suddette provincie. Per questo grande
servigio, circa l'Esarcato, reso da s. Zac-
caria all'imperatore greco Costantino IV
Copronimo, egli per gratitudine donò al
Papa, o a sua richiesta, postulaverat, le
due nuove città del paese Pontino Ninfa
e Norba co' loro amplissimi territorii o
masse. Questa donazione alla romana
Chiesa l'attesta Anastasio Bibliotecario,
ed anche Cencio Camerario presso il Mu-
ra tori .Zacharìas Poh tifex accepit a Con-
stanti no principe donalionemin scriplìs
perpetuo jur e de duabus Maisis,auac
VE L
Nymphas et Nonnias appellantur, quae
juris pallici erant. I Papi però non ne
goderono tranquillamente, né per molto
tempo il possesso, poiché Astolfo divenu-
to nel 749 re de'longobardi, portatosi poi
all'assedio di Roma, saccheggiando e de-
predando il territorio latiuo, l' impoverì
stranamente. Non avendo i romani da lo-
ro slessi forze da respingere tale podero-
so nemico, il Papa Stefano HI non otte-
nuti dall'imperatore CostantinolV i soc-
corsi con replicate istanze implorati, nel
7.53 ricorse in persona a Pipino re de'
franchi , e colle più. efficaci maniere rac-
comandando alla sua pietà e valore il
principato della s. Sede, e il popolo ro-
mano dalle barbarie de'nemici; il re ac-
colte rispettosamente le pontificie pre-
ghiere, fece passare in Italia una possen-
te armata , e in poco tempo abbassò la
prepotenza de' longobardi e ne punì la
soperchieria,ed ampliò la Sovranità del-
la s. Sede. Molestalo in seguito terri-
bilmente il Papa Adriano 1 da Desiderio
re de'longobardi, ricorse a Carlo Magno,
il quale nel 773 sconfisse e imprigionò
Desiderio e liberò d'Italia dalla schiavi-
tù longobarda. Indi confermò le paterne
donazioni di Pipino, e I' accrebbe ancora
aggiungendo al dominio pontificio la bel-
lissima provincia di Campania con tu.tto
il territorio Pontino , di cui già ne posse-
deva buona parte come notai nel voi,
LV, p. 68. Norma essendo stata onorata
della sede vescovile, e n'era vescovo Gio-
vanni nel 963, soffrì poi una 2.a distru-
zione , e il vescovo trasportò la sua sede
alla vicina Ninfa, come afferma il Nicolai.
Questi inoltre racconta, che nelle succes-
sive calamità de'lempi, il patrimonio del-
la s. Sede soggiacque a diverse usurpa-
zioni; tra le ciltà Pontine peraltro se ne
coniano alcune, le quali nel secolo XII si
mantenevano religiosamente fedeli e ub-
Indienti sotto il dominio del Papa. Nin-
fa principalmente, che in qtiell' età avea
una giurisdizione assai estesa, favoriva a
tutto potere il partilo papale in prova che
VEL
il Pontefice n'era patitone. Presso il Mu-
ratori, Anlìq. hai. Med. aevi, t. 2, p. 1 l,
esiste un insigne monumento delle tasse
imposte nel principio di detto secolo da
Pasquale II agli abitanti di Ninfa: Ilacc
situi, (juacjiicicul Nimphesinì; fidelita-
temfacere B. Petto, et Donino Pascila-
li Pi/pae , ejusque successoribus , quos
meliores Cardinales et romani elege-
rint. Jloslem et parlamenluni curii cu-
ria praeeeperit. Servi tinnì quod assue-
ti sunt facere, et piaciutili et b a unum fu-
riant B. Peti 0 et Papae. Quartata red-
dent admensuram romani modiì, et con-
1 duca ut e ani usque Tiberiam vel Cis ter-
nani. Glandaticum solvant infesto s.
Martini ... De carico cujusque sandali
solvant denarios sex. Fidantiam in uno-
quoque anno ... ìllolendina, quae Papa
mine tenet, duodecim quae sunt extra,
et unum qtiodeit supra laeutn, quiete
dimiltant. Murumcivitalis deslruentse-
cundinn praeceptum euriae,nec sine e-
jus licen da eiini aedijicent. Ma in bre-
ve le cose cambiarono d' aspetto , e nel
pontificato dello stesso Pasquale II non
solo Ninfa, ma ancora Semionda e Ti-
ferà o Tiheria, e quasi tutto il paese Pon-
tino, regionali AJaritimaui, venue tolto
alla s. Sede da Tolomeo conte Tuscola-
uo. Alla metà dello stesso secolo XII, Pa-
pa Eugenio III ricevè per composizione
Terracina,Norba, Sezze ealtre città Pon-
tine colla rocca di Fumone. Non molto
dopo Adriano IV diede il possesso del ca-
stello d'Acqua Puzza o Putrida (di cui a
Sezze enei voi. LXX.IV, p. 176) ad A-
dinolfo, il quale prima ribelle alla Sede
apostolica, erane divenuto poi ubbidien-
lissiino. Nel 1 109 a detto Papa gli suc-
cesse Alessandro 111, il qualequautuuque
eletto in Roma secondo tulle le leggi ca-
noniche da'cardiuali, fu costretto di sot-
trarsi da quella città con precipitosa fu-
ga, temendo de' Colonuesi e de'faziosi, i
(piali eransi uniti in lega col clero della
basilica Vaticana, per seguire le parti del-
l' iulruso antipapa Vittore IV detto V,
VEL 87
sostenuto colle armi dall'imperatore Fe-
derico I. Alessandro 111 insieme colla più
sana parte de' cardinali, i quali sostene-
vano la legittima elezione sua, si ritirò
nel paese Pontino, e in Ninfa nella vigi-
lia di s. Matteo, ossia a'20 settembre del-
lo stesso 1 i5g, e non altrimenti come er-
roneamente molti scrissero copiandosi,
venne con solenne rito consagrato e co-
ronato, al modo narrato al paragrafo Ci-
sterna, per confutare que'non pocbi ebe
asserirono ivi seguite tali sagre funzioni;
dappoiché i nemici di quel magnanimo
Papa , per concitargli l'odio e l'orrore
pubblico, andarono spargendo comune-
mente die quelle solenni funzioni eransi
celebrale alla Cisterna ci i Nerone, menzo-
gna che avea qualche simigliami col ve-
ro perchè Ninfa era assai vicina a Cister-
na , pretendendo goffamente di fare re-
putare Alessandro III qual altro Nerone
il più. fiero di tutti i tiranni. Non essendo
poi il Papa ben sicuro in Ninfa, si portò
a Tenaci uà, e di là passò negli stati di
Guglielmo I re di Sicilia, e finalmente si
lifugiò iu Francia. Dipoi Federico I per
vendicarsi d' Alessandro Ili che 1' avea
scomunicato, distrusse Ninfa, come rac-
conta il Piazza, anch' egli errando nel-
l'anno in che vi si recò Alessandro III,
anzi con altro fallo la disse forse l'antica
Astura, di cui riparlai ne' voi. LIV,p. 201,
LXX[V, p. 276. Verso la fine dello stes-
so secolo Leone Frangipani impegnò per
i5o libbre il castello d' Astura a Celesti-
no HI; il cui successore Innocenzo III com-
prò la 3." parte totius Castri Nympha-
rum cimi teniinentis et pertinentiis suis
ìnlus et deforis, prò quingentis triginta
libris provisiiiorum, da'fralelli Filippo e
Bartolomeo Lombardi, e dalla sorella Ai-
druda vedova di Scotti, i quali n' erano
padroni. Osservai! Marini negli Archia-
tri, che il castello di Ninfa assai rinoma-
to ue'bassi secoli, fu successivamente pos-
seduto da vari padroui, i quali però sem-
pre riconobbero il dominio della Chiesa
romana su di esso. Nicolò 111 nel 1279
88 V E L
assegnò ari nualmen te ahuoai'chiatroG io-
vanni di Luca 55 lire di provesiui sopra
Je rendite del castello di Ninfa, e ne scris-
se al suo podestà, consiglio e comune. Di-
rocca taNinfa per l'indicato eccidio,in pro-
gresso di tempo i suoi cittadini passarono
ad abitare in Norma, castello fabbricato
di nuovo presso 1' antica Norba. Trovo
in Novaes, che il castello di Ninfa appar-
tenente alla camera apostolica , fu dato
da Bonifacio Vili a'2 ottobre i3oo a Pie-
tro Gaelani suo nipote, ed a'suoi succes-
sori, per un annuo canone, e la cessione
d'alcuni effetti che essi possedevano nel-
I Orvietano. Tutta volta afferma Piazza,
apparire dagli alti del notaio Pietro Fer-
raccia, de'i5 luglio 1 337, che il castello
tli Ninfa ne' volsci spettasse alla chiesa e
ospedale de'pellegrini di s. Matteo (V.)
in Merulana di Roma, e della quale ne
rifeci cenno nel voi. LXXV , p. 65. In
tempo d'Urbano VI ribellatosi Onorato
Caetani conte di Fondi (F.), fautoredel-
1' antipapa, fu scomunicato e privato di
IVinfa, Bassiano e Sermoneta, confiscan-
doli e incamerandoli. Indi Bonifacio IX,
che gli successe nel i 389, assolse il figlio
conte Giacomello e gli restituì i 3 castelli.
II Nicolai a p. 1 1 3 riporta la lite de'con-
fini de'territorii tra Ninfa e Sezze (P.),
ed altre signorie de' Caetani, ed inoltre
narra, che il suddetto Pietro Gaelani per
divenir padrone del castello e del terri-
torio di Ninfa, spese 200,000 fiorini d'o-
ro, con istromento di comprila dell'8 set-
tembreisgS. E siccome una porzione di
quel castello e territorio da molto tempo
spettava alla camera apostolica, perchè
comprata da Innocenzo III, cosi Pietro la
ricevè a titolo di feudo da Bonifacio Vili
neh3oo. Riferisce Marocco, che in Nin-
fa si fa molta caccia di anitre selvatiche
e di altri volatili, e vi si trovano utilissi-
me erbe botaniche.
Bocca Massima. Comune della dioce-
si di Velletri, eoo territorio in monte, a
sinistra della via che da quella città con-
duce a Cori, da Velletri distante io mi-
VEL
glia e da Roma 35, secondo Bauco, men-
ti eNibby le accorcia, nell'Analisi de din-
torni di Roma, t. 3, p. 1 7. Essa è situata
sopra un monte scosceso, ultimo contraf-
forte del dorso detto volgarmente mon-
te Lanteria, in luogo di monte d' Artena,
contrafforte anch'esso della cima del mon-
te Lepino, oggi detta monte Nero. A pri»
mo aspetto, dice il Nibby, ravvisasi per
la posizione d'un'anlica fortezza, la qua-
le non potè essere se non quella detta da-
gli antichi scrittori Carventum, ed Arx
CtfAWrttà/jtf.IlsullodatoDeMatthias nel
suo Saggio storico di Vallecorsa, sostie-
ne che l'Arx Carvcntana, ossia la Roc-
ca Carventana, fosse piuttosto nel comu-
ne di Castro soggetto al governo di Val-
lecorsa; e che probabilmente Castro suc-
cesse all'antico Caslrimonium oppìdum
F olscorum in Latio , il quale era difeso
dall'^rx Carventana. Narra esistere nel'
le vicinanze del territorio di Castro una
collina denominata da'eastrensi Calven-
to, forse corruzione di Carvento, Mons
Carventum. Però il Nicolai parlando di
Ecetra la dice vicina a Ferentino, non la
città etnica, ma Ferentino di monte Al-
bano; ed il Nibby collocandola a Marino,
la dice succeduta alla colonia di Castri-
monium, ed a pie di tal città dice che fu
\\ Ferentinum, luogo destinato all'assem-
blee nazionali durante l'indipendenza del
Lazio per gli affari della confederazione.
AggiungeNibby,cheSlefano,citando Dio-
nisio, credette X Arx Carventana, città
latina. E fabbricata Rocca Massima sulla
vetta d'elevato monte, con antichi avan-
zi di fortificazioni militari, al dire di Bau-
co, il quale soggiunge: Massima fu questa
Rocca appellata, perchè ne'remoti tempi
era massima in elevatezza e in fortezza. Il
Piazza parlando della Rocca de' Massi-
mi, la dice posta sulla cima ben erta d'un
monte circondato di selve e boschi, il più
alto abitato che per avventura si trovi in
tutta la Campagna, fabbricato con anti-
chissimi testimoni di gelosie militari io
forma di fortissima Rocca, col recinto di
V EL
olle e ben munite muraglie; della declas-
simi o perchè quivi si ricovrii o n'ebbe il
dominio la nobilissima e mitica famiglia
di queslo nome, o perchè fosse la Massi-
ma in altezza e fortezza tra' circostanti
paesi. Certo è, soggiunge, che per natu-
ra del sito e per Ja struttura della Rocca
ella riesce sopra modo inespugnabile per
qualunque assalto. Anche il Ricchi nella
Reggia de' Volsci > cap. 3g: RoccaMassi-
ma } la dice situata nella maggior som-
mità di erto e precipitoso monle, fra Giu-
liano o Giugliano e Segni, la più. alta Roc-
ca della Campagna de* volsci, forse me-
ritando il suo titolo di Massima per la sua
grande eminenza, ovvero per aver avu-
to il suo essere dalla nobile famiglia Mas-
simo. La dichiara pure inespugnabile a
qualunque assalto di guerra, per l'asprez-
za e scabrosità del monte che impedisce
l'accesso in qualunque parte alle squadre
nemiche, che però dicesi Arx ab arcen-
do. Riesce molto forte e invincibile ezian-
dio per artificio d'arte nella struttura de-
gli antichi baloardi e altre fortissime inu-
la, con occhi e gelosie militari da'quali
viene recinta. Ha questa terra la chiesa
parrocchiale dedicata a Dio, come tutte,
in onore di s. Michele Arcangelo, con ar-
cipretee un cappellano. Fuori del suo re-
cinto poi ha altra chiesa con ospedale: il
suo protettore è s. Isidoro agricoltore, e
vi sono due confraternite secolari. A 'tem-
pi del Piazza e del Ricchi, poco distante
dalla terra pravi il collegio de' sacerdoti
dottrinari, applicati al ministero de' sa-
gramenti,a promuovere l'istruzione del-
la dottrina cristiana , e per sussidio non
solamente del parroco del castello, ma an-
cora di que'contorni che lo richiedevano.
Quella comoda casa fu dotata colle pro-
prie sostanze di convenienti entrate, pel
mantenimento de'sacerdoti e altri operai,
dalla nobile matrona romana Massima
de' Conti, virtuosa pel zelo delle anime.
Leggo inoltre nel Nibby , che T. Livio
racconta le gesta avvenute presso quella
città o fortezza, ch'egli chiama Arx Cai-
VEL 89
venlana. Nel 247 di Roma i volsci occu-
parono l'arce Carventana, e l'esercito ro-
mano la riprese profittando d'un momen-
to di negligenza di quelli che l'occupa-
vano, usciti per saccheggiare; l'anno se-
guente una negligenza simile per parte
de'romani ne fece padroni gli equi alleati
de' volsci, ne per quanto facessero onde
ritoglierla i romani la poterono riavere;
e nel 34g era ancora in potere degli e-
qui e de' volsci collegati. Queste sono le
poche notizie, che di quella rocca ci ri-
mangono, le quali però, se non dimo-
strano pienamente essere l'Arce Carven-
tana nel sito di Rocca Massima, non si op-
pongono nemmeno a tale congettura. Im-
perocché era l'Arce Carventana d'origine
latina, come dimostra Dionisio citato da
Stefano: era nel tempo medesimo sul li-
mite di quel territorio a contatto co' vol-
sci , e soggetta alle scorrerie degli equi,
come mostra Livio: era finalmente cosi
forte, che non si poteva prendere se non
per sorpresa, e che potè resistere a due
eserciti consolari, circostanze, che in Roc-
ca Massima si trovano a segno che il fat-
to si rinnovò nel i55y quando per sor-
presa e con istratagemma militare veli-
ne occupata dalle genti del duca d'Alba,
nella guerra di Campagna contro Paolo
IV, benché questo avea posto in istato
di difesa le provincie di Marittima e Cam-
pagna; alla quale occupazione segui il de-
plorabile eccidio di Segni (f.). Racconta
Bauco, che non sembra priva di fonda-
mento 1' opinione d'avere avuto Rocca
Massima il suo principio da'veliterni, che
per evitare la crudeltà e barbarie de'go-
ti nel 4IO> e quella de' vandali nel 4^>
furono costretti ad abbandonare la pro-
pria patria, ed a rifugiarsi e nascondersi
fra le balze e i dirupi de'monti più inac-
cessibili , ove fortificarsi per loro difesa.
Vuole Calindri , seguendo la tradizione
de'corani, che questo castello fu fondato
daQuepio Massimo da Cori, verso il 608
di nostra era. Ciò sostengono i corani an-
che per la coufederazioae immemorabile
f)o V E L V E L
e durevole tra Cori e il vicino paese di nino, è pure conlrafforle del monte A-
llocca Massima. Marocco non l'afferma, culo che separa il bacino dell'Amene dit
perchè semplice tradizione; ed il Bauco quello del TrerooTotero oggiSacco.L'ab-
dice soltanto ritenerne i corani fondatore bondanza de'carpini in quelle montagne
Quinzio Massimo loro concittadino. Ri- moltiplicò la denominazione di Carpine-
ferisce inoltre Dauco, che Rocca Massi- to a varie punte. Il monte Carpineto im-
n»a fu già feudo della principesca casa mediatamente domina sulla riva destra
Pamphilj-Doria;ed il Piazza dichiara che dell'Amene. Fra gli altri luoghi ouaoni»
a suo tempo era posseduta dal duca Sai- mi vi è Carpineto di Reggio di Modena,
viali, altrettanto confermando Ricchi e ove si recò s. Gregorio V II), alberi che
il moderno Nibby; per eredità de'Salvia- ivi abbondano, e dicesi che fosse in due
li essendo passata ne'principi Borghese, villaggi diviso e distinto, e quindi insie-
uno de'quali educa Salviati,a cui appar- me uniti è in tal modo generalmente
iiene. Il suo territorio produce viiio, gra- chiamato. Auche Marocco dice che il fab-
uo, olio, ghianda e pascoli. bricato del castello di Carpineto siede so-
Governo di Segni. pra un colle eminente in mezzo ad alti
Segni (F.), città vescovile, con residea- monti , che gli formano un anfiteatrale
za del vescovo e del governatore. contorno, dove saluberrimo è il clima, e
Carpineto. Comune della diocesi d'A- luogo a proposito per chi amasse un' a-
(lagni e vice-governo, cou territorio in mena solitudine, sembrando quasi di-
morile, con molti e buoni fabbricati cinti sgiunto dal mondiale consorzio. Le mon-
di mura , con bel borgo, secondo il Ca- tagneda cui è circondato gli rendono di-
stellano distantei6 leghe da Roma, 6 da gnitoso ornamento per essere vestite di
Anagnie 3 da Segni. Lo chiama cospicuo folli castagneti e d' altre piante fruttife-
borgo che da remoti tempi ha il titolo di re, avendo anche pascoli salubri, perchè
ducato,egià si noverò fra'muuiti forti d'I- non ha alcun terreno paludoso, e molte
talia uel medio evo. Giace su ridente col- erbe che trovatisi sui colli olezzano soa-
Jina superala all'intorno dalle più eleva- veniente, e molte sono botaniche. Conta
te vette Lepine, e gode di sanissimo eli- una popolazione di oltre 34 1 6, tale cifra
ina. Si vedono gl'imponenti ruderi del- registrando la Statistica deli 853; i quali
l'antico castello costruito ue'bassi tempi, abitanti sono applicati a'Iavori rurali, al
ove sono le carceri, elevalo su di arduo trallico ed all'arti meccaniche, ed ivi si
e precipitoso macigno, e circondato di tor- esercitano le più necessarie. Il paese è di
regalanti mura, che deperirono per l'ab- figura quasi rettilinea, seguitando le falde
baudouo dopo la cessazione dell'italiche delcolle su cui è posto. Le interne vie so-
fazioui de'guelfi e ghibellini, sorgendovi no scoscese, meno quella che comincia
ora la torre comunale dell' orologio pub- dall'antica porta di s. Sebastiano fino al-
blico sopra una parte del maschio. La più la vaga piazza, e l'altra che dalla chiesa
alta cima de'Lepini, che dicesi Semper- di s. Michele Arcangelo, antica e di sti-
visa, offre uno de' più magnifici punti legotico, già abbaziale, conduce parimeli-
di vista, onde abbonda il suolo italiano, te alla piazza medesima. Il fabbricato è
Apprendo- da Marocco, che la derivazio- piuttosto altoe visiono buone abitazioni,
ne del nome di Carpineto si pretende da Ha 4 interne chiese parrocchiali, che no-
unaselva dicarpani (o carpini, Carpinus minerò con Marocco. La collegiata ittsi-
Betulus di Linneo, specie di frassino, il gue sotto l' invocazione de' ss. Giovanni
monte Carpineto, ultimocontraffurtedel- Battista ed Evangelista, sulla detta piaz-
I Arcinazzo, nella badia di Subiaco, puu- za situata, eretta uel 1770 al dire di Ca-
lo culminante di quella caleuadell'Apea- lindri, e perciò di moderna e ben inlesa
VEL
costruzione, con suo capitolo « la digni-
tà del preposto. L'arciprettira di s. Gio-
vanni. La chiesa di s. Nicola di Bari , e
quella di s. Giacomo apostolo, ambedue
col titolo abbaziale. Nel i 749 io cm s>
pubblicò l' Istoria della cattedrale d' A-
nagni di De Magistris , le 4 chiese par-
rocchiali erano l'arcipretile di s. Giovan-
ni Evangelista, e le 3 abbaziali di s. Ma-
ria Maggiore, di s. Angelo, e di s. Nico-
la vescovo. Vi sono anche due conventi
siibiu bani colle loro chiese. Uno è quel-
lo di s. Agostino protettore del luogo, lun-
gi mi 4-° di miglio da Carpineto, degli a-
gostiniani che nelle vicende politiche de'
primi anni del secolo coi lente doverono
lasciare, e poi vi tornarono in minor nu-
mero. La vetustissima chiesa è di gotica
architettura, edificala con massi quadrati
neh 35odafr. Gregorio Sii vestii del me-
desimo luogo, e coperta d'un tetto che
ricorda quello mirabile della basilica O-
stiense eonsumatodallefiamme nel 1 823.
I dipinti della tribuna fauno fede cuine
la chiesa e l'annesso ampio convento ap-
partenessero all'oidi ne de'templari. L'in-
gresso è magnifico di prospetto a Carpi-
neto, fiancheggiato da due leoni. Sopra
l'arco è la B. Vergine avente a' lati i ss.
Paolo i.° eremita e Antonio abbate; e più
sotto i simboli de' 4 Evangelisti, in mez-
zo a'quali è collocato l'Agnello pasqua-
le. L'altro convento è distante da Carpi-
neto dopo brevissimo e ameno passeggio,
ad esso pure di prospetto e situato alle
falde del monte Capreo, uno de'Lepini
colla vetta più. alta degli altri. Questo bel
convento de'minori osservanti riformati,
che vi stanziano numerosi, fu fabbrica-
lo colla chiesa dalla munificenza del car-
dinal Pietro Aldobrandino come accen-
nai nel voi. XXV 11, p.i58, con annesso
palazzo abitato dal cardinale ne'tempi di
diporta 11 Ricchi celebra il fioritissimo
studio che nel convento vi tenevano i re-
ligiosi, nelle filosofiche e teologiche disci-
pline. 1 contigui orti, i prati e la macchia
souo ciuli da mura, essendo tutto il lab-
VEL Di
bricato dignitoso e vasto, degno del ma-
gnifico nipote di Clemente Vili. 11 chio-
stro perfettamente quadrato ha nel mez-
zo la cisterna, e al di sopra da due parti
vedesi una loggia graziosissiraa collo stem-
ma marmoreo del cardinale. Sul fronto-
ne dell' ingresso principale della chiesa
ammirasi il busto marmoreo d'eccellen-
te scalpello di s. Pietro apostolo, a cui è
sagra, dono del medesimo porporato. Vi
sono buoni quadri, e quello di s. Fran-
cesco che riceve le s. Stimmate, alla sini-
stra della cappella del ss. Crocefisso , è
stupendo lavoro di classico pennelIo:grau-
diosa è la sagrestia. Antica è l'altra chie-
sa suburbana di s. Maria del Popolo, pres-
so la quale era 1* ospedale de' poveri. La
sua fronte è gotica, con bell'atrio, di cui
due pilastri si vedono ornati di due teste
di cavallo, e sulla stessa facciata vi sono
varie croci di pietra. L' ingresso è mar-
moreo,abbellitodi bassorilievi a fogliami,
colla ss. Vergine sedente sopra di esso di
bel lavoro, essendo l'occhialone formato
con molta maestria di scalpello d'un so-
lo pezzo. Nell'interno è rimarchevole l'al-
tare di s. Rocco con due Angeli laterali e
la B. Vergine sedente in alto; a' fianchi
dell' altare si vedono i ss. Pietro e Paolo,
e più sotto s. Bartolomeo e s. Simone.
La pietra che forma l'altare e i bassori-
lievi, è delle vicine cave di Carpineto. Al-
le falde del paese è la chiesa di s. Miche-
le Arcangelo de'confrati della Morte, ove
s' ammira la Crocefissione di Giulio Ro-
mano, e si rimarca la tomba del celebre
Lorenzo Porta dottissimo (non però ar-
chiatro pon lificio, come vuole Castellano,
non trovandolo tra' medici archiatri nel
Marini), riportandone l'onorifica e pro-
lissa iscrizione Marocco, insieme alle la-
pidarie di Carpineto, due delle quali con
morali sentimenti nel dialetto del paese.
Esistono pubbliche scuole che insegnano
da'primi rudimenti giammai icaii sino al-
la rettorica, e per le fanciulle vi sono le
maestre pie. Manca Carpineto d' acque
perenni neh' interno , e delle piovane si
9* VE L
servono i popolani , ma due pubbliche
limpidissime fonti trovatisi però a poea
distanza, una cioè vicino alla chiesa della
t>. Annunziata, l'altra dietro la chiesa di
s. Sebastiano che viene detta il fonte di
Pandolfo. Il Ricchi, il De Magistris e il
Calindri parlano dell'origine di Carpine-
to.Secorulo l'autore dell' Aquila volante,
lib. 2, cap. 6g, fu fabbricata da Carpeto
Silvio re de'latini, figlio del re Capys di-
scendente d'Enea che fondò Capua, e fra-
tello di Tiberino che s'annegò nel (ìume
Albulaegli die il nome di ZeveTUj per cui
credesiciò avvenuto g23 anni prima del-
l'era nostra. Altri opinano che Carpine-
to sia derivato da alcuni pastori che te-
nevano il gregge fra' molti carpini di cui
sono ricoperti i suoi monti, opinione ri-
ferita come I' altra da Calindri, il quale
aggiunge, formarsi il suo stemma comu-
nale da 3 Carpini. Dice ancora che fu di-
strutta da'romani dopo 3oo anni di con*
tinnii guerra fatta da'popoli ch'erano iu
Carpineto; e che nel i (ìlio sotto Alessan-
dro VII deperì quasi intera la popolazio-
ne, epoca che forse devesi anticipare al
i656. Fu posseduto qua! feudo nobile,
dopo la camera apostolica, da vari signo-
ri, prima da'Caetaui, poi da'Conti, a'qua-
li nel 1428 lo confermò Martino V, e Ca-
millo Conti n'era duca nella metà del se-
colo XVII, come notai nel voi. XVII, p.
74 e 7^. Tuttavolta leggo nelle Memo-
rie Colonnesi del cav. Coppi, che Marti-
no V Colonna nel dividere tra'suoi paren-
ti nel 1427 i beni, attribuì ad Antonio il
diritto su Carpineto. Dipoi fu ducato de-
gli Aldobrandmi , indi de' Pamphilj, ed
ora de' principi Borghese Aldobrandini,
gli stemmi de'quali si vedono sparsi nel
paese. Marocco dice che fu feudo anche
de'Caraffa, e Calindri notò che il suo du-
ca nel 1750 donò a Benedetto XI V uno
storione di libbre 55o preso ne'nostri ma-
ri. 11 Ricchi nella Reggia de' Voh ci trat-
ta uel cap. 9: De' soggetti illustri, di Car-
pineto, con breve descrizione della tèrra.
Francesco Leopardi fu iutimo familiare
V EL
d'Alessandro VII, e decorò l'aula conci-
storiale, non però avvocato concistoriale,
non trovandolo nel Syllabum Advoca-
tortini s. Consistoriideì Cartari; può dar-
si nondimeno che lo fosse dopo pubblica-
ta l'opera, stampata uel 1 656 e dedicata
a detto Papa. Sebastiano Leopardi arci-
diacono di Sezze e poi vescovo di Vena-
fio. Alessandro Porcari eccellente fisico
ed egregio poeta; pubblicò nel i638 in
Napoli un' opera poetica iu lode del car-
dinal Ippolito Aldobrandini , al quale il
Ricchi attribuisce la biblioteca di Carpi-
neto, e l'erezione del convento e chiesa di
s. Pietro. Fr. Angelo Seneca 1." custode
ueli6i8 della riforma romana de'aiino-
ri osservanti, de'quali era stato ministro
provinciale e procuratore generale, poi
defiuitore generale. Fr. Giacomo da Car-
pineto de'riformati, celebre predicatore e
teologo i nsigne.profondo erudito come di-
mostrò nel suo poema epitalamico stam-
pato neh 638. Altri religiosi riformali il-
lustri furono gli Automi, i Gabrielli, i Leo-
ni, i Baldassari, i Paoli, i Giacomi. Fra i
prodi militari si distinsero FrancescoCon-
li colonnello de' veneziani nella guerra di
Cmdia; il nipote Alessandro Conti al ser-
vizio della stessa repubblica nella guerra
di Godìi; di essa inoltre fu capitano e in-
gegnere in Levante Pietro Paolo Briganti
de Conti parente de'precedenti. Aggiun-
gerò che Marocco celebra Antonio Goz-
zi protomedico nel 1570 e archiatro pon-
tifìcio, ma il Marini non lo noverò tra gli
Archiatri pontificii. Il Calindri dice che
Carpineto ha dato i natali a molti insigni
uomini d'ogni scienza, e ad un Pecci ve-
scovo di Segni, ma nella serie che formai
di que' vescovi non lo trovai. Bensì è de-
gnissimo arcivescovo vescovo della nobi-
lissima città di Perugia, il cardinal Gioac-
chino Pecci di Carpineto del titolo di s.
Grisogono (del quale, e del possesso che
vi prese il cardinale, riparlai nel voi.
LXXX, p. 322), elevato alla s. porpora
a' 19 dicembre 1 853 dal Papa regnante.
Riporta il u.° 8 del Giornale di Roma del
VE L
18T4. die il comune di Carpi lieto lieto
della gloria che gli derivò per l'esaltazione
dell'illustre e tanto benemerito concitta-
dino, già arcivescovo di Dannata e nun-
zio apostolico di Brusselles, inviò al Pa-
pa un'apposita deputazione composta di
parte del capitolo e del municipio , per
significargli i sentimenti di riconoscenza.
E nel n.°i45 riferisce un articolo di Car-
pineta, ove è descritto come il comune a'
i3 ei4 giugno, per dare all'illustre con-
cittadino un solenne attestato della gioia
provata nel di lui innalzamento alla s.
porpora, da tutti gli abitanti messo tut-
to a festa il maggior tempio, sulla porta
collocò l'iscrizione che riporta. I vescovi
d' Anagni e di Segni amarono prendervi
parte alle sagre funzioni che si celebra-
rono. 1 poveri ebbero larghi soccorsi da'
nobili fratelli del cardinal Pecci e dal mu-
nicipio, il quale volle pure conferire due
doti a zitelle bisognose. Tutto il paese poi
manifestò la più sentita esultanza, ralle-
grato dall'armonie della banda cittadina.
Un arco trionfale, sormontato dallo slem-
ma gentilizio del cardinale, fu eretto al-
l'ingresso di Carpineta con corrisponden-
te epigrafe. In ambedue le sere si fecero
brillanti illuminazioni, con fuochi artifi-
ciali, ed elevazione di globi 01 eostatici. I
signori Pecci invitarono i vescovi, la mu-
nicipalità, e altre distinte persone ac-
corse al festeggiameuto ad un serale trat-
tenimento, in cui furono letti vari compo-
nimenti analoghi alla circostanza. L' in-
dustria degli abitanti merita encomio, ed
il commercio di bestiame è notabile. Ol-
tre il mercato settimanale del sabato, si
fanno due annue fiere, lai." per la festa
del protettore s.Agostino,l'altra per quel-
la di S.Francesco di Asisi. Narra Ricchi,
che siccome la 1 .a si solennizza per 1 5 gior-
niavanti, così viene proseguita conaltiet-
tanti dopo , con fiera libera dal peso di
qualunque dazio, giusta l'indulto di Pao-
lo IV, confermato poi da Gregorio XIII.
Dice Calindri che nel territorio sorgeva la
citià volsca di Cuetra (dubito errata il
V E L 93
vocabolo, non conoscendola con tal no-
me), e varie castella, delle quali non esi-
ste orma. Negli scavi tentati si trovarono
monete de'primi tempi della repubblica
romana. Sulla più alta delle sue monta-
gne vi sono i pozzi camerali della neve,
e da un lato la grottta che merita di es-
sere visitata, denominata da' locali For-
male. Castellano la qualifica meraviglio-
sa, offrendo erudito pascolo a' naturali-
sti. L' ingresso è angusto e rovinose rupi
lo circondano, destando raccapriccio nel-
l'entrarvi. Sembra che la natura sia sta-
ta gelosa di schiudere libero varco alle
sue ascose bellezze. Spazia per entro in
grandi sale, sostenuteda sorprendenti vol-
te, in ampi corridoi, ed i segreti della mi-
neralogia vi si mettono in luce. I dintorni
sono sparsi de'i uderi dell'abbazia di Val-
visciolo,e de'distrutti paesi diCollemezzo,
di Pruni e di Montacuto. Il territorio pro-
duce legname di faggio, olio e grano a
sufficienza; frutta, castagne e ghiande in
abbondanza , granturco e vino in poca
quantità, ed abbonda per tutto d'acque
per abbeverare il bestiame, e per l'uso
de'popolani, oltre i pascoli.
Gavignano. Comune della diocesi di
Segni con territorio in piano, distante 36
miglia da Roma, chiamato Gavignano di
Campagna, per distinguerlo da'paesi o-
monimi di Bologna a di Sabina. E' situa-
to presso i monti Lepini nelle vicinanze
e dirimpetto a Segni, sopra un'amena
collina isolata, ferace e di belle vigne e
di albereti vestita, non che di ulivi, in
clima temperato, come esposta a mezzo-
dì, la cui aria è molto salubre. Le mura
castellane vengono costituite dalle abita-
zioni, restando chiuse da due porte. Sot-
to la collina passa l'antica via Latina, di
cui tuttora vi è il piano stradale. Fuori
porta Romana è una deliziosa passeggia-
ta. Da essa si gode la pittoresca veduta di
circa 4° paesi, e conduce alla chiesa fuo-
ri di Gavignano un 4-° di miglio, di buo-
na e moderna architettura, detta il Cal-
vario dal rappresentarsi nel divoto qua-
94 V E L
dio dell'aliare maggiore la Croeefìssione
di Gesù Cristo. In questa chiesa nel 1837,
e al moilo riferito dal n.° 89 del Diario
dì Roma, ai'j ottobre mg.1 Luciani ve*
scovo di Segni solennemente benedisse la
cappella, l'altare e l'immagine di s. Fi-
lomena vergine e martire, eretta a destra
della medesima dal capitanoVincenzo Ba-
iocco priore del comune, per grazia rice-
vuta, fra le acclamazioni e le festive di-
mostrazioni della popolazione, avendo
Gregorio XVI concesso l'indulgenza ple-
naria. Indi con lodevole emulazione , il
medico romano d." Pietro Paolo Azzoc-
cbi, la cui famiglia è originaria di que-
sto luogo (il suodegno fratello mg.' Tom-
maso Azzoccbi cappellano segreto già di
Gregorio XVI e ora del Papa regnante,
del quale è pure cameriere d'onore, be-
neficiato Vaticano, è benemerito autore
<li opere pubblicate, massime sulla lin-
gua italiana. Esse sono: Avvertimenti a
chiscrive in italiano %con un saggio dell'e-
leganze, ed un piecolo Vocabolario do-
mestico: d ne ed izion i. Le. File, di Cornelio
Nipote volgarizzate, con seconda edizio-
ne del corrente anno 1 858. Elogio di An-
tonio Cesari prete dell'oratorio, con due
Dissertazioni sulla lingua italiana. Le
favole di Fedro tradotte. Vocabolario
domestico: due edizioni. Inoltre si han-
no di lui anche eleganti iscrizioni ed e-
pigrafi italiane, ed è sua quella fatta per
la defunta principessa d. GuendalinaBor-
ghese, che pel plauso con cui fu accolta
pubblicai nel voi. VI, p. 40> ne"a stessa
chiesa eresse nel sinistro lato la cappella
di s.Rosalia vergine palermitana, per es-
sere stata la provincia libera dalla pesti-
lenza del cholera nel 1837. Seguì la be-
nedizione della cappella, dell'altare e del
quadro, come l'altro di egregio pittore,
da mg.r Annoverai vescovo d'Anagni a'
9.5 settembre 1840, per essere indisposto
il vescovo diocesano, con quella straordi-
naria pompa descritta dal n.83 del Dia-
rio di Roma. In questa lieta circostanza,
avendo l'encomialo dottore ottenuto che
VE L
nccetlasse la prolettoria di Gavignano il
celebre cardinal Giuseppe Mezzofante,
nominato da Gregorio XVI, volle pren-
derne il solenne possesso a'27 ottobre nel-
la sala del comune,con quelle formalità e
particolari riferiti nel citato Diario. Dirò
solo, che gli fu eretto un arco trionfale con
iscrizione dell'aurea penna di mg.r Luca
Pacifici (già Segretario delle Lettere lati-
ne ,ei\ ora Segretario de' Brevi a' principi,
canonico Liberiano e di presente Vatica-
no), dal quale pure furono scritte le altre
fatte in questa occasione. Tra'personag-
gi che recaronsi a ossequiarel'illustre por-
porato, nominerò mg.r Lolli vice-legato
di Velletri e mg.1 Pecci delegalo di Bene-
vento e ora cardinale. Luminarie, fuochi
artificiali e l'elevazione di globo areosla-
lico, accompagnarono l'esultanza de'gavi-
gnanesi; mentre il capitan Baiocco, ch'eb-
be l' onore di dare decoroso alloggio al
cardinale e ad altri personaggi, celebrò
l'avvenimento con accademia, e dispensò
limosinea'poveri. Inoltre il cardinale vol-
le onorare la cappella domestica del ze-
lantissimo ed encomiato arciprete d. Do-
menico Gorga Cenciarelli, con recarsi a
celebrarvi 3 volle la messa. I patroni di
dette cappelle Baiocchi e Azzocchi otten-
nerol'erezionedella confraternita delle ss.
Rosalia eFilomena,e pel 1. "volle ascriversi
tra' fratelli l'esimioporporato. Nel piano
verso il nord e precisamente sulla via La-
tina, sopra i ruderi d'una villa degli an-
tichi romani e forse di Pompeo Magno,
esiste un convento con chiesa di sempli-
ce disegno delta di Rossilli, ove è in gran
venerazione una divotae antichissima im-
magine dellaB.Vergine;e siccome qui vi fu
già un'abbazia di monaci basiliani diGrot-
ta ferrata, essi anni addietro ne doman-
darono l'effigie incisa, accorrendovi a in-
vocarne il patrocinio eziandio da lontani
paesi, ed i gavignanesi vi ricorrono in lat-
ti i loro bisogni e con pubbliche proces-
sioni. I monaci di Rossilli possedevano
l'istoria mss. di Gavignano, roa per le vi-
cende politiche alcun secolo addietro ab-
V E L V E L 95
bandonando il monastero e ritirandosi in so o favore de* primogeniti di sua fami-
quello celebre di Fai fa, onde pare che glia della signoria di l'ahnontone e Ri-
fossero benedettini, si vuole che seco por- tri feudi, e vi comprese Gabiniano ossia
tasserò tale scritto storico e lo deposilas- Gavignano. Tra' suoi legati, ordinò che
sero in quel prezioso archivio, ove si ere- si fondasse un monastero di monache in
de esistere. Il monastero da' Papi fu di- Valmontone, suo principale feudo , di-
chiarato commenda ahbaziale, e da loro sponendo. Reliquit tria ìivllìa Jloreno-
conferita a vari cardinali , gli ultimi de' rum due. expendenda infabnca,etedi-
quali furono i cardinali Borgia e Fonta- ficiismonaslerii,quodappellari manda-
Da. Indi Ui unita alla mensa vescovile di vitmonaslerium s. Crucis, quodipse. Do-
Segni. Le altre chiese di Ga vignano sono, minns caepit construere in eastro Valle-
La chiesa parrocchiale dedicata a s. Ma- montoni s , et compicci mandavit in ho-
ria Assunta in cielo, di moderna costru- norem, elreverentiam s. Crucis prò fo-
llone, al dire di Marocco; essa è elegan- Iute animae snae et remediopecca tornili
te, con buon organo, e ben fornita di sa- suorum. Itera reliquit ipsi monasferio
gre suppellettili: bello è l'altare inaggio- prò vita, et alinìentis quatuor domina-
re lutto di marmi, come la balaustrata, rum,duarum serventiwn,et unius sacer-
con ornamenti di metallo dorali. La cine- dotis fructus sui manualis, de quo ipse
sa di s. Hocco, patrono principale di Ga- testator'vivebat tempore, quo praesen*
vignano , in cui si venera la miracolosa condidil testamentum, quousque per i-
immagine della Madonna delle Grazie, di psum ci. Adynulphum possessione^ con-
grande divozione anche de'convicini pae- decentes emantur de propria pecunia di-
si. Di s. Tommaso apostolo. Di s. Maria cti d. Adynulphi extra ejus dominiuni
del Carmine, giuspadronato de'Trajelli- ad opus, et utilitalem dirli monasteri*
Paggi. Gavignano U\ già feudo possedu- vivere possintcommode.l\\spe\\.oa\\ah\ì-
lo da vari signori. Leggo nelle Memorie brica summentovata, Papa Nicolò IV ad
Colonne si del cav. Coppi. Di tale fami- istanza del nominalo Adinolfo Conti li-
glia celebratissimae potente, nel i 171 fio- glio di Giovanni, concesse monasteriuni
ri uu Giordano signoredi Gavignano, na- de Hoscillis ordinis s. Benedicli Segnili.
to da un Tolomeo conte del Tuscolo: fi- dioec, comechè adeo in spiritualibus.et
gli di Giordano furono Giovanni e To- temporalibus collapsum , quod nonnisi
lomeo, che venderono a Papa Lucio 111 duo in eo monaci reinanserunt,el veri-
un casale del territorio di Lariano. Di similiter non praesumitur, quod mona-
lullociò e con qualche variante ne feci sterilirli ipsum in suo possit ordine ' salu-
cenno nel voi. XXV 11, p. 199, e notando bri ter reformari, onde il medesimo fosse
ancora che da questo 2.0 ramo de'conli sostituito a quello che Adinolfo era in oh-
Tusculanie da detto signore di Gavigna- bligo di fabbricar di nuovo per adempie-
no potè derivare lo stipite iW Conti (F.) re al pio legato del padre. Trovo altresì
di Segni, celebre e potente famiglia. Nel nel Coppi, che Giulio Colonna, unito al
declinardel secolo XII vivevano Giovali- genero Napoleone Orsini e Giambattista
ni, Tolomeo, Giordano e Andrea , tulli Conti, malconlenlidel governo diClemen-
Colonnesi figli di Giordano signore di Ga- te VII, verso il 1 53o occuparono Carpi-
vignano. Quanloalla signoria de'Conli su neto, Gavignano, Torricella e altre terre
Gavignano, narra il Ratti, Della fami- convicine. Sembra dunque che a quell'e-
glia Sforza, t. 1, p. 234> che Giovanni poca Gavignano appartenesse alla carne-
Conti nipote di Riccardo Conti fratellodi ra apostolica. In seguito Gavignano di-
Papa Innocenzo IH, con suo testamento venne feudo de' principi Pamphilj, da'
del 1287 istituì il perpetuo fìdeicomiuis- quali passò a' priucipi Borghese Aldo-
c)6 V E L
biondini. Riporta il u.°<)3 ilei Diario di
Roma del i838, chea'22 ottobre Gavi-
gnano fu onorata dalla visita del princi-
pe d. Camillo Aldobrandini secondoge-
nito de'Borghese, inviato dal principe pa-
dre a visitare le possessioni del principa-
to Aldobrandini a lui assegnato. Fu in-
contrato e ricevuto da'piimati cittadini
e ragguardevoli ecclesiastici, in mezzo al
suono delle bande e allo sparo de' mor-
tati. Il principe si fermò nella casa del
capitan baiocchi, e visitò la chiesa prin-
cipale vagamente apparata, trovando nel-
la pubblica piazza innalzato un arco con
figure simboliche esprimenti le principa-
li doti del giovane principe, con analoga
iscrizione. Indi sovvenuti i poveri prose-
guì il suo viaggio per Carpirtelo e Maenza,
in mezzo all'acclamazioni del giubilante
popolo. Tra gli edilìzi numerosi di Gavi-
gnano si distinguono il palazzo barona-
le del medesimo principe Aldobrandini,
ed i seguenti palazzi e primarie abitazio-
ni. Quello de'inarchesiTrajettiPaggi, con
affreschi in due volle, antichi e di buona
mano. In una si vede espresso il cocchio
ti' A tifiti ile tirato da cavalli marini, ed
accompagnalu nel mare da Tritoni e Del-
fini, e da JNinfe coronate di fiori. Nell'al-
tra voltasi rappresenta la Primavera nei
mezzo, con una moltitudine di putti scher-
zanti dentro un colonnato circondato da
balaustre. Quello del capitan baiocchi,
con belle pitture del concittadino Seba-
stiano Volpicelli celebre paesista. Altri pa-
lazzi e primarie abitazioni appartengono
a'Gorga Cenciai elli,ed •'Marcelli già del-
la famiglia Santucci di Gorga, nella qua-
le fiorisce il cardinal Vincenzo. I Nardi
pure hanno il proprio, e inoltre posseg-
gono un magnifico casino suburbauo con
adiacente chiesa pubblica. Nibby dice che
Gavignano èil Gabinianum de lem pi ro-
mani. Crede il Cilindri che nel territorio
di Gavignano fosse la villa Gabiuia, e che
quivi si ritirarono gli scampati da Foro-
nuovo, città di Sabina (f/.), dopo la sua
distruzione operala da' goti. Nel paese è
VEL
comune tradizione che sorgesse la volsca
città di Sacriporto eda cui derivò l'odier-
na terra dopo che fu diroccala. Si vuole
che propriamente giacesse un miglio di-
stante nella parte settentrionale in luo-
go basso , ove al presente si osservano
qualche vestigia di sue antiche mura,
cioè presso il santuario di Rossilli e adia-
cente ad un casale lastricato in alcuue par-
ti di musaico. Il Theuli nel Teatro fusto-
rico, a p. 4o> dice che la città o castello
di Sacriporto esisteva vicino a Segni , e
forse colle sue rovine si fabbricò Gavi-
gnano. In Sacriporto seguì la sanguinosa
battaglia tra Siila e il console Mario il
giovaue figlio del famoso console di tal
nome, incaricato dal senatodi combatter-
lo , e vi morirono 25,ooo soldati di Ma-
rio. Il Ricchi nella Reggia de Volsci trat-
ta al cap. 22 di Sacriporto, ed a neh 'egli
ritiene che dalle sue non ignobili rovine
fosse edificata la terra diGavignano,dopo
essere rimasta distrutta interamente nel-
le guerre civili. Afferma eh' era vicina a
Segni, e racconta la memorata micidiale
battaglia. Però il Pettini nelle Memorie
Prenestine narra a p. 34, che Sacripor-
to era distante da Palestriua circa 7 mi-
glia , e che nella pianura di Pimpinara i
due eserciti si trovarono a fronte. Disfat-
to Mario si ritirò io Palestriua, e Pompeo
Magno luogotenente di Siila impedì al-
l'altro console Carbone di soccorrerlo; in-
di seguì l'eccidio di Palestriua. Il Nibby
nell' illustrare Sacriportus, luogo dive-
nuto famoso per la rotta data da Siila
all'esercito composto di romani e di san-
niti del giovane Mario, e per le sue gravi
e funeste conseguenze, sostiene che era
dov' è la pianura di Pimpinara , ed ivi
presero parte alla battaglia circa 1 5o,ooo
uomini, battaglia tenuta come 1' ultimo
crollo dato alla fazione di Mario. Dopo
quell'avvenimento Sacriporto non viene
più ricordato, e rimane sempre dubbio,
se debba riguardarsi come un vico , un
borgo, ovvero semplicemente una contra-
da. Conclude Nibby, che dopo Pimpina
VEL
rn si lin la pianura di Sacriporto, e la di-
ce lungi da Roma 3o miglia, 9 da Pale-
stina e 4 da Valmontone, a sinistra del-
ia via Latina. Ne'bassi tempi divenne Ca-
strimi F luminaria, di cui il volgo ben
presto fece Plumbinaria e da Plumbina-
ria derivò il nome di Pimpinara. In una
bolla di Lucio III del 1 18 1 si legge: In Ca-
stro Plumbinariae Ecclesia s. Mariac,
Ecclesia s. Ànastasii, Ecclesia s. Nico-
lai, inonasteriiiin s. Ceciliae etc. Questo
monastero però è molto più antico, per-
chè in esso si ritirò nel r o5i, e fini di vi-
vere Ottone abbate di Subiaco, il quale
per evitare la giustizia di s. Leone IX,
quando si portò a Subiaco, da questo era
fuggito alla vicina Trevi, ne fu cacciato
dagli abitanti, per cui passò nel monaste-
ro di s. Cecilia e vi rimase sepoIto.DiPInm-
binara riparlerò nel paragrafo Valmonto-
ne, per essere con essa divenuto signoria
de' Conti (F.). Abbandonato il Castrimi
da più di 3 secoli, il teuimento è proprie-
tà de' Doria-Pamphilj. I gavignanesi an-
cora ricordano con divozione la missione
nella loro terra cominciata dal b. Leonar-
dodaPortoMaurizio a'28dicembrei y33
e terminata a'6 del segUentegennaio. Riu-
scì ubertosa di gran frutto, e si fecero due
processioni di penitenza, nella t* andan-
dosi alla chiesa diRossilli coli'abhale com-
mendatario mg.r Marcello Crescenzi poi
cardinale, che vestito di sacco si discipli-
nò per lutto il corso della processione con
somma edificazione d'ognuno. Nella chie-
sa fece il b. Leonardo una predica e vi e-
resse la Via Crucis, e fu lai 52.° delle da
lui erette. Ritornato a Gaviguano , com-
partì la benedizione papale sulla piazza.
La (amiglia Nardi benefattrice de'religio-
si riformali francescani, tiene a pio van-
to l'avere ospitato il b. Leonardo. Il cho-
Jera tornò ad affliggere lo stato pontificio
nel 1 854 e nel 1 855, ma per l'iotercessio-
Me della Madonna delle Grazie ne fu pre-
servata Gavignano, per cui in rendimen-
to di grazie solennizzò una gran festa nel
l'ottobre i855, descritta a p. 1000 del
VOI. LXXXiX.
VEL 97
Giornale di Roma, pontificandovi il suo
vescovo di Segni mg.r Ricci. Vi ebbero
pur luogo luminarie e fuochi d'artifizio,
e sceltissime musiche nelle sagre funzio-
ni e nella sala del marchese Traielto con
accademia vocale e strumentale. Gavi-
gnano si pregia de'seguenti uomini illu-
stri. Gio. Rallista Cenciarelli legale rino-
matissimo , e uditore generale di tutti i
feudi della principesca casa Pamphilj.
L'avv. d. Gaetano Sciarra fu celebre giu-
reconsulto per le sue auree scritture.
L' aw. d. Domenico Nardi fu giurecon-
sulto che col suo merito fece molta fortu-
na. Il d.r Alessandro Volpicelli medico di
collegio e forse professore nell'università
romana. 11 d.r Ulderico Azzocchi medico
primario nell' ospizio apostolico di s. Mi-
chele, e padre de'sullodati mg.r Tomma-
so e d.r Pietro Paolo. Il d.r Luigi Sciarra
medico di sommo credito. Il capitanFran-
cesco Raiocchi assai solerte nella merca-
tura di campagna , e rinomato iu tutta
la provincia specialmente per essere sta-
to provveditore dell' annona di Roma e
dell'abbondanza di Velletri , per cui te-
neva in diversi punti della provincia a
suo carico parecchi granai. 11 marchese
Leonardo Traielto, dopo aver occupato
varie cariche onorifiche, fu eletto mem-
bro del corpo legislativo in Parigi. Il pre-
lato mg.r Giuseppe de'marchesi Traielto
fu vice legato neUe Romagne, e funse al-
tre cariche in Roma. Nel n.° 3o del Dia-
rio di Roma del 1 83 1 si legge la necrolo-
gia del valoroso militare Giambattista Az-
zocchi Salvi, il quale entrò per genio nel-
l'esercito inglese, e da semplice soldato'
per le prodezze operate in Italia, in Fran-
cia, in Egitto giunse al grado di tenente
de' granatieri sotto lord Rentinek. Nel
18 16 col grado medesimo ammesso nel-
le truppe pontificie, divenne i.° tenente
della 1/ compagnia de'cacciatori. Alla pe-
rizia militare congiunse la fedeltà e sin-
golar fortezza. 11 sacerdote d. Giuseppe
Marcelli a pieni voli fu ammesso tra'con-
tori pontifìcii, e siccome peritissimo nel-
7
98 VEC
la musica ecclesiastica e dotato dalla na-
tura di bellissima, sonora e robustissima
voce da tenore, per l'estensione di essa ne'
35 anni che appartenne con generale
plauso e straordinario impegno a quel-
l'insigne collegio, fu contrastato da'can-
tori contralti, i quali ambivano averlo fra
loro. Per 3o anni e con improba fatica
cantò il Passio nella gran cappella pon-
tificia e nella vastissima basilica Vatica-
na, ammirato anco dagli stranieri pel sin-
golare corpo di voce uniformemente so-
stenuta dal principio al fine. Morì in Ro-
ma nel 1 852 troppo presto d'anni 66 nel-
la casa di s. Agnese al foro Agonale, e in
quella splendida chiesa gli furono celebra-
ti i solenni funerali, colle onorificenze pro-
prie de Cantori della Cappella pontifi-
eia; indi fu sepolto nella magnifica chie-
sa di s. Maria in Vallicella per cura del-
l'egregio sacerdote nipote, il quale ha co-
mune con esso il nome e il cognome. Que-
sti poi a sfogo di dolore e di affetto, ed in-
sieme a memoria perenne delle virtù che
ornarono l'illustre zio, inGavignano nel-
la sala della propria casa pose il suo ri-
trattosomigliantissimo,dipintoa olio con
decorosa iscrizione Ialina , in cui giusta-
mente ne celebra, oltre il valore nell'ar-
te del canto sagro, la tenera pietà, la ca-
rità pel prossimo, 1' ardenlissimo amor
patrio e pe'suoi parenti. Ed io che per 2 1
auni l'intesi a cantare con ammirazione
nelle funzioni pontificie, godo qui ren-
dergli quest' imperituro tributo storico.
Fra' viventi gavignanesi che illustrano la
patria, mi piace far menzione di Venceslao
figlio del sullodato capitano Baiocchi, va-
lente scultore in avorio, che meritò ese-
guire lavorazioni per Gregorio XVI, per
l'infanta di Spagna M." Luisa Carlotta di
Borbone principessa di Sassonia, e per al-
tri personaggi. QuandoGregorio XVI nel
i843 intraprese il suo viaggio sulla via
Casilina nel recarsi a Prosinone e Vel-
lelrijilgavignanese Giuseppe Manni, poi
priore municipale di sua patria, lo cele-
brò con un sonetto stampato che gli pie-
VEL
sento, avendo inventato e delineato l'ar-
co trionfale eretto al Papa dal comune di
Lagnano, come dirò in quel paragrafo.
Dice Calindri, che i principali prodotti di
Gavignano sono il grano, il granturco e
il vino.
Gorga. Comune della diocesi d'Ana-
gni, da cui è distante 9 miglia, 6 da Car-
pinete 4° da Roma, con territorio in
monte, in colle e in piano. Giace sopra
un monte di clima sanissimo, ove respi-
rasi aria assai pura ed elastica, i cui 1 100
abitanti Marocco li qualifica di caratte-
re piuttosto dolce, applicati alla coltura
e alla pastorizia. Il fabbricato è su d* u-
na rupe nella sommità del monte espo-
sto al mezzodì, e viene riparato dall'im-
peto de' venti meridionali dalle cime più
elevate dello stesso monte, tutte vestite
per lo più di faggi, tra'quali trovansi an-
cora l'agrifoglio e il frassino. Ha Gorga
sufficienti e buone acque sorgive di vena,
le quali discendendo pel seno delle som-
mità che la contornano, vanno a racco-
gliersi in alcuni pozzi esistenti nelle in-
terposte piccole vallate. Talee l'eccellen-
za di queste acque, che alcuno dopo os-
servazioni le trovò migliori di quelle di
Roma. Estesissima e insieme assai ame-
na e dilettevole è la visuale di Gorga da l
lato di ponente, ove quasi per un cana-
le divergente formato da due lati della
montagna, la vista rapida percorre il sot-
toposto vastissimo piano, racchiuso dal
doppio ramo de' sub-Apennini, discer-
nendo nella catena de'monti a sinistra la
città di Segni, Rocca Priora, la Colonna,
e nella catena destra il Piglio, il Serro-
ne, Paliano, Olevano, Rojate, Genazzu-
no e altri paesi sino a Palestrina, mentre
nel mezzo alla pianura vede sorgere Ga-
vignano, Valmontone e Lugnano, perden-
dosi poi la pittoresca visuale nell'alto So-
ralte e ne'monti Cimini. La città d' A-
nagni, Anticoli, Furaone e altri luoghi si
vedono da una vicina sommità detta il
Calvario perchè appunto la sua vetta for-
mata da massi calcarei è calva e d'ogni
V EL
Verdura spogliata. Gorga confina con A-
nagnt, fra levante e tramontana con Vil-
l;i Magna e la tenuta di Monte Longo già
terra e ora diruta affatto; con Montela-
nico e Carpineto, tra ponente e mezzo-
giorno^ levante colla Sgurgola e Moro-
Io. Gorga ha l'accesso per due sole porte,
ed è inaccessibile in alt ri punti sì per la
rupe sulla quale trovasi edificala, che per
le mura costruite in alcuni lati all' in-
torno. Le vie interne sono anguste e sco-
scese, meno una di mezzo alquanto agia-
ta. Ha due chiese parrocchiali, la matri-
ce coll'arciprete e due beneficiati, secon-
do De Magistris, dedicata a s. Michele
Arcangelo; l'altra è sagra a s. Maria col-
l'abbate e due chierici beneficiati, al di-
re di tale scrittore. Vi è pure la chiesa
di s. Domenico protettore di Gorga. La
chiesa più decente è quella matrice, den-
tro la quale sono di buoni pennelli, il qua-
dro dell' Immacolata Concezione, i fre-
schi rappresentanti il battesimo di Ge-
sù Cristo, ed il Salvatore medesimo e-
sp resso in tavola. Non mancano le pub-
bliche scuole elementari per l'istruzione
de'giovanelti, e le maestre pie per quella
delle donzelle, mantenute dalla principe-
sca famiglia Dori 'a -Pam pi hilj signora del
luogo. Riferisce De Magistris ne\Y Istoria
della città e s. Basilica cattedrale éC A-
nagni e delle cose più ragguardevoli
della diocesi, che Gorga, secondo le tra-
dizioni più sicure, riconosce dal caso la
sua origine, poiché cominciossi a fabbri-
care dagli antichi cacciatori della cit-
tà d'Anagni, per avere un ricovero nella
caccia de'cinghialijche vi facevano in un
ristagno d'acqua tra que'monti, e perciò
si disse Gorga. Imperocché dicesi gorga
e gorgo il luogo dove l'acqua che corre
è in parte ritenuta da checchessia, e ri-
gira per trovare esilo; ed anco quel sito
dove l'acqua abbia maggior profondità,
ovvero un ricettacolo profondo d'acqua
staguaute. Il luogo divenne signoria del-
la nobile famiglia magni na Berziamia-
uao Berliauiiua. Dipoi il castello diGor
V EL
99
ga pervenne in possesso feudale del ce-
lebre monastero e badia de' ss. Pietro e
Paolo di Villa Magna, dal quale si ac-
quistò con due atti che si conservano nel-
l'archivio capitolare d'Anagni. La metà
gli fu donata daBoeso figlio di Bertia mino
nobile anagnino neh l5l, e l'altra metà
la venderono al monastero Adinolfo ca-
nonico della cattedrale d'Anagni, e An-
drea suo nipote nel ii36. In seguito Bo-
nifacio VII! incorporò alla cattedrale a-
nagnina il monastero e castello di Villa
Magna colle sue pertinenze inclusiva-
mente al castello di Gorga, siccome rac-
conta De Magistris. Questi inoltre nar-
ra, che nel 1398 Villa Magna fu brucia-
ta da'gorgani, e perciò venne ridotta a
coltura, ritenendo il capitolo della catte-
drale di Anagni la giurisdizione e il tito-
lo baronale, onde vi deputava il gover-
natore per le controversie civili e crimi-
nali. Benedetto XI V confermò la conces-
sione fatta alla cattedrale di Anagni da
Bonifacio Vili, e la giurisdizione tempo-
rale con amplissima bolla. Di Gorga pe-
rò,dice lo slesso De Magistris, soltanto si
conosce, che ne fu spogliata la chiesa di
A nagni, passò in potere di Evandro Con-
//(in fatti nell'articolo di tal famiglia l'e-
numerai tra' feudi che alla medesima
confermò Martino V nel 1 4^8), e poscia
in quello de'principi Pamphilj. Di Villa
Magna, oltre il riferito in principio, ne
parlai nel voi. XXVII, p. 274 e altrove,
e perciò anche del Castrimi Gurgae, che
Urbano li nel 1088 avea assegnato con
altri castelli al vescovo d'Anagni. 11 Ma-
rocco ne Monumenti dello stato pontifi-
cio^ t. 5, p. 37, riporta le frazioni di la-
pidi che rinvenne in Gorga presso la di-
stinta famiglia Santucci, nella quale fio-
risce il cardinal Vincenzo diacono di s.
Maria ad Martyres (celebre Tempio del
Pantheon), aggregato al Sagro collegio
a'7 marzo 1 853, come registrai in tale ar-
ticolo, prefetto della congregazione degli
studi, onde ne ragionai nell'articolo Uni-
versità Romaica, protettore di Segni(F.),
ino VEL
e visitatore de'ministri degl'infermi. TI n.°
90 del Giornale di Roma del 1 853 rife-
risce i festeggiamenti di Gorga per essere
venuta in fama per l' onore grandissimo
derivato nel vedere sublimato all'altissi-
ma dignità della porpora il suo beneme-
rito concittadino, per avere assai merita-
to della Religione e delloStato; ed il bene
fatto sempre da lui alla patria venne ri-
cordato nell'iscrizione die riporta, posta
sulla porta esteriore della chiesa di s. Mi-
chele Arcangelo, ove fu cantata solenne
messa e il Te Deum. Sulla piazza della
Porta venne innalzalo un arco trionfale
coll'armi pontificia, del cardinale e del co-
mune. Un concerto musicale, globi areo-
statici, generali luminarie e fuochi d'arti-
fizio accrebbero la gioia universale. Sa-
rebbero continuate le dimostrazioni fe-
stive due altri giorni, se il cardinal San-
tucci non avesse mostrato piacergli assai
più, che il denaro a ciò destinalo si distri-
buisse a' bisognosi, mentre egli già avea
soccorso i meno agiati del popolo e dota-
to due zitelle. Il territorio di Gorga tut-
tora è acconcio alla caccia , e talvolta vi
si conducono anche qne'de'vicini paesi. In
esso si trovano l'issopo, la genziana, ilser-
pallo, la felicola virgiliana, ed altre pian-
te utili e aromatiche. Il latte e i prodotti
del medesimo sono delicatissimi e sapo-
rosi, ed in quelle vicinanze sono assai ap-
prezzate alcune caciottine formate col fior
di latte di capra. In alcune contrade del
medesimo territorio vengono coltivati gli
ulivi, da'quali si ricava un olio finissimo,
come descrive Marocco. Il Calindri poi di-
ce che i suoi maggiori prodotti sono il vi-
no, il grano, il granturco, la ghianda, il
fieno.
Montelanico. Comune della diocesi di
Segni con territorio in monte e colle, cin-
to a breve distanza dall' alte montagne
Lepine. Giace su d'un colle esposto a le-
vante , e circondato da diversi altri colli
vestiti d'utili castagneti. Ha due parroc-
chie, una col titolo d'arcipretura dedica-
ta a s. Michele Arcangelo, ch'è il princi-
V E L
pale protettore della terra, ed è più an-
tica e più piccola dell'altra. Questa è sot-
to l'invocazione di s. Pietro Apostolo col
titolo d'abbazia, ed è la maggiore, rifab-
bricata con buon disegno da'principiPam-
pliilj, per essere stata la vecchia nel 1703
in parte rovinata dal terremoto. Nell'an-
tico paese entravasi per due porte, una
chiamata del Pedianato, l'altra di Corte
vecchia, ma ora vi si entra senza di esse,
poiché le mora castellane vengono costi-
tuite dall' abitazioni. Fuori dell'antico
Montelanico si costruirono due graziosi
borghi con de'buoni fabbricati. Le stra-
de interne sono in piano, ma bisognose
di risarcimento, almeno al tempo in cui
visitò il paese Marocco. In capo d'uno de'
due borghi trovasi un'altra chiesa sagra
alla Madonna delle Grazie, ov'è eretta la
conftalernita del Gonfaloue, ed in essa
meritano osservazione diversi buoni qua-
dri dipinti in tela. Altra piccola chiesa in
detto borgo è dedicata a s. Antonio di Pa-
dova, edificata da Francesco Tigri, uffi-
ciata da'eonfrati dell'Immacolata Conce-
zione. Fuori della terra e prima di sali-
re il colle in cui è situata, esiste un tem-
pio in onore della ss. Vergine del Soccor-
so, e vi stanzia un eremita a custodirla.
Il paese abbonda d'acque salubri nelle
sue vicinanze, e con gran facilità si po-
trebbero condottare fino nel centro del
medesimo. Incontro a Montelanico esisto-
no delle fabbriche dirute, nel luogo chia-
malo Pruni, distrutto in tempo delle guer-
re ci vili. Perciò afferma Calindri, che Mon-
telanico venne fondata da una porzione
de'popoli scampati dall'eccidio di Pruni.
Anticamente Montelanico apparteneva
al capitolo dell'arcibasilica Lateranense,
quindi ne divenne signora la potente fa-
miglia Conti , che per tal dominio avea
l'illustre titolo di ducato, e in tale nrtic<
lo dissi che Martino V nel ì^iS le con-
fermò il possesso di Montis Lanici. In se-
guilo passò per vendita in potere de'prin-
cipi Barberini, da'quali 1' acquistarono
i principi Pamphi lj, e poscia per erediti
VEL
e in mancanza ili linea mascolina perven-
ne nella signoria de'Duria L*umphilj, die
tuttora lo posseggono con titolo di duca.
1 popolani nella maggior parte ritraggono
molto utile da diverse ottime fabbriche
di mattoni e tegole, di cui si provvedo-
no tolti i paesi convicini, ed abbonda e-
ziandio d' eccellente pozzolana eguale a
quella di Roma, che pure si trasporta in
■noi li luoghi per fabbricare. Nel territo-
rio si raccoglie vino, grano, granturco, le-
gumi, olio , castagne , ghiande, fuggi in
quantità, ed ha buoni pascoli.
Governo di Sezze.
Sezze {T*.), città vescovile, con residen-
za del vescovo e del governatore.
Bas.sì'ano.Comune della diocesi di Sez-
ze, con territorio in colle, posto in delizio-
sa collina fi a Sermonela e Sezze da cui
è 5 miglia distante, ma pergiungervi dal-
la parie di Semionda de vesi salire uu'al-
p est re montagna con non poca difficol-
tà, specialmente per la così delta accor-
ciatoia, la quale è pericolosa nell'intem-
perie, non trovandosi alcun ricovero per
rifugiarsi. Alla discesa opposta di questa
moulagna si scorge Bassiano, che gode
clinta salubre, poiché il monte della Tri-
nila lo ripara dall' esalazioni delle Palu-
di Pontine, che sono siluate verso mez-
zogiorno, dal quale lato si vede il Medi-
terraneo. E circondalo quest'aulico ca-
stello di mura, che all'intorno sono guar-
nite di \ari baloardi costruiti nel medio
evo, e viene coronalo dalle montagne Le-
pine e Seline vestile di folte selve, come
da eccellenti pascoli e da amene vallate,
dove stanziano gl'induslri pastori co' lo-
ro armenti, irrigate da limpidissime ac-
que, delle quali i popolani non mancano.
E' un paese con sufficiente numero di fab-
bricati, i cui abitanti, secondo Marocco
alquanto ignei, ascendevano nel 1 853 a
1743. Vi sono due parrocchie con pro-
prie chiese collegiate co'rispettivi capito-
li. Una è dedicata a s. Erasmo, in cui è
osserva bde il quadro esprimente il Sagro
Cuore di Gesù del Cavallucci; il capito-
VEL 101
lo si compone dell'arciprete e di 6 cano-
nici. Pio VII col breve Rnmanorum Po/i-
tijìcum, de'3o giugno 1807, Bull. Roni.
coni. 1. 1 3, p. 1701 lndultum concessimi
Canonicis Ecclesiae Collcgiatae matri-
ci* s. Erasini terme de Bassiano Seti-
nae dioecesis utendi rocchelo et mozze-
ta violacei coloris, cimi asulis etglobu-
lis cremisini color is. L'altra chiesa è sa-
gra a s. Nicola, in cui sono pregie voli una
tavola col Salvatore di Sicciolante, ed un
bel Volto Santo d'antico stile: il capitolo
si compone del curato col titolo d'abba-
te con 5 canonici. Pio VII col breve Ro-
memorimi Ponti ficum, de'7 agosto 1807,
Bull. cit. p. 199: Communicalio privi-
legii concessi Capitularibus s. Erasmi
terrae Bassiani dioecesis Setinac uten-
di roccheto et mozze la, favore canoni-
coruni Ecclesiae Collcgiatae t. Nicolai
ejusdem terrae. 11 Contatore, De his to-
rta Tcrracinensi,a p. 428, tratta di Bas-
sianutity dicendola della diocesi di Terra-
ri un, in quanto che dessa è unita a quel-
la di Sezze, e delle due discorse collegia-
te e loro capitoli. Anticamente a breve
distanza da Bassiano eravi un monastero
di benedettini, nel luogo denominato s.
Maria delle Pezze, ed ora è affatto diru-
to. Lontano circa due miglia e mezzo da
Bassiano, nella falda del monte verso Nor-
ma, è un romitorio già asilo degli eretici
Fraticelli (F.),\ quali empiamente si ser-
vivano delle cose religiose nella solitudi-
ne, per commettere ogni sorta d'iniqui-
tà. Al presente tale sito è frequentatissi-
mo per esservi in venerazione un com-
movente ss. Crocefisso, che oltre il meri-
tare tutto il profondo ossequio perciò che
esprime, è degno pured'ammirazione per
le sue belle forme. Esso è di legno in fi-
gura naturale, e sembra che gli manchi
la loquela. Lo scolpì nel 1673 il bassia-
nesefr. Vincenzo Pietrosanli laico de'mi-
uori osservanti, che eseguì ancora quello
celebralissimo che si veliera in Nemi, co-
medissi descrivendo quel castello nel voi.
XXIX, p. 34- Per salire alla cappella del
ioì V E L
ss. Crocefisso di Bassiano, si passa per una
ampia grolla, pittorica pegli scherzi for-
mati dalla natura collo stillicidio dell'ac-
que, dove anticamente oravi un altare e
varie ss. Immagini all' intorno dipinte,
mentre serviva di chiesa agli scellerati fra-
ticelli,che colie loro indegne azioni soven-
te lo profanavano, com'è tradizione tra
gli abitanti. Nel paese vi sono due mae-
stri, uno per gli elementi del leggere e scri-
vere, l'altro da tali elementi a tutta la
grammatica. Le fanciulle vengono istrui-
te dalle maestre pie. Il Ricchi tanto nel-
la Reggia de' Folsci, lib. i , cap. 5, Bassia-
no; quanto nel Teatro degli uomini il'
lustri Volscif cap. 7, Soggetti illustri di
Bassiano, non meno del citato Conta-
tore, parla di sua remota origine cogli
scrittori che ne trattano. Si vuole per-
tanto che ivi in certe spelonche o latiboli
si rifugiò e abitò la l." volta Saturno fa-
moso redel Lazio, quando fuggito da Gre-
ta, dove regnava Giove suo figlio, venne
in Italia, prendendo il nome di Lazio la
provincia da lui abitata, ed ivi cominciò
a istruire i popoli nella civiltà, nell'edi-
ficare fabbriche, nel piantar vigne ec. Che
ne'diutorui di Bassiano eresse i primi e-
difizi, indi ritiratosi con Giano, die prin-
cipio a Saturnia , poi nomata Roma. Si
ritiene ancora che a testimonio dell'aver
dimorato Saturno nelle grotte di Bassia-
no, dopoché fu deificato gli venne innalza-
to un tempio nella vicina Sezze. Da un'o-
razione di Favonio Leo privernate, pro-
nunziata nel pieno senato di Priverno,og-
gi Pi perno, si apprende che Bassiano fu
fabbricalo ed ebbe il nome da Bassiano
Caracalla. Non mancano però scrittori i
quali riferiscono essere stato prima que-
sto luogo un nobile villaggio di Tito Giu-
lio Pelino Bassiano signore o patrono del-
la colonia di Terracina,dove di frequen-
te recavasi a divertire coll'amenità di ma-
gnifica e deliziosa villa ne' tempi estivi,
nel sito ove sorge Bassiano; ed ampliato-
lo di mura, crebbe progressivamente col
nome del fondatore. Ne fanno fede due
VEL
iscrizioni riportate dal Gruferò, ed altra
presso il Fabrelli, e riprodotte da Ricchi.
Questo castello è compreso nella signoria
de'principi Caetani duchi di Semionda,
e contiene la loro abitazione baronale, il
Nicolai,DcJ bonificamenti delle terre Pon-
tine, a p. 1 1 3, ragionando delle liti so-
stenute dal comune pe'coufini territoriali
delle signorie de'Caetani con Sezze (^ •),
riferisce che nel 1297 Bassiano con aliti
feudi furono acquistati dagli Aunibalde-
sebi per comprila de' Caetani. Il Ricchi
riporta i seguenti illustri di Bassiano. Fr.
Pietro doinenicano,ceIebi e espositore del-
la divina parola, erudito, pio e dolio, fat-
to vescovo di Venafro da Clemente VI
nel 1 348. Fr. Vincenzo provinciale e de-
finitore generale de' minori osservanti,
dotto e virtuoso. Fr. Vincenzo Marra, co*
me lo chiama, cioè il sullodato e deno-
minato col Maiocco Pietroso nti, laico di
detto ci dine, il qoalesi segnalò nella san-
tità di vita e nell'arte scultoria con am-
mirazione de' professori, come attestano
le sue opere eccellentissime de'miracolo-
si Crocefissi esposti alla pubblica vene-
raziouede'bassianesi eneniìsiui, ed anche
di Sezze e di Ci vitella di Subiaco, che ec-
citano tenera compunzione; il nobilissimo
refettorio mirabilmente scolpilo con va-
ri misteri nel convento de'minori osser-
vanti di s. Francesco di Cori, poi novizia-
to de'medesimi religiosi. Antonio Cifra e
l'abbateRieti furono decantali nella scien-
za musicale. Ild.r Antonio Sant'Angeli
dotto medico in Roma, autore del libro
intitolato: Consolationes Epistulares et
Medicae. Dice inoltre il Ricchi che a suo
tempo in Bassiano l' illustre famiglia de
Giorgi gareggiava in agiatezza, civiltà e
gentili costumi con ogni altra de'contor-
ni. Gloria grande e immollale di Bassi
z
Pio
no, non conosciuta dal Ricchi, si è ci'
ser stala la patria del famoso Aldo Pio .
Manuzio il Vecchia t nome tanto rino-
mato ne'fasti delta letteratura italiana e
benemerito dell'arte della Stampa. Sul
muro della casa Sanlangcli di Bassiano si
V E L
legge l'epigrafe: Aldo Manutìo Bassìa'
nati, Anionius Hyacinthus Sanclangeli
D.D.O. mdccxlvu. Nell'articolo Brac-
ciano , di cui meglio riparlai nel voi.
LVIII.p. I2i, errai nel dire: » Si ilice che
il famoso tipografa Aldo Manuzio abbia
sortito i natali iu Bracciano". Questo fal-
lo inavvertentemente lo copiai nell'irti*
colo Bracciano del pregievolissimo7V«o-
i'o Dizionario geografico universale di
una società di dotti, Venezia 1827, da'
tipi di Giuseppe Antonelli. Ivi si legge:
>• Vogliono alcuni che sia la patria del
famoso tipografo Aldo Manuzio". Però
nel riparlare di proposito dell' insigne e
dotto letterato- tipografo, fatto cittadino
romano, ma di Bassiano, che meritò un
busto marmoreo in Campidoglio (e lo ri-
marcai anche nel voi. LX.XXV, p. 208),
come de'suoi illustri e non nien dotti fi-
glio e nipote, celebrando la Stampa e la
Stamperia, in tali articoli esplicitamen-
te e ripetutamente lo dissi originario di
Bassiano presso Sei moneta nella legazio-
ne di I ellelri, per indicare che in que-
st'articolo aviei dette altre poche parole
di lui e de'suoi. Fu dunque ne'citati ar-
ticoli e altrove, che celebrai gli Aldi dot-
tissimi e benemeriti della slampa e dell.»
stamperia romana e veneta, non che del-
le lettere greche e latine , e di quanto
principalmente operarono con alti e do-
vuti encomi. Aldo Pio Manuzio il Pec-
chia, nato nel 1447 in Bassiano nel duca-
to di Sermoneta, fu battezzato col nome
di Teobaldo, di cui il diminutivo è Aldo,
al quale aggiunse il nome di Pio iu segno
d'alfezione verso Alberto Pio, principe di
Carpi, suo allievo. Ebbe fanciullo a mae-
stro un pedante, e poi a Roma migliori
maestri. Compiti gli studi, si condusse a
Ferrara per udire il Guarnii dotto greci-
sta. Neh [82 passò presso Pico della Mi-
randola, che l'accolse con ogni amore; in-
di a Carpi da Alberto Pio, dove lo segui-
tò Pico, e dove secondo ogni probabilità
concepì il disegno d'istituire una stampe-
lla, clic moltiplicasse le migliori opere de'
VEL io3
greci e latini, i due principi sostenendo le
prime spese dello stabilimento. Perciò nel
1 488 recossi a Venezia, dove in quel tem-
po l'amore dell'arti fioriva, dove que' re
già mercanti amavano convocare ogni spe-
cie di buona e bella opera, dove s'agitava-
no ancora gl'interessi commerciali euro-
pei. Si produsse in modo degno di lui, in
modo di poter guarentire la bontà delle
sue edizioni , cioè pubblicamente inse-
gnando greco e Ialino, e ordinando in pa-
ri tempo la sua odierna tipografica , che
tosto sali a imperitura rinomanza. Egli
leggeva , o per meglio dire dicifrava gli
antichi codici; egli li paragonava fra loro,
sceglieva le migliori lezioni, o suppliva
alle ommissioni de'copisti; egli poi prov-
vedeva alla corretta stampa e all' elegan-
za de' caratteri. Questo grand' uomo di-
resse la formazione d' un nuovo caratte-
re, l'Aldino, disegnato e inciso da Fran-
cesco Bologua,dello imitazione della scrit-
tura di Petrarca. Amico di tutti i dotli di
quella dottissima epoca, cui degnavano
visitare i veneti senatori, si mise in capo
di radunare nella sua casa un' accademia
di scienze in Venezia, che per lui si disse
Aldina- Manuziana, col precipuo scopo
di presiedere all'edizione declassici e ren-
derla quanto più si potesse elegante e cor-
retta : ad essa appartenne il fiore de' let-
terati di quella feconda età. E fu la 1 ,a al-
la quale diede l'impressione di più opere
classiche, greche e latine. Non ostaute Ma-
nuzio fu sempre travagliato dalla fortu-
na, che rare volte favorisce gli scenziati.
Terminò in Venezia la sua agitata vita,
pieno di gloria nel 017, lasciando una
figlia e 3 figli, de'quali soltanto Paolo ivi
nato nel 1 5 12 camminò sulle sue traccie.
Egli adornava i suoi libri di prefazioni e
dissertazioni, dettale iu elegante latino o
greco. Egli fece vari altri lavori , come
traduzioni, compilazioni ec. Onde sareb-
be tra'dolti primari del secolo, se non fosse
il priucipe degli stampatori. A Paolo Ma-
nuzio veneziano, originario di Bassiano,
gli amici del padre gli agevolarono ogni
io4 VEL
maniera di studio. Imitando il padre, ten-
tò vivificare la morta accademia Aldina-
Matutziana, ne raccolse i dotti e pubbli-
cò molti classici latini, con amore da lui
illustrali. Visitala Roma, nel ritorno a Ve-
nezia riaprì la stamperia sotto il nome
de'figli d'Aldo, e rivisse all'antico splen-
dore. Chiamato a Roma, aprì la stampe-
ria nel Campidoglio, nello stesso palazzo
del popolo roinauo,degno albergo del dot-
tissimo stampatore, ed ove nell'areopago
denomini dotti e artisti dal 1 821 trionfa
l'erma marmorea del padre suo. Paolo
moli in Roma nel 1 5y4- Come stampa-
tore e editore eguagliò il genitore; come
autore è uno de'migliori critici e degli
scrittori più forbiti del secolo. Il suo pri-
mogenito Aldo Manuzio il Giovane, na-
to a Venezia neh 547, c^a f;,»ciullo fu
Straordinario, da uomo fu mediocre. Di-
resse in patria la stamperia Aldina , indi
fu professore di belle lettere, e d'eloquen-
za in Bologna, Pisa e Roma, ove Clemen-
te Vili gli affidò la direzione della Stam-
peria Vaticana. In Roma cessò di vivere
liei 1 597, termiuaudocon lui l'illustre fa-
miglia degli Aldi, a cui Bassiano vantasi
aver dato la culla. Aveva tenace memo-
ria e molta erudizione, ma minor gusto
del padre. Il territorio di Bassiano pro-
duce in gran parte vino e di buona qua-
lità, poco grano e olio, ghianda e pascoli.
Confina a levante colla città di Sezze,a po-
nente con Sermoneta, a tramontana con
Cori e Norma, a mezzogiorno colle Pa-
ludi Fontine.
Norma (F .). Comune della diocesi di
Velletri, da cui è distante 17 miglia e 9 da
Sezze, e non della diocesi di Tenaci uà,
come riferisce il Riparlo territoriale pub-
Dicalo nel 1 836, con territorio in monte.
Nel suo citato articolo ragionai dell' illu-
stre e antica città di Norba, a cui successe
l'odierno castello di Norma, colonia d'Al-
ba e poi di Roma, fortezza de'volsci e de'
romani; in seguito patrimonio della s. Se-
de con Ninfa, al modo narrato di sopra
iti quel paragrafo; iu.di sede vescovile, la
VEL
quale per la decaduta città si trasferì a
Ninfa, e per la rovina di questa alla sua
volta gli abitanti passarono nel castellodi
Norma, fabbricato presso Norba antica.
Dissi di sue cbiese,e collegiata parrocchia»
le della ss. Annunziata con capitolo; de-
gli autori che ne scrissero, oltre altre no-
tizie, alle quali qui farò un' aggiunta. E
fabbricata sul ciglione d'elevato monte
poco lontana dall'antica Norba città vol-
sca, una delle prime colonie romane, del-
ia quale ancora si ammirano i grandiosi
vestigi di baloardi, di mura, di cisterne e
altre memorie che ne ricordano la sua
grandezza. La posizione di questa terra è
deliziosa, iti aria saluberrima, talvolta in-
costante per la sua elevatezza. Domina
tutte le Paludi Pontine, e scopre gran
tratto del mar Tirreno; mira la corsa del-
la via Appia, e de' fiumi Astura e Ninfa.
Dice Calindri, che delle sue mura, delle
porte e della pianta ne furono pubblicati
i disegni a' giorni nostri. Osserva il Ma-
rocco, che l'alto monte su cui giace dal Ia-
to di ponente forma una rupe sorpren-
dente chiamata Rave, ove propriamente
è il castello. L'interne vie sono scoscese e
anguste, però qualcuna è in piano, ed ha
una bella borgata moderna fuori della
porta checouduce a Civita o l'antica Nor-
ba. E opinione, che dove esiste la presen-
te terra, vi fosse l'antica fortezza della di-
strùtta magnifica città. Manca di pubbli-
che fonti, egli abitanti bevono acque pio-
vane , conservate e purificale in mirabili
cisterne formate nel vivo scoglio a forza di
scalpello. Nondimeno alla distanza di cir-
ca 4 miglia vie una sorgente d'acqua lim-
pidissima, che si potrebbe facilmente con-
dottare con grande vantaggio pubblico.
Per giungere a questo paese è faticosissi-
ma la salita, che dal Ninfa comincia e pro-
gredisce per due abbondanti miglia, li
Norma vi sono le maestre pie per l'istru-
zione delle fanciulle, e pe'giovanetti le
scuole di leggere e scrivere fino a' primi
rudimenti della grammatica. Si vedono i
ruderi dell'aulica e superba città di Noi-
VE L
ba, clic conserva il nome di Civita, poco
distanti dall'attuale terra, cui diurno i
popolani l'aggiunto di Penna d*oro,ch\a-
niaiulola Civita Penna (Poro. Per anda-
re alle sue rovine s' incontra nel sinistro
lato della via un'ampia e pittorica grotta
formata dallo stillicidio dell'acque, che in
alcuni luoghi hanno costituite molte so-
stanze calcaree, e quasi tutta è ricoperta
da una patina verdastra. A'fianchi vi so-
no diverse piccole grotte, e tutte formate
nel masso. Nel piano di Norba si osserva-
no gli avanzi d' un antico tempio e d' un
rimasuglio di cappella a destra, interrita
fino alla cornice della cupola, la quale con-
servasi mirabilmente intera. La città di
Norba era molto estesa e siedeva in piano,
benché sulla cima di alla e alpestre mon-
tagna, né vi è palmo di terreno che non
faccia .intendere co' miseri avanzi che lo
copre la sua antica magnificenza. Avea le
mura castellane altissime e formate per
cozzare co'secoli, composte di grossissime
pietre, dalla parte di mezzodì meglio os-
servandosene la forma e l'estensione. Il suo
circuito si calcola 3o rabbia di terreno, e
grandioso è l'ingresso d'una dell'antiche
porte. Un'antica lapide si legge in Maroc-
co. Sul pendio del monte sorgeva il Nin-
feo o tempio in cui le Ninfe aveano culto.
Ebbe i suoi uomini illustri, anche per va-
lore militare. I normani ebbero più. vol-
te guerra con Terracina. Donata la pre-
sente Norma a Papa s. Zaccaria, con Nin-
fa, trovo nelle Memorie Colonnesi del
Coppi, che Alessandro III nel i 179 die a
llaiuoue di Tusculano e suoi eredi , me-
diante permuta del castello di Ladano e
col consenso de'cardinali, Norma e Vico-
lo con tutte le sue pertinenze. Dipoi a' 29
api ilei 297 Norma fu comprata a favore
di Pietro Caetani, e Bonifacio Vili appro-
vò il contratto a'4 ottobre 1298. Indi i
Gaeta ni sostennero le liti pe'coufini tei rito-
ria li con Sezze. Finalmente Noi ma diven-
ne proprietà de' principi Borghese, e lo è
tuttora. Un tempo fu signoria de'Norme-
suii di Sezze, oude uè trassero il co"uo-
VEL io5
me. II territorio produce olio e grano, es-
sendo il terreno breccioso e scoglioso,
ghianda, vino e pascoli. All'intorno sono
vestiti i mon ti da folte macchie e castagne-
ti, che rendono molta utilità a' popolani,
sebbene tragganola più parte del loro so-
stentamento dalla coltivazione del feracis-
simo territorio di Sermoneta, ove hanno
la massima parte di loro possidenza.
Sermoneta. Città e comune della dio-
cesi di Terracina e vice- governo, con mol-
ti fabbricati e territorio in monte e col-
le. Poco lungi dal famoso Ninfeo, tra Nor-
ma e Sezze, dalla quale è distante 6 mi-
glia, di prospetto al mar Tirreno verso
il Iato ditramontana, ed a levante de'mon-
ti di Bassiano, giace su alto colle Sermo-
neta, circondata da erte pendici, in clima
poco salubre, massime nell'estate, per do-
minarvi lo scirocco e l'umidità, e perchè
i delti monti bassianesi impediscono la li-
bera ventilazione a ponente , dalla qual
parte vastissima, amenissima e fertilissi-
ma pianura si estende, la quale si con-
giiingecolle Paludi Pontine (I7.); goden-
do ampia e pittorica vista d'ogni intor-
no, poiché propriamente è cinta di mon-
tagne, a settentrione di Norma, Carpineta
e Cori, ed a mezzodì da quelle di Sezze
e di s. Felice. Gli abitanti, principalmen-
te dediti a' lavori campestri e alla pesca,
il Marocco li noverò 2200, ma la Sta-
tistica deli 853 ne registrò 1 447- E' mu-
nita d' intorno di baloardi, torri e alte
mura robuste. Per natura di sito è for-
tissima e per la struttura della fortezza fu
già inespugnabile e munitissima. A Ser-
moneta rende il maggior decoro la sua
rocca, ove un tempo furono rinchiusi an-
co i rei di slato. Sovrasta tutto il paese,
al nord guarda la montagna di Carpine-
ta mezzogiorno quellediBassiano, e dal-
la sua sommità si osservano molti luoghi
della campagna. Il suo maschio è vera-
mente maestoso, di forma quadrata, alto
96 palmi, e sulla vetta il piano è per a-
gni lato r 2 passi, ed ali." piano del me-
desimo vie uua piazzetta co' luoghi pe'
ioG VEL
cannotti, ed all'intorno finestre di forma
gotica. I muri sono erti 12 palmi, e quel-
li ilei maschio di più antica costruzione
all'ino saracinesco: dentro vi stanno co-
modissime stanze, una vasta sala e le pri-
gioni, che non mancano nelle ale de' ha-
luardi, e forti merli l'abbelliscono all'in-
torno. Cinque emissari guardano la sot-
toposta piazza, per le spingarde, e 8 aper-
ture pe'cannoni. Annessi al maschio vi so-
no pure baloardi, e nel piano del i.° di
essi esiste il ponte levatoio, che impedi-
sce d'entrar nel maschio. Una grossa por-
ta foderata di ferro, che calava in appo-
sito incastro, chiudeva l'ingresso del for-
te, e per lungo trapasso allo scoperto si
andava agii alloggiamenti militari, ch'e-
rano d'intorno a una vasta piazza prov-
vista di 3 cisterne. La sua costruzione è
di lodevole architettura militare. Il tem-
po e la poca cura deteriorarono l'edilì-
zio, che meriterebbe restauro, e sarebbe
prigione sicura. Ne'lempi feudali del Bie-
chi, nella sua Reggia de' Folxci, descrisse
questa fortezza inespugnabile sia per la
struttura, e sia per esser allora munita in
ogni lato di varie sorte d'artiglierie. I ma-
gnifici saloni erano guarniti militarmen-
te di muiioni e di corpi di fiammeggian-
ti lastre di ferro per l'armatura di i ooo e
più uomini, che per natura e robustezza
giganteggiavano.lndi ne' vasti e lunghi ap-
partamenti erano numerose specie d'ar-
mi da fuoco, di diverse invenzioni. In al-
tri ampi corridoi eranvi armadi pieni di
sciabole, brandistocchi, alabarde e altre
armi bianche di varie sorli , benissimo
tenute. La fortezza era presidiata da sol-
datesche del duca Caetani, e dal castella-
no guardata con vigilanza. Le vie di Ser-
moneta sono scoscese, il fabbricalo di me-
diocre qualità, ma il suo ingresso è piut-
tosto dignitoso; e dalla porta del Pozzo
fino alla piazza, la strada è piana e bel-
la; le abitazioni guaste e dirute sono nel-
la contrada detta la Valle o Malpagano.
"Vi sono due chiese collegiate e parroc-
chiali. Lai." dedicala a s. Maria Assuu-
VEL
ta, con capitolo formato dall'arciprete e
dai a canonici. E' ornata da diverse pit-
ture rimarchevoli, fra le quali nella i.*
cappella a destra esiste un dipinto in ta-
vola esprimente la ss. Vergine degli Au-
gelidello siile di Pietro Perugino, la qua-
le tiene in grembo Semionda, circonda-
ta dagli Angeli. Anticamente vi era il lem-
pio di Cibele, come si vede dalla sua strut-
tura. Tuttora si conserva nella chiesa u-
na sedia marmorea di moltissimo pregio,
ornata a'Iati con teste di caproni , dalle
corna delle quali pende un lungo serto
di fiori e di fruita; a' piedi vi sono due
leoni alati, con vaghissima cornice per ba-
se e in mezzo una cicogna che inghiolte
un serpente. Si pretende che vi sedesse il
sacerdote nel fare i sagnfizi alla dea. L'al-
tra chiesa è sotto l'invocazione di s. Mi-
chele Arcangelo. Il principe Massimo nel«
la Relazione del viaggio diGregorio XV £
da Roma a s. Felice, narra che a*23 a-
prilei83g a Tor Tre Ponti, l'antico Tri*
ponzio già antico ponte costruito dall'im-
peratore Traiano e città Pontina di cui
tratta il Nicolai, trovò lutto il popolo di
Sermonela, co' magistrati in rubbone di
damasco nero, e col capitolo che doman-
dò T uso della cappa foderata di pelli
bianche, indi prosegui il viaggio per Ter-
racina. Dipoi nella Relazione del viaggio
di Gregorio X.VI alle provincie di Ma-
rittima e Campagna, il medesimo princi-
pe Massimo riferisce, che 1*8 maggio i843
reduce il Papa da Terracina, giunto a Tot"
Tre Ponti trovò mg.r Aretini-Sillani ve-
scovo di Terracina alla lesta de' cleri di
Sezze (come notai in quell'articolo) e di
Sermonela colle rispettive magistrature.
Gregorio XVI scese alla chiesa da lui
restaurata e nella stessa mattina ribene-
detta dall' enooiniato vescovo coli' assi*
stenza d' audio i capitoli di Sermoneta,
eh' erano stati solleciti a provvederla di
preziosi arredi sagri, come essendo di lo-
ro giurisdizione perchè situata nel terri-
torio di quella città ducale, e ne aveano
ricoperto il mezzo del pavimento eoo un
V E L
▼ago tappeto di fiori freschi e di verdu-
ra rappresentante il pontificio stemnifi,
coll'iscrizione: FivaGregorioXVLQtàti'
di entrato nell'annesso convento già de*
cappuccini, ed allora tutto ristorato per
stabilirvi i trinitari o altri religiosi a spi-
rituale beneficio degli abitanti di quelle
contrade, comparii loro l'apostolica be-
nedizione dalla finestra di mezzo sopra
al portico della chiesa appositamente ad-
dobbata,amtneltendo poi al bacio del pie-
de sotto il trono in una stanza eretto, il
priore e gli anziani di Semionda , che
hanno giurisdizione sul luogo, e quindi
que' di Sezze. Furono poscia ammessi al
bacio i due capitoli di Sermoiieta , uno
de' quali della collegiata di s. Maria a-
Tendo chiesta la grazia d'indossare la cap-
pa con fodere d'armelliuo a somiglianza
delle chiese cattedrali, mentre Gregorio
XVI stava dubbioso di concederla, vide
che I' arciprete supplicante in nome del
capitolo, già teneva la cappa pronta, on-
de per ricompensarli della loro fiducia,
gli ordinò che subito l'indossasse, e quin-
di ne segnò di proprio pugno il rescritto
favorevole. Similmente condiscese all' i-
stanze dell'altro capitolo di s. Michele Ar-
cangelo, i di cui canonici avendogli do-
mandato la grazia di poter indossare la
mozzelta, ne rimise la facoltà a mg.r ve-
scovo ivi presente, il quale di falli ritor-
nato alla sua residenza ne emanò a loro
favore il rescritto ne'seguenti termini, e-
sprimenti anche il luogo ove fu concessa,
probabilmente essendo stata questa l'uni-
ca volta che un Sommo Pontefice dispen-
sasse le grazie a Tor Tre Ponti (ma Pio
VI recandosi a Terrari na e alle Palu-
di Pontine,*] fu più volte a veder le fib-
briche della chiesa e con veri lo da lui edifi-
cati, e soleva alquanto trattenervisi per
dare ordini): Ex AudientiaSSmi.habita
sub die 8 »m«i843 apud Tripontium,
SSmus. benigne annuii prò gratin juxla
pelila ; mihique commi sii rescriptum ef-
formare.Tarracinae i i maii iStf.Cui-
klmus Episcojnis Tarracinae, Seliacet
VEL 107
PriVe/vii. Delle due concessioni feci memo-
ria parlando delle Paludi Ponti ne.\n Tor
Tre Ponti ebbero finalmente 1' onore di
baciare il piede al Papa i religiosi france-
scani ri forma ti che di mora no nel coi» vento
dis. Francesco di Semionda. Il protettore
principale de' sermonetani è s. Giusep-
pe sposo di Maria Vergine, cui è intito-
lata un'altra chiesa, nella (piale primeg-
gia la cappella de' Caetani dipinta super-
bamente a fresco dal concittadino Siccio-
lanle, ed esprime la Creazione d'Adamo
e d'Eva, questa ingannata dal serpente,
la Flagellazione del Redentore,la Senten-
za contro di lui pronunziata da Pilato, la
sua salita al Calvario, la Crocefissione,
la Resurrezione, e altre figure. In mezzo
a tutti questi dipinti siede la B. Vergine,
cui da' Caetani fu intitolata la cappella.
Vi souo altre due chiese, una delle quali
è sagra a s. Francesco d'Asisi sul colle a
levante fuori di porta del Pozzo, e quella
de'cappuecini delta della Madonna della
Vittoria,ove s'ammira un bel monumen-
to sepolcrale con ornati di metallo rap-
presentanti busti e trofei militari, e lo stem-
ma del celebre Onorato Caetani duca di
Semionda ivi sepolto,che tanto si distin-
se nella battaglia diLepanto,morto poi nel
i5o,2.Che il monumento è nella chiesa de'
cappuccini lo afferma Marocco, e ripor-
tando le lapidi antiche e moderne di Ser-
moneta, lo conferma nel riprodurre quel-
la di Onorato, Eques Velleris Aurei,
fiat in classe pontificia universi pedita-
tus capitaneus generali.s. Però il princi-
pe Massimo nella 2.* Relazione, aven-
done fatto cenno, crede esistere il sepol-
cro nella chiesa di s. Francesco de' re-
ligiosi riformati. A conciliare la discre-
panza delle due asserzioni osserverò, che
il convento de' cappuccini e la chiesa di
s. Maria della Vittoria furono lasciati
da tali religiosi, e forse saranno in essi
subentrati i minori osservanti riforma-
li, denominandosi la chiesa di s. Fran-
cesco da' francescani che l'ufficiano. Il
Contatole, De historia Terraci/iensit
io8 VEL
stampata nel 1706, ragiona di Serrno-
neta a p. 18 e 426, ove dice esservi due
parrocchie, varie confraternite di secola-
ri, e tre conventi di francescani, cioè de'
conventuali, zoccolatiti o minori osser-
vanti, e de* cappuccini; il monastero de'
monaci di s. Bernardo; e la chiesa prin-
cipale e collegiata di s. Maria con 12 ca-
nonicie l'arcipretedignità.Di tali conven-
ti e monastero ne fece menzione anche
il Ricchi nel 1713. Edio notai nel voi.
LXI, p. 4'2)che in conseguenza dell'ordi-
nato nel 1821 da Pio VII al ven. can.
Del Bufalo, questi aprì una casa in Ser-
moneta alla sua congregazione del San-
gue preziosissimo, Si legge a p. 1029 del
Giornale di Roma del 1857, che a* 24
e 23 ottobre si festeggiò in Sermoneta
con divota pompa la solennità di Maria
ss. della Vittoria, il di cui prodigioso si-
mulacro si venera nell'insigne chiesa col
legiata di s. Maria, perciò sontuosamen-
te parata. E che il comune essendo sta-
to fin dal precedente giugno da mg/
Mertel ministro dell'interno fatto vice-
governo, volle in questa occasione solen-
nizzare ancora l'inaugurazione del palaz-
zo governativo coll'innalzamenlo degli
slemmi pontificio e comunale, sulla fac-
ciata di detto palazzo, fra il suono de'
musicali concerti e delle campane, e lo
sparo de' mortai i. V intervenne mg.r
Luigi Giordani delegato apostolico del-
la provincia di Marittima, che prese al-
loggio nel furie Caetani, il quale nel dì
seguente celebrò la messa solenne nel-
la collegiata di s. Maria, accompagna-
la da musica vocale e istruraentale; nel-
la processione eh' ebbe luogo, v' inter-
vennero le numerose confraternite , i
religiosi osservanti e il clero secolare.
Nella sera s'incendiarono fuochi artificia-
li, e n>g.r delegato prima di partire ono-
rò di sua presenza il palazzo d'abitazio-
ne del priore comunale Francesco Pizi,
e gradì un'apposita refezione. Dichiara
il Theuli che l'odierna Sermoneta suc-
cesse all'aulica Sulmona città volsca, di-
VEL
versa da Sulmona (P\) patria d'Ovidio
ne' Peligni. Ne fa menzione Plinio, e
Virgilio due volte ne\V Eneide, massime
per avere Enea fatto spietata vendetta
per la morte di Pattante, per cui fece
bruciar vivi sul rogo di quel principe
4 giovani di Sulmona, e altrettanti di
Torri Bianche città sulle sponde dell'IT •
ferite poco lungi da Giostra. Dice il Con-
tatore, che sarebbe meglio chiamarla
Sulmoneta, come giudica il Gluverio,
per ritenerla essere la Sulmona città del-
l'aulico Lazio di cui parlano Plinio e Vir-
gilio, ossia originata da essa, perchè l'an-
tica fu distrutta dalle guerre antiche, co-
me narra il medesimo Plinio, senza che
ne rimanga vestigio, come notò il Bie-
chi, per la sua completa desolazione. Tut-
tavia dopo tanti secoli si riconosce esse-
re surla nel sito che ora dicesi Sermone-
ta Pecchia, dove ne' latiboli più sotter-
ranei negli scavi si rinvennero avanzi del-
la distrutta Sulmona. Il cardinal Corra-
dini annovera i sulmonesi tra' 53 popoli
del Lazio depredati senza esserne resta-
to vestigio; il Baudrand diceche Salme
oppidum Volscorumin Latio interiisse,
et in eius ruinis extructum fuit Salme
novum. Il Nicolai è di parere, che Sul-
mona non molto distante da Norba sem-
bra che fiorisse prima della fondazione di
Roma. Distrutta la città, nello stesso site
ritiene fabbricato il castello nominale
Sermoneta, Sirmineto e Sulmoneta.
si meraviglia come negli antichi auto-
ri non si rinvenga memoria alcuna d'una
delle più vetuste città del Lazio. I sermo-
netani coltivando la parte superiore del
territorio delle Paludi Pontine, e rice-
vendo danni gravi e frequenti dall'alla-
gamento del le ai edesi aie, avendo pensato
seriamente di frenarlo colla costruzione
di certi argini, sostennero più volte lite
con que'di Sezze (f/-)ì i quali temendo
clie l'acque venissero a stagnare sul ter-
ritorio loro, non vollero mai permeitele
die fossero altrove rivolte, come può ve-
dersi nel Nicolai che diffusa. mente ne trai-
VEL
t«» nella classica opera, Dc'bonificamrn'
ti delle Terre Pontine, corredata d' o-
gni genere di documenti, piante topogra-
fiche,profili ec. Su questo importante ar-
gomento, che più volte fece guerreggiare
setini e sermonetani, prendendovi parte
i popoli convicini, nell'archivio di Sezze
si conservano interessantissimi documen-
ti. L'imperatore Federico II, nemico del-
la Chiesa e di papa Gregorio IX, fra' luo-
ghi sui quali sfogò il suo odio uno fu la
città di Sora (f.) che distrusse ripetu-
tamente, onde molti soraui privati della
patria passarono in Semionda, di cui al-
lora si compirono le pubbliche mura. In-
di cominciarono le conlese intorno a' con-
fini di territori-! di Sezze, di Ninfa, di s.
Donato (castello posto tra il Foro Appio,
Circello e Astura, che durò fino al i 3oo
e quindi si sommerse senza lasciar di se
memoria, ed un fiumicello portò il suo
nome), e di Sermoneta. Innocenzo Fazzi
con dissertazione difese Bonifacio Vili e
i suoi parenti Caetani, incolpati dal Cor-
redini d'aver promosso le prime dissen-
sioni fra' sez/esi e i sermonetani, dimo-
strando che le reciproche doglianze intor-
no a' detti confini rimontano al 1270.,
nella quale epoca le nominate terre non
erano venute in dominio de' Caetani. Di
fatti, nell'archivio Vaticano esiste l'infor-
mazione di Gio. Francesco de Rossi :
Terraeinensis super Castris Sermone-
tae, Bassiani, s. Donati, Nymphae, ac
Normarum. Dal trasunto fatto in Fon-
di e riportato nel corpo dell' informazio-
ne, apparisce che Sermoneta, Bassiano e
s. Donato a' 29 aprile 1297 si compra-
rono a favore di Pietro Caetani 0 Gaetani
nipote di Bonifacio Vili, dal cardinal
Pietro ValerianoDuraguerra di Piperno
diacono di s. Maria Nuova per la somma
di 17,000 fiorini d'oro, e che a' 4 otto-
bre 1298 il contratto fu approvato da
Bonifacio Vili. I beni che apparteneva-
no ad Annibaldo e a Giovanni figlio di
Pietro Annibaldi, si acquistarono a van-
taggio del medesimo Pietro Caetani dal
VEL 109
cardinal Francesco Caetani altro nipote
del Papa per 34>ooo fiorini d'oro a' 16
giugno 1297. Di nuovo i beni toccati in
sorte a Francesca vedova d'Andrea An-
nibaldi, e tutrice de' figli Nicolò e Anni-
baldo, si venderonoa'due mentovali car-
dinali in favore del medesimo Pietro Cae-
tani per 18,000 fiorini d'oro nel i.° lu-
glio dello stesso anno. I beni poi de' fra-
telli Lorenzo e Riccardo Annibaldi pas-
sarono in dominio di Pietro Caetani nel-
la stessa maniera collo sborso di 1 7,000
fiorini a' 2 3 settembre del suddetto an-
no. A questi si aggiunsero gli altri posse-
duti da Nicolò Annibaldi, cui si pagaro-
no 20,000 fiorini a' 23 novembre del
memoralo anno. Oltre a ciò Pietro Cae-
tani, per divenir padrone del castello e
territorio di Ninfa, spese 200,000 fiori-
ni d'oro 1' 8 settembre 1298, porzione
ricevendone a titolo di feudo da Bonifa-
cio Vili nel i3oo. Se dunque, come so-
stiene il Fazzi, i sezzesi e i sermonetani
contendevano fra lorope' confini del ter-
ritorio prima che la famiglia Caetani ve-
nisse in possesso de' nominati paesi, non
si potrà più quindi trarre congettura per
tacciare Bonifacio Vili. Questo Papa in-
feudò a' Caetani Sermoneta, Norma,Nin»
fa, Bassiano e s. Donato, al riferire di Ca-
stellano e Marocco. Pare a mg.r Nicolai
molto verosimile, che in un terreno assai
facile per natura e tendente a impaluda-
re, e spesso rivolto e smosso pe' lavori
fattivi, i fiumi abbandonati al loro im-
peto per la infelicità de' tempi e per la
negligenza delle popolazioni,da loro stes-
si abbiano altrove pagato il corso dell'ac-
que lasciando gli antichi alvei ; e colle
frequenti inondazioni mutando l'aspetto
del suolo, abbiano distrutto e confuso
il confine de' territori!. Il che apparirà
più ancora credibile, ove si l'iflelta che
le medesime ragioni posero già Tcrraei-
na in lite con Piperno, narrata dallo
stesso Nicolai. Col dominio di Sermone-
ta passarono a Pietro Caetani anche le
conlese de' sei mondani co' sezzesi; on-
no VEL
d'egli nell'anno dopo la compra della si-
gnoria, cioè nel 1 299, venne a concordia
co' sezzesi con islipulare solenne istru-
mento di divisione, cui Bonifacio Vili
aggiunse forza e autorità nel i3oo colla
pontifìcia sanzione. In tale allo è chia-
malo: Magnificila vir Dominus Petrus
Cajctanus Domini Papa?. Nepost Co-
ntèa Casertanusel Dominus Castroruni
JXymphac, Sermonelae, et s. Donati. II
Nicolai poi racconta come iCaetani si op-
posero a'iavori de' sezzesi per asciugare i
loro terreni dall' acque delle Paludi Pon-
tine, e le ostinate contese co' medesimi ;
che co' sertnonelaui ottennero d' asciu-
gare a proprie spese i loro terreni dalle
acque stagnanti; e che volendo ristora-
re il porlo di Paola presso il loro feudo
di s. Felice ( F.), furono impediti nel bel
disegno. In quell'articolo narrai l' acqui-
sto che ne fece nel i3oi il medesimo
Pietro Caetani, colla sua rocca, vassalli,
territorio, col mero e misto impero, cou
il lago di Paola, acquisto anch' esso ap-
provalo da Bonifacio Vili, in uno a
quello degli altri feudi e beni posti nel-
le provincie di Marittima e Campagna,
che ivi nominai, inclusivamenle e Gavi-
gnanoeCarpineto;ai ticolo in cui vi sono
diverse notizie de' Caetani. Nel 1 378 O-
norato Caelani sianole di Semionda, di
Ninfa e di Bassiano, conte di Fondi (/' .),
accolse in tal città i cardinali scismatici
ribelli al Pontefice t7W><7«o ri(V.)j qua-
li ivi elessero l'antipapa Clemente FIIt
che recandosi in Avignone die principio
al perniciosissimo, lungo e grande Sci-
sma [F .) d'occidente. Pertanto Urbano
VI fulminò di scomunica Onorato cou
tutti i fautori e sostenitori dell'antipapa.
Il successore Papa Bonifacio IX ordinò
rigoroso processo contro Onorato come
reo di lesa maestà e d'apostasia, pubbli-
cando una crociata contro di lui, il quale
nel i4oo co' Colonnesi tentò d'occupare
Boma e arrestare il Papa. Ecco come lo
racconta il cav. Coppi nelle Memorie Co-
lenitesi. Giovauui e Nicolò Colonna si-
:
rò
5
VEL
gnori dì Palc«trina, ad onta che diven
li sospetti a Bonifacio I X con lettere pi
curarono giustificarsi, realmente eran
collegati con Onoralo Caetani conte di
Fondi, fautore acerrimo anche del nuovo
antipapa Benedetto XIII. Quindi erano
sempre sospetti alla curia romana. Voi
però Bonifacio IX assicurarsi di lorof*
de mediante convenzione nel 1 397, col
quale i Colonnessi promisero al carne
lengo pontificio Corrado arcivescovo
Nicosia, d'essere di voti e ubbidienti al P,
pa ed alla Chiesa, e per un triennio non
avrebbero contratta lega o federazione
con alcuno, né si sarebbero obbligati ad
alcun patto contrario allo stato pontifi-
cio. Ciò non ostante, ignorasi per qua]
moti vo, Nicolò concertatosi con alcuni 10
mani, in una notte di gennaio 1 4oo,entrò
con una turba d'armali in Boma per
porta del Popolo, e ne percorse varie co
ti ade gridando: Viva il popolo,^ Muo<
Bonifacio IX tiranno. Pervenne sino a
la piazza del Campidoglio, e tentò d' im-
padronirsi del palazzo senatorio e del
propinquo convento d'Araceli. Ma ne fu
respinto per opera specialmente diZacca-
i ia Trevisani patrizio veneto, senatore di
Roma, ed allo spuntar dell'alba dovette
abbandonar l' impresa e ritirarsi dalla
città. All'istante furono giustiziati 3i de'
suoi, che caddero in potere de' romani.
Il Papa avendo spedilo a' Colonnesi An-
gelo de Affliclis vescovo di Polignano e
amministratore di Palestrina, per richia-
marli dall'errore, essi lo fecero arrestare
e lo tennero in custodia. Laonde Boni-
facio IX ordinò a 3 cardinali di compi-
lare un processo per verificare questi e
altri falti, e riferire in concistoro. Nel
giorno poi i4 di maggio dichiarò i pre-
delti Giovanni e Nicolò Colonna scomu-
nicati, rei di lesa maestà, e privati uni-
tamente a' loro discendenti e posteri di
qualunque onore e dignità e feudi che
avessero dalla Chiesa romana o da altre
Chiese, dal romano impero, e da qualsi-
voglia altro sovrano; di più che fossero
V E L
similmente confiscali i loro beni, colla
bollii Rrgnans in Excelsis. Con ulti a
bolla de' i\ dello stesso mese, il Papa
sottopose all'interdetto ecclesiastico Ga-
lestrina, Castel Nuovo, Zugarolo, Galle-
se, l'enne, Pazzaglia, s. Gregorio, Gal-
licano e le altre tene e luoghi possedu-
ti da' due Colonnesi scomunicati. Nel
tempo stesso promulgò contro di loro la
crociata. Formossi quindi un esercito
composto di milizie romane, 2000 caval-
li pontificii e varie truppe napoletane, il
quale assediò inutilmente Palestrina si-
no al principiar dell'inverno, ed intanto
devastò le circonvicine campagne. Sul
principio però del i4°' ' l'ue Colonne-
si preseutaronsi in Roma a Bonifacio IX,
confessarono i loro delitti, ne chiesero
perdono, promisero con giuramento d'ub-
bidire agli ordini pontificii, ed ottennero
piena assoluzione e reintegrazione nello
stato in cui erano precedentemente. Nel-
lo stesso i/foi e colla medesima clemen-
za, Bonifacio IX assolvette Giacomello
Caetani, figlio del defunto Onorato con-
te di Fondi, e liberalmente gli restituì
Sermoneta, Bassiano e Ninfa, castelli che
per la ribellione del padre erano stati
confiscati e incamerati. Apprendo dal
principe Massimo, Relazione del viaggio
di Gregorio XVI a s. Feliee, che Ono-
ralo Il Caetani conte di Fondi neh 4^2
ricevette in Sermoneta l'imperatore Fe-
derico 111, coronato in Roma da Nicolò
V,con altri distinli personaggi, trattan-
dolo con tale grandiosità e magnificenza,
che l'imperatore gli fece in pubblico un
elogio col chiamarlo meritamente Ono-
rato non solo di nome, ma ancora di fat-
to. Trovo in Marocco, che l'imperatore
coll'imperatrice Eleonora sua sposa per-
nottarono nell'ospizio de' cappuccini di
Sermoneta. Inoltre Onorato II più tar-
di in Sermoneta vi diede eguale tratta-
mento alla duchessa di Calabria, figlia
del duca di Milano, moglie del duca poi
Alfonso II re di Napoli. Nel castello di
Sermoneta Ouoiato 11 più volle ospitò
V E L in
splendidamente vari nunzi e commissari
della s. Sede, ed altri gran signori. Ezian-
dio nell'articolo s. Felice raccontai col
principe Massimo, che Alessandro VI
Borgia cercando d'innalzarla propria fa-
miglia sulle rovine delle grandi case di
Roma e dello stato, e prendendosela Off
con l'ima or con l'altra, non tardò a tro-
var motivi di togliere a' Caetani i loro
beni, e confiscarne i feudi che possedeva-
no nello stato pontificio, i quali di suo
ordine furono dalla camera apostolica
venduti per 80,000 ducati d'oro alla pre-
diletta sua figlia Lucrezia Borgia prin-
cipessa di Salerno. Questi feudi erano Ser-
moneta, Bassiano, Ninfa, Norma, Teve-
re, Cisterna, s. Felice e s. Donato, co' lo-
ro territorii, fortezze e altre pertinenze,
col mero e misto impero e con tutte le
giurisdizioni ; e l'istromento fu stipulato
a' 12 febbraio i5oo nel palazzo Vatica-
no, ove erasi perciò riunita la camera a-
postolica, composta in allora da' prelati
Pietro arcivescovo di Reggio governato-
re di Roma, Francesco Borgia tesoriere,
Sinolfo di Castro vescovo di Chiusi, Do-
menico Capranica, Ottaviano vescovo di
Mariana, Adriano protonotario apostoli-
co, Ventura Bonassai, presidenti e chie-
rici di camera. Narra il Ratti, Della fa-
miglia Sforza ,1. 1 ,p. 382,che Alessandro
VI Borgia avea infeudato a vita di Nepi
e di Anlicoli nella Campania il cardinal
A Scanio Sforza, ma però non ne godè si-
no alla morte, poiché tale Papa qualche
anno dopo gli ritolse il suo dono. Tanto ri-
levasi dalla sua bolla del 1. "ottobre 1 5oo,
colla quale approva la donazione fatta da
sua figlia Lucrezia Borgia, allora duches-
sa di Bisceglia, a Roderico e Giovanni
suoi figli, il i.° di due e l'altro di tre anni,
della città di Nepi, della terra di Sermo-
neta con altri molti luoghi e terre, unen-
dovene lo slesso Papa moltissime altre
confiscate a' Colonuesi, Savelli, Estoule-
ville e altri signori romani, ed innalzan-
do allora al titolo di ducato per la pri-
ma volta Sermoneta a favore di Roder!-
ita VEL
co, elYepi a favore di Giovanni. Nelln di-
"visione che fece lo slesso Papa delle sud-
dette città e tene fra' due suoi nipoti è
couipresoanche il castello di Anticoli. Ec-
co le parole della bolla, dalla quale ap-
parisce di qual ricco e vasto paese fosse-
ro investiti i due fanciulli Borgia dall'a-
vo Alessandro VI. » Bona vero omnia
supradicta, videlicet ci vitates, castra, op-
pida, terrae, et loca, quorum alirpia suut
expressa, et divisa, hic propriis duxituus
exprimenda vocabùlis, et in bunc, qui
sequilur, modum inter Rodericum Bor-
giam de Aragonia Bisselli ducem,et Joan-
nem eliam de Borgia domicellum roma-
num praefatos dividenda, videlicet Ser-
monetam, Castrum Bassiani, tenutam
Nimphae, Noruaarum, Riverae, Cister-
nae, s. Felicis, s. Donati, civitatem Al-
bani, Neptunum, Ardeam,Civilatem La-
viniain, Nemum, Genzanum, Castrum
Candulphi, Boccam Ghtugam, Sonni-
mim, s. Laurentium, Cicclianum, Poffi,
Vallem Cursam, s. Stepbanum, Montem
s.Joannis,Strangulagallum,Salvateiiam,
JulianumjCastiumBiparum, Arrena riam
Koderico pio se, suisque haeredibus, et
successoribus, ci vitates vero Nepesinaoi,
Prenestinam, Arignanum, Castrum No-
vum, Genezanum, Pallianum, Cainutn,
Marenum, Boccam Papae, Frascatum,
Montem Campatrum, Roccam Priorem,
Montem Fortinum, Zagarolam, Boccam
Ranarum, Capranicam, s. Juslum, Piscia-
num, Cecilianum, Olebanum, Rancha-
tum, Turrim Mallbei, Surronum, Pil-
lium , Anticulum Campaniae, Turrim
Trivigliarn, Ttiviglianum, Vicum, Col-
lem l'ardi. Supinum,Morellum, Scurou-
lum, Pedelucum cum ejusLacu,seu jus
tertii medii Montis Alti, medietatae te-
nutile Saxi,quara bo. me. cardinali» Jo.
Bapt. de Sabellis, dtim in humanisage-
bat, tenebat, et possidebat, ac Ricciam
Joanni Borgiae etiam prò se, liberis, hae-
redibusque, et successoribus suis prae-
fatis in perpetuum, ut supra diximus,
donamus,coucedimus,etassignauiusmo-
VEL
do et forma premissis dividentes, etc. "
Noterò che i suddetti Roderico e Giovan-
ni erano nati da Lucrezia e dal marito
d. Alfonso d'Aragona duca di Bisceglia e
figlio naturale d'Alfonso 11 redi Napoli,
che nel i5oo fu assassinato nel proprio
letto della moglie dal fratello di questa il
famoso Cesare Borgia duca di Valenza
(V.) di Francia o del Valenlinois, come
corse la fama; anzi il Novaes fra le illu-
stri viltimedella crudeltà dello stesso Ce-
sare vi annovera i Caetani. Il eh. Beu-
inont, Della diplomazia italiana, libro
pubblicato nel j 807, con Marin Sanuto
racconta. Lucrezia prima era in grazia
del Papa suo padre, ma poi diminuì l'a-
more per essa, probabilmente in seguilo
alle lagnanze sue per l'uccisione del ma-
rito procurata da Cesare, onde Alessan-
dro VI la mandò a Nepi, e le die Sermt
neta, rocca e terra de'Caelani, che gli ce
sto 80,000 ducali, benché Cesare gliel
tolse,dicendo:E donna, non la potrà mai
tenere. Pare probabile che i Caetani 01
pressi si unissero a'Colonnesi ed a'Save
li, imperocché leggo nell'annalista Rinal
di e nel Coppi, che Alessandro VI si ni
a' francesi contro Federico I re di Na
poli, che chiamava i turchi a stermini
d'Italia, per questo parteggiando i Color
nesi. 11 Papa adunalo un esercito usci
in Campagna a' 17 luglio i5oi, facendo
1' ufficio di capitano generale, espugnò
diverse loro terre^ e soggiogò colla pre-
senza sua Semionda ed altri luoghi de
Colonnnesi o occupati da loro. Ma il Bau-
co dice semplicemente che il Papa vi si
recò a vedere il nuovo acquisto a' 3 1 lu-
glio e ne partì a' 3 agosto. Indi Alessan-
dro VI a' 20 agosto pubblicò una bolla 1
di scomunica contro i Colonnesi ed i \
favelli, dichiarandoli rei di lesa maestà l
e privandoli de'loro beni. Poscia con al-
tra bolla de' 17 settembre Alessandro VT
divise le terre ed i castelli confiscati ti
suoi figli e nipoti. Dipoi morto il Papa;
i8agostoi5o3, i Colonnesi ricuperaroi
le loro terre, e si pacificarono con Cesa
VE L
re, il quale gl'invito a tornare negli stali
propri, e restituì loro le fortezze da A-
lessandro VI con grandi spese restaurate
e ampliate. Il Cancellieri, Lettera sulla
spaile de' pia celebri sovrani e generali,
racconta della famosa Spada (V.) di Ce-
sare Borgia, che pervenuta in potere di
mg/ Onorato Caetani, questi si propo-
se di collocarla nella rocca di Sermoneta,
dal Borgia assediata ed espugnata, e per
averla impugnata contro i Caetani colla
morte di vari di essi. A tale effetto inca-
ricò'il gesuita p. Caetani di formarne l'i-
scrizione, e questi nel 1790 la .sottopose
alla revisione di Cancellieri, il quale la
riprodusse del seguente tenore, sebbene
non fu messa in opera perchè la spada re-
stò presso il defunto duca d. Enrico Cae-
tani padre del vivente d. Michelangelo
duca di Sermoneta,benemerito colonnel-
lo direttore e comandante de' Pompieri
(Z7.) pontificii, il quale è l'attuale pro-
prielario'della medesima. Gladius quem
heic appensum hospes adspicis - Cae-
saris Borgiae V alentini dncis olirti fiat -
Sermonetanorum sanguine cruentatus -
Ne arnplius desaevìrel- Mulierum Cam-
millae quondam suae virtutem- Aenni-
lanlium - Ingentes praestitere animi -
Curante autem Honorato Caietano -
Ex Sermonetae ducibus - In huius ar-
ci* armamentario est conlocatus - JYul-
libi melius- Ubienim saevierat- Ibi in-
decora rubigine co nsumendus - Ad pe-
renne iniquae aggressionis Caesaria-
nae-Et egregiae Sermonetanorum - In
snos Caietanos principes voluntatis -
Monumentimi. Anche l'annalista Mura-
tori all'anno i5oi riferisce, che Alessan-
dro VI si portò in persona all'assedio di
Sermoneta. Questa poi con altri possedi-
menti tornò in potere de' Caetani me-
diante bolla pubblicata da Giulio II nel
i5o4, della quale si legge un brano nel
Nicolai, in cui seno nominati Giacomo
e Guglielmo Caetani; così s. Felice ed al-
tri feudi, mediante breve dello slessoGiu-
Ho li de' 3 gennaio i5o6, in favore di
vol. LXXXIX.
VEL
n3
Guglielmo Caetani figlio del suddetto
conte di Fondi Onorato li defunto nel
1478. Sermoneta nel i536 a' 3 aprile
fu onorata dalla presenza del possente
imperatore Carlo V,che si recava a Ro-
ma, e ne visitò la chiesa principale.Altret-
tanto fece Papa Gregorio XIII a' ^set-
tembre «576, e P imparo da Marocco.
Nel Discorso pubblicato con note dal eh*
prof. Paolo Mazio, Giornale Arcadico,
t. 6, p.179 della nuova serie, però si leg-
ge : » Che Gregorio XIII rimproverò
Pirro Caetani della sua indifferenza nel
tollerare che i banditi e masnadieri si
rifugiassero nelle sue terre feudali". Ri-
porta Calindri, che il successore Sisto V
dichiarò Sermoneta città ducale. Vuo-
le Novaes, ed anche Rauco, che questo
Papa nel suo viaggio alle Paludi Ponti-
ne per promuoverne il cominciato disec-
camento, fosse pure andato in Sermone-
ta ; ma il Nicolai non ne fa parola, ben*
sì dice che nell'ottobre 1589 nel ritor-
no da' paesi Pontini fu ricevuto da' du-
chi Gaelani in Cisterna, con ogni sorta
d' onore e d' ossequio, e quindi si ricon-
dusse sollecito a Roma. Però leggo nel p.
Tempesti, Storia di Sisto V, I. 2, p. 65,
che tornato in Roma a' i5 ottobre rac-
contò in concistoro d'aver fatto un viag-
gio prospero, d'aver visitato Terracina,
Piperno e Sermoneta ; disse aver visita-
to le spiaggie del mare, e Pavea conside-
rate per assicurarsi se fossero idonee a fab-
bricarvi importo, cioèa Terracina, per fa-
vorire l'abbondanza e la pubblica utilità,
ma temere che poi potesse servire di co-
modità a'nemici per essere i luoghi abi-
tati molto discosti dal sito ove solamente
si poteva costruire. Indi soggiunse che
que'popoli godevano tranquillità grande,
non più molestati da'banditi. Imperocché
il p. Maffei, Degli annali di Gregorio,
XIII, t. 1, p. 70, fra' fuorosciti che nel
suo pontificalo agitarono alcune Provin-
cie dello stato papale, parla di quelli del-
l' Abruzzo, e de' terrilorii di Veroli, di
Bauco e di altri della Campagna di Roma,
8
n4 VEL
anzi vicino a Roma stessa verso pure Ca-
pranica e Nepi,che commette vano atrocis-
simi ladrocini'!. Contro quelli di Campa-
gna Gregorio XI11 mandò il commissario
Rhetica con 4oo fanti; e da Napoli venne
spedito il commissario Fata con i5o sol-
dati, i due commissari si posero di concer-
to fra loro per dar la caccia a quelle fie-
re armate. Il Muratori all'anno i585
loda Gregorio XIII spirante solo cle-
menza e di lauta benignità, che forse gli
venne attribuita a difetto. Perciò dice es-
sere cresciuta la licenza e prepotenza in
Roma, e dappertutto abbondando i ban-
diti e i sicari), e per quanto il Papa si a-
doperasse a frenare tali disordini, non gli
veune fatto d'estirparli. Succeduto a lui
Sisto, V, volle acquistare gran nome colla
sola giustizia, col far tacere la clemenza,
quasi virtù fomeutatrice de'caltivi; e l'e-
sercitò con rigidezza inesorabile. Pertan-
to si propose animoso di schiantar la
mala razza de' banditi e de' malviventi,
che specialmente passati dal regno di
Napoli nello stalo ecclesiastico, ed attnip-
pali infestavano non solamente le vie ma
le ville slesse, con ruba nienti, stupri, in-
cendi e assassini*!. Pubblicò il Papa una
terribile bolla contro di costoro e di
chiunque desse loro favore o ricetto : po-
scia mandò il cardinal Colonna nella
provincia di Campagna con titolo di le-
galo, e aliti simili cardinali in Bologna e
in Romagna, acciocché con rigorosa giu-
stizia rimettessero la pubblica quiete.
Furono presi alcuni e giustiziati; Cui tie-
to,Marco Sciarra (del quale riparlerò nel
paragrafo Cori) e altri capi di genie sì
mal vaglia uscirono dallo slato ecclesia-
stico; pure non si potè svellere del tutto
quella gramigna. La bolla io qualche luo-
go fu eseguita con lauto rigore, che la
buona intenzione di Sisto V si convelli
in manifesta crudeltà, facendosi morire
madri e altri stretti parenti, per avere ri-
cettato uua notte in casa i figli e i con-
giunti, o per aver dato loro uua sola vol-
ta da mangiare. Tanto il Muratori lite-
VEL
lisce all'anno i58ó. Narra il medesimo
p. Tempesti nel t. i,p. i4o, che il san-
guinario Quercino (il p.Maflei sunnomi-
nato, nel t. 2, p. 357,lo chiama Prete da
Quercino capo ladrone, il quale impune-
mente con gran quantità di malvagi scor-
reva i luoghi, commettendo ogni sorta di
rapine e di vendette, nonché disonestà.
Col suo ardire non dubitò di contraffar!
la dignità pontifìcia di Gregorio X Ili, nel
l'assoluzione de'peccati e nella concessit
ne delle grazie. Quel Papa deputò con-
tro di lui mg.' Ougarese per commissa-
rio generale con autorità suprema, insie-
me a 5oo fanti e 3oo cavalli) sacrilego
duce di sica ri i li più spietati, si faceva
chiamare, conforme racconta il Galesini,
Re della provincia di Campagna, usui
pandosi nome sì augusto in lutti gli edit-
ti, polizze e lettere che di sua mano fii
mava. Ed era tanto accecato dalla su-
perbia, che arrivò alla scellerata baldat
za di proibire al vescovo di Anagni 1'
sercizio della sua dignità, comandando:
clero ed alla diocesi atterrita da'suoi cri
delissimi scempi!, di riconoscere solamen-
te prete Guerciuo come vescovo e come
re. Incontratosi questo mostro presso Ter-
racina con Antonio Caraffa, fratello del
duca di Luceria, che ritornava da Roma,
dopo aver prestata obbedienza a Sisto V,
lo spogliò affatto, rubandogli vestiineula,
denari e viatico; e non fu poca umanità
lasciare a lui ed a 'suoi la vita in donc
Giunto a Terracina così assassinato, nudi
e mezzo morto, s'inorridirono gli abitai
ti, e ne fu spedito rapidamente avviso ;
Sisto V. Si strinse il cuore per compas-
sione al Papa, e provvide tosto alle bi-
sogna dell'oratore. Dopo essere stato ur
poco acciglialo, disse : Costui non inerit
che gli facciamo tanto onore di mandar-
gli contro soldati e sbirri, ma la noslr;
bolla (Hoc nostri, riferita dal p. Tempe-
sti, in cui rigorosamente si ordina a'ba-
rooi de'luoghi,a'magistrali,a'comuni di
fare arrestare i malviventi, dovendosi da-
re il segno a prender l'anni col suono del-
VEL
le campane; infliggendo severe e terribi-
li pene contro i fomentatori, ospitalieri e
manutengoli di tali empii) lo acchiappe-
rà. E disse il vero ; poiché in pochi gior-
nifu raggiunto, gli fu tagliato l'infame
capo, e infilato in un palo, con una coro-
na dorata in ludibrio, fu mandato velo-
cissimamente a Roma, ed esposto in Ca-
stel s. Angelo. I seguaci di questo disgra-
ziato si dispersero : 3o fuggirono nelle
montagne d'Urbino, e vi restarono avve-
lenati; altri furono giustiziati (impiccati
e arrotati dice il Novaes, nella Storia di
Gregorio XIII). Altri tentarono scam-
po, ma pagarono sotto altri principi il fio
di loro scelleratezze ; e così respirò la pro-
vincia della Campagna, e quella spiag-
gia rimase netta. Sisto V come severa-
mente proibì a'presidi delle provi ncie di
dare ricetto a'banditi regnicoli, ordinan-
do di consegnarli subito all' autorità re-
gia, così permise a queste di perseguitar-
li nel dominio ecclesiastico, in qualunque
luogo ancorché immune, non esclusi i
monasteri. Di più. il p. Tempesti racconta
a p. i49> che Sisto V fatto pubblicare uu
rigorosissimo bando contro i banditi, la-
droni e facinorosi, per la loro estirpazio-
ne, con premi di taglie, immediatamen-
te fu recata in Roma infilala in un palo,
con dorata corona per ludibrio, la testa
di un certo prete Ardeatino (il Novaes che
ne parla nella Storia di Gregorio XIII
Io chiamaGiovanni Valenti, facendo men-
zione d'altro capo di malviventi nomi-
nato Marinacelo, che il p. Martei chiama
Marianaccio,e contro il quale ladrone in-
viò nelle selve di Cerveteri un capitano
con 3oo fantij,ladro scelleratissimo e prin-
cipe di tutti i ladri, il quale debaccando
specialmente nel Lazio, trattava i popoli
con sì spietate barbarie cheavea sparso
sommo terrore per ogni dove. Scorreva
qua e là qual folgore questo infame si-
cai io,aiutato da tanti di simil forfora, che
sembrava impossibile potei lo arrestare o
colla forza o colle insidie. La sua super-
bia l'avea tanto accecalo, che ne' suoi e-
VEL n5
dilli s'intitolava : Noi Giovanni falca-
te alias Prete Ardeatino, esule peritis-
simo, e fortissimo principe di tutta la
spiaggia marina, e di tutta la regione
montana. Usurpandosi quindi l'assoluta
sovranità, si era formato la zecca, batten-
do monete colla sua impronta. Il cardi-
nal Marc'Antouio Colonna legato di Ma-
rittima e Campagna, Usò tutte le indu-
strie per averlo vivo o morto nelle sue
mani;ma conoscendo inutile ogni diligen-
za, e dubitando d'essere rimproverato da
Sisto V, prevenne questi, d'aver fatto
tutto il possibile; onde per poterlo sicu-
ramente arrestare non trovare altro mez-
zo più efficace della cooperazione d'una
galera ben corredata, poiché lo scellera-
to dopo la sconfìtta della masnada di prete
Guercino.a vea imparato a sapersi meglio
guardare, e stava in continuo moto dal
mare in terra, da terra in mare, commet-
tendo ovunque assassinamenti atroci. Fe-
ce rispondergli Sisto V, non esservi biso-
gno la galera armata, ma l'esecuzione fe-
dele di sua bolla avrebbe preso loscellera-
to,ecosì fu. Venne preso, tronca lo il capo,e
subitamente inviato aRoma(ilNovaes dice
ches'intitolava Redella Campagna Ro-
mana, e che il capo fu infilato in uu pa-
lo con una coroua dorata in ischerno). [
di lui seguaci ne'luoghi in cui furono ar-
restati divennero spettacolo a' popoli di
salutare terrore, poiché furono scanna ti o
impiccati o arrotati, secondo 1' atrocità
de' misfatti; e quindi rimasero nette le
provincie di Marittima e Campagna di sif-
fatte malvagie persone, non saziandosi i
buoni di render grazie a Dio, perchè o-
mai respiravano in pace e godevano la si-
curezza delle facoltà, dell' onore e della
vita. Pietro Galesini, nella Vita tnss. di
Sisto V,oe commendò altamente lo zelo,
poiché non poteva fare sacrifizio più ac-
cetto a Dio, che il perseguitare tali scel-
lerati, secondo 1' opinione de' ss. Girola-
mo, Agostino e Ivo di Chartres. Nota il
Muratori all'anno i5go, che Sisto V fre-
nò l'insolenza e non ischiantò la razza de'
n6 VEL
banditi, poiché buona parte di essa si ri-
tirò ne'confini di Napoli e della Toscana,
e un'altra continuò a infestar la Roma-
gna. Crebbe il male dopo la morte di Si-
sto V, massimamente perchè Alfonso Pie-
colo/nini, duca di Monte Marciano, ca-
duto in disgrazia del granduca di Tosca-
na, e con grossa taglia sulla sua testa per-
seguitato dappertutto, si fece capo (nuo-
vamente e ad onta che V avea perdonato
Gregorio XI 11) de'masnadieri in Roma-
gna,comrnetleudo frequenti assassinii col-
le sue squadre di cavalli. Altrettanto fa-
ceva Marco Sciarla (dal Cotugno, Memo-
rie di Fenafro, chiamalo abruzzese e fa-
moso predatore dellaCampania nel 1 558,
oltre il non meno famigerato Benedetto
Mancone), altro capo di banditi e scelle-
rati in Abruzzo con iscorrerefino alle por-
te di Roma, bruciando casali ed esigendo
contribuzioni. Unironsi poi insieme que-
ste due esecrabili fazioni, recando incre-
dibili danni. Per cui il viceré di Napoli
spedi contro di loro 4>ooo soldati ; pas-
sarono tutti in Campagna di Roma sul
principio di dicembre. Il granduca inviò
Camillo del Monte eoa 800 fanti e 200
cavalli in traccia di essi. Da Roma andò
ancora Virginio Orsini con 4oo cavalli.
Fu assediato lo Sciarra co'suoi in un na-
sale ; sopraggiunse il Piccolomini con cir-
ca 600 cavalli e si venne a battaglia, iu
cui ben 100 di que' malvagi furono ucci-
si o presi ; gli altri col favore della notte
si posero in salvo. Prosiegue il Muratori
a narrare all' anno 1 5q i . In questo più
che mai infierirono i banditi in Campa-
gna di Roma e in Romagna. Gregorio
XIV mosse Alfonso li duca di Ferrara
a purgare la Romagna da'masnadieri, e
pienamente vi riuscì. Nel Cesenatico restò
anche preso il Piccolomini, e condotto a
Firenze trovò il fine che meritava (cioè
fudecapilato,e il suo feudo di Monte Mar-
ciano il Papa lo diede al proprio nipoteEr-
cole Sfondiati, come narrai a 'suoi luoghi,
avendone riparlalo nel voi. LXXXV11I,
p. 2o3).Non passarono giù con egual fe-
VEL
licita gli aflari ne'contorni di Roma, do-
ve Marco Sciarra con grosse bande di
quella mala razza, imponendo grosse ta-
glie a quanti ricchi ed anche vescovi gli
cadevano nelle mani, saccheggiando le
terre, bruciandole biade mature e com-
mettendo altri mali, ogni dì più s' inga-
gliardiva. Per reprimere costui, continua
I' annalista Muratori, Onorato Gaetani
duca di Sermoneta, Virginio Orsini, Car-
lo Spinelli venuto con molte schiere da
Napoli, ed altri nobili baroni uscirono in
campagna, fecero varie zuffe, ma in fine
trovando poco onore e men profìtto con
tro di lai gente brava e disperata, furo
no costretti a lasciare ad altri l'impresa
Di più, prosegue a raccontare il Mura-
tori all'anno i5f)2. Continuando Y insc
lenze e gli assassiuii de'banditi nella Cam
pagna di Roma, con lutto vigore Papa
Clemente Vili si applicò a liberare i suo
stati da' pertinaci loro insulti, inviando
contro di essi Flaminio Delfino con buoi
numero di cavalleria e fanti, il quale non
cessò di perseguitarli, senza perdonare a
chiunque di loro gli capitava nelle mani.
Questo valentuomo fu quegli che mise
il cervello a partito a Marco Sciarra, ca-
po di que'scellerati, a Luca suo fralellc
e agli altri loro seguaci, i quali presero il
partito di mutar cielo. Sciarra con 5oc
de'suoi, tutta gente intrepida, avvezza al
le fatiche ed alle schioppettate, prese ser-
vizio colla repubblica di Venezia ci
guerreggiava gli uscocchi e si armava cor
tro i turchi. Ciò saputosi da Clemente
Vili, virilmente e con minacele intimò;
veneti di consegnargli i capi di que' ms
snadieri, nò si placò per l'apposito amba
sciatore che gli spedì la repubblica. I3i
sognò contentare il Papa. Sciarra fu pc
ucciso e la sua gente mandata in Candis
a combattere colla pesle,dove parte mai
co di vita, e il resto si dissipò. Termina
il Muratori con dire: laonde fu credule
ma vanamente, che avesse avuto fine le
tragedia de' banditi. Dappoiché riporti
all'aimo 1 5g5t che ueppur iu esso andò (
VEL
sente la Campagna di Roma da'banditi,
specialmente verso Anagni e Prosinone,
dove commisero orrendi misfatti. Con-
tro di loro Clemente Vili spedi alcune
compagnie di cavalli, e altrettanto fece il
re di Napoli contro quelli che infestava-
no il regno. Grandi lamenti erano per
quella iniqua gente, che ogni giorno sva-
ligiava viandanti e corrieri, e talvolta le-
vava loro la vita. Fecero prigioni Giam-
battista Conti nobile romano, ed Ales-
sandro Mantica, e poscia l'arcivescovo di
Taranto e il vescovo di Castellaneta, a'
quali imposero grosse taglie. Fin qui il
M tiratoi i,che fedelmente riprodussi. I ve-
li terni nel r 702 d'ordine di Clemente XI
guarnirono la rocca, per quanto dirò a
suo luogo. Ora conviene fare menzione
del Discorso di AntonioRicchi, fatto dal
medesimo a compiacenza di mg.1 Uhi-
striss. Crispoldi deputato dalla Santità
di X. S. Clemente XI, nell'accesso che
fece in Cori Vanno 1714 Per riconosce-
re le difficoltà insorte sopra il taglio
delle famose .ve/ce di Cisterna e Sermo-
neta. Esso si legge nel suo Teatro degli
uomini illustri de' Volsci, a p. 83, colla
carta topografica delle medesime selve. Il
duca ili Sermoneta il. Michelangelo Cae-
tani a quell'epoca si proponeva far esegui-
re tale taglio; il che in molti ingerì timo-
re della rovina de'popoli circonvicini e di
Roma, sul supposto che la folta e gigan-
tesca turba di tante piante sia un forte ri-
paro quivi situato dalla natura, per chiu-
dere il passo a'venti perniciosi in questa
parta d'Italia. Anche il taglio di qualun-
que istmo fece temere il sommergimen-
to de'popoli e delle città confinanti, fin-
ché dimostrò il contrario Luigi XIV re
di Francia,che in qne'tempi senza peri-
colo e con somma utilità del commercio
aprì in mezzo al suo regno un profondo
e lungo canale, unendo così l'Oceano al
Mediterraneo, da'quali mari sono bagna-
te le spiagge del medesimo regno. Ad i-
mitazione del re, potere il duca di Ser-
moneta provare al Papa essere non me-
VEL n7
no innocente che giovevole il bramato ta-
glio delle sue selve, che mirabilmente ve-
stono d'ogni intorno la deliziosa e ame-
na regione Pometina, racchiuse in quel
dilettevole tratto tra le volsche Anzio
o Porto d' Anzio (V.) e Monte Circello
o s. Felice, ed Ostia Tiberina, tanto te-
muto e contrastato, colla presunzione,
che le stesse foreste chiudano l'ingresso a'
venti scirocchi e australi, che corseggia-
no per le Paludi Pontine, e in un tempo
stesso servono di riparo a' popoli vicini,
non che a Roma, per sottrarli dalle loro
infestazioni. A rilevare ogni timore dall'a-
nimo preoccupato da private passioni, e
per dar luce alla supposta difficoltà, il Ric-
chi divise in tre punti il suo Discorso.
Neli.° volle dimostrare che le selve di
Cisterna e Sermoneta sono fuori della li-
nea, per cui soffiano t scirocchi, onde è
che non ponno attraversare loro il cam-
mino. Nel 2«° sostenne che quantunque
fossero le selve intersecate dalla linea na-
turale de' venti temuti, sono in situazione
sì depressa che non ponno riparare i luo-
ghi oltrepassati, e specialmente quelle ter-
re e città convicine che sono fondate in
sito più alto. Nel 3.°dichiarò che le rino-
mate selve Cadane, ancorché si oppones-
sero direttamente a'venti nocevoli e fos-
sero poste in luogo elevato, nondimeno
sarebbe desiderabile il loro taglio, noti
recando alcuna utilità, ed essendo di mol-
to danno, per rendere doppia umidità
e paragonabili a grandi Paludi. Conclu-
de, apparire dalle carte geografiche, che
tutta la spiaggia romana da Ostia a Cir-
cello dimostra apertamente che lo sci-
rocco soffia dal Circello verso 1' Isola sa-
gra del Tevere, e in conseguenza dal
golfo di Terracina verso Valle Decimo,
e da Valle Corsa alla volta di Roma. E
che per verificare che le selve sieno di
ostacolo a' scirocchi e arrestino il loro
corso verso Roma, converrebbe traspor-
tare quelle dalle loro australi pianure al-
l' altezza de' monti di Cori, Norma, Car-
piueto e Valle Corsa, dalle cui costiere
fó&s&morvfc &wlwpf
118 VEL
\iene facilmente rintuzzata la loro sor-
gente che per di là va corseggiando, or-
dinata dalla natura a seguir la propria
linea terminante a Maestro, quale è il
punto a'seirocchi opposto, come si vede
nella sfera delineata de' più noti venti.
Il taglio in discorso non ebbe luogo, ma
spesso si sono tagliati alberi da costru-
zione, e secondo 1' uso e continuamente
si fanno tagli di legna per fuoco e carbo-
ne, essendo le selve divise in 12 quarti
da tagliarsi nel corso d'anni 12. Dell'u-
tilità de' boschi e de' monti a riparo de'
venti nocivi, feci parola ne' voi. LV11I,
p. 220, LXXX, p. 1 65 e altrove; ed il
Cancellieri ne parla nella Lettera sull'a-
ria di Roma, a p. 88 e 3 1 2, riportando
alcuni autori sui boschi e sul taglio del-
le macchie, fra'quali Giuseppe Cappucci-
ni : Risposta al ragionamento di mg*
Lamberlini (poi Benedetto XIV) sopra
il taglio delle macchie d+Scrmoneta e
Cisterna ,Pa]eslv\na nella stamperia Bar-
berina 1 7 1 5. Ricorda ancora l'editto del
cardinal camerlengo del 1626, di proi-
bizione del taglio d' alberi d' olmo per
lo stalo ecclesiastico, Nettuno, Terrari-
na e Conca, e di tutti gli altri per la co-
struzione di edifìzi e di vascelli. Mg,r Ni-
colai nelle Memorie sulle Campagne di
Roma, ivi i8o3, tratta nella par. 3.a, p.
252: Della necessità e utilità de' boschi
per impedire l'influenza de' venti austra-
li nell'Agro Romano, che essendo mal-
sani e portatori di miasmi delle paludi
poste a mezzogiorno dell'Agro stesso, so-
no una delle cause di sua insalubrità. A
p. 276 discorre come si debba regolare
il loro taglio, delle leggi pontificie per fre-
nare l'abuso de'lagli ; ed a p. 280 della
cautela di tenere sgombri da'boschi i ter-
reni in vicinanza delle strade, imperocché
osserva: »\ boschi sono gli ordinari ricetti
degli assassini, ovunque i boschi si tro-
vino in vicinanza delle pubbliche strade.
In niun luogo possono costoro più como-
damente nascondersi, che tra le macchie,
per insidiare e sorprendere gì' infelici
VEL
passeggeri. Adunque quanto è deside-
rabile che le pubbliche vie sieno forni-
te di alberi in un giusto intervallo dispo-
sti, sì per la vaghezza ed ornamento, si
per fortificare le sponde delle strade me-
desime, sì anche per somministrare om-
bra, o altri usi occorrenti al viandante;
altrettanto è da bramarsi che i boschi si
tengano lungi dalle pubbliche strade al-
meno mezzo miglio da am be le parti. Una
legge di tal sorte, che volesse promulgarsi
per sollievo dell'umanità e per facilitare
sempre più il commercio, incontrerà sen-
za dubbio I' ostacolo trionfante dell' in-
teresse dique'proprietari,che possedendo
macchie entro tal vicin»nza,solhirebbero
mal volentieri di doverle recidere. Ma la
vita dell' uomo, non che il pubblico bene
merita pure il sacrificio di qualche priva-
to interesse, interesse peraltro che si può
in molti modi compensare. Se si fosse ne*
passati secoli usata una tal cautela, quan-
te rapine, quante stragi, quante mannaie
si sarebbero risparmiate! In mezzo per
altro alla molteplicità delle gravi cure
de' pubblici affari non è sfuggito questo
oggetto alla veduta dell'Eni.0 cardinal
Consalvi segretario di stato : con mia
somma consolazione ho veduto in questi
giorni emanare un ordine analogo alle
mie idee, cioè che per un tratto della via
Flaminia da Nepi a Borghetto si taglias-
sero dalle racidi i boschi adiacenti alla
strada per un tratto entro le campagne
laterali per un mezzo miglio, essendovi
colà accaduti replicati assassinii. Speria-
mo un simile prudentissimo provvedi-
mento presso alle altre strade,special men-
te nella via Appia adiacente a Cisterna per
sradicare il rifugio ed asilo de'crassatori
Di recente il eh. Fabio Gori di Subiacc
nella descrizione della Gita da Roma
Porto d'Anzio, a Nettuno e ad Asturc
riferisce a p. 34. » Strabene poi dice
ratica la stazione di Astura, non eia
perchè vi stessero i legni de' pirati, mi
bensì i legni de' romani contro i pi rat
che aveauo ogni agio di anuidarsi nelle
VCL
macchie di Nettuno e Sermoneta, mac-
chie nelle quali sempre sonosi rifuggiti
i Nid ri. In tal modo io vado a spiegare
un altro passo diStrabone affermante che
i romani sforzavano gli anzi a ti ad ab-
bandonar lo studio dalla pirateria ". I
voti di mg.r Nicolai furono esauditi. Nar-
rai nel voi. XX VII, p. 266, gli analoghi
ordini del governo. Nel 1816 prescrisse
il taglio delle macchie per la distanza di
100 canne d'ambo i lati della strada in
molli luoghi di Marittima e Campagna; e
perSonniuo ordinò, che fosse interamen-
te recisa la vasta macchia di Margazza-
no, ed altresì chiudendo e riempiendo
tutte le caverne e grotte che vi si trova-
vano. Nel 1818 ingiunse per la pubblica
sicurezza delle strade nella Marittima e
Campagna, lo smacchiamento in altri
luòghi. Quanto alla diminuita macchia
di Cisterna, lo dissi in quel paragrafo
col Marocco. Inoltre mg.r Nicolai a p.
472 riporta gli scrittori delle materie de'
boschi. Dipoi nell'opera: Sulla presiden-
za delle strade ed acque, t. 2, cap. 1 5,
Sulla piantagione degli alberi, ragiona
della gran cura ch'ebbero gli antichi ro-
mani,onde Roma fosse circondata da pa-
recchi boschi, sia per garantirla da' venti
australi e marini perniciosi, sia per mi-
gliorar l'aria assorbendo il gas acido car-
bonico e sviluppando l'ossigeno, sia per
apprestare grati asili contro l'ardore del
sole; e perchè fossero inviolati, alla seve-
rità del le le£»j»i unirono la riverenza della
religione. Dice aver egli, d'ordine di Pio
VI, quando le pianure Pontine emersero
dall'acque, fatto piantare più. di 60,000
alberi, parie a' due lati della via Appia
da Tor Tre Ponti a Terracina, e parte
sui bordi de'fiumi : in tal guisa sorge un
gran bosco, dove per lo passato stagna-
vano l'acque, con sensibile miglioramen-
to di quell'aria per l'innanzi cotanto per-
niciosa. I Papi meritano gran lode per
aver posto ogni cura non solo nella con-
servazione de' boschi esistenti, ma anco-
ra uel moltiplicar la piantagione degli al-
V E L 119
beri. Riprendendo il filo cronologico di
questi cenni sopra Sermoneta, dirò che
Benedetto XIII avendo ritenuto nel pon-
tificalo la sua chiesa arcivescovile di Be-
nevento, si recò due volte a visitarla nel
1727 e nel 1729, onorando di sua pre-
senza questo territorio ed altri delle pro-
vincie di Marittima e Campagna. Leg-
go ne' Diari di Roma del 1727, che ri-
tornando da Benevento, da per tulio fe-
steggiato e trattato magnificamente, per
Ceprano, Frosinone, Prossedi, ove pure
celebrò la messa nella collegiata, giunse
aSezze, e da dove martedì 27 maggio ad
ore 9 e mezza s'incamminò per Sermo-
neta. Ne' confini di questo stato e alla
porla che la distingue, le cui mura era-
no "ricoperte d'arazzi e sovrastate dallo
stemma pontificio, il castello di Sermo-
neta salutò con salva reale dell'artiglie-
rie l'ingresso del Papa in Sermoneta. Il
duca di essa ti. Michel Angelo Caetani,
coll'accoropagnamento di gentiluomini
e soldati si presentò a Benedetto XIII, ed
in bacile d'argento gli olfiì le chiavi di
Sermoneta, che toccate dal Papa, dopo
brevi parole le restituì al duca. Ferma-
tosi alquanto inSermonela e ripreso i I suo
viaggio, dopo 3 miglia il Papa trovò nuo-
vamente il duca Caetani, col residuo della
soldatesca squadronatagli bandiera spie-
gata e tamburo battente. Il duca si umiliò
al Papa, il quale compartì la benedizione
a' sermonetani ivi calali da questa loro
terra. In Cisterna poi altro feudo del du-
ca, aggiungerò al riferito in quell'artico-
lo e come promisi nel suo paragrafo di
questo, che tra lo sparo de' mortali e le
vie tutte parate d'arazzi, Benedetto XII [
si recò alla collegiata, ove ascollata la
messa, ammise quindi al bacio del piede
d. Costanza unica figlia del duca, la qua-
le implorò e ottenne l'indulgenza per
suffragio dell'anima della duchessa ma-
dre defunta, e che in qualunque altare
ove si celebrasse per la medesima fosse
privilegiato. Salita indi Sua Santità uel
palazzo baronale, ricca meu te e uobihnen-
i2o VEL
« le addobbato, vi pranzò, come fece tutto
il suo seguito iu altre tavole., imbandite
di copiosissime vivande di grasso e di i/ia-
gro. Posciail Papa dalla loggia benedisse
tutto il popolo,tranuovesalvedimortari,
presentandogli d. Costanza in iscatola co-
perta di velluto rosso guarnito d'oro, un
quadretto di ricamo esprimente s. Gen-
naro, con bellissima cornice d'argento a-
rabescata. Dopo di che Benedetto Vili
seguitò il suo viaggio per Velletri. Nel
1729 Benedetto XI li tornò a Beneven-
to, pernottando a' 28 marzo in Cister-
na da' religiosi riformati, colla sua fami-
gli cenando nel refettorio e da uno di es-
sa fece leggere durante la tavola, secon-
do il suo metodo. 11 duca Catta ni fece
ogni dimostrazione d'ossequio al Papa,
ed alloggiò il suo seguilo nel proprio pa-
lazzo.Nella mattina seguente ilPapa parti
a ore 1 2 e mezza perSermoneta,ove il du-
ca lo trattò magnificamente a pranzo, do-
po a ver ascoltato la messa nella collegiata,
ripetendo le dimostrazioni praticate l'ai»
li a volta allo stesso Benedetto XIII, che
nella sera giunse a Piperno. Nel ritorno
da Benevento, partì da Terracina il mer-
coledì i.° giugno, facendo col suo nume-
roso corteggio la strada pel fiume in 3
feluche, e mangiando all'osteria delle Ca •
se Nove, accompagnato fino a Cisterna
dal duca Caetani, il quale in Sermoneta
lo trattò di magnifico rinfresco, pranzan-
do il Papa da' riformati al solito di ma-
gro, poiché non voleva cibarsi di grasso
ne' mercoledì. Indi continuò il suo viag-
gio per Velletri e Albano, onde restituirsi
a Roma, dopo aver ascoltato la messa
nella chiesa di s. Marzio in Castel Gin-
netti, feudo de' Lancellotti. Benedetto
XIII in questi due viaggi a Benevento,
concepì il desiderio di compiere l'opera
grandiosa del diseccamento delle Palu-
di Pontine, tante volle inutilmente ten-
tala; commosso uel vedere il miserabile
aspetto d'un vaslo paese un tempo ferti-
lissimo, provò un vivo dolore che dalle
tante spese e fatiche de' precedenti tem-
VEL
pi non si fosse ottenuto altro che l'accre-
scimento delle Paludi, le quali con inon-
dazioni molto più. ampie aveano alle vi-
cine popolazioni cagionato una maggio-
re rovina. Allora meditando in cuor suo
disegni anche più magnifici, poiché avea
veduto che la strada presso il monastero
di Fossa Nuova, giacente prima alle ri-
ve dell'Amaseno nel piano, era frequen-
temente esposta a restar soli' acqua; la
costrusse su per le colline ad onta di lo-
ro asprezza, iu luoghi più elevali per si-
curezza e comodo pubblico, e di buoni
ponti la munì nel 1727, come rilevasi
dalla lapide che ivi fu eretta per memo-
ria. Non mollo dopo prese la risoluzio-
ned'asciugare interamente lePaludi Pou-
tine; ma sbigottito dall'esito infelice de*
tentativi d'altri, per non incorrere nella
stessa disgrazia, volle sapere se era riu-
scibile, da' periti geometri Berlaglia e
Bamberti; i quali perciò visitate le Palu-
di Pontine, nel 1729 dichiararono pos-
sibile l'impresa e i mezzi per eseguirla;
ma nel seguente 1730 il Pontefice pas-
sò a miglior vita. Ho voluto riportare
col Nicolai questo cenno, per aggiungere
col cardinal Corradini, che con sommo
calore avea promosso l'ardua impresa, l'e-
stensione del paese in quell'epoca occu-
pato dalla Palude, siccome riguardante
pure Sermoneta e il presente articolo,
« La Palude ora comincia da Terracina,
e giace sotto la città e le murasi dilfoude
pe'luoghi marittimi quasi fino ad Anzio,
e in tal maniera copre i territori] di Ter-
racina, di Circello, di Astura, e porzione
di quel di Anzio; nella parte mediterra-
nea s' ingoia un' ottima porzione delle
pianure di Sermoneta, di Cisterna e di
Castel s. Donato, e i migliori siti del ter-
ritorio Sezzese e Piperuese, e così si e-
stende da Terracina fino al Foro Appio,
e quindi tranne un intervallo lungo 4
miglia e largo 3 fino al fiume, si riman-
gono paludosi quasi tutti quanti i piani
che restano fra le vicine montagne di Ser-
moueta e il mare ; tale è la lunghezza di
V EL
questa Palude ne' ter ri tori i di Sermoneta
e di Sezze". Benedetto XI V impedì mag-
giori danni nel corso de' fiumi; Clemen-
te XIII si propose il bonificamento del*
le Paludi Pontine, fece alcune determi-
nazioni preliminari, e poi desistè dall'im-
presa, che Dio avea riservala a gloria di
Pio VI, il quale l'eseguì a conto della ca-
mera apostolica. Questo Papa, ad esem-
pio di Sisto V, cominciò nella primave-
ra del 1780 a recarsi di persona a Ter-
racina (/ *.),e per diversi anni nella stes-
sa stagione vi ritornò, per sorvegliare e
incoraggiare i progredienti lavori della
bonificazione Pontina, accuratamente de-
scritti da mg.r Nicolai, insieme a'grandi
vantaggi riportati, non meno che alle ca-
gioni per cui la lavorazione restò imper-
fetta, e de' lavori da farsi ; ed altresì alla
ripi istinata viaAppia,che nel tratto della
Palude questa avea sommerso, come del-
lo stabilimento di sue poste per pubblico
comodo nella medesima. In Terracina
riceveva dal vescovo e capitolo d'Ana-
gni il canone, come lo chiama il Nicolai,
che devesi ornile al Papa ogni volta die
dimora in qualche luogo della provincia
di Marittima e Campagna, per quanto
gode e concessogli da Bonifacio Vili. In
tutti gli anni che ciò si praticò da Pio
VI, per l'antica via di Castel Ginnetti, a
Piedimonle, antica posta di Sermoneta,
gli faceva omaggio co'suoi soldati il vice-
castellano di Sermoneta del duca Caeta-
ni, ordinando il saluto dello sparo di 1 o 1
colpi de' cannoni della fortezza, anche
nel ritorno a Roma. Le particolarità de-
gli omaggi ordinati dal duca di Sermo-
neta ne' passaggi di Pio VI, che costu-
mava fermarsi a Tor Tre Ponti, si pon-
ilo leggere ne' Diari di Roma. Anche
Sermoneta si pregia de' suoi illustri cit-
tadini, massime fioriti nelle lettere, nella
giurisprudenza, nella poesia, nella medi-
cina e in altre scienze, come rileva Rac-
chi nella Reggia de' fTolseit e meglio nel
Teatro degli uomini illustri de' P'olsci,
cap. 20, Soggetti illustri di Scrr/ioneta,
VEL lai
protestando essersi perduta la memoria
de' vetusti volsci che la resero chiara per
valore e magnifica per monumenti. Co-
mincia a celebrare Giovanna o Giovau-
nella Caelaui madre del gran Papa Pao-
lo III [V.). II cardinal Nicolò Gaelani,
figlio di Camillo IV duca di Sermoneta
e di Flaminia Savelli, nipote cugino di
Paolo III, che di 1 2 anni l'elevò alla por-
pora, detto il Cardinal di Sermoneta,
riportando l'epitaffio del suo sepolcro esi-
stente nel santuario di Loreto, dove fa
trasferito il suo corpo dalla chiesa di s. Ma-
ria del Popolo o da quella di s. Eustachio
già altra sua diaconia. Vi nacque il cardi-
nalEurieoGrte tatti l'8 agosto 1 55o da Ca-
terina PiaedaBouifacioducadi Sermone-
la. Leonardo monaco cisterciensediFossa-
nuova, vescovo di Giovenazzo nel 12j3
e amministratore di Bari. Giordano ca-
nonico della collegiata di s. Maria di Car-
mineta diocesi di Terracina, vescovo di
Venafro e sulfraganeo di Capua, fatto da
Bonifacio Vili nel 1299. Docibiie arci-
prete di Sermoneta (o di detta collegia-
ta), che tale Papa die al precedente in
successore alla chiesa di Venafro. Giovan-
ni Bucci abbate della collegiata di s. Mi-
chele Arcangelo, da Sisto IV creato ve-
scovo di Veroli. Annibale de Paolis di-
chiaralo da s. Pio V canonico Vaticano,
da Sisto V suo maestro di camera, indi
vescovo di Cervia e sulfraganeo di Ra-
venna, edificò da' fondamenti la chiesa
di s. Maria delle Grazie, la cui famiglia
si trasfuse in quella de' Collavaghi, dalla
quale fiorì il valente medico Ferdinando,
che visse nella corte dell'imperatore Car-
lo VI. Francesco Valerio esimio dottore
di leggi,governatore di Tivoli e castellino
della fortezza. Altri egregi giureconsulti
furono Flaminio Paulanelli e Pietro Gi-
gli. Flaminio Americi annoverato nell'or-
dine senatorio in virtù della cittadiuauz.i
romana, e militò qual capitano volontà-
nò nel 1 57 1 contro i turchi, sotto il co-
mando d'Onorato Caetani duca di Ser-
moneta. Fi'. Girolamo Burduui minore
tu VEL
osservante.dolto autore d'opere. Pasqua-
ie Toscani rinomato medico in Roma,
dichiarato da Libano Vili suo principa-
le medico, la cui discendenza passò in
quella illustre de'Galli. L'antica famiglia
Razza vanta valorosi guerrieri. Giacomo
Venonza risplendelte nella corte del ce-
lebre Scanderberg principe d' Albania,
qual segretario. Questo uffizio funse Gi-
rolamo Cordoni colla repubblica di Ge-
nova. Fabrizio Caroso celebre maestro
di ballo d'imperatrici, regine e principes-
se, lodato co' versi di Tasso, e autore del-
la rara opera: ti Ballerino di Fabrizio
Caroso di Semionda, Venetia i 600, ri-
stampato col l\lo\oNobillà di dame e con
molte figure nel 160 5, Girolamo Sicio-
lante valoroso pittore (a fresco e a olio),
discepolo del celebre Pierin delVaga (Ma-
rocco lo dice discepolo di RalFaello: sem-
bra meglio ri tenere, che s'impadronì del-
la maniera di quello ; sempre operando
sul fare Raffaellesco con giudizio di di-
segno e buone invenzioni, ne fu lodato i-
initatore.il maestro fu discepolo di Raf-
faello, e questi mori nel 1 5no), il cui esi-
mio pennello eguagliò: in Roma dipinse
nella sala Regia del Vaticano, nella ba-
silica Lateranense, nella chiesa di s. Ma-
ria della Pace (di s. Maria dell' Anima,
dello Spirito Santo,di s. Maria Maggiore,
ed in s. Bartolomeo d'Ancona), nell'ul-
timo torrione di Castel s. Angelo, ne' pa-
lazzi Farnese e Caetani; a Semionda di-
pinse nelle chiese di s. Stefano de' rifor-
mati, di s. Bernardo, di s. Giuseppe, del-
ia ss. Vergine del Fossato fuori le mura
di Sermoneta; in Cisterna negli tf[) par la-
menti del palazzo Caetani, e nella chiesa
di s. Antonio abbate de' riformati. Suo
degno figlio fu Tullio, che nella pittura
forse l'avrebbe superalo, morto neh 573
di 20 anni, e sepolto in s, Loreuzo in Da-
maso di Roma, ove il genitore gli pose
onorifica iscrizione marmorea, riprodot-
ta dal Ricchi. Al dotto duca d. France-
sco Caetani, protettore de' letterati e de-
gli artisti, che celebrai iu tanti luoghi,
VEL
siamo debitori, come notai nel voi. VI,
p. 218, di Antonio Cavallucci nato in
Sermoneta nel 1752, perchè da fanciul-
lo disegnava arabeschi e figure sui muri.
Laonde lo fece venire in Roma, gli fece
apprendere la pittura, e riuscì eccellente
nel colorito, nel merito avvicinandosi al
Mattoni contemporaneo. Tra le belle sue
opere, nella chiesa de' ss. Silvestro e Mar-
tino a' Monti esistono i quadri a olio di
g. Elia, della B. Vergine che dà l'abito
a s. Simone Stock, l'Anime del Purga-
Iorio, e s. Giovanni che battezza Cristo:
nella volta della tribuna eseguì le pittu-
re a fresco con bella maniera e buon di-
segno. In tale chiesa fu sepolto nel 1 7g5
e il suo illustre mecenate gli eresse una
lapide in marmo. L'ultima sua opera fu
Veneree Ascanio, collocata nel palazzo
Sforza-Cesarini. A Pisa, a Loreto, a Ca-
tania sono suoi quadri. Le nominate o-
pereottennero celebrità. Afferma Maroc-
co, che in Sermoneta da' suoi eredi si
conservano due belli quadri eprimenti
uno la Carità, l'altro lo Sposalizio di s.
Caterina, il medesimo celebra l'altro il-
lustre sermonetano Giacomo Impaccien-
ti giureconsulto, assessore di Frosinone
e luogotenente del tribunale del governo
di Roma, da Gregorio XVI per la sua
fedeltà, perizia, prudenza e valore nel
1 83 1 fatto pro-delegato di Rieti, Spole-
to e Perugia, rapito da immatura mor-
te in detto anno, compianto per le sue
virtù. Trovo un'elegante iscrizione a suo
onore scritta da mg.r Laureani a p. 183
delle sue Orationes, Carmina, et In-
scriptiones, Romae 1 855. Dell'antichis-
sima enobilissima famiglia Caetani, non
solamente ragionai in quell'articolo (ove
col Novaes dissi che Corrado Caetani zio
di Gelasio II sposò Costanza figlia di Fe-
derico II imperatore, avendo io corretto
il numero di IH, e sorella di Manfredi re
di Napoli; ora però avverto che mi sem-
bra anacronismo), ma ne' moltissimi che
la riguardano, notando nel voi. LVIII,
p. 378, che uè' bassi tempi in Roma eh-
VEL
Le per rocca la Torre (F.) delle Mili-
zie, e nel siiburbano la celebre Sepoltu-
ra (V.) di Cecilia Metella, avendo an-
cora abitazione nell' Isola Tiberina. Il
Palazzo Gaetani o Caserta (Tr.) colla
-villa sul monte Esquilino, dall'odierno
duca fu alienato a favore de' Rcdentori-
sti, i quali lo ridussero a casa generali-
zia e noviziato, e vi hanno fabbricato pro-
pinqua chiesa dedicata al ss. Redentore
e iti onore del loro fondatore s. Alfonso
de Liguori, tutto avendo descritto nel
voi. LXXX, p. 57. L'altro palazzo Cne-
tani è l'antico Palazzo Mattei (F.).Ba
Caetani era il sontuoso Palazzo Ruspo-
li (V.) al Corso, venduto ad essi per
7.5,000 scudi, e tuttora la contrada d'u-
no de' lati ossia la piazzetta al principia
di via Condotti, senza che sia scritto nel-
le civiche indicazioni delle strade, vol-
garmentesi suole chiamare Gaetaiv.Nel
citato articolo Caetani parlai di altri lo-
ro palazzi in Roma, come del venduto
a s. Maria in Posterula a' Celestini (F.),
e siccome è vicino il vicolo Gaetana, dal-
la vicinanza di tal palazzo crede proba-
bile il cav. Ruflìni, nel Dizionario delle
strade e vicoli di Roma, gli sia deriva-
to il nome. De' titoli illustri e de' feudi
e signorie de' Caetani, oltre i sunnomi-
nati, parlai negli articoli relativi o ne*
loro propri, come principi di Teano (F,),
duchi di Caserta (/'.) ec. De' Papi Ge-
lasio IT e Bonifacio FUI, e de' cardi-
nali Caetani o Gaetani, non solamente
ragionai alle loro biografìe, ma in tutti
i moltissimi luoghi che vi hanno relazio-
ne; e di Pio Farulli abbiamo la Crono-
logia della famiglia Gaetani di Pisa,
Lucca 1723. Delle antiche e numerose
signorie de' Caetani ne riporta l'elenco
il Ricchi nella Reggia de' Folscia p,5o.
Il cav. De Mattheis nel Saggio istorieo
di Prosinone sua patria, dice a p. 77,
che Prosinone distinguendosi nel secolo
XII tra' paesi della Campania Romana,
era il luogo principale della provincia
goveruota da' baioni Caetani cuuli dulia
VEL 123
Campania. Da quanto riporta facilmente
s'intende, che Frosinone nel secolo XIII
e anche prima, era la capitale o reggia
della Campania, risiedendovi i duchi
Caetani nella loro qualità di duchi della
stessa Campania e dipendenti dalla s. Se-
de. Frosinone fu già sede vescovile, co-
me pure lo fu Trevi (F.)de\\n stessa pro-
vincia. Dice Marocco.il territorio di Ser-
moneta è feracissimo, producendo ogni
sorta di cereali e frutta, ed all'intorno
ha molte piscine, che oltre di produrre
un'infinità di rane e pesci, danno ezian-
dio moltissime mignatte, delle quali i po-
polani fanno commercio co' fiorentini e
genovesi che appositamente vi si recano
ad acquistarle. Alle falde del monte su
cui giace Sermoneta, sorgono acque mi-
nerali di molto giovamento per diversi
malori. Una di acqua zolfo rea detta Puz-
za pel suo odore nauseante, prodotto dal-
lo sviluppo del gas idrogeno zolforato, si
usa con molto vantaggio nelle malattie
cutanee. Essa ha varie sorgenti,delle qua»
li una è veemente. Altra acqua sorge sul
principio delle tenuta Tufette del prin-
cipe Massimo. Essa è marziale, predomi-
nando la parte ferrea, e giova all'ostru-
zione di milza, male frequente tra' ser-
monetani. Si osserva nel piano della cam-
pagna, da un lato della strada di Norma,
un piccolo laghetto di forma rotonda, e
di circa mezzo nibbio di terreno, chia-
mandosi precisamente la contrada ove
giace il Frecciale. Si giudica derivato da
un avvallamento di terreno, ed ivi esister
doveva qualche rimarchevole edificio,per-
chè si rinvennero diversi frantumi mar-
morei, un capitello di marmo bianco,
qualche avanzo d'opera laterizia, varie
tegole di terra cotta di diversa forma di
due piedi e un 6.°aventi due labbri al-
l'estremità, il che usa vasi per render più
solide le fabbriche e per dare loro bel-
la comparsa. Si scoprirono pure diverse
nicchie con entro ossa umane, forse sepol-
creto di qualche famiglia illustre. Riferi-
sce Caliudrijche nel monte vi è un abis»
i?4 VEL
so o cratere detto il Pozzo dell'Osa, ed
in altra parte del territorio sono 3 ta-
berne sotterranee, o famose grotte, le
une maestosamente fabbricate a volto so-
pra le altre.
Governo di Valmontone.
Valmonlone. Città e comune della dio-
cesi di Segni, residenza del governatore,
con territorio in piano e in colle e molti
fabbricati,distante circa it\ miglia da Ro-
ma,! 4 da Cori, e 5 per la via diretta da
Palestrina, con 8275 abitanti secondo la
Statistica del 1 853. Giace isolata in istret-
ta valle riparala da basse colline, sopra
un colle di lufa vulcanico dirupato, me-
no pc luoghi fatti più agiati per gli acces-
si , dirimpetto a Monte Fortino lungi 3
miglia , a levante avendo Segni e Gavi-
gn ano, sulla via proviocialeecorriera Ca-
silina, corrispondente nella 1/ parte al-
l'aulica Labicana, e dopo Lugnano alla
Latina. In lontananza la città ba una cer-
ta somiglianza colla veduta della Riccia,
tanto per la verdura delle boscaglie cbe
l'attorniano, come per la cupola della col-
legiata cbe la sormonta. La sua pianta
ridncesi a un'ellissi irregolare, ed è cin-
ta ili mura munite di torri quadrango-
lari, opere de'bassi tempi, in parte sman-
tellate e in parte ridotte a case ed altri
usi moderni, come apprendo da Nibby.
Ritiene Marocco, cbe da valle e da mon-
te pub esser derivata la denominazione di
Valmonlone, essendo circondata da una
breve vallata e situata sull'eminenza cbe
alcuni dicono essersi chiamala Montone.
Dice già le sue mura solide e costruite
con diligenza, ed i frequenti torrioni mu-
tilati disposti con buon modo di militare
architettura. Leabitazioni appartengono
a diverse epoche, alcune tendenti al gu-
sto gotico, altre meno antiche hanno bal-
coni di tufo o pietra nera formati a cro-
ce che in 4 parti dividono le finestre,
molte case hanno 1' ingresso ad angolo
ottuso o arco acuto, come ne'luoghi del-
l'epoca de* guelfi e ghibellini; ed alcune
fabbriche sono formale di tufo, scalpel-
V E L
lato con maestria e commesso con eccel-
lenza d'arte. La porta per cui si entra ve-
nendo «la Roma non è l'antica, la quale
trovasi interrata in una cantina dell'avv.
Pozzi, dove ancora si osserva il voltone e
l'arco ch'esser dovea di fronte alla pub-
blica via che conduceva al palazzo baro-
nale. Aggiunge pure Marocco, che il ma-
teriale col quale furono fabbricate molte
abitazioni, è comune opinione fosse tra-
sportalo dalle rovine dell'antichissima
città di Labico, molte iscrizioni marmo-
ree della quale e trovate nel 1789 negli
scavi della tenuta detta la Cavalla, ubi-
cazione a cui non si accorda che ivi sor-
gesse, si collocarono nell'atrio del palaz-
zo baronale, e le riporta in uno alle mo-
derne della collegiata e dell'oratorio. Le
vie interne sono regolari, selciate e assai
comode, fiancheggiate in generale da buo-
ni fabbricati, tranne quelli presso porta
Romana abitali da'coltivatori de'campi.
Osserva Nibby, che entrando nella città
di antico rimarcatisi molti massi quadri-
lateri di tufa locale, avanzi dell'antiche
mura, impiegati nelle costruzioni moder-
ne , ed alcuni sembrano al posto loro,
qualche vestigio d'opera reticolata, ed un
sarcofago del tempo di Settimio Severo
ridotto a fontana pubblica, sul quale so-
no espressi a bassorilievo 3 Genii che reg-
gono encarpi o festoni. Le case le reputa
generalmente d'opera saracinesca e ricor-
dano il XI 1 1 secolo. Si direbbe che in gran
parte fu riedificata dopo che ne fu inve-
stito Riccardo Conti. L'attuale magnifi-
co e grande palazzo baronale, al riferire
del p. Casimiro da Roma, Memorie del-
le cliiese e conventi de' frati minori del-
la provincia romana, fu cominciato a
fabbricare verso ÌI1662 dal principe Ca-
millo Pam phi lj nipote d'Innocenzo X, nel
sito più eminente e nel miglior clima (poi-
ché essendo la città edificata sul tufa,
questo produce alquanto umido, secondo
Marocco),e con moltissima diligenza d'ar-
te disegnato, con fascie e abbellimenti e-
slerni di peperino e di pietra tiburtina.
VEL
La facciata principale è rivolta alla piaz-
za maggiore, d'onde verso mezzodì s' a-
pre una veduta bellissima e vasta: I' oc-
chio rapidamente percorre il trailo limi-
tato dalle punte dell'Algido e da quelle
del Lepino, presentasi da lungi verso oc-
cidente Rocca Priora, e avanzandosi ver-
so mezzodì si riconosce il monte Artemi-
sio e l'Algido, e spalancasi la valle e Pa-
lude Pontina: di fronte presentasi la ca-
tena del Lepino e solto di quella Mon-
te Fortiuo, e di fianco verso oriente Ga-
vignano. L'ampie e alte sale, e i diversi
apparlameuli dipinti egregiamente con
favole mitologiche, merilano vedersi. Yi
si giunge per due vie; la più bella comin-
cia dalla piazza, l'altra dalla porla Huma-
na, rimanendo da un lato 1' imponente
fabbricato delle stalle. Propinquo al son-
tuoso edifizio, che può dirsi il più super-
bo de'dintorni, everso l'angolo orienta-
le della piazza comincia la facciata della
chiesa principale di s. Maria Maggiore As-
sunta in Cielo, collegiata e parrocchia. Es-
sa fu riedificata dalle fondamenta dal
principe Gio.BaltistaPamphiljAldobran-
dini figlio di Camillo encomiato, e v'im-
piegò 4 anni dal 1 685 al i68g, serven-
dosi per architetto di Mattia de Rossi fi-
glio del bergamasco Gio. Antonio passa-
bile architetto, amato allievo del celebre
Bernini , come può leggersi nel Milizia,
Le vite de* più celebri architetti, p. 377.
Magnifica, elegante e vasta n'è la mole,
che fa contrasto colle abitazioni modeste
del luogo: la pianta è ovale, bella e sem-
plice, essendo cioè un'ellissi: bella pure è
la cupola che la sormonta,schiacciala, so-
lida e luminosa; buono il campanile, os-
sia le due torri campanarie, al dire del se-
vero Milizia; l'atrio poco ampio è conve-
nevole e decorato: ma a Nibby i partico-
lari sembrarono risentire gli effetti del
gusto di quel secolo corrotto. L'interno è
ornalo dalle pitture del p. Pozzi, di Gia-
cinto Brandi, Cirro Ferri, Agostino Siila,
cav. Sebastiano Conca e altri rinomati ar-
tisti del XV11 secolo. Va eccellente orga-
V E L i*5
no le accresce lustro, ed è lodevolmen-
te ufficiala quotidianamente dal capitolo
nel suo coro di 17 stalli. Urbano Vili e-
resse in collegiata la precedente, con bre-
ve de'i5 marzo) 638, grado che venne
trasfuso all'attuale, istituendo l'unica e
principale dignità dell'ai cipretalo. Allo-
ra il capitolo si componeva di 7 canoni-
ci,poi aumentali a gè due chierici, ed ora
lo è di io canonici compresa la dignità
dell'arciprete; gli altri benefizi non facen-
do corpo col capitolo. Marocco che de-
scrive i quadri, dice il s. Francesco del p.
Pozzi e ne rileva i singolari pregi , al cui
altare si venera pures. Filomena ben di-
pinta dal Quattrocchi. Il superbo quadro
di s. Benedettolo giudicadel Ferri. I due
quadri del Salvatore, e della B. Vergine
coldivin Figlio sono del Conca. Nella sa-
grestia si ammira in tavola 1' immagine
della Madonna col s. Cambino in grem-
bo circondata d'Angeli, dipinta nel 1 5 1 3
dal famoso Pinturicchio. Questa chiesa fu
solennemente consagrata a' 27 maggio
1 703 da mg.r Pietro Corbelli vescovo di
Segni. Nel vicino oratorio del Gonfalone,
edificato da Alto Conti morto neli466,
bellissimo è il quadro delPresepio dipinto
lìti 167,2 daD.,da tutti riputato del Bas-
sani, all'erma Marocco. Ma de'sei Da Pon-
te di Bassano pittori, niuno portò il nome
cominciatile col D. Io non pretendo con
tale data e iniziale indovinare l'autore del
quadro, dirò solo che in quell'epoca fio-
riva il Domeni chino, e cominciava a fio-
rire l'oriundo francese Gaspare Daghe!
nato in Roma, cognato e discepolo del ce-
lebre paesista Poussin, ed anche scolaro
di Claudio Lorenese: fra'paesisti italiani
è quello che ha più grazia e sentimento;
tutto è in lui vero. 1 suoi mirabili paesag-
gi sovente ornavali di figure. Molto dipin-
se pel principe Pamphilj, la qual famiglia
possiede grandi e rinomatissimi quadri.
A lira parrocchia èia chiesa de'ss. Andrea
e Stefano. Salendo a Valmontone per la
parte sinistra, è la chiesuola della ss. Ver-
gine delle Grazie, che per lo siile e la co-
126 VEL
stellione ricorda l'XI secolo. La porta,
antica aneli' essa e rinnovata nel secolo
XIII, presenta l'Eterno Padre: il mistico
Tau, che vi si vede espresso, è prova che
un tempo questa chiesa appartenne a'mo-
naci o meglio canonici regolari dell'or-
dine di s. Antonio abbate. Sopra un'altu-
ra pure a sinistra della via, e non mollo
lungi dalla città, vedesi dominare la chie-
sa e il convento de' minori osservanti di
s. Angelo, di cui ragiona il subnominato
p. Casimiro nel cap. 25, insieme alle no-
liziedi Valmontone, e di cui mi vadogio-
■vando, di conserva cogli altri lodati scrit-
tori. Ambo gli edilizi sono situati sopra
un colle, i quali nondimeno reslanocoper-
ti dagli altri colli che li circondano , anzi
le finestre del i .° appartamento del palaz-
zo baronale stanno a cavaliere del tetto
della chiesa ed a livello del convento de'
cappuccini di Palestrina. Il p. Gonzaga,
Misturici Serafica, peli.0 e senza docu-
mento pubblicò che il convento già abba-
zia appartenne a'benedettini, e che da'si -
gnoii Conti baroni del luogo fu concesso
a 'francescani colla bellissima chiesa. Il p.
Casimiro assicura che la fabbrica è anti-
ca, e nel!' architrave della sagrestia lesse
l'anno 1 009. Nel 1 738 per certa fabbrica
si scopri una croce stazionale di marmo
con vari ornamenti di musaico, le quali
cose potrebbero rendere verosimile l'as-
serzione del p. Gonzaga, ed il Nibbydice
saracinesca la costruzione. Certo è che i
fiati minori non vi si stabilirono dopo la
metà del secolo XV, ad onta che tale epo-
ca sia notata nelle memorie del convento
e nell'archivio d' Araceli, ma nello stesso
secolo di loro istituzione. Imperocché ri-
porta il p. Waddiogo, Annal. Minor., che
Nicolò I V nel 1 290 con breve de'7 luglio
dato in Orvieto,la cui copia era nell'archi-
viodi s.lsidoro, concesse l'indulgenza per-
petua d'un anno e4o giorni a' fedeli che
pentiti e confessati visitassero nel giorno
di sua festa e per tutta l'S.'1 la chiesa di s.
Michele Arcangelode'frati minori di Val-
uioutoue diocesi di Segni. A tempo del p.
VEL
Casimiro la chiesa conteneva 3 altari dal-
la parte dell'Epistola e 2 da quella del Van
gelo, ed era stata consagrata a'26 febbraio
da Giuseppe Pamphilj vescovo di Segni
dal iìì'jo al 1 58 1 . Il p. Casimiro ripro-
dusse due memorie sepolcrali, il novero
delle ss. reliquie della chiesa, incontro la
quale nel i49° ' Conti edificarono a s. Mi-
chele una cappella semicircolare, poi pro-
fanata nel secolo passato, e che nella cam-
pana del campanile era inciso l'anno
i523, colle invocazioni della Madonna e
di s. Michele, e col nome angelus Melo
Verulanus. Soggiunge il p. Casimiro che
piti d'un miglio da Valmontone sulla via
Labicana fu già il monastero di s. Maria
in Silice de Fai le montana (così detta da'
grossi selci della via lastricata), di cui tro-
vasi menzione neh' Ughelli, nel diploma
di conferma de'beni a Pietro vescovo di
Segni, emanalo nel 1 1 82 da Lucio III, da
cui si trae ch'era stato toltoa'benedetlini
a'quali era appartenuto. Nel secolo X11I
vi furono collocate le monache di s. Chia-
ra, alla loro chiesa concedendo Nicolò IV
l' indulgenza Signina Dioecesis. In una
bolla di Paolo II del i47° s' narra che il
monastero era disabitato e da più anni di-
ruto; però non si deve confondere col mo-
nastero che nello slesso pontificato Gio-
vanni Conti fabbricò dentro Valmontone
col medesimo nome di s. Maria in Silice,
per aver ottenuto tal signore dal Papa
di trasferirvi il titolo dell'altro, e di far-
vi rifiorire di nuovo la regolare osservan-
za. Giovanni per ottenere tuttociò più fa-
cilmente donò a' monaci di s. Scolastica
di Subiaco, oltre la chiesa e il monastero,
anche 1' ospedale pe' poveri , fabbricato
già da Allo suo genitore, sepolto nel
1 466 in quella chiesa con epitaffio. L'o-
spedale tuttora esiste. Nel Diario di Car-
lo Messori da Subiaco si legge, che nel
i5gi era priore di questo nuovo mona-
siero d. Ambrogio da Subiaco, ma dipoi
fu abbandonato all'atto da'monaci, laon-
de neh 656 vi poterono ritirarsi i minori
osservanti, uel tempo che il loroconvcnto
V EL
di i. Angelo era abitato da'contagiosi del-
la pesti lenza die affliggeva pure la contra-
da. Aggiunge Marocco, che al monastero
fu unita l'abbazia di s. Maria di Porcinia,
castello poi detto Percile, distretto e dio-
cesi di Tivoli,con altre notizie sul medesi-
mo, ora del tuttodiruto.lesue renditenon
eccedendo ?o floriui d'orodi camera. Era
vicino alle ville ecimiterio di s. Ilario nel-
la via Labicana, dagli antichi cristiani di
gran divozione e assai frequentato. Dice
ancora il Marocco che quasi 5 miglia di-
stante da Valmontone esisteva il mona-
stero mollo antico di s. Cecilia dell'ordi-
ne di s.Benedetto, e precisamente rim pet-
to al diruto castello di Pimpinara, di cui
feci parola nel paragrafo Gavìgnano. Non
manca Valmontone di pii sodalizi, e del-
le maestre pie, le quali furono istituite in
questa città dalla principessa Leopoldina
Doria Pamphilj di Savoia Carignano. Ora
la città sta costruendo il cimiterio comu-
nale fuori dell'abitato ed alla distanza di
circa mezzo miglio dalla medesima. Ce-
lebre fra 'geografi è stata sempre la que-
stione sopra il sito preciso di Labico (P.),
città ragguardevole dell'anticoLazio e poi
sede vescovile. Leandro Alberti e molti
altri dopo di lui hanno stimato che sul-
le rovine di essa sia stato dipoi fabbrica-
to Valmontone. Cluverioe Kircher han-
no creduto Labico nello stesso silo ove
oggi è piantato Zagarolo (F.). I moder-
ni scriltori.appoggiati all'Olstcnioeal Fa-
bi etti, non altrove lo riconoscono che nel
castello della Colonna , cos'i Marocco e
Nibby. Il p. Casimiro da Peonia però os-
serva die la Colonna non è situala sulla
via Labicana, ma distante da Roma cir-
| ca 1 5 miglia, che fanno appunto i i 20 sta-
di di lontananza assegnati da Strabune a
Labico; disianza che non si può coufare
alla posizione di Zagarolo, che dicesi 17
miglia lontana daRoma (di più vuole Nib-
by),e mollo meno con quella di Valmon-
tone , che viene giudicata lontana dalla
medesima più di 22 miglia. Ciò die poi
doti ebbe togliere ogni dubbio è la lapi-
VEL 127
de di Pai tenio, trovala dal Fabretti nel
territorio della Colonna e da lui riporta-
ta nel suo libro De Aquis et Aquaedu*
ctil/us. Con tultociò confessa il p. Casimi-
ro di non poter abbracciare neppur quel
sentimento, dubitando che la lapide forse
potrebbe esservi stata trasportata , ben-
ché potrebbe essere surto Labico non lun-
gi dalla Colonna. Ma considerando che
un tempo esistevano Labico, Colonna e
Zagarolo, e tutti e 3 chiamati co'loro no-
mi , conclude che Labico non poteva es-
ser situato ove oggidì è piantala Colon-
na, e questo castello non potè esser fab-
bricato sugli avanzi di Labico. Questa
città era tuttavia in piedi nel cominciar
del secolo XI II, in cui Domenico vescovo
d'Albano vi passò a governarne la chiesa,
il che rendesi manifesto dalla lite insorta
tra il vescovo d'Albano e il monastero di
Grotta Ferrata per I' esenzione di una
chiesa del castello di Paolo, situato sotto
Marino; e mentre da molti anni addietro
esistevano altresì la Colonna e Zagarolo,
come si trae da Pandolfo Pisano, il quale
narra che Pasquale II neh io^t egrts.sus
urbe Cavasi recepit,Columpnam et Gaz-
zfro/«m,cioèZagarolo,ed in più luoghi da
Cencio Camerario. Sembra dunque al p.
Casimiro vacillare la congettura di que'
che hanno scritto Labico esser lo stesso
che la Colonna. I moderni Calindri e Ca-
stellano inclinano a credere che l'odier-
no Valmontone abbia rimpiazzato l'an-
tica città di Labico, che altri posero a Za-
garolo o alla Colonna. A'ricordati arti-
coli riportai lediverse opinioni degli scrit-
tori, fra 'qua li il Fico ioni pose Labico pres-
so la sua patria Lugnano. Il dotto IVibby
HeW Analisi de' dintorni di Roma, t. 2, p.
1 59, ragiona delle diverse terre che si di-
sputarono P onore d' esser succedute al-
l'antico Labìcum o La\'icnmte tutte eb-
bero i loro forti difensori, né tace che nel
secolo XVI era comune l'opinione in fa-
vore di Valmontone, e nel seguente al-
tri lo situarono a Zagarolo. Pertanto sog-
giunge: Se però ad uu malinteso amoie
128 VEL
di patria si fosse sostituito un più matu-
ro esame de' luoghi, ed un rispetto mag-
giore all'autorità declassici antichi, l'o-
pinione non sarebbe andata tanto oscil-
lando con detrimento della verità e della
scienza. Ragionando poi delle distanze, ne
escluse Valmontone, dicendola più di 26
miglia distante da Roma , e poi nel suo
articolo scrisse circa 24 5 e trovò le me-
desime e le altre coincidenze in favore
della Colonna, ed eruditamente riferì le
notizie di Labicoe della Colonna. Trat-
tando poi il Nibby di Rocca Priora, che
dice l'antica Corbio o Corbìone, nel t. 3,
p. 22 , dichiara che Vitellia era a Val-
montone, ed io seguendolo, ciò ripetei oel
voi. XXVII, p. 178, nella breve mia de-
scrizione di Rocca Priora _/ad onta ch'egli
nell'articolo Ci vitella di Subiaco, nel 1. 1,
p. 4?4> I' avea riconosciuta succeduta a
Vitellia da'romani eretta nel paese degli
eroici, onde tener a freno gli equi 0 equi-
coli , ed inoltre ivi già avea riconosciuto
Valmontone essere succeduta a Tolerio,
Nel mio articolo Subiaco, e nel paragra-
fo Ch'itella ne ripetei l'opinione, lo non
intendo censurare il grand'uomo, soltan-
to avvertire gli anacronismi, onde non es-
sere anch'io in contraddizione. Inoltre il
INibby nel t. 3, p. 369, tiene proposito di
Valmontone, che dice l'antico Tolcrium,
quindi Castrimi Vallis Montonisj ed ec-
cone le sue notizie. La città di Tolerium
o Toleria, come una delle più antiche del
Lazio, ed esistente fin dall' anno 268 di
Roma, Dionisio e Plutarco l'indicano chia-
ramente situata nelle vicinanze di Boia,
ch'f gli riconosce a Lugnano, Labico e Fe-
do, mentre Plinioenumera i Tolerienses
fra quelle popolazioni del Lazio antico che
a'snoi giorni erano pienamente scompar-
se. Stefano Bizantino poi si limita ad in-
dicare Tolerium solo come una città d'I-
talia. Se, come sembra al INibby, Boia fu
a Lagnano, Labico alla Colonna, e Pedo
a G allicano {V .), due soli luoghi moder-
ni potrebbero contendersi l'onore d'esser
riguardati come succeduti a Tolerio, cioè
VEL
Zagarolo e Valmontone, poiché avendo
l'infaticabile e intelligentissimoNibby per-
corso in tutte le direzioni quel tratto di
paese latino fra la Colonna, Valmontone
e GaIlicano,questi due luoghi solamente
presentarono a lui in tutto quel distretto
traccie d' antichità. Quelle di Zagarolo
non crede appartengano a epoca remota,
ma li reputa pezzi di monumenti disloca-
ti del tempo imperiale di Roma; né l'a-
spetto di quella terra ha grande appara-
to d'essere stata una città antica, ma piut-
tosto una villa romana: al contrario Val-
montone ah.° aspetto mostra il caratte-
re di una di quelle città o piuttosto bor-
gate munite del Lazio primitivo, essendo
posta sopra un colle isolato, cinto da di-
rupi ed attorniato da sepolcri scavati nel
tufa, come quelli di Collazia e di altre cit-
tà antichissime, e fra due rigagnoli che
sono da considerarsi come due delle più
lontane e perenni sorgenti del fiume Sac-
confluente principale delLiri. Questo fiu-
me è evidentemente quello che Strabone
ossia il suo testo odierno designa col no-
me che Ovidio e Orosio appellano To-
leniti, dal quale si conosce l'origine del
nome di Tolerium, ch'era posto alle sor-
genti di quello. Prova ulteriore pel Nib-
by che Tolerium fosse sulsitodi Valmoa-
tone,è la marcia di CorioIano,il quale ve-
nendo contro le città latine della Valle
Pontina, lai." a presentarglisi sul confine
volsco da quella parte era Tolerium, e
questa infatti, secondo Dionisio e Plutar-
co nella Vita di Coriolano } fu la 1 ."ad es-
ser assalita, come successivamente assalì
quelle che una dopo l'altra gli si parava-
no sulla strada, cioè Boia, Labico e Pedo.
E non volendo attaccare né i prenestini,
né i gabini, né i tnsculani , perchè forse
erano d'accordo co'volsci, o non erano al-
leati de'romani, si volse contro Corbione,
Boville posta presso le Fraltocchie,e La-
vinio (Pratica dice INibby ; non si deve
confondere con Patrica nella delegazione
di Frodinone: à\ Lavinio e di Pratica ra-
gionai nel voi. XXXVU, p. 233 e seg.
VEL
ultime città che gli rimanevano a soggio-
gare sulla sinistra, prima di porre il cam-
po contro Roma, alle Fosse Giulie. Il va-
loroso esule romano trovò i tolerini pre-
parati a difendersi, e da prodi per un gior-
no intero respinsero l'assalto, ma alla fi-
ne dovettero cedere alla furia de' volsci.
La città fu presa d'assalto, ed i volsci ne
riportarono una preda cos'i grande in uo-
mini, denaro e vettovaglie, che il traspor-
to del bottino durò parecchi giorni. In-
dizio è questo della floridezza di Tolerio,
sebbene la città non fosse molto grande,
secondo Dionisio, il quale fa dire a Mimi-
ciò nella sua legazione a Coriolano, che
non credesse già facile impresa l'assalire
Roma, e che non credesse d'averla a fare
co'pedani eco'toleriui, piccole popolazio-
ni. Nuovo argomento a favore di Valmoti-
tone,dice Nibby. Indi nota : E' singolare,
che mentre Dionisio e Plutarco sono pie-
namente d'accordo nell'indicare la presa
di Tolerio, Livio non ne fa menzione, ma
in vece nomina Trcbiam ossia Trevi (P7.),
eh' è fuor di luogo affatto; e perciò può
credersi che il nome in Livio sia stato al-
terato da'eopisti e che iu vecedi Trebiam
debba leggersi Toleriam, congettura che
sfuggì al dottissimo Cluverio. Dopo quel-
la catastrofe sembra che Tolerio non ve-
nisse mai più abitala, poiché non se ne
trova più menzione negli antichi scritto-
ri. Quindi crede Nibby , che i cittadini
superstiti si disperdessero nelle città vi-
cine di Boia, Frenesie e Pedo. Quantun-
que però Tolerio fosse scomparsa , non
sembra probabile che sul finir del gover-
no repubblicano o ne'tempi floridi del-
l' impero il suo sito fosse trascurato da
qualche ricco romano , il quale ne avrà
profittato per edificarvi una villa, come
di altre città primitive del Lazio essere
avvenuto afferma Strabone, e ne fan te-
stimouianza le rovine esistenti. Nel d.°65
del Diario di Roma del 1 846 si legge
un articolo di O. R., nel quale dà con-
tezza del pubblicato libro: Intorno l'an-
tico e nuovo Labico. Dissertazione di ùid-
vol. LXXXIX,
VEL 129
gì Ber tarel 7/, Roma 1 8/f5- Principia l'ar-
ticolista col fare osservare, che non si può
in miglior modo onorare il paese natale di
quello che ricercando nella sua storia, e
manifestando alla luce del mondo le sue
glorie, tanto più se da altri scemate, mes-
se in dubbio o negate del tutto. Ciò fece
assai dotta mente, e con franco e bello an-
dare di stile, Luigi Bertarelli da Valcuon-
tone nell'opuscolo annuncialo di 3g fac-
ce in 8.°, abbastanza pieno d'erudizione.
Egli procede, al dire dell'articolista, con
bel ragionare, chiarezza e con forti argo-
menti a mostrare come presso il luogo
dove sorge ora quella ciltà fosse il Labi-
co degli antichi. Un tale ragionamento,
dedicato al suo concittadino d. Pietro Pao-
lo Fratoni parroco de' ss. Andrea e Ste-
fano, l'autore divise in 1 1 paragrafi. Ac-
cenna nell'introduzione come il Sommo
Pontefice Gregorio XVI, con breve de'
26 settembre 1 843, desse al comune di
Valmontone l'illustre titolo di città, e
quindi i suoi abitanti, fra le altre pubbli-
che dimostrazioni di gratitudine a tanto
benefìciOjStabilissero una accademia, nel-
la quale dovea recitarsi questa disserta-
zione, la quale non tenuta il Bertarelli
pubblicò colla stampa.» Quanta oscurità
e quanta incertezza sia stata sempre in-
torno alla situazione dell' antico Labico
è noto a chiunque si conosce minimamen-
te di queste materie: chi nel luogo dove
sorge al presente la terra di Zagarolo;
chi alla Colonna; chi altra volta pureo-
pinò che fosse nelle vicinanze di Valmon-
tone; i quali diversi pareri discorre il Ber-
tarelli nel 3.° paragrafo, dopo aver toc-
cato nel 1° la storia dell'antichissima cit-
tà. Il Nibby, in fra gli altri, volle a'dì no-
stri sostenere che veramente alla Colon-
na sorgesse Labico, secondo eziandio l'av-
viso dell' Olstenio e del Fabretti; il che
si fa il nostro Bertarelli a confutare mol-
to valorosamente nell'8.° paragrafo, com-
battendolo coli' autorità degli antichi
scrittori, come di Livio e di Strabone, il
quale scrivendo che Labico giaceva oltre
9
1 3o VE L
il i 5.° miglio da Roma, fa chiaro che non
polea essere dove sorge al presente la Co-
lonna, clie, osserva il Berta celli, seguendo
le tracce della dritta via Labicana anti-
ca, dista da Roma solamente 12 miglia;
la comballe coli' andamento della via
medesima, colla natura del luogo in cui
è poi sorta la Colonna, con altri ben for-
ti argomenti che tralascio per brevità e
che stimo prezzo dell'opera leggere come
sono distesamente e eruditamente tratta-
ti nella dissertazione medesima. Ver con-
trario nel paragrafo 7.0 avea già abba-
stanza provatoli Bertarelli come colle re-
liquie dell' antico Labico fosse costrutto
Yalmontone, e come a cjuesto apparten-
ga l'antica sede episcopale Labicana. men-
tre nel paragrafo 9.0 mostra colla mag-
gior evidenza I' errore del Nibby nell' a-
ver dato a Yalmontone il nome dell' an-
tico Tolerio. E poiché la maggior gloria
che venga ad una città è quella che le
danno gli uomini di alto sapere da essa
«Ieri vati, saviamente lo stesso Bertarelli, a-
vanti di por fine a questa sua bella ed eru-
dita dissertazione, non vuole taciuti i no-
mi d'alcuni più celebri cbesortirono nel-
la sua Valmontone i natali; e valga per
lutti il ricordare quel Giusto de'Conti,ce-
leberrimo poeta,giureconsulto e oratore,
stato consigliere di Sigismondo Pandol-
foMalatesta". Termina l'autore dell'arti-
colo dicendo, che siccome tutto l'opusco-
lo è interessante, si sarebbe dovuto ripe-
terlo, congratulandosi collo scrittore per
tale sua fatica, che non reca minor glo-
ria e onore a lui che alla sua patria na-
tale. Dipoi il eh. cav. Coppi pubblicò le
Memorie Colonnesi, nelle quali assai par-
la del castello della Colonna e de'snoi si-
gnori Colonna (V.), i quali derivando da-
gli antichi signori del Tuscolo, dalla stes-
sa Colonna presero il cognome, secondo
Muratori, altre opinioni avendole io rife-
rite al citato articolo.Quanlo a Labico, di-
ce il Coppi, alcuni archeologi, come Vol-
pi, Vetus Latium, e Nibby, sono di pa-
rere che sulla collina del castello di Co-
V E L
lonnn fosse l'antico Labicom, città abba-
stanza ragguardevole da dare la denomi-
nazione di Labicana alla via romana che
vi conduceva, senza dire la propria opi-
nione nel contrastato argomento. Intor-
no a Labico, oltre il detto nel suo arti-
colo e ne' luoghi che ivi citai, tanto sem-
brami abbastanza ; per un maggior det-
taglio può supplire il Nibby. Questo rac-
conta, che la suindicata villa avea il nome
di Casa Maior nel secolo Vili, quando
insieme con Longeiamim, oggi Lugna-
no, fu data da s. Gregorio II del 710 al-
la basilica Lateranense , come si ricava
dal registro di Cencio Camerario inserito
dal IVI tiratori nel t. 5 àeM'Jntiq. Medii
devi. I coloni posti a coltivar questo fon-
do formarono a poco a poco la borgata,
che fino dal 1 139 avea assunto il nome
di Vallis Montoni*, il che si trae da un
atto riferito nell' Appendice 2." del t. 4
degli Annales Canta Idulenses; nel qua-
le leggesi come Oddone signore di l'oli
mandò ambasciatore a Papa Innocenzo II
un tal Landone de Valle Monlonis, pel
narrato nel vol.LXXV, p. 2 .876288, par-
lando di Poli e nuovamente della fami-
glia Conti. Continuava a quell'epoca que-
sta terra ad essere posseduta da 'canonici
regolari Lateranensi, e venne loro con-
fermata, come si legge nella bolla a loro
e al proprio priore diretta da Anastasio
IV nel 1 1 54» riportata dal Crescimbeni
■neW Istoria della chiesa di s. Giovanni
avanti Porta Latina,^. 248, con queste
parole che da essa ricavo: domosquasha-
belis in cancello, domos quas habetis in
Via Malori Castrimi Vallis Montonis
cimi Ecclesiis et omnibus ad ipsum Ca-
strimi per tinentibus, Castrimi Matella-
nici etc. Di che fa menzione anche il p.
Casimiro. Lucio HI neh 182 pose 0 con-
fermò Valmontone sotto la giurisdizione
ecclesiastica del vescovo di Segni, e nel-
la bolla Etordo rationis expostulat. ri-
prodotta dall'Ughelli ne\Y Italia sacra,
1. 1, p. 1237, come chiese di Valmontone
si nominano quelle di s. Mariae, s. Ari'
V E L
dreae,s. Laurenlii cimi omnibus perli-
mentii* suis, s. Joannis de Selva, s. Ni-
colai cum omnibus perlinenliisearum:s.
Zotici cum omnibus per tinentiis suisjmo-
nasterinm s. Marine in Silice cum omni'
buspcrtinentiis et libcrtntibus suis. Frat-
tanto i canonici regolari Lateranensi l'a-
veano talmente caricato di pesi e debili
con forti usure, che trattavano seriamen-
te di venderlo pubblicamente; laonde Pa-
pa Innocenzo III (V.) col consenso del
priore e canoniciLateranensi,compròVal-
tnoutone colle sue pertinenze , parte co'
denari suoi, parte con quelli del fratello
Riccardocontedi Sora,ed a questi lo die
in feudo nel 1208, salvo iure Laleranen-
sis Ecclesiae. Il Ratti dice l'atto d'acqui-
sto essere del 1209 e conservarsi nell'ar-
chivio Sforza, nella qual famiglia passa-
rono i beni e le prerogative della linea
primogenita de'Couti. Nel Bull. Rom. t.
3, p. 1 32, è la bolla Cum Castrimi Val-
li* Montoni sì colla quale Innocenzo III :
Ricardo Corniti Sorano Castrimi Val-
li* Montonis confirmal, eaque. omnia,
quae eilocarunt Canonici basilicae La-
teranensis. E da questo Riccardo ebbeo-
rigine la linea de' Conti (V.) di Valmon-
tone e di Segni, come raccontai in que-
gli articoli, i quali vanno tenuti presen-
ti, perchè procedei co'docùmenti auten-
tici pubblicati dal Ratti, Della Famiglia
Sforza, t. 2,p. 2i7eseg.: De' Conti di
Segni. Ma devesi anche qui notare, che
la 1 .- stabile signoria che acquistò il gran-
de Innocenzo III fu quella di Valmonto-
ne , per cui la famiglia Conti sino alla
metà, del secolo XV si chiamò de Conti
signori di Valmontone; e talmente fu
proprio di essa il nome di questo suo prin-
cipale feudo, che non rare volte trovasi
scritto pressoi contemporanei Casa Val-
montone per Casn Conti, giacché essa as-
sunse l'amministrazione e il dominio di
Segni dipoi nel 1 353; dicendosi ne'docu-
inenti che tuttociò comprovano, che alla
Casa di Vallemontone Corradino impe-
ratore nel 1254 die l'arme dell' Aqui-
V E L 1 3 1
la scacchiata e il popolo romano il cam-
po rosso. Nell'infeudazione di Valmonlo
ne, Riccardo fu dal Papa fratello iofeu •
dato pure di Poli, Sacco e Pimpinara, e
prestò giuramento solenne di fedeltà al
medesimolnnocenzolll in Ferentino, con
atto pubblicato dal Muratori nel t. 5, p
84g dell'ani. Med. Aevi, e dal Ratti a p.
232 coll'istromentodi compra di Valmon-
tone. Perciò Riccardo si obbligò co'suoi
successori a fare guerram et pacem de.
Castro Vallismontonis, de Sacco et de.
Plumbinarin conica omne.s homines ad
mandatimi Romani Pontifici. E siccome
da'figli di Riccardo si formarono due li-
nee primarie, la primogenita de' signori
di Valmontone e poi di Segni, e 1' altfa
de'signori di Poli, questo paragrafo può
vedersi nel luogo citalo, anco per gli al
tri feudi che signoreggiò. Osserva il Rat-
ti, che Valmontone forse sarebbe andato
soggetto alle divisioni e altre vicende, al
le quali furono sottoposti tanti altri feu-
di di casa Conti, se Giovanni Conti figlio
di Paolo, e nipote diRiccardo fratello d'In-
nocenzo III, con suo testamento del 1287
nonne avesse istituito un perpetuo fidei-
commisso a favore de'primogeniti di sua
famiglia, comprendendo nella sua dispo-
sizione anche il castello di Gabiniano o
Gavignano, e quelli di Fluminaria e Sac-
co. Di più Giovanni Conti ordinò nel te-
stamento l'erezione d' un monastero di
monache in Valmontone. Può vedersi il
Ratti a p. 234, ed il paragrafo Gavigna-
no. Dalla suddetta epoca fino al i5y$ •
Conti ritennero costantemente il dominio
di Valmontone, onde le loro copiose no-
tizie con essa si rannodano, alla quale i
Conti profusero le proprie beneficenze,
massime in opere di pietà, come loro pri-
mitivo e principale feudo. Una carta spet-
tante al i25o e che si conserva nel mo-
nastero camaldolese de'ss. Andrea e Gre-
gorio di Roma, riportata nell'Appendice
del t. 4 > p- 5g7 degli Annales Carnai-
dulenscs, ha conservato i nomi di molli
abitanti ragguardevoli del Castrimi Val-
i32 V E L
lismontonìs, chiamati come testimoni in
un testamento, fra'quali vi è quello d'un
Felice frate dell'ordine de'iniuori, che 1&
dice castellano di Valmontone. I Conti
signori di Valmontone sovente alloggia-
rono nel proprio palazzo i Papi che da
Pioma passavano in A ungiti, ed alle vol-
te a Napoli, prima che la residenza pon-
tificia fosse trasferita in Avignone. Nel
i 377 ne parti Gregorio XI e la ristabilì
in Roma; indi per sollevarsi dal viaggio e
volendo evitare i gran caldi dell' estate,
passò con tutta la sua corte, e preceduto
dalla ss. Eucaristia, in Anagni. e quivi
si trattenne fino al novembre dello stes-
501377. Giovanni Conti signore di Val-
montea'5 giugno vi accolsee ospitò splen-
didamente il Papa , e la descrizione di
quel ricevimento leggesi in Papirio Mas-
senio presso il Muratori , Rerum Itali-
caruni Script, t. 3, par. 2, p. 71 ^ripro-
dotta da Ratti a p. 238, nel quale leggo
qualificato il luogo e il palazzo Conti :
Castrimi forte V allemMatonis... Domi-
cilium UH us pulchrum cimi aspectu mi-
rabili cimi ornamenti» sericis. Recreati
in ilio tota die ho spi tali egregie so spi-
lliti per noe taviinus. Excitatiboiio mane
iminensae laudes Deoobtulimus, sacri-
ficmmqtte liba\'imus.K\ìe\b il Peti ini nel-
le /Ile/norie Prenestine, che Io scrittore
dell' itinerario del viaggio chiamò Val-
montone, Oppidum Campaniae Prae-
nes li naedioecesis, essendo il Papa accom-
pagnato da due cardinali, uno de' quali
verosimilmente fu Giovanni de Cros ve-
scovo Prenestino. Tornato in Roma Gre-
gorio XI, ivi morì nel 1 378: in que>to gli
fu dato canonicamente in successore Ur-
bano VI, il quale confermò a'Conti ossia
ad Adinolfo de F/alle Monlonis , il go-
verno di Segni, e quello di varie altre cit-
tà e castelli; indi neh 383 da Tivoli pas-
sò nel castello di Valmontone, in cui seb-
bene angusto per la sua corte e curia, co-
me riferisce il Novaes , vi dimorò qtiaM
due mesi, e nel principio di settemhre si
portò a Ferentino , donde poi partì per
VE L
Napoli. Il p. Casimiro da Roma racconta
col liobio, Istoria della s. Religione di g,
Giova uni, che mentre soggiornava in Val-
montoneUrbano VI, essendo grandemen-
te adirato contro il gran maestro geroso-
limitano fr. Giovanni Fernandez d' He-
redia, perchè dava ubbidienza eseguiva
le parti dell'antipapa CIementeVlI,lopri.
vò del magistero, ed elesse a quella di
gnità fr. Riccardo Caracciolo gentiluomo
napoletano e priore di Capua. Il Ratti
crede che accogliesse il Papa nel palazzo
di Valmontone, lo stesso Giovanni Conti
che avea ospitato il predecessore, o dsuo
figlio Adinolfo. Dal p. Casimiro pure si
apprende, che Carlo VIII re di Francia
neh 49 5 portandosi al conquisto del re-
gno di Napoli , nella fine di gennaio da
Vellelri si trasferì a Valmontone, accom-
pagnato dagli ambasciatori di Massimi-
liano I re de' romani e dagli oratori di
Ferdinando V re di Spagna; e questi pri-
ma che da lui si partissero, protestaron-
gli che non dovesse più oltre avanzarsi,
poiché quel reame apparteneva al loro
monarca. Nel ritorno che Carlo Vili fe-
ce da Napoli, si trattenne in Valmonto-
ne 3 giorni, ed in questo tempo vi rice-
vè gli ambasciatori spediti a lui dal po-
polo romano. Ciò riportando ancora Ma-
rocco, amalgama in uno i due diversi sog-
giorni del re. Sino al secolo XV pare che
la terra di Valmontone fosse felice e glo-
riosa, ma nel seguente non solo perdette
tutto il suo lustro, ma soggiacque a va-
riecalamilà e infortuni), e finalmente al-
la totale sua desolazione; le quali cose il
p. Casimiro narra nella stessa maniera
che dal Giovio, Istoria de' suoi tempi, t.
2, p. 46, e da vari altri scrittori sono sla-
te registrate. E primieramente i furiosi
e crudeli soldati imperiali, che neh 527
avevano orribilmente saccheggiato Roma,
partendone a '7 febbraio 1 528 tutti mal-
conci, per andare a difendere Napoli sot-
to la condotta del marchese del Vasto,
essendo giunti a Valmontone, furono lo-
ro chiuse le porte in facciale negate co-
V E L
slnnlemente le vettovaglie di cui aveano
estremo bisogno. Perciò infieriti i solda-
ti , tormentarono prima colle artiglierie
la terra smantellandone le mura, e in po-
co tempo avendola presa a forza , dopo
averla crudelmente saci:heggiata,la riem-
pirono di molto sangue e strage. Dal «pia-
le avvenimento fatto più accorto Gio. bat-
tista Conti , nella deplorabile guerra fra
Paolo IV e Filippo II re di Spagna, che
narrai nel voi. LXV, p. 2 34 e 8co- > ne'
i556 offrì spontaneamente Valtnontone
e Segni al sanguinario duca d'Alba viceré
di Napoli e capo supremo del regio eser-
cito; ed il Coppi dice che il duca d'Alba
stabiliti i suoi alloggia menti a Valmonto-
ne, da qui faceva correrie sino alle porte
di Roma. Nel 1 55y il signore di Valmon-
lone per la tregua ricuperati i detti luo-
ghi dagli spagnuoli, fu forzato poco dopo
di commetterli all'arbitrio deiL>apa,iI qua-
le vi spedì Giulio Orsini, Francesco Co-
lonna (a questi ilCecconi nella Storia di
Palcslrina, attribuisce la ricupera di Val-
montone, Genazzano e Palestrina; ed il
Coppi dice ciò avvenuto sul principio di
detto anno, e che inoltre i pontificii pre-
sero e distrussero Montefortino), Papirio
Capizucchi e Angelo da Spoleto con 5oo
fanti. Il perchè Marc' Antonio Colonna,
che militava a favore dagli spagnuoli, si
accostò a Val montone col suo esercito
(composto di 3ooo uomini,secondo il Cop-
pi, e pare nel mese di giugno), e avendo-
la incominciata a battere colle artiglierie,
i terrazzani disperando della difesa e sol-
leciti della propria salute, cominciarono
a trattare di rendersi con patto di potere
i soldati colle bagaglie e anni liberamen-
te uscire; e tutto fu concesso dal detto ca-
pitano. Nondimeno Valmontone fu bar-
baramente saccheggiata e arsa per opera
d'alcuni contadini di Montefortino, i qua-
li si trovavano uell'esercito di Marc'An-
tonio per guastatori, vivandieri e altri uf-
fizi. Poiché ricordandosi questi che nel-
l'anteriore recente eccidio di Monteforti-
no i primi che cominciarono a inveire
VEL i33
contro di esso e depredarlo erano stati i
valmoiilonesi, bramosi di vendetta appic-
carono il fuoco in molle case e da molte
parli. E benché Marc'Antonios'afialicas-
se mollo per farlo spegnere, non fu però
possibile; mentre sopraggiungendo l'o-
scurità della uotte, e per mala ventura
soffiando un vento fresco, non si potù
impedire che tutta la terra fosse ridotta
in cenere. Narrano la fatale disgrazia Gi-
rolamo Ruscelli, Ascanio Ceutorio, Pie-
tro Nores e altri scrittori dell' infelice
guerra della Campagna Romana. Avver-
te il p. Casimiro, ch'essi però non riferi-
rono Io spoglio operato dagli spagnuoli
di tutte le campane delle chiese di Val-
montone, il che saputosi dal duca d'Alba,
fece intendere al clero eh' era pronto a
risarcire il danno col denaro , e perciò
spedisse a lui persona idonea , che fu d.
Fabio Salvi, come si legge in un islru-
tnento di mandato di procura rogato da
Teofilo Papei a'27 settembre i55q. No-
ta il Coppi, che dopo la presa di Valmon-
tone, Segni (il cui terribile eccidio avve-
nuto a'i5 agosto i55y, tornai a deplora-
re nel voi. LXV, p. 243) e Palestrina,
Marc' Antonio Colonna favorito da' suoi
vassalli corse tutta la provincia di Cam-
pagna. Il duca di Guisa co' suoi francesi
difendendo il Papa , recossi con alcune
truppe dalle Marche a Tivoli per la si-
curezza di Roma. Tale movimentoindus-
se il duca d'Alba a ritornare con podero-
se forze a'punti strategici di Valmontone
e di Grottaferrata; e in tale posizione e-
gli concertò con Marc' Antonio di sor-
prendere Roma a'26 agosto. Il re di Fran-
cia vinto a s. Quintin dagli spagnuoli, con-
sigliò Paolo IV suo alleato alla pace, e
questa fu segnata in Cave a'i4 settem-
bre , colla restituzione di tulli i luoghi
occupati, tranne Paliano^P^.), sul quale
si sarebbe poi provveduto, nella casa ora
de'Mattei, che qualifica nobile il Petrilli,
nelle Memorie Preneslinc a p. 236; ma
egli scrive che gli accordi seguirono nel-
la casa Leoucilli, famiglia principale del
1 34 V E L
luogo, perchè allora apparteneva ad es-
sa, e dalla quale passò a'delti proprietà-
rf. Il Castellano riporta 1 iscrizione che vi
fu collocata a memoria prò Bello Cam-
patane , die 7 septembris i55j lue fuit
contrada Pax. L'ultima sciagura di Val-
rnonloue, come la qualifica il p. Casimi-
ro, fu la morte di Gio. Battista Couti. Que-
sti nel suo testamento dell' 1 1 gennaio
i574, dopo varie pie disposizioni, tra le
quali per la conservazione della chiesa
di s. Angelo de' miuori osservanti e de'
frali , lasciò ducalos duos singulis men-
.y/iu.?, dichiaròsuo erede universale Fran-
cesco Sforza conte di s. Fiora, figlio di
Mario, e di Fulvia Conti unica sua figlia,
e lo divenne nel i5j5 per morte dell'a-
vo. Per mezzo duuque di Fulvia s'inne-
stò il ramo de' Couti di Segni e Valmon-
tone nella famiglia Sfoiza , avendo già
Paolo IH perpetuato il vicarialo di Segui
e Valojoiiloue ne'discendenti di Fulvia e
di Mario Sforza di lei marito, il che con-
fermò Giulio HI. Secondo la visita del
i 575 della diocesi di Palestrina, appari-
sce che le terre della Colonna e di Val-
montone una volta fossero soggette al ve-
scovo suhurhicario Pieuestino, e lo ri-
marca Petrilli. Riferisce il p. Casimiro,
che gli Sforza signoreggiarono Valmon-
tone sino al i634, h» cui Mario figlio
d' Alessandro lo vendè insieme colla te-
nula di Pimpinara a Taddeo Barberini
Prefetto di Roma e nipote d' Urbano
VIH, pel prezzo di scudi 427>5oo. A suo
tempo il Papa zio fece quanto dissi in fa-
vore della chiesa principale, e con breve
de' 6 maggio i638 concesse a Valmon-
ioaetut in dieta Terra V allismonlanae
emporium scu Mercatum feria II ', aut
alio, diclo Thaddaeo praefeeto, et prin-
cipi bene viso die cuiusvis hebdomadae ;
nec non in singulis annis per duos dies
ante Pentecosten, et octo alios dies im-
mediale seauenles in eadem dieta Ter-
ra NundinaSy seu Ferias iininuncs ab
omni datiorum, gabellarum, pedagio-
rum, quidagioriw^jjasòuuui, collecta-
V £ L
rum, elcuìitsvis allerius generis itctiga
lium eie. Dopo la morie di Taddeo, il car-
dinal Francesco Barberini, con chirogra-
fo di Papa Innocenzo X Pamphilj, vendè
a'29 aprile 1 65 1 \alcuontone,Lugnano,
Montelanico, colla tenuta di Plumbina-
ria, pel prezzo di scudi 687,298, al suo
nipote principe Camillo Pamphilj, e co-
sì Valmontone passò nella signoria della
nobilissima famiglia Pampliilj (/*.) e da
essa in quella de' principi Boria Pamphi-
lj, che la ritiene ancora, senza la prero-
gativa feudale. M'istruisce Petrilli , die
presagendo Carlo di Borbone re delle due
Sicilie, che I' armi austriache tentavano
d' invadere il suo regno, volle nel 1744
uscire da Napoli, e andando loro incon-
tro, avanzandosi alla testa dell'esercito
fino a Valmonloue, non trascurò d'assi-
curarsi di Palestrina. Nel riparto territo-
riale del 1827, Valmontone fu incluso nel
distretto d'Anagni e nella delegazione di
Frosinoue , rimanendo sempre soggetta
quanto allo spirituale al vescovo di Se-
gni. Dopo che però da Gregorio XVI fu
formala la legazione di Vellelri nel 1 83 1 ,
fu distaccata d'A uagni e inclusa nella nuo-
va legazione, nella quale figura come ca-
poluogo. Nel 1 .° di maggio 1 843 Valmon-
tone fu rallegrata dalla presenza di Gre-
gorio XVI, e si legge nella Relazione del
viaggio del principe Massimo, che da Lu-
gnauo traversando una gola molto ame-
na e vestita d' alberi , vi giunse verso le
ore] > e mezzo, aumentandosi in tutto il
suo corteggio il numero de' cavalli per
fare l'ardua salita, in cima alla quale sor-
ge in modo veramente pittoresco. 11 Pa
pa si fermò a ricevere le chiavi preseuta
tegli dal gonfaloniere Gio. Battista Biai
chini alla lesta della sua roagislratuii
accompagnata dal giovinetto Calisto Ci
stini vestitoda paggio alla foggia del X1
secolo, presso la porta detta di Via Nuc
va, che nelle sue fronti esterna e interi!
era stata decorata da due iscrizioni ci
riporta, insieme alle altre che ricorderò.
Dalla 1." si ricava, che anco Iuuuceuzo X
V E L
onorò di sua presenza VaImontone,edul-
l.i 2.' essere i valmoiitoncsi il popolo del-
l'antico Labico. Ivi furono staccati i ca-
valli alla carrozza del Papa da 4° robu-
sti giovani vestiti di nero, i quali in mez-
zo agli applausi della moltitudine, a'suo-
ni delle bande e delle campane, ed agli
spari dell'artiglieria, la tirarono con agi-
lità in una salita la più ardua che imma-
ginar si possa , passando sotto un arco
trionfale decorato colle statue della Fede
e della Giustizia dipinte a chiaroscuro, e
con due iscrizioni, in una delle quali ri-
petasi la comune opiuione degli abitanti,
d'essere Valmoutone succeduta all'anti-
co Labico, Or do etpopulus Labicanus,
mentre osserva il principe Massimo, ch'è
cosa ormai provata, quest'onore doversi
al castello della Colonna , situato come
quell'antica terra i 5 miglia distatile da
liouia. In tal guisa venne Gregorio XVI
condotto sino alla porta della magnifica
chiesa collegiata , sulla di cui porta leg-
gevasi un'iscrizione eretta dal collegio
de' cauonici. Ivi ricevuta la benedizione
«.lei ss. Sagramentoda mg/ Traversi ve-
scovo di Segni, ed ammessi poscia iu sa-
grestia benignamente al bacio del piede
il clero, il governatore , la magistratura
e le maestre pie, passò ad una loggia co-
struita espressamente vicino alla chiesa e
decorala di damaschi rossi , dalla quale
fra il rimbombo dell'artiglieria, il suono
delle campane e de' musicali coucerti di
banda e d'orchestra, e le grida di comu-
ne esultanza, comparti la sua apostolica
benedizione al popolo affollato sulla sot-
toposta piazza, ornata nel lalo sinistro da
una vasta e bellissima apertura sulla cam-
pagna, e nel destro da'due grandiosi at-
tigui edilìzi dell'anzidetta chiesa e del pa-
lazzo Doria Pamphilj. Desiderando poi
Gregorio XVI prendere un breve ripo-
so, traversò a piedi la suddetta piazza per
entrare nella vicina casa de'fratelli d. Gio-
vanni sacerdote (ora prelato e lodato nel
paragrafo Anag/ii), Angelo e Giuseppe
Capri-Galanti (attuale goufalouicie) , i
VEL i3j
quali ebbero l'onore di riceverlo all' iu-
gresso della loro abitazione , tutta orna-
ta a quest'oggetto con molto lusso, trat-
tando tutto il nobile seguito di sontuosa
colazione imbandita a lauta tavola, in ca-
po alla quale sotto baldacchino sedeva il
Papa, che deguossi anche fermarsi ia una
delle stanze ad osservare un somigliantis-
simo busto del defunto loro zio mg.r d.
Girolamo Galanti celebre letterato e as-
sessore del tesorierato, ed ammettere al
bacio del piede la giovane padrona di ca-
sa sig.a Teresa cousorte del maggiore di
essi fratelli, alla quale poi da Roma vol-
le mandare una pregevole corona bene-
detta entro astuccio in ricordo della sua
visita , a perpetuare la cui memoria fu
dagli egregi fratelli posta nella sala d'in-
gresso aualoga iscrizione. Piùenergico pe-
rò di questa lapide fu l'entusiasmo di-
mostrato in tale occasione dal popolo di
Valmoutone, il quale invidioso della sor-
te compartita a quell'abitazione, volle,
dopo esserne partito il Santo Padre, ave-
re gli avauzi di tutto quello che era stato
preparato per un ristoro, onde i padroni
lodati della medesima, dopo di aver get-
tato dalle finestre tutti i frammenti del
pane, de' biscotti e altro , che venivano
con avidità e divozione raccolti dalla mol-
titudine, non vedendola ancora soddisfat-
ta, le distribuirono ancora le vivande, i
vini, i liquori e le confetture, e così per-
petuare in Valmontone la memoria di
quella giornata, che terminò con genera-
le illuminazione. Intanto Gregorio XVI
essendone partito alle ore i 7 scendendo
a piedi con tutto il suo corteggio la stra-
da principale sparsa di fioi i, e lateralmen-
te ornata di drappi che formavano un
vago contrasto coli' architettura antica
delle case, raggiunse le sue carrozze, nel-
le quali proseguendo la rapida scesa di
Valmoutone in mezzo ad uua continua
folla di gente giubilante, si rimise quin-
di iu viaggio sulla via Casi lina nel terri-
torio di Segni. Noterò, che il municipio
dispensò iu un libretto stampato le pub-
.36 VEL
bliche siim mentova le descrizioni, con al-
tra dedicatoria a Gregorio XVI magna-
ni ino, gius lo, clemente, pio ec.Quindi pub-
blicò il n.°85 del Diario di Roma del
]843 stesso, che il Papa con breve de'
26 settembre erasi degnato d' elevare al
rango di città la terra di Valmontone.
Questa a' io aprile i85o fu onorata dal-
la presenza del regnante Papa Pio IX,
nel modo seguente che apprendo dalla
Relazione del viaggio del cominend/
Barioni. Egli riferisce che giunse dopo
il mezzodì a Valmontone, che credesi da
alcuni fabbricato dov' era l'antica Labi-
cum, o più dottamente dal Nibby dove
l'antica Toleriuui, posta alle scaturigini
del fiume Tolèro oggi Sacco. Il principe
d. Filippo Doria-Pamphilj sapendo che
il Papa terrebbe quella via, 1' avea pre^
gaio perchè si piacesse onorare in passan-
do per colà il suo palazzo, fermandovisi
almeno per breve ora a ristorarsi del
viaggio, e il Sauto Padre avea accettato
l'invito. Quel palazzo, un tempo castello
baronale, domina per la mole e per la si-
tuazione tutto il resto del paese; nell'in-
terno è danneggiato e guasto in più par-
ti, come quello che Lia sofferto spesse de-
vastazioni di truppe anche recenti. Ciò
non ostante la grande sala era tutta mes-
sa a parati di seta, con altri addobbi e sup-
pellettili. Nella quale il Papa ricevuto dal
principe e dalla principessa sua consorte,
nata de'conli di Shrewsbury {J7.), dopo
averli ammessi con tutti i loro figli e fa-
miglia a baciare il piede, e dopo avervi
ammesso pure il clero e i consiglieri mu-
nicipali, non che le deputazioni delle vi-
cine Palestrina , Cave e Genazzano , se-
dendo tuttavia in luogo elevato a modo
di suggeslo, prese una bevanda; mentre
i personaggi del seguito furono serviti di
rinfreschi ad una mensa lautamente im-
bandita. Nel breve tempo in ciò trascor-
so, già una lapide di marmo era stata in-
fissa nella parete di contro alla scala, per
conservare durevole fra le memorie del-
la nubilissima casa ancor questa dell'ono-
VEL
re accordatole dal Pontefice Pio IX , di
ospitarvi alquanto nel suo glorioso ritor-
no da Portici e Napoli a Roma, il quale
potè leggerla nel partire. Per questo mo-
do il principe Doria-Pamphilj mostrò in
quanto pregio teneva egli , e intendeva
fosse tenuto da'suoi posteri, quell'onore.
L'iscrizione colle altre che vado a dire, si
leggono nella Relazione. Esse sono, quel-
la della commissione municipale di Val-
montone; le due dell'arco trionfale eret-
to dalla città, àacwes Falmonloniensesj
le tre sopra la porta principale del paese e
lateralmente, ove leggo: Ordo et Populus
Labicanorumj e quelle della porta Ro-
mana e della porta della collegiata. Inol-
tre rica vo dal Giornale di Roma del 1 8 5o
a p. 33o, e meglio a p. 362, con articolo
scritto iu Valmontone. Che questa città
alle ore 2 pomeridiane de' 1 o aprile, eb-
be la sorte d'ossequiare il sommo Ponte-
fice ivi di transito, nel restituirsi alla sua
sede. Nell'arco trionfale eretto sulla gran-
de strada, prossimo a Valmontone, fu ri-
cevuto dal governatore loca!e,e dalla com-
missione municipale che gli presentò le
chiavi io segno di sudditanza, fra l'inces-
santi acclamazioni della popolazione, e di
quella da'vicini paesi accorsa. Gli edilizi
erauo ornati di parati;! concerti della ban-
da musicale, lo sparo de'raortari, e il suo-
no delle campane accrescevano la comu-
ne allegrezza. Il Papa smontò alla chie-
sa collegiata , dove prese la benedizione
del ss. Sagramento; quindi entrò nell'at-
tiguo palazzo Doria Pampini] messo a fe-
sta dal principe d. Filippo Andrea, con
quella magnificenza di lui propria, e da
una loggia riccamente ornata comparti
l'apostolica benedizione alla divota mol-
titudine che l'impetrava. Nello stesso pa-
lazzo si degnò il santo Padre , assiso in
trono, d'ammettere al bacio del piede l'ec-
cellentissima famiglia proprietaria, che in-
tera eravisi recata da Roma , il capitolo
ed altri del clero secolare e regolare, il go-
vernatore, la commissione municipale de
luogo, le deputazioni di Palestrina , Gt
VEL
nnzzano e Lugnano, molli religiosi de' vi-
cini conventi, i seminaristi e altre distin-
te persone ivi portatesi per averne l'ono-
re. Dopo alquanto riposo il Papa parli
per Vellelri , mentre la popolazione di-
mostrò nuovamente la gioia da cui era
compresa, facendone pure testimonianza
le rammentate iscrizioni. Nella sera , ol-
tre l'illuminazione generale, fu incendia-
to un fuoco artificiale in segno d'esultan-
za, e si dispose la distribuzione di 6 doti
alle zitelle povere, 4 per parte del comu-
ne, e 2 per parte della confraternita del
Gonfalone: altre 4 doti poi si aggiunsero
con porzione del fondo lasciato in abbon-
danza dal Papa per elargizione a' poveri,
iu mani del cai), d. Giovanni Capri-Ga-
lanti vicario foraneo, il quale impiegò il
resto in paglioni, effetti di vestiario e a-
limenti a'più bisognosi. Altra elargizione
a'poveri lasciò il principe Doria-Pamphi-
lj, per sì felice avvenimento di cui si a-
vi a perenue ricordanza. Valmontone con-
tiene distinte famiglie, ed iu vari tempi ha
prodotto degli uomini illustri nell'armi,
nelle lettere e nelle dignità ecclesiastiche
e civili. Registrai Ira'vescovi di Tran nel
j 349 Bartolomeo da Valmoutone, lega-
to a' rasciani , albanesi e al re di Servia.
Trovo nella Series Ree lo rum Anconita-
nue Marchiae del Leopardi , nel r 44^*
TliesaurariusRevercndissimus Doininus
Justus de f'almonlone. Il nominato Giu-
sto Conti, poeta, giureconsulto e oratore,
non mai senatore come alcuni scrissero,
e l'avverte il p. Casimiro da Roma; mor-
to consigliere del celebre Malatesta signo-
re di Rimini, in quella città a'iq novem-
bre 1449 e sepolto con solennissimo ono-
re nella chiesa di s. Francesco. Dalla qual
notizia, soggiunge il p. Casimiro, potrà
ora ('ermamente decidersi la controversia
tra lab. Salvini e i Giornalisti d' Italia,
se Giusto abbia o no conosciuto il Pe-
trarca , ove sia motto e in qual tempo.
Lui vivente, diceche fiorì il cardinal Lu-
cido Conti, sludiorum luimaniltitis Jla-
graulii.-.u.ius, ed il fratello Alto Couti vii
VEL i37
doctm et prudens (ed io aggiungerò ret-
tore di Marittima e Campagna ben ama-
to, come scrissero le comuni delle mede-
sime al concilio di Costanza, ed a cui peL
l.° di sua famiglia Martino V conferì l'o-
norifica carica di Maestro del sagro O-
spizio), il cui figlio Giovanni si rese glo-
rioso nell' esercizio della guerra , perciò
detto armorum ductor sagacissima.1!.
Forse tali personaggi, come signori di Val-
montone saranno ivi nati e perciò ricor-
dali dal p. Casimiro, altrimenti de'cele-
bri che fiorirono nella cospicua famiglia
avrebbe dovuto ragionare di molti. Il già
lodato mg/ Girolamo Galanti, lo celebrai
nel voi. LXXIV, p. 33o e seg., siccome
profondo anche nelle scienze economiche
e di finanza , che da segretario generale
del lesorieralo, Gregorio XVI promosse
ad assessore del medesimo, uel riordina-
re questo vasto ministero; non che a vi-
sitatore delle dogane e de'dazi di consu-
mo, a pro-tesoriere, a prelato domestico
e referendario delle due segnature. Ivi
rammentai l'articolo necrologico pubbli-
cato dal Diario di Roma nel 1 838, e poi
riprodotto dal cav. e d.r Andrea Belli ro-
mano a p. <j5 del suo libro di soli 120
esemplari: Di parecchi illustri morti in
Roma, cenni biografici. (Quel profondo
erudito e fiore d'onestà e di sapere, che
tornai a lodare nell' articolo Vaticano,
me lo donò con questa epigrafe di suo
pregialo pugno. Al chiarissimo sig, ca-
valiere Gaetano Moroni sommamente
benemerito della nostra Roma. L'Uni."
Servo Vero A. Belli, Per la storia è
bene dire tutto. Nel dichiarare la propria
riconoscenza, conviene riferire da che de-
riva,senza tanli riguardi di malintesa mo-
destia. Le onorevoli e autorevoli testimo-
nianze di que'che sanno, sono documenti
imperituri, e giovano notificarsi: natural-
mente hanno più valore degli articoli che
si provocano o mendicano, onde pubbli-
carsi ne' Giornali politici e letterari).
Meritamente tal foglio ufficiale disse mg/
Gaiauti, uioilo a'28 aprile con tulli i cou-
i38 VEL
forti di nostra s. Religione e dopo avere
ricevuto la speciale benedizione aposto-
lica di Gregorio XVI, per la grazia esti-
ma che ne godeva, a mezzodì cug.r Tosti
tesoriere generale in abito prelatizio, con-
fortandolo con pietose e commoventi pa-
iole, estremo segno della sovrana consi-
derazione; sommo nella metafisica e in
tutte le scienze esatte , ben conoscitore
della storia naturale in ogni ramo , sop-
praltutto nella statistica e pubblica eco-
nomia, nella quale dava opera con som-
ma alacrità, e potea dirsi il maestro di co-
loro che sanno. L'integrità della vita, la
purezza de'costumi, facevano più belle le
rare doti del cuore e della mente. La sua
sceltissima libreria, precipuamente dovi-
ziosa di opere di scienze naturali ed eco-
nomiche, l'acquistò l'università romana
per la sua biblioteca Alessandrina. Que-
sto illustre e facondo prelato, è uno de'
tanti eccellenti usciti dal Collegio Pam-
pliilj , il quale ora si gloria del cardinal
Santucci. Ne fu concittadino e maestro
mg. r Pietro Antonio Luciani arciprete del-
la collegiata e poi benemerentissimo ve-
scovo di Segni, nel quale articolo enume-
rai le splendide virtù che P adornarono:
in quella cattedrale ne'solenni funerali ne
recitò l'orazione funebre mg.r Francesco
De Biasi; altri ne celebrò la patria colle-
giata, siccome morto in Valmontone, che
si pregia del venerando prelato. Leggo
nella benemerita Civiltà Cattolica, serie
3.a, t. 8, p. 97, essersi pubblicato; Bio-
grafia di mons, Pietro Antonio Lucia-
ni vescovo di Segni, scritta dal prof,
sac, Alessandro Alti, Roma 1 8 5 7 . Il ter-
ritorio, dice Calindri,soprattutto produce
in abbondanza grano, granturco, biada,
legumi, vino, fieno.
Lagnano. Comune della diocesi di Pa-
)eslrina,con territorio in colle e in piano,
distante da Roma 23 miglia, circa 5 da
Palestrina, e da Valmontone uno e mez-
zo. Giace sull'antica via Labic-tna, sopra
un ripiano d'un colle alto e dirupato di
tuia lionato, che gira circa uu meuo mi-
V E L
glio, e non è accessibile se non dal lato
di nord-ovest. 11 Piazza dice che gode si-
to ameno e fertile, benché di aria non
tanto salubre; e Marocco ne biasima l'in-
terne vie. Osserva Nibby,ch'essa non con-
tiene altro oggetto che meriti particola-
re memoria, se non la casa dove nacque
Francesco Ficoroni antiquario assai ce-
lebre, delle cui opere parlai in tanti luo-
ghijche si distinse nella 1. 'metà del secolo
scorsoci quale più volte ragiona nelle sue
molteplici opere di questa sua terra na-
tale, ma specialmente in quella che in-
titolò: Memorie delle cose ritrovate nel
territorio della prima e seconda città
di Labico, nella quale a p. 66 partico-
larmente la descrive. Siccome con essa
volle provare che Labico [Ty .) fosse sul
Colle de'Quadri presso Lugnauo, per-
ciò in quell' articolo ricordai tale opera e
da chi venne confutata. Marocco racconta
che Ficoroni figlio di Bonifacio di pove-
ra condizione, da fanciullo si recò in Ro-
ma, venendo aiutato e protetto da un av-
vocalo,ed ivi morì eruditissimo archeo-
logo sotto la cura dis.Lorenzo inPanisper-
na. La piccola chiesa parrocchiale è dedi-
cata a s.Andrea apostolo, che il Piazza la
disse antica e restaurata dalla popolazio-
ne nel declinar del secolo XVII, avente
numerosa compagnia del ss. Sagrameu-
to, con 6 altari, e casa annessa pel par-
roco. Le altre chiese descritte dal Piazza
sono : l'antica e suburbaua di s. Miria
del Piuvo, poco discosta dal paese e di
molta divozione pel popolo; e s. Maria
della Piazza Nuova vicina al castello, pu-
re di grande divozione e mantenuta dal-
la pietà de' fedeli, la cui fabbrica dovea
compiersi. Racconta Nibby, che il taglio
rapido e artificiale delle rupi, le grotte
scavate nel masso presso a' due fontanili
nel luogo chiamato gli Amari sono un
indizio evidente che questa terra ne' tem-
pi più antichi venne abitata, e che sor-
se ivi una delle città antichissime del La-
zio, di quelle 53 nominale da Plinio, che
a' suoi gioiui erano scomparse senza la-
VEL
sciar vestigio. Che poscia vi sorgesse una
villa ne sono prova le scoperte fatte ne'
dintorni di questa terra medesima, in o-
gni tempo, ma particolarmente nel I.
periodo del secolo passato, che sono ri-
ferite e in parte illustrate con tavole dal
Ficoroni a p. 71 della sua Memoria.
Fra queste scoperte primeggia special-
mente quella della famosa cista mistica
e dello specchio di bronzo, monumenti
rarissimi dell'arte e della lingua de' Ia-
lini più antichi, i quali si conservano nel
museo del collegio romano perdono ge-
neroso dello stesso Ficoroni che li acqui-
stò, e Nibby crede che possano apparte-
nere alla città primitiva. Egli inoltre opi-
na, che fra le città latine da Plinio e da
altri scrittori ricordate, quasi potersi dire
che debba collocarsi a Lugnano la sola
Dola o Fola, la cui etimologia tratta
dalla forma del ripiano, somigliante alla
pianta della mano 0 del piede, mirabil-
mente si accorda con quella del luogo
ch'è di forma oblunga, isolato da tutte
le parti, meno verso nord-ovest, come
dissi. Quest' opinione per la prima volta
fu emessa dal Ficoroni, ed oltre l'appog-
gio dell'etimologia ha pure quello del-
l' autorità di Livio, Dionisio e Plutarco.
Di questi 3 scrittori ili. "narra cornei bo-
bini fecero nel 342 di Roma scorrerie nel-
l'agro Labicano a loro limitrofo; era per-
tanto Boia vicino a Labico, che il suo ter-
ritorio confinava col Labicano. Quindi
Dionisio descrivendo l'invasione che fe-
ce Coriolano delle terre latine, mostra
come quell'esule romano, dopo aver pre-
so e ridotta a deserto la città de'toleri-
ni, condusse l'esercito contro i boluui, i
quali nella 1 ."sortita vinsero, ma nella a.a
attirali a bella posta da Coriolano in luo-
go opportuno, furono disfatti compiuta-
mente, ed inseguili da'volsci fino alla cit-
tà, eutrarono misti a'nemici, che gì' in-
calzavano in modo, che Boia presa d'as-
salto fu data in preda al saccheggio e gli
abitanti furono posti in ischiavitù; ridot-
ta Dola, portossi Coriolano contro Lubi-
VEL i3tj
co. Plutarco narrando lo slesso fatto di-
ce, che quel condottiere prese e saccheg-
giò successi vamenle le città de* tolerini,
de'labicani, de'pedani e de'bolani, e mi-
se in ischiavitù gli abitanti. Mettendo da
canto per un momento Tolero, stabilito
dal Nibby che Labico era alla Colonna
e Pedo a Gallwanote ricordandosi della
contiguità del territorio Bolano col Labi-
cano, uiun altro meglio conviene alla po-
sizione di Boia che Lugnano, consideran-
do che Zagarolo e s. Cesario facevano
parte dell'agro Labicano, mentre di fian-
co lasciasi Preneste e il suo territorio, che
mai non si nominano in tutta quella scor-
reria militare. Queste autorità unite agli
altri argomenti, e alla descrizione che Dio-
nisio lasciò della situazione di Boia, esclu-
dono che quest'antica città del Lazio fos-
se a Poli, dove per una somiglianza ili
nome comunemente si pone, quantunque
l'origine di quello sia di molti secoli po-
steriore, come riportai nel voi. LXXV,
p. 280, descrivendolo. Della storia di Bo-
ia, oltre i fatti già indicali, poche altre
memorie rimangono. Virgilio dichiara
che fu una delle tante colonie albane fon-
date da Latino Silvio. Ma di essa non si
fa ulteriore menzione fino alla mossa di
Coriolano contro Roma, allorché fu sac-
cheggiata e fatti schiavi gli abitanti. Es-
sendo sul limite del confine Latino ven-
ne occupata dagli equi, dopo che questi
ebbero conquistato il tratto del territo-
rio Eroico ch'era sulla riva sinistra del-
l'Aniene fra Subiaco e Palestrina. Essi la
colonizzarono e di là fecero scorrerie nel
territorio -limitrofo di Labico; ma 4 anni
dopo cioè nel 34^ di Roma, fu con lieve
perdita, e dopo un corto assedio presa
da' romani. In tal circostanza L. Sestio
tribuno della plebe propose che vi si man-
dasse una colonia, comesi era fatto a La»
bico; ma trovò insormontabile opposi-
zione nel senato. Gli equi profittando di
questa svista l'occuparono di nuovo nel-
l'anno seguente, e vi mandarono una co-
Ionia, ralforzaudo iu tal guisa il castello.
i4o VEL
Presa di nuovo da'romani fu causa d'un
fiero dibattimento fra M. Postnmio Re-
gillense tribuno militare e investito del-
l'autorità consolare, e L. Sestio tribuno
della plebe, dibattimento ch'è a lungo ri-
ferito da Livio, e clie fini colla morte di
Postumio, il quale fu da'suoi medesimi
soldati lapidato. Siffatte discordie non po-
tevano se non favorire i progetti ulterio-
ri degli equi che conoscevano l'impor-
taiua del sito; quindi tornarono ad oc-
cuparla, e vi si mantennero saldi sino al
368, in die vennero dal celebre CamiU
lo compiutamente disfatti sotto le mura
stesse di questa città , la quale fu presa.
Sembra die allora venisse interamente
distrutta, poiché nella storia non più si
ricorda, e solo il cognome di Bolanus
eli' ebbero vari romani ne rammenta il
nome. Come altre città fondate ne' più
antichi tempi e dal potere e dall' ambi*
zione de'romani annichilite, Boia diven-
ne proprietà di qualche ricco romano, il
quale avendo il cognome di Longus, cos'i
comune presso gli antichi, lo comunicò
al fondo, che Fundus Longianus venne
appellato, nome dal quale deriva il mo-
derno con leggera alterazione. Vero è pe-
rò che di questo fondo, o villa che fosse,
non rimane notizia espressa, la quale sia
anteriore al i.° periodo del secolo Vili,
cioè circa l'anno 720 di nostra era : allo-
ra apparteneva alla Chiesa romana, e s,
Gregorio II lo die in enfiteusi ad Anual-
do tribuno, insieme con quello attinente
denominato allora Casa Maìor, siccome
si trae dal registro di CencioCamerario,
inserito dal Muratori nel t. 5, p. 386 del-
l' Ani, Med. Aevi, nel quale così viene
enunciato quell'atto: Jdem,óaè Grego-
rius iunior, Atuialdo tribuno fandum
Casarnaiorem et Longoieianum ex cor-
pare patri/nomi Lavicani , territorio
Praencslino, millìario ab Urbe Roma
plus minus vigesimo uno praestantem
Bisant. L, Q. anni Solid. Il territorio, e
la distanza da Roma bene si accordano
Ut fare riconoscere in Luguauo \\ Fun-
VEL
ditx Longoii'ianus, riflettendo che unito
a quello di Casa Mai or il confine tro-
vavasi più ravvicinalo a Roma : il nome
è un' evidente corruzione del transcrit-
tore, che scambiò Longianus in Longo-
ieianus. Il Petrini ancora riportando il
Muratori, all'anno 780, dice nominarsi i
due fondi Casa maggiore e Longocia- .
//o.ond'è assai verosimile che quindi preti- 1
desse il nome di Lugnano. E Longocia'
no lo chiama Marocco. Dipoi latinamen-
te meglio si disse Longeianum. I Conti
tusculani che ne' secoli IX e X tanta in-
fluenza e potenza ebbero in questa parte
d'Italia, furono signori di questo fondo.
Vuole Calindri, che nel 1 100 Papa Pa-
squale II concesse questo paese a' Conti
di lìo vaccini, ond'era sorto tanto prima.
Nel secolo XIII divenne retaggio de' Conti
(F.) di Segni, e ne' loro monumenti lo
trovo nominato Castrimi Lngnani. Que-
sti ritennero il dominio di Lugnano ili
al 1 075, in cui quel ramo si estinse, l'i
timo Gio. Battista Conti avendo dichì
rato suo erede universale Federico Sfoi
za, nato dall'unica sua figlia Fulvia, per-
venne nella proprietà degli Sforza. Fin-
ché neli634 pe'debiti eccessivi contratti
da Mario 1 1 Sforza, vendè Lugnano pe
70,000 scudi al principe Taddeo Bari
rini nipote d'Urbano Vili, e dopo 17
ni fu acquistato nel 1601 dal princi|
Camillo Pamphilj nipote d'Innocenzo X,
unitamente a Valiuonlune e altre terre,
e dopo l'estinzione di tal famiglia passò
cogli altri beni Pamphiliani a' principi
Doria-Pamphilj, che ancora lo ritengo-
no. Nel viaggio fatto nel 1 843 da Grego-
rio XVI alle provincie di Marittima e
Campagna, partito daRoma ili. "maggio,
come si legge tiellaAeiaztb/zedel principe
Massimo, traversò col suo corteggio Lu-
gnano, i di cui abitanti a contrassegnare
hi loro gioia alla meglio e con drappi or-
narono le finestre, avendo eretto sulla
pubblica via un arco trionfale sovrastato
dal pontificio stemma, inventato e deli-
neato da Giuseppe Mauni di Gaviguana,
VEL
il quale umiliò copia del disegno al Pa-
na, e Iutiera Io conservo. Nell'iscrizione
festiva riprodotta dalla Relazione, ti'tf-
lude all' antica derivazione di Lugna-
110, colle parole : Vetustiun Oppidum
Lotigeianum. Tra le acclamazioni della
popolazione, paternamente benedetta dal
Papa, questi proseguì il viaggio per Val-
montone. E quando il legnante Pio IX
onorò questa città di sua presenza a' io
aprile i85o, una deputazione di Lugnano
visi recò a fargli omaggio,accorrendo l'e-
sultante popolazione nel suo passaggio a
riceverne la benedizione.
Monte Fortino. Comune della dioce-
si di Segni, dalla qual città è distante 9
miglia e altrettante e più da Velletri, al
3o.° miglio dell'antica via Latina, con
territorio in monte e piano. Il Ricchi la
dice situata in una falda di monte sì ri-
pida e scoscesa, che appariscono i suoi
edilìzi l'uno sopra l'altro, sotto il giogo
de'monti Lepini, fra le suddette città e
Cori. Il Marocco che la visitò e molto ne
tratta, dice sorgere poco lungi dalle ve-
stigia dell'antica via Latina sopra un gran
masso di pietra viva, rimpettoa Valmon-
tone, da cui è discosta circa 3 miglia, la
cui strada eccellente guida anche a Ro-
ma. Lo scoglio sopra cui ella siede non
meriterebbe il nome di monte se non ve-
nisse ad unirsi ad altro maggiore che gli
sovrasta, mirabile essendo il suo fabbri-
cato, perchè formato a guisa di gradina-
ta l'un l'altro soprastando, talché se un'a-
bitazione rovinasse, con molla forza pre-
cipiterebbe sulla sottoposta a motivo del-
l'inclinazione della rupe. Ivi si gode la
pittorica visuale delle sottostanti cam-
pagne. Questo sito è fiancheggiato da al-
te rupi, e in alcune parti rendesi inacces-
sibile, fuorché dove si congiunge nella
valle Eroica, venendo anticamente difeso
dalla sua forte rocca, che esisteva sul ver-
tice del gran masso. Le fabbriche verso
la parte boreale sino al piano, sono dis-
poste con notevole simmetria. Tra'volsci
questo monte si considera meraviglioso,
VEL i4t
poiché concatenato cogli altri per lungo
tratto si distende a ingombrare la regio-
ne nella quale anticamente fiorivano il-
lustri città, dal ferro e dal fuoco misera-
mente distrutte, e dove uomini insigni
ebbero la culla. A destra verso oriente
gode la vista della maestosa Segni; le so-
vrasta a tergo Rocca Massima; di fronte
riguarda il monte Prenestino, con Pale -
strina nella falda e Castel s. Pietro sulla
sommità; a sinistra è il castello di Giu-
lianello, e finalmente Velletri colla quale
ha continuo commercio. Dall'alto, oltre i
nominati luoghi,» vedonoFerentino,Bau-
co, l'altissimo Fumone (ebbe una formi-
dabile fortezza tenuta inespugnabile per
l'eminente posizione, onde soleva dirsi :
Si Fummo fumat, tota Campa nea fre-
mei), la grata Anagni, l'imponenti' Ita-
liano, il Tiglio, il Serrone, l'elevala Ci-
vitella,01evano, Roiate, Genr.zzano, Ca-
ve, Rocca di Cave, Lugnano, il quasi di-
strutto Colle Ferro, e Flumiuaria oggi
Pimpinara, di cui esistono le rovine. Ha
il monte Algido dalla parte occidentale,
ove ancora si vedono le reliquie dell'an-
tico castello omonimo, distante più di 7
miglia, e le rovine di Lariano soggetto al
comune veliterno. L'aria è salubre, e nel-
l'inverno domina il freddo, come nella
parte più riparata dal monte resta priva
del sole per 4° giorni, gli abitanti sup-
plendovi col fuoco, fornendo copiosa le-
gna la grande selva e altre macchie vi-
cine. Gli abitanti sono forti e animosi. Le
fabbriche comunemente sono rustiche,
alcune co'tetti di tavole e per lo più sen-
za regolare disegno, a motivo della gra-
vissima desolazione a cui soggiacque nel
l557. Piipatriati gli abitanti, dopo l'ec-
cidio da cui scamparono, rialzarono al-
la meglio le demolile abitazioni e solle-
citamente per difendersi dall'intemperie.
Non mancano convenienti edilìzi. La par-
te più antica però della terra era la su-
periore, e più forte come difesa dall'alte
rupi e dall'asprezza dell'accesso dal pia-
no. Osserva il Castellano, ch'è fama ivi
i/p VEL
riparassero dopo i bellici disastri, gli a-
bi tonti delle contigue città, fra le quali
si nominano Ortona ed Eecetra ; poicliè
sulla cima del monte cbe domina il pae-
se, si dilata una bella pianura, dalla qua-
le si contemplano la Valle Etnica, il La-
zio, l'agio Velilerno, le Paludi Pontine
e più oltre il mare, e dicesi Piano dì Ci-
vita, ed è recinto all'intorno sul perime-
tro d'una lega da macigni di pietra pa-
lombina commessi senza cemento alla
foggia di antiche mura romane, cbe me-
ritarono essere descritte da Palladio.
Tracce d'altro muro interno più ristret-
to si vedono nell'estrema sommità in fi-
gura quadrata, cbe doveano forse desi-
gnare la rocca. Si sono discoperti nelle
■vicinanze de' sepolcreti, e nel recinto la-
lune stanze sotterranee con pavimento
a musaico, opere figuline, olle, lumi per-
petui, e monete d'oro, d'argento e rame.
Riferisce inoltre Castellano, che due vie
conducevano alla città; l'ima faceva ca-
po nella via Latina al luogo detto Pan-
dochia o pubblico ospizio, e di là ascen-
devasi il Colle dell' Impera tore,coù detto
perchè vuoisi che ivi esistesse un oppido
denominalo Ad Pietas (Nibby parlando
di Valmonlone,dice che la giunzione del-
le due vieLatina e Labicanafacevasi pres-
so la stazione ad Pietas, la quale avrà
tratto il nome dalle pitture che 1' orna-
\ano,coinciderdo nel sito pressoCollede'
Quadri), luogo magnifico e delizioso per
le pitture che 1' adornavano, di che fan
feùe i ruderi, ed i molti frammenti di
marmo pario e di granito, torsi e avan-
zi di statue, e vestigia di terme; dell'al-
tra,che procedeva da Vellelri e dal Cam-
po Pometino, si trovano iudizi fra gli am-
pi olivelide'principi Borghese. MonteFor-
tino ha 3 parrocchie. La primaria e in-
signe collegiata con capitolo è dedicata
alla ss, Croce, che per l'antichità minac-
ciando rovina, con l'assenso del vescovo
diocesano fu abbattuta ; a' i 7 aprile 1 65o
vi fu gettata lai." pietra dell' odierna e
compila nel 1661 dalla pietà generosa del
VEL
principe di Sulmona Gio. Battista Bor
ghese, ond'è giuspatronato di sua nohi
lissima famiglia, come si legge nelle la-
pidi poste sopra l'organo, e sopra la fa-
scia della decorosa facciata esterna, aven-
te pure due campanili in forma di torri
quadre. Sebbene fosse fabbricata più am-
pia della precedente, Marocco la dice ri-
stretta per l'attuale popolazione,che ne
la Statistica deliS53 la trovo ascende-
re a 3643, e nell'articolo scritto da Mon-
te Fortino nel i85o e riportato neln.°g2
del Giornale di Roma di tale anno, si eli-
ce terra di più di 4000 anime. La chie-
sa di s. Maria delle Letizie è di semplice
e antica forma, situata sul più erto della
cima e in piano fuori della porta supe-
riore, per dove si va alla montagna, ba
B. Vergine è scolpita in legno. Il quadro
di s. Alberto è di Orazio Zecca. L'affre-
sco della ss. Trinità fu colorito da Fai
Spirito. Primeggia fra le altre due ps
rocebie, per essersi con esse gradatane
te accresciuta. Sebbene col Marocco di
si collegiata la precedente, leggo nell'
scrizione da lui riportata colle altre ai
lidie e moderne esistenti in Monte Foi
lino, e collocata in s. Maria : Che il l<
dalissimo e benemerito Guidoni Zepi
rino Bresciani J. V. D. Hujus insignis
Collegiatae Ecclesiae primum canoni-
cimi, inde in archi presbyteratus digni-
latem evecto. Ma il Calindri afferma che
la collegiata è quella di s. Croce. La chiesa
parrocchiale del protomartire s. Stefano,
ili cattiva struttura, è al piano presso il
borgo e la strada romana ristorata da Pao-
lo V, non molto divertendo dalla via La-
bicanachene mostra evidentemente i ve-
stigi, e dove fu ritrovata una colonna mi-
gliarla denotante la distanza ab Urbe, os-
servata dal dotto monteforlinese Sei-an-
geli e dal celebre antiquario Fabretti. V?
sono inoltre le chiese della Madonna del
ss. Rosario, e quella di s. Maria di Gesù
Quest'ultima è magnifica ed appartieni
a'minori osservanti riformati, col bel con
vento, situali dopo breve e comodo pas
VE L
5Pg^ìo fiiorì ilcllii terra nlle radici del mon-
te Foresta, nel luogo detto il Serrone del-
la guardia, nome preso da'soldati che ivi
facevano la guardia in tempo della guer-
ra sostenuta da Paolo IV. E una delle
tante magnifiche fabhriche fatte innalza-
re dall' animo grande del cardinal Sci-
pione Borghese. Ha 5 altari, essendo nel
maggiore in quadrodi tela lodato espres-
so il nome ss. di Gesù, la B. Vergine col
divi ri Figlio scherzante col s. Precursore,
le ss. Anna ed Elisabetta, e s. Giuseppe,
colla gloria celeste in allo : si attribuisce
al cav. Manenti di Canemorto, sebbene
alcuno la giudicò opera d'Orazio Borgia»
ni. Dello stesso Manenti si credono gli al-
i tri dipinti esistenti nella stessa chiesa, cioè
, s. Antonio abbate insieme a s. Antonio
di Padova, e s. Chiara con s. Elisabetta
: regina di Portogallo, il coro è magnifico,
bellissimi i libri corali scritti in pergame-
na e miniati, ben fornita la sacrestia di
suppellettili sagre. Nella facciata della
chie>a, parimenti di buona architettura,
con pilastroni, cantonale e cornicioni ili
tufa, nel mezzo e in una fascia è scolpito
il nome del benefico cardinal Borghese
coll'anno 1 633 in che compì l'edilìzio, di
cui la impietra era stata collocata ne'fon-
damenti a'2i ottobre 1629, di poi con-
sagrata da mg. 'Ellis vescovo di Segni a'
19 maggio 1 7 i5. In Monte Foitino e suo
territorio vi sono molti benefizi ecclesia-
; siici non residenziali, di nomina de'Bor-
, ghese, oltre i canonicati e i curati. Sopra
questi benefizi vi furono delle decisioni
• de'cardinali Cecchini e Cherubini per al-
; cune vertenze insorte, e fedelmente rife-
1 1 ite nel ms. di cose patrie lasciato dal sud-
, detto Serangeli, e cuslodito dalle mae-
stre pie del luogo, che si occupano del-
l'istruzione delle fanciulle. I nominati car-
j dinali istituirono il rettorato di s. Croce.
1 Non vi mancano sodalizi, ed un tempo e-
sisleva il convento di s. Michele Arcan-
. gelo de' minori conventuali circa 2 mi-
glia lungi dalla terra, soppresso con bolla
; pontificia, applicandone i beni alla com-
VEL i43
pagnia del ss. Rosario pel mantenimento
dei maestro di scuola elementare, il qua-
le ha eziandio l'obbligo di fare da cap-
pellano alla chiesa di della confraterni-
ta. Dice il Marocco, che il convento fu
demolilo, perchè non servisse d' asilo a'
fuorusciti. Tale convento si vuole dal
Theuli conventuale, nell' Apparato mi-
norilico della provincia di Roma, edi-
ficato da s. Francesco d'Aitò ; ma lascia-
to da'religiosi, divenne ricovero di ban-
diti, per cui nel 1 5g4 f« murato ogni va-
no e chiusa la chiesa, ed ora soltanto se
ne vedono le misere rovine. Le strade in-
terne sono tortuose e pericolose per la
continua salita, meno la media formata
a gradinata e selciata. La piazza princi-
pale, the resta in principio della terra di
prospetto a Valmontone e ad una parte
dell'agro, si può dire il miglior ornamen-
to del paese, ridotta in pianocon forte spe-
sa sopra più ordini di volte e fornici con
pieni fondamenti, ed è ben selciata e gran-
de. Ha una loggia scoperta sulla porta
principale costruita con merli di tufa e
sopraslali da pal'e di pietra polomb.ua,
con arme in cima nell'esterno, decorata
con dtie mascheroni, e co' vani pe' can-
noni. Questa porta tutta di tufa, di vago
disegno e d' ottima architettura, che si
crede di Martino Longo, ha l' epigrafe
del cardinal Scipione Borghese, e verso il
borgo l'anno 1620. Inoltre il cardinale
fece fabbricare anche di verse case nel bor-
go. Appellasi piazza Borghese pel palaz-
zo principesco che elevasi ila un lato. An-
ticamente l'edilìzio era diviso in due a-
bi (azioni, una spettava a' Colonna, l'al-
tra a' Massimo ; dipoi notabilmente fil
accresciuto dall'encomiato cardinal Bor-
ghese, nell'unire le due abitazioni. Vi so-
no 147 stanze, oltre i corridoi, portici e
logge, con 3 distinte scaleche introduco-
no a diversi appartamenti. Però la ri-
messa per le carrozze resta al piano do-
v'è situato il fabbricalo detto l'osteria,
fatto anch'esso d'ordine e spesa del car-
dinal Borghese; osteria che può dirsi una
i44 VEL
delle prime de'dintorni di Roma, per con-
tenere circa 5o vani, essendo l'edifizio
circondato da logge falle ad archi, e nel
«li dietro e ne'fianchi serrati da muro per
usi diversi,con ampia stalla costruita pre-
cipuamente pel procaccio di Napoli. In-
oltre sulla nominata piazza e incontro al
palazzo baronale vi è un casamento pure
edificato dal cardinale, per residenza del
governatore feudale, ed è ornato di cor-
doni e fascie di tufa con vago prospetto.
Diverse e discrepanti sono state le opi-
nioni degli scrittori circa le antiche città
che fiorirono ne'dintorni, o sul sito oc-
cupato da Monte Fortino. 11 Theuli, nel
Teatro historico di Felletri, a p. 34 ri-
tiene che ivi fu già la volsca Eccella, o
almeno poco lontano, poiché quando i
tribuni de'romani mandarono o condus-
sero due poderosi eserciti contro i volsci,
S. Furio e M. Orazio andarono ad Anzo
verso la marina, e Q. Servilio e L. Ge-
ganio a sinistra verso Eccetra, ad moti'
tem Eccelram pergant, come si ha da
Livio. Anzi narrando questi prima di tale
epoca un fatto d'armi de'romani e vol-
sci, dice che fu inler Ferenlinum et Ec-
cetras, che di già era stata saccheggiata
da Fabio Ambusto. Altrettanto racconta
Dionisio, il quale la chiamò Folseoruni
Caputa nel descrivere la vittoria riportata
sopra i volsci e gli equi da Q. Fabio Vibu-
lanoin Algido. Di parte del riferito, anche
col Ricchi, Reggia de' Volsci, lib. i , e. 44j
Ecetra colonia latina, già ne parlai nel
voi. XXVI I, p. 280 e 2g4, dicendo di
Ferentino, Morolo eSupino (e sopra que-
st' ultimo è da avvertirsi il notato a tal
vocabolo) e Ferrugine. Il Volpi nel La-
iius Fetus, enumera fra gli 8 oppidi Pre-
Deste, anche Eccetra, che il Cecconi nel-
la Storia di Pales trina dice eh' era si-
tuata ne'più alti monti de' volsci. Il Con-
tatore chiama Echetra, già terra nobile
de' volsci, e crede che fosse situata sopra
Norma e Segni, verso settentrione fra Co-
ri e Aungni; poco lungi da Allena , che
dice pure de' volsci, il cui confine cogli e-
V E L
qui era Verrugine, In quale ritiene esse-
re surta fra Velletri, Cori e Rocca di Pa-
pa, ed eziandio la comprende tra'volsci.
Mg.' Nicolai, dopo aver parlato delle cit-
tà Pontine della pianura e marittime, nel
cap. 1 1 comincia a ragionare di quelle
situate sulle colline, Ecetra, Artena e al-
tre, poiché anch'esse si comprendevano
tra le Pontine, come città che avevano il
territorio nelle campagne Pontine. Prin-
cipiando da Poniezia, di cui trattai a Ses-
sa, dice offrirsi innanzi Ecetra, sulla qua-
le discordano gli autori ad assegnarle il si-
to preciso. Sigonio la pose nel territorio
Pontino, e Cluverio giudicò che restasse
sopra Norma eSegni, a'confiui degli equi
e degli eroici, lontano dalle spiagge ma-
rittime. Certissimo è,secondo Nicolai, che
non slava ne' piani, ma ne' monti , non
peròda'piani mollo lontano, perchè i vol-
sci ivi tenevano la loro assemblea nazio-
nale, come significò Dionisio, riferendo-
ne la testimonianza. Che fosse poi medi-
terranea, apertamente lo scrive Livio, e
come di contraria situazione alla marit-
tima Anzio, anzi la dichiara montuosa
Dunque Ecetra, conclude il dotto prela^
lo, dovea esser situata non lungi da Co-
ra, Artena, Noi ha e Sezze, e presso Po-
inezia. Poiché quando da' consoli Appic
Claudio e Publio Servilio fu espugnata
Poniezia, gli eceterani che segre lamenti
aveano soccorso i pometini, cominciaro
no anche come vicini a temere per se stes
si, e ad onta che spedirono a Roma un;
deputazione, ne pagarono /a pena , per
dendo il territorio che fu loro tolto. Da
riferite da Livio , anche il Corradini s
persuase, che Ecetra e Pomezia fra lori
confinavano, benché poi altrove cadde il
contraddizione, ponendo Ecetra la 1 ." del
le città volsche sulle montagne Lepin
verso Roma, mentre l'avea detta confi
nante con Pomezia, e questa situando ne
mezzo della pianura dopo Sezze, ove or
é Mesa. Nicolai soggiunge, che dovea poi
si Pomezia innanzi più vicino a Hook
Il Corradiui spiegò l'asserto di Cluveric
VE L
Cum Volscis i/iter Ferentinum atquc E-
tctram diinicatum est. Noi» doversi cioè
intendere di Ferentino ernico, ina bensì
di quello nel monte Albano, il quale poi
si disse la Fnjola, couduante co' piani ver-
so Vellelri, Cora e Monte Fortino , cre-
duto dal Kircher l'antico Corbione; e il
sito corrisponde al principio de'monti Le-
pini, sotto cui si estende il territorio Pon-
tino. Indi il Nicolai narra le guerre ece-
trane, chiama Ecetra la più nobile città
de'volsci, alternativamente signoreggiata
da essi, da'romaui e dagli equi, e nuova-
mente da' romani. S'ignora come perì, e
quando, senza lasciar di se vestigio alcu-
no, e perciò gli autori sono di diversa o-
pinione nel determinarne il sito. Quanto
ad Artena, il Nicolai lo dice castello vol-
9co vicino ad Ecetra, racconta come se ne
impadronirono i romani e la spianarono,
onde neppur di essa esistere orma al suo
tempo. Il più. moderno Castellano, come
già indicai, inclinò a credere 1' asserto di
altri, che uell'area di Monte Fortino sor-
gesse Eccetra. Il pure recente Marocco
riporta che Kircher fu di tale opinione,
ma in altro luogo vi stabili P'itellia, che
il p. Maltei riconobbe essere Monte For-
tino succeduta ad Ortona , ed il riferito
da Livio e Dionisio sopra Eccetra e Or-
tona. Dice inoltre che il montefoi tinese
Serangeli si dichiarò in favore di Pando-
chia, rammentata di sopra ; ma egli non
vi conviene, lasciando ad altri fra le di-
screpanti opinioni la decisione del conflit-
to. Il Ricchi, Reggia de' Volsci, lib. i,cap.
1 2, Monte Fortino prima chiamato Cor-
bione, adduce. ragioni per credere quella
città soggetta agli equi, essere quivi po-
sta, raccontando le sue antiche viceucle
guerresche, e pubblicando la lapide tro-
vata sotto Monlefortino. Corbio o Cor-
bione, il Nibby nella sua Analisi de' din-
torni di Roma, lo colloca a-Rocca Priora,
perciò con esso ne ragionai descrivendo
quel comune nel voi. XXVII, p. i 77. Ec-
co poi quanto quelP insigne archeologo
uellu lodata opera, t. 3, p, 270 e seg., di-
VOL. LXXXIX.
VEL i45
ce all'articolo Artena, da lui creduta ora
occupata e succeduta da Monte Fortino.
Narra T. Livio, lib. 6, e. 61 ,che nell'an-
no di Roma 353 si combattè co' volsci
fra Ferentino ed Eccella, e che quindi i
tribuui cominciarono ad assediare Arteuu
città de'volsci. Gli assediati fecero una
sortita; ma i romani li respinsero e gl'iu-
calzarono in modo che s'impadronirono
della terra. I volsci si ritirarono nella for-
tezza o arce, la quale oltre all' essere for-
te era ristretta, onde poteva difendersi cou
poca gente, e ben provvista di vettovaglie.
Disperando perciò i romani di prender-
la, un servo o schiavo d'Artena a tradi-
mento li condusse sopra per un sentiero
molto scosceso; onde uccise le guardie che
si trovarono dentro la rocca , e gli asse-
diati furono forzati di rendersi a discrezio-
ne. Sì la ciltà, come la fortezza vennero
demolite: l'esercito fu ricondotto in R.o-
ma e diretto contro Veii (V.) ; al servo
traditore fu data la libertà per premio,
donati i beni di due famiglie, e imposto
il nome di Servio romano. Fin qui Livio.
Soggiunge poi il medesimo Nibby, che se-
condo altri Artena era città de'veienti e
non de'volsci; tale equivoco nacque dal-
l'esservi stata una città dello stesso nome
fra Cere e Veii, la quale fu distrutta da'
re di Roma, ed era terra de'ceriti, e non
de'veienti (ritiene Nibby d'averla scoper-
ta nel i832 in occasione che si facevano
alcuni scavi nella tenuta di Castel Cam-
panile, che descrive e illustra in quell'ar-
ticolo, circa 22 miglia distante da Roma a
destra della via Aurelia, ossia strada di
Civitavecchia; il fondo fu posseduto suc-
cessivamente da'ìNormanni, Orsini, Capo-
diferro e Cenci, da'quali neli6i2 lo com-
prò il principe Borghese e tuttora lo pos-
siede), mentre questa della quale ivi trat-
ta Livio fu neh' agro Volsco. Riconosce
Nibby, che di questa Artena, degli scrit-
tori antichi Livio solo ne parla e pochi
lumi somministra, a segno che Cellario,
Geogr. antiquae, lib. 2, e. 9, sect. 3, p.
565, dopo avere riferito il passo di Li«
io
i46 V E L
vio, ilice: seti positio incertissima itnmo
ignota huius oppidi est. Solo ricavasi, die
noti era molto lungi da Ecetra e Ferenti-
no, e che aveva uua rocca molto forte e
non molto grande. Nel fare Nibby le sue
indagini per la Carta eie dintorni di Ro-
ma, inclinò a crederla ne'diulorni di Mon-
te Fortino, perchè una delle cime più al-
te delle sue vicinanze ha il nome di Mon-
te Larlerio, perchè sopra Monte Fortino
slesso la contrada ha il nome di Civita,
indizio certo della posizione d' un'antica
città, e perchè la distanza di Ferentino
non giunge a 20 111., meulre d' altronde
la battaglia fu data di qua da Feieutiuo,
fra Ferentino ed Ecetra, in guisa che i ro-
inani poterono tagliare a'volsci la ritirala
di Ecetra e forzarli a rinchiudersi in Ar-
tena. Inoltre dice Nibby, ch'era una cir-
costanza positi va quella che Allena distili-
guevasi in città propriamente detta ed in
rocca. Questa sua congettura la crede di-
venuta un fallo per le scoperte che lord
Beverley fece nel 1 83o circa uu miglio di-
stante da Moute Fortino verso sud-ovest,
nella contrada appunto della Civita e del
Piano della Nebbia. II luogo si dislingue
per l'aspetto dirupato del monte, e per
la difficoltà dell'accesso, ed è coperto di
arbusti: verso settentrione è uu bosco;
verso occidente sono precipizi spavente-
voli; a mezzodì è una grotta; ed a levante
la strada di Moute Fortino entra in que-
sto recinto. La terra non era grande, ma
le mura sono costrutte di massi enormi
irregolari di calcarla, spiccati dal moute,
ed ammonticchiati l'un sopra l'altro senza
alcun ordine, ed hanno 5 piedi di larghez-
za e 3 d'altezza: in generale la costruzio-
ne olire tulli i caratteri dell'età più rimo-
le. La rocca era separata dalla città pro-
priamente detta da una fortificazione so-
lida, costrutta nello stesso modo, ma di
massi tanto più grandi che hanno 7 pie-
di di larghezza: essa presenta il vero ca-
rattere della costruzione ciclopèa descrit-
ta da Pausauia; cioè che i massi grandi
per ia loro irregolarità lasciano iuter valli
V E L
che sono chiusi da pietre o ciottoli, «u-
ch'essi irregolari. Aggiunge il Nibby: Geli
nell'opera della Topografia diRoma e de'
contortili 1. 1, p. 2o5, osserva giustamen-
te potersi sospettai e, che la Or tona, di che
parla Livio nel lib. 3, cap. 3o, occupata
dagli equi l'anno di Roma 299 e ripresa
poco dopo da' romani, sia la slessa che
Allena. Per la posizione non lungi dal-
l' Algido , potrebbe certamente ammet-
tersi questa congettura , dice il Nibby,
poiché Livio così si esprime: Horalius%
cioè il console C. Orazio Pulvillo, quum
iam Aequi Corbione inlerfecto praesidio,
Ortonam etiam cepissent, in Algido pu-
gnat: mullos mortales occidil: fugai ho-
slem non ex Algido modo sed a Corbio-
ne Ortonaque: Corbionem etiam diruit
propter prodilum praesidium.L'op'mione
di Nibby fu impugnala dal eh. DeMatthias
di Vallecorsa, nelle sue Lettere stampale
in Ferenliuo nel i84c)-5o, come narrai
in principio. Nella Lettera i.a tratta di
Arteria, che dice chiamarsi anco An-
temna. Con questo nome ossia di Anten-
na ne trattò il Ricchi nel lib. 1, cap. 25,
La Reggia de Volsei. Dice che tale ca-
stello volsco giaceva dopo il corso d' uu
breve tratto verso Ferentino alla volta di
Segni, ne'confini degli eroici e degli equi,
di cui gli scrittori dell' antichità non ut
fanno memoria, tranne Livio pel già nar-
rato; onde del sito dove fu edificato nou
potersi dire cosa che meriti fede. 11 De
Matlhias comincia dal dichiarare, che mol-
ti antiquari di queste contrade, senza no-
minarle fra gli altri ilCayro, autore del*
le Notizie isloriche delle città del Sec-
chio e Nuovo Lazio, aveanoda molli au-
ni fallo intendere al pubblico che l'antica
cittadella de' volsei Arteria , ebbe il suo 1
stare nel luogo attualmente occupalo dal-
la terra di s. Lorenzo soggetta al gover-
no di Vallecorsa della delegazione di Fre-
sinone; uel quale articolo io ne dissi alcu-
ne parole. Questa scoperta non priva di
appoggi, continua il DeMatthias, uon fu
inai messa iu discredito e iu disamina,
VE L
prima del Nibby; sulla cui autorità io uel
citalo articolo feci appena cenno della sua
opinione, e pei ciò con lui severamente fui
(Ini medesimo De Matthias confutato, seb-
bene io nel semplicemente riferire l'opi-
nione di ÌNibby, nou la dissi doversi pre-
ferite, ma la riportai insieme alle altre, e
di queste e della sua senza rendermene re-
sponsabile e sostenerle come incontrasta-
bili.Cbi pi opimamente poi abbia ragione,
si decida da cbi può esserne giudice com-
petente. A me basta il notare, l'avere ri-
ferito il sentimento del Nibby, e che l'en-
comiato De Matthias sostiene per contra-
rio , assolutamente doversi riconoscere
l'aulica Arlcua a s. Lorenzo di Vallecor-
sa. Siccome inoltre Ntbbydieecltein Mou-
Ufortiuo siavi il luogo dello Monte Lar-
ici io, nome che vuoisi derivato da Alle-
na, il De Matthias avvei le che un equi-
voco, perciò dichiara. "Montefc-rtiuo si di-
ce comunemente Monte Vallerò, Monte
forte o Fortino, perchè rammeuta alcu-
ne sue azioni altere, per le quali Papa
Paolo IV ne otdiuò persino la distruzio-
ne. Monte Lai terio nou viene perciò del-
lo da Arlena o Anteluna, ma da altra ca-
gione, cioè da Monte l'altero." Il DeMat-
lliias stringe I' argomento, col dichiarare
ancora: Che la questione è terminata; a-
ver provalo i.°che l'opinione de' vecchi
storici è la più sana, allorché sostentici o,
come Cayro, gli altri nou uomiuaudo, Ar-
temia aver esistito presso s. Lorenzo. E-
, gli crede inoltre d' aver confutato in 2."
luogo li motivi pe'quali si cercava create
una novità a danno del vero; in conse-
, guenza soggiunge, restare ben dimostra-
, tu il suo assunto. Finire con l'espressione
! di Quintiliano, per dire che col suo scrit-
, to niente deve trarsi al merito del Nibby.
«Sono state pei fette tante di lui opere: se
. ha preso abbaglio nel piccolo articolo Ar-
lena ed in quello di ferrugine, ci ricor-
da, che quantunque sommo autore, pu-
re è uomo. Ncque id stallili legenti per-
tuaiH/n ali : omnia quae magni authores
dixcriul, ulique esse perfetta ... Situimi
VEL 147
enìtn siint, homines taineu". La terra di
Monte Fortino è certo che con questo no-
me già esisteva uel secolo XI. Leggo uel-
le Memorie Colonnesideìcav. Coppi, che
da un documento del codice di Cencio Ca-
merario sappiamo che nel 1 i5i Tolomeo
1 1 conte Tusculano possedeva il castello ili
Monte Fortino, Castro Montls Fortini,
sul quale pretendeva avere diritto Oddo-
ne della Colonna. Trovo ancora nel me-
desimo e nel ricordato Cecconi, che Od-
done cede col consenso di Carsidonio suo
fratello la mela di tutta la città Tuscula-
na e la rocca a Papa Eugenio III, e le a-
zioni che avea su di Monte Fortino, a te-
nore della permuta fatta fra il suo padre
e il genitore di Tolomeo, a cui furono
poscia concesse tali ragioni dallo stesso
Eugenio HI, comesi rileva dal giuramen-
to di fedeltà prestato a Papa Adriano I V
u'g luglio i i55; ricevendone Oddone in
compenso il castello di Trevi e una som-
ma di denaro, centina decem llbras de-
nar'wrum papiensium, et centum qua-
dniginta libras denarlorum lucenlium.
11 Coppi narra invece in detto anno, che
Adriano IV coucesse la detta porzione di
Tusculo in feudo vitalizio a Gioitala figlio
di Tolomeo 1 1, che di già uè possedeva al-
tra parte, e giurò fedeltà al Papa contro
tutti, exceplo Imperatore. Per maggiore
sicurezza consegnò contemporaneamente
al Papa le sue rocche diMontefortinoedi
Fajola. Il eh. Marocco riporta le parole
dell'alto, in cui è detto che pei* maggior
fede dava Roccam Monti s Fortini et Roc-
cani Fajola per due anni. Risulta dalla
divisione de'beui tra'Colonnesi nella stes-
sa epoca, riferita dal Coppi, che Pietro eb-
be per sua porzione MouteFortinoe Mun-
te Porzio, colle contigue terre di Colon-
na eZagaroloj e che allora abbia presola
qualifica, che poi diventò cognome, della
Colonna. Racconta Marocco, che di Mou-
tefortiuo restarono privi i Colonna, igno-
randosene la causa, e passò in dominio de*
Co/i/i d'Anagni odi Segni, il che forse av-
venne dopo la distruzione del Tusculo nel
i48
VE L
pontificato di Celestino IH; mentre il suc-
cessore Innocenzo Ili Conti ne investi il
suo fratello Riccardo con altri feudi. Ali-
ti ricavo dal Ratti, Della famiglia Sfor-
za, t. 2, p. 22 i e 243, che alla morte di
Riccardo dividendosi i figli i suoi beni, al
secondogenito Giovanni Conti senatore
di Roma toccò la Torre e tutte le case di
Roma, co'benidi Ponte Mammolo, Mon-
te Fortino ec, il quale in seguito fu da-
to ad un cadetto della stessa famiglia, la
cui linea dicevasi de' signori di Moti te For-
tino. In ciò conviene, aia con ritardata e-
poca,pureilNibby,dicendo che questa ter-
ra esisteva col nome di Monte Fortino Cia
dal 1226, e ricavarlo dal Contelori nella
Storia della famiglia Conti, che la pos-
sedette con titolo di signoria, del quale era
investito uno de' rami cadetti della linea
de'Conli di Segni. Neli232 Monte For-
tino fu occupata da'rumani, che si erano
rivoltati contro Papa Gregorio IX, come
si legge in Riccardo da s. Germano, pres-
so il Muratori, Rerum hai. Script, t. 7,
p. 1029. Nella sua biografia ne parlai, di-
cendo il motivo dell'insurrezione, e che i
romani recaronsi a Monte Fortiuo(nel lu-
glio 1232 dice il Petrilli; e per reintegrar-
si de'dauni,che dicevano aver solìei ti, oc-
cuparono fra l'altrecose alcuni beni spet-
tanti alla chiesa Preuestinae li ritennero
3 anni) per assalire la provincia di Cam-
pagna, e cosi operare un diversivo all'im-
pedimento loro posto dal Papa nel difen-
dere Viterbo, ch'essi pretendevano di-
struggere; e siccome erasi ritirato in Rie-
ti, notai in quell* articolo, che Gregorio
IX ad essa conferì le prerogative godute
dalle città della provincia di Campagna,
ed impedì che i suoi parenti si abusasse-
ro ulteriormente del castello di Fumone.
Il Cecconi m'istruisce, che i sollevati ro-
mani volendo sorprendere la fortezza di
l'aliano, coll'aiuto degli abitanti di Mou-
tefortiuo (il Petriui allèrma che tra'di ver-
si partiti che tenevano in fiera discordia i
numerosi abitanti di Paliauo, si frammi-
schiarono alcuni uioutefoitiuesi a sofiìur
!
*a
ai
:
so
IN
VEL
nel fuoco, mandati apposta da' romani)
il Papa fu costretto di premunire Palia
no, da esso comprato, circondandolo d
mura econ nuova torre fabbricata nel pi
rigido inverno stemprando la calce coll'u
so dell'acque calde; ed acquistando ancora
il castello di Serroue, proibì che giammai
i due luoghi si alienassero e separatici
dallo stato pontificio. Si persuade il Ce
coni, che Gregorio IX vedendosi spes:
inquietato da'romani, pensasse stabilii
ne'due luoghi muniti dalla natura del sito
stesso, un ricovero sicuro nella provincia
di Campagna; ed a talelfetto permettesse
agli abitanti di rendere a coltura alcuni
monti e selve esisteuli nel territorio di es-
si, coli' obbligo di pagare per la festa del-
l'Assunta \o soldi annui. Il Marocco con-
gettura col Ciaccouio, che Gregorio IX o-
notasse di sua presenza Monte Forti 11
per riferire tale scrittoi e delle Vitae Po,
tificum.» Anagnia deinde Ponlif ex pr
ftclus Pallìanum, Monfortinum, Seri
nem, Fumonem, et omnia circumquaq
posila Oppida munivit et praesidiis fi,
mavit, Romanorum contumacium ve,
tas qui amatore Senatore edixerant
omniaOppida arcuai Urbem posila, Pi
pulo romano tributa annua penderei" .E
parlando d'Annibaldi senatore di Roma,
dice.» Et eodem ferme die senator infe-
stus ducens in Campaniam cohorles a-
pud Monlem Forlinum de itinere pri-
munì substitit. Eum enim a Friderico II
imperatore in rerum novarum studia
promissis favor ibus incitatum fuisse".
Abbiamo dal Novaes nella Storia di Bo-
nifacio Vili, che dopo aver dimorato io
Aiiagoi fino ah.° ottobre 1 3o2, a'3 si re-
cò a Monlefurtiuo, ed a'g si restituì a Ro-
ma. E poi indubitato, che vi fu Grego-
rio XI, pernottandovi a'5 settembre 1 377
in occasione che soggiornava in Anagui
per a verlo dichiarato i monlefòrtinesi, ol
trechè si legge nel diario di Pietro A me
lio. Inoltre riporta Marocco, che Vitto
ria Conti figlia d' Alessandro signore d
Molile Fortino, fu maritala a Cuoiami
VE L
Colonna (primogenito d'Antonio principe
di Salerno, secondo Coppi, dicendolo Mie-
gittimoMarocco),nemicodiProsperoCon-
ti ; e ila tal matrimonio nacquero Giulio
Colonna, che sposò Giovanna Conti del-
la linea di Valmontone, figlia d'Antoniodi
Giacomo, il (piale s' impadronì di Monte
Fortino, espugnandolo nell'agosto i4^2.
Lo ritenne per diversi anni, ad onta del-
l'opposizione di Lucio o Lucido Conti si-
gnore del medesimo. Allorquando Carlo
Vili redi Francia sul fine del i494ePr'n"
cipio del 1 495 attraversò lo stato romano
per andare contro Alfonso II al conqui-
sto del regno di Napoli, i Colonnesi favo-
rirono la di lui parte. Marciando per la
provincia di Campagna, in poche ore e-
spugnò il castello di Montefortino e lo
prese d'assalto, mentre era occupato da
Giacomo Conti , il quale erasi condotto
agli stipendi d' Alfonso 11, e lo consegnò
nel 1 49^ a Prospero Colonna, altro figlio
del suddetto principe di Salerno , che vi
pretendeva antiche ragioni e militava in
suo favore , investendolo della signoria e
rocca, ritornandone così il dominio a'Co-
lonnesi, come apprendo da Coppi e Bau-
co. Altre particolarità sono descritte da
Marocco. A Lucido Conti signore di Mon-
te Fortino rimasero però Rocca Massima,
e Colle Ferro or quasi diruto , non che
Giuliano allora mal ridotto. Dipoi Luci-
do tu trovalo morto in una vigna del ter-
ritorio di Rocca Massima , e credesi per
violenza, venendo sepolto nella chiesa di
s. Michele Arcangelo di delta Rocca pres-
so l'altare maggiore. L'eccidio di Monte*
tortino e la sua presa fatta da'francesi di
Carlo Vili, avvenne per colpa di Gia-
como Conti seguace del re di Napoli, e
non per cagione degli abitanti. Bensì que-
sti, per non mostrarsi vili, si sforzarono
difendere colla loro patria il loro siguo-
1 re, ma furono tagliali a pezzi, e solamen-
te restarono superstiti gli assenti dalla
terra. Dice inoltre Marocco, che Carlo
\ 111 ne destinò suo vicario Prospero Co-
louna, sai raodo la vita de'soli figli di Gia-
V E L i49
corno Conti , volendo però in poter suo
gli altri castelli che possedeva, come Fra-
scati e Torre del Castello. Malgrado i ten-
tativi fatti da'Conti per ricuperare Mon-
te Fortino, essa rimase a'Colonnesi. Ai^
roge il narrato dal Banco. Partito Carlo
Vili dall'Italia, si accese nuova guerra
fra 'Colonnesi e i Conti che tentarono ri-
tornare in possesso de'loro beni, de'qualt
erano stati spogliati da'francesi. I Conti
ebbero validi aiuti da Velletri , sì per
patto d'antica federazione con essi, sì per
reprimere la potenza de' Colonnesi, te-
mendosi che di nuovo potessero pensare
alle cose di Lariano, il di cui territorio
confina conMontefortino. Fu questa guer-
ra di gravi danni agli uni e agli altri, fin-
ché nel 1498 vennesi ad un compromes-
so fra'Colonnesi, i Conti e Velletri, avan-
ti il governatore di Uoma Isualles, sopra
lutti i danni, olfese e prede scambievoli.
Si fece tregua per un anno, e per più lun-
go tempo a beneplacito di Papa Alessan-
dro VI. Deposte così le armi e cessate l'o-
stilità, furono le differenze composte per
via di ragione. I Colonnesi, abbandonali
i francesi, si dicrono al re di Napoli, e sic-
come Alessandro VI erasi collegato con
Luigi XII re di Francia, questi inviò un
esercito per riconquistare il regno di Na-
poli, capitanato da Obigni, onde il Papa
colle sue milizie uscì in campagna per oc-
cupare le terre de'Colounesi e ne espugnò
diverse nel i5ot. Obigni fece altrettanto,
s'avviò per Monte Fortiuo pensando che
Giulio Colonna gli facesse resistenza; mu
avendolo abbandonato con poca lode, O-
bigni procedendo più oltre, occupò tutte
le terre circostanti e colla sua marcia en-
trò nel regno. Depressi i Colonnesi, Ales-
sandro VI a' 27 luglio i5oi si porlo a
Montefortino, indi a'20 agosto pubblicò
una bolla, nella quale dichiarò i Colonne-
si incorsi nella scomunica maggiore, e li
privò di tutti i loro feudi e beni. Indi col-
la bolla Coc'lesiis altitudini» potcntiaint
de' 1 7 settembre, divise le terre e castelli
confiscali a'Colonnesi, tra 'suoi figli e ni-
i5o V lì L
poti, ed al figlio Giovanni Borgia conces-
se Monte Fortino. Morto il Papa a'18 a-
goslo i5o3, i Colonnesi ricuperarono le
loro terre, e secondo Marocco, ritorna-
rono i figli di Gio. Girolamo Colonna nel
possesso diMonleforlino. Invece leggo nel
Coppi, col qualeancora procedei pel nar-
rato, che Pompeo Colonna, vescovo di
Reti, abbate commendatario di Grotta
Ferrata e Subiaco, poi cardinale, nato da
Girolamo del ramo di Zagarolo (ucciso
nel 1482) e figlio del suddetto principe
(li Salerno, e da Vittoria Conti, amante
degli antichi possedimenti di famiglia, pro-
curò di assicurarsi questo di Monte For-
tino ; ma pe'diritli che vantavano i Con-
ti, potendone derivare questioni e forse
guerre, credè opportuno d'accomodare il
tulio bonaria mente. Acquistò nel 1 5io ta-
li diritti, promettendo di pagare a Luci-
do Conti, allora ancor vivente, 2000 du-
cati,e di più soddisfare ad alcuni pesi che
il medesimo aveva, con istromento de'7
luglio. Dipoi Giulio II ch'erasi imparen-
tato co' Colonnesi, ottenne a mediazione
di Prospero, che Pompeo, il quale occu-
pava militarmente e in attitudine minac-
ciosa Monte Fortino , consegnasse il ca-
stello a Marc'Antonio I Colonna capita-
no delle milizie papali, affinchè lo tenes-
se in deposito. Tutta volta proseguendo
Pompeo a mantenersi in alto ostile, Giu-
lio 1 1 lo privò de'suoi pingui benefizi ec-
clesiastici; e benché nel 1 5 1 3 alla morte
di Giulio II, Pompeo di nuovo insorges-
se, pretendendo bruciar la casa del fisca-
le Goccino che l'avea processato, il suc-
cessore Leone X l'assolse pienamente, gli
restituì i benefizi e poi elevò alla porpo-
ra. L'ambizioso e irrequieto card inai Pom-
peo, per morie di Adriano VI contrastò
neh 52 3 il papato a Clemente VII in con-
clave, e sebbene questi lo ricolmasse di
benefizi, restò pieno di rancore, e con in-
gratitudine insieme ad altri Colonnesi a-
pertamenteearrnata manosiribellò,spal-
leggiati dalle truppe di Carlo V. Il Papa
scomunicò i Colonnesi. depose Pompeo da
VEL
tutte le dignità, che audacemente accusò
il Papa di simonia e pretese contro di lui
appellarsi al futuro concilio. Clemente VI I
quindi spedì il Vitelli colle milizie pon-
tificie a danno de'Colonnesi, disegnando
di bruciare e di far spianare tutte le ter-
re loro, poiché per l'inveterata affezione
de'popoli ad essi, il pigliarli solamente era
di piccolo pregiudizio. Le genti pontifi-
cie entrate nelle terre de'Colonnesi, nel
1 526 bruciarono Marino e Montefortino,
la fortezza del quale si teneva ancora pe*
medesimi , battendola colle artiglierie ,
spianando Gallicano e Zagarolo; indi il
Vitelli deliberò recarsi a Vahnonlone per
attendere alla difesa del paese. Il Ricchi
dice che Clemente VII giustamente sde-
gnato contro Pompeo che dominavaMon-
teforlino, l'abbandonò alla voracità del-
le fiamme. Questa sventura deplora assai
il Marocco, poiché vi perirono innocenti
fanciulli, femmine imbelli e vecchi caden-
ti, che il fuoco divoratore non risparmiò.
Seguì poscia il disastrosissimo sacco diRo-
ma, operato dagl'imperiali; indi Clemen-
te VII si pacificò co' Colonnesi e gli as-
solse dalle censure, morendo il cardin
Pompeo in Napoli nel 1 532. Dopo il i
tale incendio, risorse Monte Fortino, e I
bruciale case vennero da'popolani risai
cite, e le distrutte riedificate. Nel ponti-
ficato diPaolo llI,avendo questi aumen
tato il prezzo del sale, pretese AscanioCo
lonna che pel privilegio d'esenzione d
Martino V, non dovesse aver luogo nel
le sue terre, onde gli esattori pontifìcii car
cerarono alcuni vassalli de'Colonnesi. A
Scanio per rappresaglia co'suoi armati fé
ce una correria nell'Agro romano, e pi
dò una quantità di bestiame. Il Papa eh
già mirava di mal occhio la potente d
sa Colonna, per aver in altri tempi fa
to fronte a' suoi predecessori, nel 1 54 f
mosse ad essa guerra con 10,000 soldati
e la descrisse I' Adriani colla Storia di
suoi tempi. Rocca di Papa, Paliano, Ce
ciliano, Roviano e altri castelli furon
espugnati, e d'ordine del Papa smanici-
;
V E L
Jnfe ila' fondamenti le loro fortezze. Dice
Marocco, che Monteforlino fu presa nel
i543, rendendosi al Pontefice, e ripor-
tando il seguente racconto mss. di Teo-
filo Papei: » if januariii'è vero Romani
versus abierunt. i!\fcbruarii die domi-
nit'o, circa 22 horas, Ponti/ex sub sua
dilione habuit Arreni Montis Fortini. 1 9
martii die luna, iiircperunt subditi Co-
lumnensium demoliri jussu Pauli ITI.
3." die maii perficerunt, reliclo uno prò-
pugnaculo, sai aula demolitores omnes
abierunt. 9." die redierunl demolitores
num. circa 3oo addemoliendam aulam,
seti propugnaculum quod fail dereli-
cturn". Morto Paolo III nel i54g a' io
novembre, Camillo Colonna col favore e
coll'aiuto de' vassalli ricuperò ad Ascanio
assente in Venezia, Paliano e le altre a-
vite castella; e Papa Giulio III al suo ri-
torno lo accolse cortesemente, e dispose
che godesse tranquillamente i beni ricu-
perati. Non andò guari che i Colonnesi
furono nuovamente in armi a tempo di
Paolo IV Caraffa, ed ebbe luogo la fune-
sta guerra della Campagna Romana da
me descritta ne' luoghi indicati di sopra,
contro Filippo II re di Spagna e delle due
Sicilie, a cui si unirono gl'imperiali tede-
schi di suo padre Carlo V, ed i Colonne-
si. a'quali il Papa avea tolto Paliano e
Cave, che die a'suoi nipoti, e le altre ter-
re. Paolo IV era avverso agli spagnuoli
predominanti in Italia, voleva deprimerli
e forse cacciarli dal regno di Napoli, dal
quale regno dichiarò decaduto Filippo li
nel r 556; quindi si venne alla micidiale
guerra. Il duca d' Alba viceré di Napoli
col regio esercitooccupò molte città e luo-
ghi delle provincie di Marittima e Cam-
pagna, e de'dintorni di Roma. Sul prin-
cipio del 1 55y le milizie pontifìcie ricupe-
rarono Marino, Grotta Ferrata, Frasca -
li, Valmontone, Palestrina e Gennzzano.
Assaltarono eziandio la terra di Monte
Fortino, la presero e la distrussero, nel
modo che deplorai nel voi. LXV, p. 242,
col p. d. Bartolomeo Carrara, Storia di
VEL i5i
Paolo TV. Narra Ricchi , che Montefor-
tiuofu preso d'assalto e incenerito, e d'or-
dine del Papa smantellato di mura. Rac-
conta Petrini,che Francesco Colonna col-
le milizie papali andòad espugnare Mon-
tefortino , i di cui abitanti essendosi di-
chiarati per Marc'Antonio II Colonna, co-
mandante di parte dell' esercito nemico,
derubavano e molestavano continuamen-
te i vicini; onde furono tutti senza distin-
zione né di età, né di sesso, come ribelli
della s. Se<\e, diffidati in pena di morte,
e la loro terra saccheggiata, arsa, distrut-
ta e seminata di sale; impresa a cui die-
rono molto mano i prenestini, e fra gli
altri Menico Franceschi e messerGio. Do-
menico Jacovello. Per cui Marc Antonio
II ed i regi si vendicarono su Palestrina,
che posero tutta quanta a sacco. Altra
incolpazionecontro Monte Fortino la tro-
vo in Baùco. Egli dice, che mentre Vicino
Orsini capitano de' pontificii era in Vel-
letri, que'di Montefortino gli fecero sape-
re essere disposti a tornare sotto I' ubbi-
dienza della s. Sede, e che perciò se a ves -
se mandato truppa snlliciente, gli avreb-
bero consegnato la terra. Esso niente so-
spettando di frode, vi spedì la sua pro-
pria cavalleria. Ma i terrazzani pieni di
mal talento fra via tesero una ben forte
imboscata , nella quale entrata la truppa
dell'Orsini fu quasi tutta trucidato. Que-
sto sinistro accidente mosse a giusto sde-
gno I' animo di Paolo IV pel nero tradi-
mento. Il perchè fece uscir da Roma Giu-
lio Orsini con numerosa truppa e con j
pezzi d'artiglieria. Questi, presi molti gua-
statori in Velletri, si diresse verso Mon-
tefortino, la quale fu presa e saccheggia-
ta, e poi iusieme colla rocca spianata ed
arsa. Il commissario del Papa, Desiderio
Guidone, affisse pubblico bando in Vel-
letri, che tutti gli uomini di Monteforti-
no per la notoria ribellione erano incor-
si nella pena dell'ultimo supplizio, e che
potevano uccidersi impunemente,e li con-
dannava alla confìsca de' beni. Il citato
storico Carrara, conosciuto sotto il nome
y
xoi VEL
di Bromato, qualifica empio il trionfodel-
rOrsini pel barbaro valore esercitato nel-
la conquista di Montefortino; dunque l'o-
perato fu all'insaputa clelcalunniato Pon-
tefice. Egli pure ilice che i montefortine-
m , fingendosi stanchi del dominio spa-
glinolo, domandarono aiuto per mettersi
nelle mani de'pontificii,e poscia i i oo fanti
che sulla buona fede loro mandò l'Orsi-
ni, tutti svaligiarono nell'imboscata sen-
za perdonare ad un solo. A punire il vii-
Lino tradimento » l'Orsini colla batteria
di due giorni molestò quella terra, che
difesa fu da Giannantonio da Piacenza,
ivi messo in luogo di Francesco Brancac-
cio, e fu difesa con varie sortite, in una
delle quali restarono morti molti delle
tiuppe pontificie, tra'quali Francesco fi-
glio di Giambattista Couti (ultimo signo-
re di Segni e di Valmontone di tale ramo),
e il capitano Giorgio da Terni. In fine na-
ta discordia tra' terrazzani ed il presidio,
quelli si resero a discrezione, e i soldati
impetrarono di poter uscire a bandiere
spiegate, e portar seco armi e bagaglio.
Ed entratevi le genti dell'Orsini saccheg-
giarono tutta la terra senza pietà: vi ap-
piccarono fuoco, e non perdonarono nem-
meno od una chiesa, ove le donne e i fan-
ciulli si erano ritirati, e tutti perirono".
Dissi già nel paragrafo di Valmontone,
che alcuni de'suoi abitanti contribuirono
alla rovina di Montefortino, e come alla
loro volta i contadini montefortinesi si
vendicarono con Valmontone, quando fu
saccheggiato e arso. Il Marocco, seguendo
Alessandro d' Andrea autore de' Ragio-
namenti della guerra di Campagna di
Roma, annoiti totale desolazione diMon-
teforliuo e sua rocca, ma troppo assolu-
tamente e in tutto l'attribuì a Paolo IF
(F-), come fecero altri, senza tener pre-
sente la Storia del p. Carrara e altre scrit-
te con imparzialità, e l'abuso che fecero
del potere i nipoti di quel gran Papa, che
con s. Gaetano istituì i Teatini (P-)j i
quali nipoti appena da lui conosciuti fu-
rono inesorabilmente cacciati e puniti.
VEL
Non tacendo il tradimento che provocò
la severa e terribde punizione, il Maroc-
co dunque soltanto e come altri si limi-
ta a raccontare. Che pure in quest'incon-
tro Montefortino si distinse per sommo
coraggio, e per mantenersi nella fedeltà
al suo signore (Colonna feudatario della
s. Sede suprema signora di Montefortino),
fu uno degli ultimi ad arrendersi. Impe-
rocché, avendo finto i montefortinesi con-
cordia co'pontificiijdomandarono un pre-
sidio, ostentando di voler ubbidire alla
Chiesa; onde Vicino Orsini da Velletri vi
mandò una compagnia, che per imbosca-
ta funestissima e traditrice perì tutta per
via, senza che neppure un tamburino si
salvasse. Quest'orrendo attentato fece
montare sulle furie il Papa, che ne volle
la totale espugnazione. Giulio Orsino ca-
pitano suo, con 3ooo fanti italiani, con
due compagnie di veterani venuti daMon-
talcino,econ cavalleria pontificia e 7 can-
noni, uscito da Roma si portò diretta-
mente a Montefortino, che già era stato
presidiato da Marc' Antonio II Colonna;
ma Francesco Brancacci invece di custo-
dirlo pel suo barone, essendone partito
per cercare vettovaglie, fu causa delle fu-
neste conseguenze. Dopo il cannoneggia-
mento , le sortite e ricordate scaramuc-
cio, in cui perì Francesco e non Gio.
Battista Conti, venuti i soldati in discor-
dia cogli abitanti, si resero a discrezione,
partendo i primi per Anagni. Entrati i
pontificii in Montefortino, fecero pagare
a'popolani il fio della loro pazzia, perchè
molti ne furono uccisi. Saccheggiata ed
incendiata la terra non si salvarono né
fanciulli, né donne , benché rifugiati
una chiesa , I' ira de' soldati superai»
qualunque ostacolo, e vane furono le pi
ghiere. Indi il Papa spedì l'ascolano D
siderio Guidoni qual commissario per far
demolire tutto il paese e prender posses-
so del territorio, autorizzatocol breve/ o-
lentes quod scelus per TJtdver sitatevi et
homines Castri nostri Monti s Fortini
adversus hanc s. Sedem , de' 27 oprile
ì
VEL
iSSj, accompagnato con lellere patenti
del cardinal Caraffa. Il possesso del terri-
torio con rogito seguì a' i del seguente
maggio, e fu pubblicato il bando dal Gui-
doni contro lutti i montefoi tinesi di pe-
na capitale, qualificandoli assassini de'sol-
dati pontificii, nemici e infedeli alla s. Se-
de, ed il castello nido e ricetto de'tristi, la-
droni e ribelli. Quindi fu ingiunto a tutti
i baroni e signori, ed a tutte le città e ca-
stella della provincia di non ricettare al-
cuno di essi, e di far CON grata al Papa
darli in mano alla forza per farne giusti-
zia. Compiuta la demolizione delle fab-
briche, il commissario feceararela piazza
e seminarvi il sale a'i3 ili detto maggio.
Inoltre il cardinal Caraffa dal commissa-
rio fece eziandio atterrare qualche super-
slite pezzo di fabbrica; e Gio. Caraffa du-
ca di l'aliano, in questa fortezza fece tra-
sportare i cannoni della rocca di Monte-
foi tino. Dopo quest'infortunio, Marc' An-
tonio Il Colonna distrusse Colle di Ferro,
incendiò Anagni , prese Palestrina e Se-
gni, e favorito da'suoi vassalli corse tut-
ta la provincia di Campagna, la quale re-
spirò per la pace di Cave conclusa nel set-
tembre. E neh55g per morte di Paolo
IV i Colonnesi ricuperarono le loro terre,
e neh 56 i anche Paliano. Non ostante la
rovina generale di Monteforlino, potè a
poco a poco riaversi, rifabbricandolo i
superstiti abitanti coll'aiuto de' Colonne-
si, per avere i dispersi inontefortinesi sup-
plicato la celebre marchesana di Pescara
Vittoria Colonna, Virginia Colonna de'
Massimi e Tuzin Colonna de' iMattei, le
quali a favor loro si prestarono eflicace-
mente. Della successione de'Colonnesi nel-
la signoria di Monteforlino, ecco (pianto
ne scrive il Marocco. Fu diviso il suo do-
minio, non avendo avuto figli maschi Gi-
rolamo Colonna, in diverse porzioni a'28
giugno 1 586, cioè n'ebbe la metà Orinzia
figlia di Marno Colonna duca di Zagaro-
lo, e moglie di Pompeo figlio di Camillo
Colonna; ed una 8." parte l'ebbero Tuzia,
Porzia, Claudia e Virginia, alla qualeVir-
V E L i53
ginia successero Fabio, Ascanio, Carlo e
altri de' Massimi; e poscia Vincenzo E-
stouteville conte di Sarno come marito
di Claudia Orsini. Mancando figli a Tu-
zia venne da lei nella sua 8.a parte isti-
tuito erede Ascanio de' Massimi, che ne
prese possesso nel 150,5, prestandogli i
vassalli giuramento di fedeltà. A Marzio
Colonna duca di Zagarolo ricadde la me-
tà di Monteforlino per dono di Orinzia
sua madre (ma di sopra è detta figlia)
neh 583. Muzio Massimo, che ne avea ot-
tenuta una 8.a parte da sua madre Mari*
Orsini e altra 8." parte da Giulia sua zia,
ambedue vendè nel 1 58g al detto duca
Marzio, restandone un sol quarto a' Mas-
simo: pochi anni dopo Gio. Antonio de
Maximis figlio di Carlo signore di Monte
Fortino divenne vescovo d' Isola (f7.).
Apprendo dal Coppi, che neh 607 Mar-
zio eresse in Zagarolo un monte e per ga-
ranzia de' sovventori ipotecò Monteforli-
no e altre terre. Il suo figlio Francesco
trovando 4r>o,ooo scudi di debiti, per li-
berarsene in parte, neh 6 r 4 vendè al car-
dinal Scipione Borghese 3 quarte parti
di Monteforlino, la metà della tenuta di
Torre, Olevano, 3 00 rubbia di Pantano
di Grifi, 200 rubbia di terreno della Co-
lonna, ed un procoio di vacche, tutto pel
prezzo di 346,000 scudi. In modo al-
quanto diverso ciò riporta il Marocco.
Dichiara che Giulia Colonna, a nome di
Marzio suo marito a'7 gennaio 1 6 1 2 veu-
dèal cardinalPietroAldobrandini 3 quar-
ti di Monteforlino , colla metà della te-
nuta di Torre; e l'8 marzo ne confermò
la vendita Marzio, da Paolo V approvata
a'27 giugno. Il cardinale ne prese posses-
so a' io luglio, rilasciando una cedola a
Pietro Alberici di 2 i5,ooo scudi pel re-
stante del prezzo, e poi fu fatto un affitto
per 6 anni neh6«2 al nobile romano O-
razio del Bufalo; ma non pagatasi la ce-
dola, il contratto restò rescisso e Marzio
rientrò in possesso del suo. Si appellò il
cardinale alla congregazione de'baroni e
n'ebbe contraria sentenza, onde France-
1 54 V B li .
beo Colonna duca di Zégarolo e figlio di
Mai zio, vendette al cardmalScipione Bor-
ghese nipote di Paolo Y le 3 quarte par-
ti di Moutefortino, Olevanoe quanl' al-
tro già tlissi per 346,000 scudi, con at-
to autorizzalo da chirografo di Paolo V
«'29 marzo 16 1 4^.11 Papa concesse tanto al
cardinale, quanto agli uomini ed univer-
sità di Montefortinoe di Olev'ano privile-
gi amplissimi. A fronte di tuttociò, Gia-
como Sai viali , nipote del cardinal Sal-
vinti e di Lucido Conti, ncli63o mosse
delle pretensioni sul dominio di Monte -
lui tino, ma venendo i principi Borghese
dilesi dall'insigne avv. Jacobelli, trionfa-
rono e restarono pacifici signori di Mon-
ti ['urtino e lo sono ancora. Già Paolo V
l'i 1 ottobre 161 5 (e non pare nel 161 1,
come si legge nel n.° 92 del Giornale di
Roma deli85o), con diversi cardinali e
prelati, onorò di sua presenza Monlefor-
tino e vi riposò una notte, cioè dopo l'ac-
quisto fattone dal cardinal Borghese. Do-
po tante vicende, osserva Marocco, la ter-
ra di Monleforlino non si potè dir mai
t ranquillala, mentre da'5 settembre 1 656
iiuo a' 1 2 del susseguente gennaio fu per-
cossa dalla pestilenza, con 1 55 vittime,
malore che penetrò pure io Val montone
e s. Gregorio, avendo il Papa deputato
mg.' Franciolti commissario apostolico
della sanità nella Campagna di Roma. Du-
rame il contagio di Moutefortino furono
stabiliti 3 lazzarelti.due in campagna,cioè
uno fra' castagneti al piano di s. Maria, e
Tallio nella valle vicino alla Pozzarica,ed
il 3." dello lo Sporco, dentro il convento
de'minori osservanti riformati, perchè vi
si conducevano gl'infermi. Aggiunge Ma-
rocco, che alcuni banditi e omicidiarii di-
sturbarono Montefortiuo nel 1 702, talché
mg.r Falconieri chierico di camera e poi
cu dinaie, commissario apostolico del La-
zio, fu costretto spedirvi milizie e sbirra-
glie, e ad onta delia resistenza caddero i
tristi in potete della giustizia. I più arditi
furono Tommaso Cationi dello Tabanel-
lo, che avea due bandi capitali e omici-
V E L
diario recidivo, il di Ini fi Otello detto Gri-
fo, che con Lorenzo Latini pure omicida
d'un cognato alias Mezzogrosso, fece ar-
mata mano verso la mola di Segni re -
trocedere un commissario apostolico e il
suocancelliere,Giuseppe Ferranti, e Ste-
fano Marcaccioli detto Quadrello omici-
diarioe complice di due omicidii, pusilla-
nime però, e quasi tutti reduci dalla ga-
lera, ma pagarono il (iodi loro seellerag-
gini. 1 ti quell'incontro vi perirono due
soldati di Valmontone ed un vile sbirro.
Il Cardella nelle Memorie storiche de'
cardinali, nella biografia del Falconieri,
riferisce che Clemente XI gli affidò la ma-
lagevole e pericolosa commissione di spur-
gare la provincia del Lazio dagli assassini
e banditi, che colle ruberie e stragi dan-
neggiavano non solo i passeggeri, ma re-
cavano la desolazione e il terrore a 'con vi-
cini paesi. Il prelato usando di sua seve-
rità, dissipò in un baleno tutta quella ca-
naglia e restituì la pace e la tranquillità
0 que'popoli. Nel tempo della repubbli-
ca del 1798, il popolo di Monleforlino
diede prove non equivoche al Papa di di-
voto attaccamento e di valoroso coraggio,
respingendo l'armate nemiche francesi,
in unione co'calabresi che difendevano il
re di Napoli, e vi furono molli feriti e
morti dalla parte contraria. Nel 18 5o Mon-
tefortiuo esultò per la presenza del regnan-
te Papa Pio IX, nel viaggio col quale ài
Napoli tornò in Roma, e venne descritto
dal Giornale di Roma, e dal commend/
Barluzzi colla Relazione del viaggio. In
essa si legge. "Questo castello è sul dos;o
de'monli Lepini, in quella parie dove si
distaccano dagli Algidi, eli fronteggiane
a tramontana. E luogo forte, come suo-
na il suo nome, e perciò spesso combattu-
to nelle guerre de' bassi tempi, come l<
era stato in quelle tra* volsci ed i roma-
ni, quando giusta T opinione degli anti-
quari, aveva il nome di Artena Volsco-
vum. Fu già nella signoria de'Conti di Se-
gui : dal secolo XVII appartiene a' Bor-
ghese". Dovendo transitare il Papa Pio
VEL VEL i5?
IX nel tuo territorio «' io oprile, il pò- tìchissìmo cratere di vulcano esibito. In
poloch'eragli gempre rimasto fedele e di- questa valle nella parie più vicina al pae-
volo nel cuore, e che silenzioso e triste a- se e soltoposta ad una rupe dell'altezza
veva passatoi mesi del terrore, allora con di 4o metri, ni luglio i85o, ad un'ora
piena libertà manifestò i suoi sentimenti, pomeridiana sprofondossi il terreno con
Ilprinciped. Marc'Antonin Borghese, che immenso fragore sotterraneo. Formosa)
n sue spese avea fatto adornare con pa- così altra più piccola valle, più profonda
rati l'esterno della piazza , e distribuita di 20 metri , di figura elittica, il di cui
abbondante limosina alle famiglie che più asse maggiore è di circa 80 metri e il mi-
abbisognavano di soccorsi, anelò incontro noie di 45- Gli abitanti spaventati da quel
al Santo Padre, avendo seco il fratello terribile fragore e temendo che fosse in-
principe d. Camillo Aldobrandino Si fé- disio di grande rovina, fuggirono dalle
cero innanzi pure mg. r Domenico Bruti, loro case; ma poi vedendo che il terreno
il clero secolare e regolare, e la commis- non faceva ulteriore movimento si tran-
sione municipale col suo presidente Sii- multarono. Mg.r Berardi commissario
veslro Tommasi. Il Papa si degnò annui- straordinario pontificio nella provincia di
re a'desiderii della popolazioue,che voles- Marittima e Campagna , e vicelegato di
se onorarla colla sua pi esenza, manifesta- Velletri, al primo annunzio dell'accad'f-
tigli dal principe e da'suoi rappresenlan- io, recossi a Montefortino per provvedere
ti. Pertanto, preceduto il Papa da'religio- a quanto occorresse. Quindi aro luglio
pi riformati e dal capitolo, sotto il baldac- vi spedì nuovamente i periti in geologia
chino portalo dalle primarie persone del il;' Francesco De Bossi medico e Giu-
paese, a piedi si condusse alia chiesa del seppe Andreoli valente ingegnere, che
ss. Rosario decorosamente parata, tra il l'avevano accompagnato,! quali col rap-
ranto di scelti cantori, ove ricevèla bene- porto pubblicato da detto Giornale, di-
dizione col Venerabile. Quindi asceso in chiararono : Che il fenonemo geologi-
trono ammise al bacio de! piede il c'ero, co altro non fu che una istantanea aper-
ii mnnicipioealtri. Finalmente fra gl'im- tura d'un'interna e profonda cavità esi-
metti e sincerissimi applausi della popò- slente nelle viscere del monte, sopra di cui
lazione, passando sotto un arco trionfale, è costrutto il paese, per la quale avvenne
appositamenteeretto nella via, con accon- una contemporanea precipitazione di ter-
eia iscrizione ri prodotta dalla Relazione, reno nel fondo della valle con fragore
grato a tali manifestazioni, consegnala al- proporzionato a tanto precipizio. Sog-
l'arciprete una somma da erogare a he- giunsero che per tale fenomeno non ra*
neficiode'poveri, rimontò in carrozza per 10, non possa derivarne alcun pericolo al
proseguire il suo viaggio a Velletri, e pri- paese. Il Ricchi nel Teatro degli nomini
ina di giungervi trovò a Lariano la sua illustri <&' Polsci,cap.i6: Soggetti illu-
deputazione col cardinal vescovo. Ripor- stridì Monte Fortino, dice che gli abi-
ta il medesimo Giornale ne' ìi. i63ei67 tanti sono propensi all'armi, del valore
di detto anno, che accanto al paese fib- e cogli spiriti bellicosi de' loro avi. Non
bricuto sul dorso del monte, di seconda mancarono virtuosi die fecero decoro al.
formazione e di struttura calcarea, verso la patria e' giovarono la società colle vir-
lebecrio vi è la piccola valle di s. Croce, tu e la dottrina. Girolamo Fanfonio ge-
situata non lungi dalla chiesa omonima, Slitta fu mirabile per dottrina e pietà, mo-
di figura quasi circolare del diametro di rendo nel 1590 in Transilvania per la fé-
arca 1 20 metri, coltivala nel fondo a for- de di Cristo in concetto di santità. Il fra»
menlone e circondala di rapi. Si crede Iella Sartorio, esimio giureconsulto, vide
volgarmente, ed è probabilmente un ao- ornali colla laurea dottorale neh' univer-
i 56 V E L
silà romnnn i 7 suor figli e quindi occu-
pali in posti cospicui nella colle romana,
dopo aver scampato nedue incendii del-
la patria. Da tale famiglia fiorì pure Gi-
rolamo Fanfoni per molti anni i.° medi-
co della regina di Polonia Casiraira So-
biescki , e poi essa si trasfuse in quella
della Porta di Cori, e Rosata fu bisava
del Ricchi. Mario Fini egregio avvocato.
Fu speciale ornamento patrio OrazioZec-
ca eccellente pittore. Stefano Serangeli
ottimo oratore e poeta, compose pe'tea-
tri eli Roma ed' Italia le numerose pro-
duzioni edite e inedite registrate dal Hic-
chi; e lasciò sue eredi le maestre pie. La
sua (iglia Felice Rosalba pubblicò col suo
ingegno quelle opere riferite da detto bio-
grafo. Girolamo Martini da Montefortino
teologo minore osservante riformato di
profonda dottrina, colla quale scrisse le
copiose opere notate dal Ricebi. Della
slessa casa e ordine fiorì Tommaso let-
tore di teologia. Francesco Angelini pro-
vinciale due volte del mentovato ordine,
celebre predicatore, specchio d'umiltà e
pietà, morto in Rieti neh 835. La fera-
cità del territorio ne rende coltivata la
maggior parte, un tratto essendo mon-
tuoso e sterile , e altro occupato da vie,
torrenti e fossi , come rileva Castellano.
Del territorio diverse notizie ci die il Ma-
rocco. Lo dice composto d'alcuni monti
inculti e sterili, di terreno coltivabile e
di selve fruttifere; il coltivabile parte è ad
uso di semente e parte di vigne e posses-
sioni, e si distinguono i terreni in arati-
vi e prativi, essendo 1 campi fertili e inde-
fessamente coltivali. Ne descrive i confi-
ni, e in quelli della tenuta di Tagliente fu-
rono trovati frantumi d'antiche fabbri-
che , di statue e altri marmi lavorati , e
reliquie di sepolcri. Nella valle di Piapel-
io sono molti frammenti di colonne e al-
tre pietre. Così nella pianura di Casati-
co si ossei vano vestigi di fabbrica illustre
o tempio, e vi si scavarono frantumi mar-
morei e di musaico. Crede il Colle Catili-
n.i forse luogo di delizia della famiglia 10
V EL
mnnn di lai nome, e vi si trovarono resti
di edilìzi e di sepolcri. Presso la contrada
Le Valli credesi esistesse una chiesa in-
titolata a «. Pietro, per li rinvenuti pezzi
di colonne, con lapide che pubblicò. iNel
colle s. Nicolò sono rovine d'antica torre
e di piccolo monastero; in quello dell'Im-
peratole argomenta che fosse il luogo ad
Pietas, vicino a Panilochiani. Presso U
valle Costanza trovasi il sito detto Bi-
viuni, e la grotta o cimiterio di s. Ilario,
come posto in un predio spettante già a
una cappella sotto I' invocazione di tal
santo nel territorio di Valmontone.
Giuliano o Giuliancllo o GnglianeU
lo. Comune della diocesi di Velletri da
cui è distante circa 6 miglia, quasi altret-
tante da Cori, e 3i da Roma, con ter-
ritorio in colle e in piano. Il Ricchi, La
Reggia de' f~olsa\ca[). 38 : Castel Giu-
liano o Giugliano, lo dice giacente in si-
to alquanto eminente sopra una delizio-
sa collina, posto fra Cori e Velletri. Al
contrario il moderno Dauco scrive ivi
respirarsi aria poco# felice, egli fa eco Ma-
rocco, per cui ogni giorno si diminuisco-
no i suoi abitanti, che ascendevano nel
principiar del secolo passato a 773, co-
me afferma il contemporaneo Piazza, to-
sto aumentati a più di 1 000 per testimo-
nianza di Ricchi, ed ora ridotti appena a
i53, secondo Rauco, oa53 come trovo
nella Statistica dei 1 853. Perciò la niag-
gior parte delle case sono deserte o rovi*
nate, e le piazze e le vie ripiene d'erba,
ni dire dello stesso Bauco. Ma Marocco
che lo visitò, deplora il clima pernicio-
so, qualifica meschino il fabbricato, for-
mandosi il paese d'una strada di mezzo e
di 3 vicoli. Anche il Nibby si portò in
Giuliano, e lo dice pure nome d'un lago
posto 4 miglia a oriente di Velletri, a si-
nistra della strada di Cora, che ne lam-
bisce il cratere, ed un miglio lungi dalla
terra. Questo lago d'origine vulcanica a-
vea circa un 3.°di migliodi diametro mag-
giore e un 5.° di diametro minore, poiché
era di forma clinica. Esso fu diseccato
V E L
da' principi Borghese, odierni «ignori di
Giuliano, pochi unni prima del i837,e-
poca in cui Nibby pubblicò V Analisi de
dintorni di Roma. Egli ancora Itine che
per l'aria insalubre ogni dì più deca-
dendo il paese vena poi forse abbando-
nato. Dice ie sue fabbrice in parie di co-
struzione saracinesca, che rammentano il
secolo XHI, ed esseie generalmente bea
fabbricato, e sopra tutto la chiesa prin-
cipale. Questa è appena si entra in Giu-
liano, a sinistra è il palazzo baronale as-
sai deteriorato, unico edilizio di qualche
entità dopo la chiesa, ma ridotto a gra-
naio, e sulla porta si legge il nome del
cardinal Anton Maria Sai viali: ivi iIJNib*
by nel 1823 osservò alcuni quadri non
ispregevoli, residuo di quelli che già l'a-
dornavano. La chiesa parrocchiale di s.
Gio. Battista e di s. Gio. Evangelista, è
ampia, e di nobile struttura, che risale al
declinar del secolo XVII, con l'arcipre-
te. Il protettore della terra è s. Giulia-
no martire, ed a' 1 4 febbraio ne solenniz-
za la festa. Fuori del paese è l'altra chie-
sa, con comodo convento ora abbando-
nato a causa dell'aria inalsaua.il p. Ca-
simiro da Roma, Memorie delle, chie-
se e conventi de" frali minori della pro-
vincia romana, nel cap. 1 2: Della chiesa
e del convento della ss. Genitrice pres-
so Giuliano, ragiona pure del castello.
11 duca Francesco M.a Salviati nel seco-
lo XV 11 da' fondamenti fabbricò la chie-
sa e il convento pe'frati minori, 70 pas-
si dal castello sul piccolo colle di s. Lu-
cia, ove nel cavarsi la terra per le fonda-
menta trovaronsi molte ossa umane sen-
za vermi segno che fossero di cristiani.
Il duca nel 1684 chiese alla congrega-
zione de' vescovi e regolari la licenza per
cominciar la chiesa e il conveulo per 12
religiosi, e ne riportò favorevole rescrit-
to a' 23 marzo, confermato dalla curia
vescovile; onde i religiosi di Cori for-
malmente vi piantarono la Croce, ed a' 1 4
febbraio i685 vi fu posta la i.a pietra, e
tutta la fabbrica fu terminata nel 1690.
VEL i57
Nella chiesa sono 3 altari: nel maggiore è
dipinta la B. Vergine col diviu Figlio, iti
quello dalla parte del Vangelo è rappre-
sentato Gesù in Croce, e nell'altro s.Ftan-
cesco d'Asisi che riceve le s. Stimmate. I
3 quadri li colorì Antonio Moi*audi,el'u-
mido indi danneggiò. La chiesa fu bene-
detta a'28 giugno 1690, e poi consagrata
da mg.r Giulio Marzi vescovo d'EliopoIi e
suuiaganeodi Velletril'i 1 maggioro.
La sagrestia fu arricchita di molti sagri
anedi, e sotto l'altare maggiore furono
collocate numerose ss. Beliquie, che de-
scrive il p. Casimiro, donde poi furono
tolte a cagioue dell'umidità. Il conven-
to riuscì bello e con ogni comodità. Si
formò la libreria, ma poi i libri si tras-
portarono ne' conventi cui bisognavano.
11 refettorio fu decorato di buoni quadri,
uno dipinto da fr. Felice da Nat ni, gli
altri da fr. Onoralo da Ruma. La pietà
del duca fondatore ordinò agli eredi il
mantenimento de'religiosi nel vitto e nel
vestito. Però I* aria pestifera uccideva o
rendeva inabili i religiosi. Ciò proveniva,
dice Ricchi, dalla vicinanza di un lago
paludoso che rendeva I' aria venefica, e
udì' estate mieteva i frati. Certamente
dev'essere il lago diseccato. Ad ovviare
a male sì grave, nell'aprile iy38 fu dalo
principio alla fabbrica d'un ospizio lun-
gi un miglio tlal convento sopra una col-
lina, quasi a pie di Rocca Massima, in mi-
gliore clima, e nel 1739 cominciarono i
frati a ritirarvisi nel caldo, ma temeva il
p. Casimiro che loro giovasse. Egli descri-
ve le cose antiche ivi trovate, avanzi di e-
dilizi, olle cinerarie, vasi finissimi di cre-
ta, medaglie e altro. 11 luogo occupato da
Giuliano si crede dal Ricchi fosse la villa
di Giulio Cesare, perchè vi fu rinvenuta
la cassa sepolcrale di Giulia sua figlia, se-
condo Piazza; ed aggiunge Ricchi che
passò in proprietà alla figlia. 11 p. Casi-
miro riferisce che vi fu trovata l'urna se-
polcrale di Giulia figlia d'Ottaviano, ci-
tando Theuli; ma questi non in Giulia-
no, ma presso Vellelri descrive il ritro-
V E L
V E L
«•mento d' una bella cassa marmorea e polo della parrocchia tli s. Marco, i
colle sue ossa, cioè nell'albereto delia fa-
miglia Bonese. Osserva il p. Casimiro, che
da Giulio o da Giulia forse prese il nome
di Giuliano il castello, altri credendo die
fosse detto s. Giuliano dal nome del pa-
trono principale del medesimo, come lo
chiamò Piazza; ma ciò non sussiste nel
luogo citato, ivi quello denominandolo
semplicemente Giuliano, bensì in altro.
Opina Nibby che il suo nome probabil-
mente derivò da un Fundus Julianus,
e per la somiglianza del nome il castello
assunse per protettore s. Giuliano. Sotto
Pasquale II, narrano il Piazza e il p. Ca-
simiro, in questo castello vi fu trasferito
il corpo di s. Marco Pupa e collocalo nella
chiesa parrocchiale di s. Vito, dal cardinal
Leone vescovo di Velletri, il quale perciò
dichiarò tal chiesa la i .* dopo la sua cat-
tedrale; ed ove il cardinal Allucingoli al-
tro vescovo di Velletri, e poi Papa Lu-
cio III, consagrò un altare in suo onore;
indi il s. Corpo fu trasportato iti Roma
nella basilica e Chiesa di s. Marco (^.)
Evaiigelista,insiguecollegiala,circailn45
in tempo d'Eugenio III; per le quali me-
morie ecclesiastiche, dichiarò Piazza, do-
po Velletri dovrebbesi dare il i .° luogo
a Giuliano. Contemporaneamente il ca-
stello fu da'soldati bai baiamente brucia-
to, dappoiché nell'elezioue d'Eugenio III
essendosi ribellati i romani persuggestio-
ne degli arualdisti, avendo i conti del ca-
stello d'ordiue del Papa combattuti gl'in-
sorti, questi noti potendo in altra guisa
vendicarsi, si recarono a Giuliano e bru-
ciarono il castello; ed essendovi tra essi
alcuni parrocchiani di s. Marco Evange-
lista di Roma, cavarono dall'urna mar-
morea il corpo del Sauto, loro indicata
da alcuni chierici, e postolo in un lenzuo-
lo e altri panni, lo mandarono con due
di loro a l'ionia, incontrali perciò da al-
tri concittadini vicino a Velletri. Per la
porla di s. Giovanni, entrali in Roma,
condussero il santo Corpo nella chiesa di
s. Quirico, ivi aspettando il clero e po-
li tulli pieni di giubilo lo riceverono tra
la moltitudine degli altri romani accorsi ;
questa però fu tanta, che couveuue sosta-
re e deporre il sagro Corpo sull'altare di
s. Maria in Campo Carico, fioche tolli
gì' impedimenti, con somma divozione
allegrezza fu solennemente portalo nella
detta basilica, ove si venera. Dopo tale
rovinaci castello tornò a risorgere, e sem-
bra a Nibby che fosse da Innocenzo 111
infeudato alla sua famiglia Conti, rite-
nendo però sempre il dominio ditello
esso la s. Sede. Che dopo la metà del se
colo XIII riconosceva ancora il domiiii(
della s. Sede, si ricava da un breve d'Ur-
bano IV, dato in Orvieto a' i 8 dicembri
12621, alcui tempo era stalo viulentemet
te occupalo da fr. Giordano monaco di
PoMB nuova, il quale trattava inoltre di
venderlo ad un personaggio polente, leg-
gendosi nel breve, intendi l vendilionis ti-
tillo inpolentem transfer re per sonami
perchè ciò non seguisse, il Papa indirizzò
il medesimo breve al cardinal Riccardo
Annibaldi della Molata, allineile facesse
manifesto a tutti che Giuliano trai Ca-
strimi speclans adtiomanam Ecclesiani,
e che il mentovato monaco, uuilo co'suoi
fratelli, I' avea ingiustamente occupato
e ritenevalo ancora in ipsius Ecclesiae
praejudic'utin. Molte furono le copie di
questo breve pubblicate in vari luoghi, e-
ziaudio dal pulpito della basilica Libe-
riana. Il p. Casimiro, che tuttociò riferi-
sce, ignora l'effetto positivo del comando
pontificio per la restituzione del castello,
ed avverte che il Coutelori, Gemalo»,
fam. Comit. rornan.,i\\ nulla parlando
del narralo, lo fa godere pacificamente
a Giovanni Conti; ma da altro breve di
Bonifacio Vlll,de'25 loglio 1 3oi , in vir-
tù del quale concesse in perpetuo il ca-
stello di Giuliano a' figli ed eredi d' A-
dinolfo Couli signore di Valmoulone, per
1' annuo censo di 20 soldi provisini, si
trae che lo signoreggiasse Guidone Gior-
dano, lo temo che Adiuolfy fiorisse più
V E L
(nidi, come può vedersi nel Ratti, Della
famiglia Sforza e de' Conti di Segni a
di T almontone, dicendolo fiorito nel
pontificato di Urbano VI col fratello 11-
debrandino, che fu il suo erede ; e forse
la concessione meglio deve attribuirti a
Bonifacio IX, che realmente a favore de'
due fratelli confermò le loro signorie. Il
Marocco, che procede ancora col p. Casi-
miro, nondimeno attribuisce il suddetto
breve con anacronismo peggiore a Ur-
bano VII, o è uno de'tanti falli di stam-
pa di cui abbonda la sua opera, e d;i lui
stesso ripetutamente riprovali, proponen-
dosi di dare l'Errala Corrige. Certo è,
che io col Ratti nell'articolo Conti, no-
tai aver Martino V nel i4^8 conferma-
lo ad essi le loro terre, fra le quali Ca-
strimi Juliani, et Tiberii ì ellelr. diocc.
Inoltre il p. Casimiro dice e ripete INibby,
che nel i477 ' successori d'Adinolfo pos-
sedevano solamente la metà del castello,
e nel 1482 Giacomo Conti alia testa di
3ooo soldati lo saccheggiò e distrusse;
nel qual tempo, narra il notaio dell'An-
teposto (vocabolo chiarito anco nel voi.
LXXXlV,p. 5<j), che apparteneva a'Co-
lonnesi, perchè forse ne possedevano l'al-
tra metà e tutto dicesi aveano occupato.
Ma secondo il Coppi, sembra il notaio
piuttosto parlare di Giuliano di Fi osi-
none, tanto è vero che tale Giuliano,
Martino V lo comprese tra' beni divisi
nel 1427 a' suoi Colounesi eredi : nella
guerra del 1482 tra Sisto IV, e il redi
Napoli collegato co' Colonnesi, in conse-
guenza della vittoria de'ponlificii a Cam-
po Morto, caddero in loro potere Mari-
no, Vico e Giuliano. Ecco l'origine del-
l'
I equivocoe confusione col nostro Giulia-
no.L'altroMarc'Antonio 11 con testamen-
to del 1569 Io lasciò al pi imogenito Fa-
brizio, facendo parte de' feudi de'Colon-
nesi di Paliano. Può darsi ancora che i
Colonnesi avessero nelle gliene di pre-
potenza occupalo il castello di Giuliano
di Velletri, e il Couti per ricuperarlo u-
so le armi e forse punì per aver gli abi-
VEL 109
tanti parteggiato per gl'intrusi signori.
JNel i554 Costanza Conti, madre del
cardinal Anton Maria Salviati (^-), è
chiamata signora del castello di Giuliano
di Velletri, in una memoria letta dal p.
Casimiro nell'archivio di Cori, e Nibby
soggiunse chel'avea ricevuto in dole nel-
DO O
10 sposare il duca Salviati, per essere tor-
nato in potere de' Conti. Pervenne in
signoria di tal insigne cardinale (di cui
si può leggere di Pompeo Ugonio, In fu-
nere Cardinalis Ant. 31. Salviati, Ro-
mae i6o3), il quale come lo celebrano
Piazza, Ricchi e alili, ne ampliò il caseggia-
to, lo rese più. popolato e lo beneficò in
altri modi colla sua naturale munificen-
za, attribuendogli il Ricchi anche la rie-
dificazione della chiesa parrocchiale. Il
Nibby però afferma, apparire da un'iscri-
zione averla eretta il duca Giacomo Sal-
viati nel 1 65o, dopo aver demolilo la
vecchia; e che iì suo figlio Francesco
Maria ne ampliò l'apside nel 1690. Tan-
ta generosa magnificenza fu imitata dal
benefico duca nipote nell'erezione della
decorosa chiesa e bel convento de' fran-
cescani e suddescritli. Anche il Banco ri-
leva il virtuoso operato de' nobili Salvia-
li per Giuliano, che quasi distrutto dal-
le guerre e dalle vicende de' tempi lo re-
sero popolato e civile; e che nell'estin-
zione della famiglia passò il dominio ne'
principi Borghese, cioè in essa si trasfu-
se e perciò ne porla il cognome e l'inse-
gne, e ne gode le possidenze il principe
d. Scipione Borghese duca Salviati. Dii:e
Ricchi, che fuoii della porla del castello
s' incontra un ponte, al quale va conti-
nuando uno stradone ombreggialo late-
ralmente dalla verdura di folli olmi, che
indi ingolfandosi nella propria selva pel
corso di 5 miglia versoRama rende como-
do, ameno e lieto il viaggio a'passeggieri.
11 territorio produce tulli i generi necessa-
ri alla vita, e confina con RoccaMassima,
Monte Fortino, Cori e Velletri. Crede
Marocco, che in queste viciuanze esistesse
l'antica Ulubra, dove fu allevato Otta-
jHo VEL
v'umo Angusto, che divenne impaziente
pel soverchio e noioso gracidar delle ré-
ne (e secondo Svelonio, appena comin-
ciò a pronunziar alcune parole, con pue-
rile impazienza impose loro silenzio, e le
rane con lepido prodigio da quel momen-
to lasciarono lo strepilo di gracidare!),
che altri collocano presso Cisterna, co-
me rilevai in quel paragrafo.
Governo di Terracina.
Terracina (A'.). Città vescovile, con
residenza del vescovo e del governatore.
S. Felice {V.). Comune di cui ripar-
lai di sopra e a Terracina.
Governo di Cori.
Cori, Cora, Core. Città e comune del-
la diocesi di Velletri, con residenza del
governatore, e con territorio in colle e
piano. Quest'antichissima e nobilissima
città, una delle più rinomate e celebri del
Lazio, già precipuoornamentode'bellico-
si volsci,è distante da Roma circa 39 mi-
glia, più di 12 da Velletri, 10 da Cister-
na e 8 da Segni. Siede maestósa in for-
ma di cuore sul pendio d'un monte fra
Sezze e Velletri, poco lungi dall' antica
via Appia, pittorescamente bella e ame-
na in saluberrimo clima. Verso il mezzo-
giorno guarda i fiumi Astuta e Ninfeo, e
sovrasta alle fertili campagne di Senno-
neta e alle Paludi Pontine. Verso l'oc-
cidente domina ampia e florida pianura,
che in linea retta per circa 17 miglia
giunge fino al mare Mediterraneo, e ne
•vede alcune isole col promontorio Eto o
Circeo; ed insieme gli si parano dinanzi
Nettuno,, Portod'Anzio, Velletri, Civita
Lavinia, Ardea, Laurenlo e Cisterna. E
verso l'oriente e il settentrione è cinta
dall'altissime e selvose montagne Lepine,
formanti la piacevole visuale quasi d'an-
fiteatro. A seconda del primitivo vasto
concetto e piano di questa mia opera vo-
luminosa, ampliato assai col confortante
pubblico suffragio nel progresso di sua
quasi ventenne pubblicazione, a fronte
della condizione e varietà de' tempi, pe'
tanti molivi riferiti in più luoghi, che il
VEL
ripetere qui sarebbe ostentazione (bensì
porto lusinga che al mio Dizionario di
erudizione potrà per ventura adattarsi
quello che Quintiliano disse della Gram-
matica: Plus habe.t in recessu, quam in
frontem promiilat. Del frontespizio o ti-
tolo di mia opera, feci parola nel voi.
LXV1II, p. 244 e altrove), il cenno sto-
rico che vado a riferire di Cori veraineu-
non vi aveva luogo, come proprio artico-
lo, sibbene qual paragrafo dell'articolo
Senato romano, finché fu sotto la sua
privativa giurisdizione di governo, cessa-
ta la quale prima della stampa di tale
articolo, in questo di Velletri, ora me-
glio ne ragiono, quale odierno luogo di
sua legazione, come ne feci avvertenza
nel voi. LXIV, p. 63. Laonde e ad onta
delle copiosissime notizie che di Cori ab-
biamo, con pena non posso diffondermi
quanto merita l'illustre città, il comples-
so di sue singolari prerogative, come pe'
numerosi gentili, nobili e generosi spiriti
che vi fiorirono e fioriscono, a ciò però
avendo ben supplito molti scrittori, di-
versi de' quali rammenterò prima di gio-
varmene compendiosamente, e presso i
quali sono le prove critiche di quanto ac-
cennerò. Ma con ispazio angusto e limita-
to, anche per non allungar oltremodo
quest'articolo, nell'ingegnarmi di riuscire
imiti male oahneno in miniatura nei pre-
senti due paragrafi, qualora ne raggiunga
compatimento, da' corani precipuamen-
te, il mio cuore ne resterà non poco appa-
gato. Imperocché ne fui incessantemen-
te e premurosamente eccitato dall' affet-
tuoso e edificante amor patrio del bene-
merito patrizio corano Vincenzo Tom-
maso Marchetti mio nobile e dolcissimo
amico defunto, sulla cui onorala tomba,
perequatilo andrò dicendo di lui e de' pa-
ini fasti che tanto vagheggiava, intendo
depositare in questi paragrafi una corona
di fiori, affinché restino sempre vigorosi
in queste pagine consagrate a celebrarne
la patria, siccome bagnati dalle feconde
e vivificanti lagrime di riverente ami*
V EL
cizia sincera, e così la sua memoria non
andrà disgiunta da essa e resterà unita
alia mia per sempre. Essendo poi arduo
e difficile l'evitare lo scoglio delle prete-
rizioni, nel ridurre in brevi proporzioni
tela più vasta, gl'iudicati autori che pos-
seggo e vado a nominare, e che poscia
spigolerò, potino interamente appagare
le brame di chi volesse conoscere i det-
tagli della storia coinna. Oltre gli al-
tri che ricorderò in appresso, principal-
mente essi sono i seguenti. A. Rircher,
Laliuni. Piazza, Gerarchia Cardinalì-
zia. Antonio Ricchi, La Reggia de Fol-
sci, ove si tratta dell'origine, stalo anti-
co e moderno delle città, terree castella
del regno de' Volscinel Lazio, e special-
mente di Cora, città volsca sua patria,
.Napoli i 7 i 3: Teatro degli uomini illu-
stri nell'armi, lettere e dignità che fio-
rirono nel regno antichissimo de' Folsci,
ec, Roma 1721. G. R. Volpi, TetusLa-
tium, de Coranis. Fedelmente dal latino
in italiano lo trodnsse lab. Giuseppe
Finy di Cori patrizio romano, Antiche
Memorie appartenenti alla città di Co-
ra, Roma ij3i. In tale anno scopertesi
due lapidi in Cori, pel desiderio del Finy,
lo slesso gesuita p. Volpi gliene die il suo
sentimento colla Lettera intorno a due
antiche lapidi scopertesi ultimamente in
Cori, Roma 1733. Casimiro da Roma,
Memorie istoric.he delle chiese e de' con-
venti de' frali minori della provincia ro-
mana: cap. 8 Della chiesa e del conven-
to di s. Francesco presso a Cora. Gio.
Autolino Antolini, /bordine dorico o il
tempio di Ercole nella città di Cori, Ro-
ma 1 785,con figure. Gio.Battista Pirane-
1 si, Antichità di Cora descritte, con inci-
sioni. Giuseppe Mariano Marchiatameli
Cori arciprete della collegiata de' ss. Pie-
tro e Paolo, Breve istoria della chiesa e
' miracolosa immagine di Maria ss. inti-
tolala del Soccorso, esistente nella ci Uà
i di Cori, coronata dall'Ili." e Rm.° Capi-
tolo della Falicana patriarcale basilica
neli 778. Con V Appendice della vita di l
voi. LXXXIX.
VEL 161
can. d. Pellegrino Laudi Vitlorj della
stessa città. E con alcuni versi italiani
infine ad onore della medesima D. I er-
gine, Roma 1 82 1 . Seconda edizione cor-
retta ed ampliata, Roma 1 84.2, dedicata
al maggiore Nicola Fochi beneficentissi-
mo gonfaloniere di Cori. Sante Viola,
Delle Memorie storiche dell'antichissi-
ma città di Cori, pubblicate nel Gior-
nale Arcadico di Roma dal 1 82 3-2 5,
cioè dal voi. 20." al 25.° inclusive.Mai oc-
co, Monumenti dello stato Pontificio.
Nibby, Analisi de' dintorni di Roma.
Castellano, Lo Stalo Pontifìcio. Rauco,
Storia della città di Felletri. 1 [Ricchi che
stampò l'opera nel 1 7 1 3 asserisce che gli
abitanti erano 6,000, e ne' tempi più an-
tichi giunsero a 3o,ooo secondo la tra-
dizione d'un prelato, il quale attestò pu-
re che fuori della città si stendevano due
borghi con altre parrocchie, delle quali
esistevano le vestigia. Nelle Memorie del
p. Casimiro si legge cheCori contava 45oo
anime nel 1 7^4 j »' Banco legisti ò nel
1 85 1 abitanti 5 1 4' » e 'a l'ecente Statisti-
ca del 1 853 ne notò 499 » • Comincio col
dottissimo e peritissimo Nibby, che più
volte visitò Cori pe' suoi studi archeolo-
gici, co' propri discepoli, ossia colla topo-
grafia della città. Questu siede appoggia-
ta ad uu contrafforte del monte Lepino, è
rivolta al sud-ovest, e diminuendo in lar-
ghezza costantemeute da'piedi alla cima,
presenta un aspetto piramidale, di cui il
tempio detto (il Piranesi lo dice suppo-
sto) di Eicole, forma la punta. Due tor-
reuti profondi ed imboschiti, che si uni-
scono insieme sotto 1' angolo occidenta-
le di essa, ne'tempi antichi doveano far-
la assai forte: il più occidentale di que-
sti raccoglie lo scolo della città supe-
riore, ed è meno considerabile: l'orien-
tale è mollo più profondo e terribile, e
discende dal dorso del monte detto della
Croce. Questi due torrenti dopo il con-
fluente assumono il nome di fosso de' Pie-
ch'ioni, che va a scaricarsi nel Teppia, il
fiume più indomito e devastatorediquan-
1 i
i5t VEL
ti scendono ne' campi Pontini. Fra la par-
te superiore e la parte bassa della città si
frappone un oli veto, che attesa la natura
del luogo vi dovè sempre esistere: la parte
alla, che costituiva l'antica cittadella o u-
cropoli, ha oggi il nome di Cora a Mon-
te: la parte bassa, che fu l'antica città prò-
priamentedetta, ha quello dìCoraa Val-
le. Osserva Marocco, che pure la visitò:
La presente città si distingue dagli abitan-
ti in due modi, cioè Cori a Valle e Cori
a Monte, benché il fabbricato non sia in
veruna parte disgiunto; per questo moti-
vo sul punto ove sidivide la città, sul mu-
ro d'una casa alla sinistra salendo vi è a-
naloga iscrizione in versi, che riporta. Ag-
giunge: i più antichi fabbricali e le cose
più magnifiche esistono sul monte, cui si
giunge dopo lunga ed erta salita. Ciò non
è detto con precisione, mentre a riserva
del tempio d'Ercole, della collegiata par-
rocchiale de'ss.Pietro e Paolo, d'alcuna il-
lustre abitazione, le allre principali fab-
briche esistono nella parte della città det-
ta Cori a Valle,e nel mezzo tra essa e Cori
a Monte. Dichiara Nibby: Volpi afferma
non rimanere vestigia della mura antiche
diCora, ma solo di quelle del tempo de'go-
ti, prendendo per gotiche nientemeno che
l'imponenti costruzioni a poliedri, comu-
nemente dette ciclopee o pelasgiche (di tal
forma le vidi nel Piranesi: le mura sono
a foggia di torrioni, i quali ancora mo-
strano le vedette donde i cittadini spiava-
no le mosse de' nemici; mura che sono
circondate da fossi). Le tracce superstiti
de' i ecinti antichi portano evidentemen-
te l'impronta di 4 epoche diverse: la più
antica presenta una costruzione d'enormi
massi di calcarla, informi, irregolari, roz-
zi affatto, come furono spiccati da' mon-
ti, in modo che lasciando naturalmente
degl'intervalli nelle commettiture, furo-
no queste riempiute con ciottoli pur di
calcarla, come li rotolavano i vicini tor-
renti: questa costruzione è del tutto ana-
loga a quella delle mura ciclopee di Ti-
nulo (che si dissero edificate da' ciclopi,
VEL
e città ove credesi fosse slato allevalo Er-
cole, onde e pel suo frequente soggiorno
ne assunse il soprannome), e di Micene
(città dell' Argolide come la precedente,
la cui fondazione si attribuisce a Perseo
l'anno i 348 prima della nostra era), e
perciò rimonta all'epoca della fondazione
della città fatta da Dardano circa l'anno
1470 avanti l'era nostra. Le tracce della
2. ' epoca sono di massi poliedri e trape-
zoidèi irregolarissimi, ma tagliati ad ar-
te nelle faccie, che doveano essere a con-
tatto con altri massi, rustici però sono
nella faccia esterna. Quelle della 3." sono
di poliedri ben tagliati da tutte le-parti. E
quelle della 4. asonodi ciottoli o piccoli po-
liedri, e questa costruzione essendo sem-
pre 0 sovrapposta o addossala alle prece-
denti, è evidentemente la più recente di
di tutte. Nibby 4 epoche trova nella sto-
ria di Cora, alle quali queste diverse co-
struzioni corrispondono: la 1." è quella
della fondazione, 1 j.70 anni innanzi l'era
corrente; la 2. "è quella in che Latino Sil-
vio vi dedusse la colonia albana o latina
circa 1 100 avanti la medesima era; la 3.
è quella della colonia romana dedoti
circa l'anno 4°/3> prima della stessa eri
e la 4-a finalmente quella del restauro 1
questa colonia dopo la devastazione me
riana avvenuta 88 anni iuuanziCristo.
stile dell'indicate costruzioni corrispon
de perfettamente con quell'epoche, con
provasi col confronto d'altre opere coi»
cidenli collo slesso tempo. Dalla base 1
vertice della città si presentano 3 ci»
diverse: taciuta inferiore è quella eli
può dirsi fatta nella 1/ costruzione dell
città; di questa vedutisi le tracce nella vi
che dalla piazza Tassoni scende verso
chiesa di s. Maria, si ritrova a Pizzilo
ni co, e termina fuori della porla Ninfe-
si na. La 2/ sorge sopra a s. Oliva, fiat
cheggiu per qualche tratto la strada ci
da questa chiesa sale alia cittadella ariti
ca, dov'è rinfiancata con opera incerta
serve di sostruzione a questa strada tye-
desioia sopra al già maestoso tempio di
VEL
Castore e Polluce, ed in questo tratto a
sinistra della via è un contro muro del-
la 3." epoca. La 3.a cinta è quella che
chiudeva la cittadella, la quale domina
la strada sopraindicata che da s. Oliva
conduce a Cora a Monte^ e questa è del-
la 2/ epoca. Nella cittadella stessa poi
l'area quadrilatera sopra la quale siede il
tempio detto d'Ercole (il quale è reputa-
to unico surperstite che si conosca, per-
chè tate dal celebre Vitruvio designato
e lascialo per norma di mirabile architet-
tura. Nel voi. XXIII, p. 2o3, descrivendo
il sontuoso palazzo Farnese di Roma, col
Fea dissi non sussistere che le porte e fi-
nestre furono costruite simili a quelle del
tempio) è sorretta da un muro costrut-
to d'opera incerta, ossia dell'era sillana,
cogli angoli di grandi massi di calcarla, i
quali verso sud-ovest sono intatti. Intui-
te le discorse costruzioni, a qualunque
epoca esse appartengano, vedesi usata la
calcarla locale del monte di Cora. Dal
fatto delle costruzioni diverse usate in
questi 3 recinti, crede Nibby di poter de-
durre, che i pelasgi di Dardano fondaro-
no la loro città sulla balza inferiore fra
piazza Tassoni e porta Ninfesinn: che gli
albano-latini di Latino Silvio edificarono
l'acropoli; che i romani ampliarono le
fortificazioni di questa cittadella nel IV
secolo di Roma, e fecero notabili restau-
ri o aggiunte al recinto primitivo, come
al 2.0; e finalmente chea' tempi di Siila
furono con opera incerta risarcite, e la cit-
tà riedificata ed abbellita di templi e altri
edifizi pubblici. Quanto alle mura odier-
ne, dove queste non sono antiche presen-
tano la costruzione del principio del seco-
lo XV, allorché per ordine di Ladislao
re di Sicilia 0 Napoli vennero restaurate.
Entrando a Cora per la porta Veliterna
o Romana, vederi incastrata nel recinto
moderno una torre rotonda, che nella
parte inferiore conserva le tracce della
costruzione d'opera incerta, come nella
parte superiore presenta il restauro di La-
dislao del 1 4o8.Quiudi Nibby stima ohi*
VEL i63
ro che in questa parte ricorresse ancora
il recinto restauralo da Siila, e che anco
allora qui fosse una porta. Nella porta
slessa vennero impiegali massi rettango-
lari di tufa, molto grandi, tolti probabil-
mente dall'antico edificio non molto di-
stante, attinente alla chiesa di s. Maria,
al quale pure appartennero gli altri im-
piegati nelle fabbriche private a destra e
sinistra della strada. Le case private a si-
nistra formano un angolo ottuso dopo il
viottolo che conduce a s. Maria, essendo
addossate ed in parte formate nell'antica
gran piscina di Pizzitonico, alla quale
appartengono i muri d'opera incerta, che
verso la metà di questa strada s'incon-
trano. Proseguendo per questa strada si
trova la moderna porta Ninfesina, così
della perchè posta nella direzione del ca-
stello abbandonalo di Ninfa : essa è suc-
ceduta alla porta Norbana antica, per la
quale uscivasi alla colonia romana di
Norba. Presso questa porta prima d'u-
scire è a destra la chiesa di s. Caterina.
Uscendo dalla porta Ninfesina, reca sor-
presa a sinistra un trailo di mura della
1 .a epoca, per la grandezza de' massi che
lo compongono, la loro irregolarità e roz-
zezza, e la tinta d'una remota antichità
di che portano l'impronta. L'antica via
Norbana, alla quale è succeduta quella
moderna di Ninfa e di Norma, traversava
presso questo punto il ramo orientale del
fosso de' Picchioni sopra il magnifico e
vasto ponte della Catena ancora intatto,
costrutto d'euormi massi quadrilateri di
tufa (scalpellati a foggia di diamanti) con
tre ordini di pietre nel fornice, a somi-
glianza dell'arco della cloaca massima di
Roma. Esso è evidentemente opera devo-
niani, fatto per mantenere le comunica-
zioni fra le colonie di Cora e di Norba
per mezzo d'una viamilitare.L'altezzadel
baratro solcato dal torrente, che questo
ponte scavalca, a partire dal parapetto è
di 75 piedi romani, de' quali 5o sono di
rupe naturale, sopra cui il ponte s'innal-
za. Questa mole imponente è una delle
iG4 YEL
opere più magnifiche che ci rimangono, e
per la solidità, l'arditezza e l'utilità pub-
blica può paragonarsi alla cloaca massi-
ma. La volta e i piloni, dopo almeno 11.
secoli, sono rimasti intatti. Ivi si gode d'u-
na veduta magnifica de' recinti vetusti
di Cora, sopra i quali torreggia il bel por-
tico tetrastilo del tempio detto di Ercole.
Da questo punto alle rovine importanti
di Norba, per una strada alpestre souo 5
miglia. Rientrando in città e salendo di-
rettamente alla cittadella, si passa per
Pizzitonico, traversasi il tempio di Casto-
le e Polluce, e per s. Oliva si ascende alla
piazza di s. Pietro. Per ora lasciando da
parte quello che s'incontra per via, e sol-
tanto parlando della cittadella, già notai
che le mura originali di essa sono dell'e-
poca 2/, e che furono restaurate e am-
pliate da' romani nella 3.J e 4-a epoca.
Un bel pezzo del recinto della 3.a epoca
guarda occidente, e domina immediata-
mente la chiesa di s. Oliva. Esso si vede
salendo dalla piazza dis. Oliva stessa alla
cittadella. Sembra a Nibby che l'acropoli
corami si dividesse in due parti, dopo l'oc-
cupazione de' romani, in Arce propria-
mente detta verso occidente, ed in Capi-
tolio verso oriente, giacché è noto che le
colonie romane ad imitazione della me-
tropoli aveano il loro Capitolio. Nella cit-
tadella propriamente delta, oltre il recin-
to, Nibby non vi trovò altri avanzi degni
di memoria. Del Capitolio però si traccia
ancora l'area che conteneva i templi, e di
questi rimane ancora in piedi il portico
di quello detto d'Ercole nel lato orienta-
le dell'area medesima. Esso è rivolto al
sud-ovest, e la parte postica di questo
tempio serve oggi di vestibolo alla chiesa
parrocchiale e collegiata de' ss. Pietro e
Paolo. In essa a sostegno del fonte batte-
simale è impiegata un'ara antica di mar-
mo, che il volgo chiama del Sole. Que-
st'ara è quadrilatera, di bella proporzio-
ne, di lavoro sodo, purissimo, ornata di
criocranii negli angoli, da' quali partono
eticarpii che adornano le facce. In mez-
V EL
zo a quella rivolta all' aula della chiesa e
alle due laterali, vedesi effigiata la Gorgo-
ne,alla quale furono ne'lem pi passali bar-
baramente scalpellate l'est rem ita de' ca-
pelli e lecodede'serpenli,ondeil Volpi, il
Piranesi e il volgo furono indotti nell'erro-
re di crederla sagra alSole,mentre fu sagra
a Minerva. Traversando la chiesa si di-
scende in un ameno giardino per visitare il
grazioso tetrastilo dorico, che formava il
portico del tempio. Le colonne sono d'un
travertino identico a quello di Tivoli, e
molto poroso, onde per correggere tale
difetto furono coperte d'uno stucco finis-
simo: le modinature vennero eseguite con
grazia e franchezza; sulla porta della cella,
ch'era costrutta di massi quadrilateri, è la
iscrizione che ricorda i nomi de'duuaìviri
Marco Manlio e Lucio Turpilio, che per
sentimento del senato fecero il tempio.
Per le riflessioni di Nibby, sembra il tem-
pio costruito nella riedificazione di Cora
avvenuta a' tempi di Siila. La fronte di
questo edificio è rivolta verso il monte
Circeo. Le modinature della porta sono
come tutte l'altre eleganti e franche; l'ar-
chitettura però è alcun poco greve, e la
cornice è retta da due modiglioni. In ge-
nerale lo stile di questa fabbrica è analo-
go per ogni riguardo alle costruzioni sil-
lanedel tempio della FortunaPreneslina,
e al tempio così detto della Sibilla nell'a-
cropoli tiburlina. Winckelmann nelle
sue Osservazioni sulV architettura cle-
g/itf/if/e/ì/jasseriscejcheavea veduto il di-
segno fatto di questo tempio dall'immor-
tale Raffaello da Urbino, che. allora ap-
parteneva al barone di Stosch suo gran-
de amico, e che poscia forse sarà passata
nella biblioteca imperiale di Vienna. Ri
porta Nibby le misure che ne prese Raf
faello, ed avverte che il summentovatc
Antolini, nella dissertazione architettoni
CU su questo tempio, cadde nell'errore d
supporlo de' tempi imperiali. Egli credi
che i3 fossero i gradini, pe' quali saliva
si a questo portico dall'area: osservò eh
le colonne sono sfaccettate per una 3.
VEL
parte de! fusto e scanalate, ma con poco
risentimento e senza pianelto per l'altre
«Ine. E nella base, che per se stessa è ra-
ra nell'ordine dorico presso gli antichi
e eh' è semplicissima, essendo composta
d'un solo toro senza plinto, ravvisò la
singolarità d'un nuovo profilo, perchè
paggetto convesso del toro non togliesse
alcuna pai te dell'altezza del fusto: il ca-
pitello è di maniera dorica; il fregio con
triglifi e metope è senza ornamenti, e la
cornice è senza modiglioni. Del tempio
altro non rimane di visibile che le 8 co-
lonne del portico col suo frontone, e la
parete anteriore della cella colla porta;
lutto il rimanente è, o distrutto, o coper-
to. Ora considerando l'ara trovata fra
queste rovine, ch'è di Minerva, e che qui
pure nel secolo XVI fu ritrovala la sta-
si un assisa di Minerva, che trasportata in
lloma fu collocata sulla piazza di Cani-
fjidoglio a ornamento della fontana,e dal
volgo chiamata Roma, pare al Nibby
molto probabile credere a quella dea e
non ad Ercole consagrato questo tempio,
come il volgo, senza alcun fondamento
valido comunemente lo appella. Quanto
alla statua esprimente Pallade o Miner-
va, e come volgarmente dicesi Roma
trionfante, tale però la crederono col
Volpi altri storici e antiquari; perchè
ha 1' elmo in capo, tiene colla dritta la
lancia, e nella sinistra una palla, sim-
bolo del mondo. La statua è di buon
lavoro, ed ha il capo, le braccia e i piedi
di marmo pario, il rimanente essendo di
pollalo. Essa fu collocata su d'un alto
piedistallo, a causa che riusciva troppo
piccola per la nicchia scavata in maggio-
ri proporzioni, dovendo capirvi il simu-
lacro di Giove di forme semi-colossali,
secondo i disegni di Michelangelo. Dal-
l'area del tempio si gode una sorprenden-
te e magica veduta di tutta la valle e pia-
nura Pontina. Siccome poi questo tem-
pio è in un fianco dell'area e non in mez-
zo, dice Nibby non essere improbabile
che un altro uè sorgesse dove oggi è iu
VEL 16V
chiesa e la sagrestia di s. Pietro, il qua-
le forse fu sagro ad Ercole, forse alle di-
vinità capitoline Giove, Giunone e Mi-
nerva. Uscendo dal tempio e scendendo
verso la città bassa, vedonsi tosto a sini-
stra i poliedri del muro che formano
un angolo, indizio della porta aulica del-
l'acropoli. E deviando alcun poco sulla
stessa mano si vedono mura a poligoni
della 3." epoca, che furono parte del re-
cinto dell'arce, e che oggi servono di so-
stegno alla strada. Continuando a discen-
dere vedesi avanti la casa Prence un ca-
pitello corintio, che pretendesi appar-
tenuto al tempio di Castore: lungo la
stessa via a destra è un avanzo di muro
d'opera incerta,che indica il proseguimen-
to delle mura dell'arce restaurate a tem-
po di Siila; di tali mura in questo medesi-
mo luogo si ammira un bel tratto prima
di giungere alla chiesa di s. Oliva, ed è
quello ricordato di sopra. Qualunque sia
stato il precedente edilizio che ne occu-
pava il sito, è certo che questa chiesa è
fondata sopra una fabbrica antica, rima-
nendo ancora dentro di essa al suo posto
una base di colonna a sinistra. General-
mente si ritiene che ivi sorgesse un tem-
pio sagro ad Esculapio ed Igiea, per un'i-
scrizione, che il Volpi confonde con un'al-
tra ili C. Oppio Leuate, che non vi ha né
punto né poco che fare, secondo Nibby
(altri dicono che il tempio era dedicato a
Giano, e credono che le superstiti colon-
ne tuttora adornino la prima uavata del-
la chiesa). Sulla piazza è un pozzo di stile
dorico del secolo XVI, fatto da Bartolo-
meo Cialdera podestà di Cora l'anno 5.°
di sua magistratura, come si legge nel-
l'iscrizione. Da questa chiesa scendendo
verso il tempio di Castore e Polluce, os-
sia verso la piazza di s. Salvatore, vede-
si a sinistra un frammento di colonna
scanalata, che vuoisi appartenuta al tem-
pio di Castore. Sul fine della strada en-
trasi a destra in una casa particolare fab-
bricata entro il portico del tempio di Ca-
store, del quale si vedono le colonne in-
i66 VEL
castrate ne' muri (forse la della casa è
quella, che non reggendosi che malamen-
te, per guisa che il fregio e le colonne su-
perstiti erano in punto di minare, nel
i854 dal ministero de' lavori pubblici,
per conservare sì preziose vestigia del
tempio, si mandarono ordini pel restau-
ro, siche liberato l'avanzo antico du'muri
moderni, non solo non sarà più soggetto
alla fragilità di questi, ma rimarrà spic-
cato da loro, e più acconcio ad essere di-
segnato dagli architetti che ne studiano
i leggiadri intagli e le gentili proporzio-
ni. Tanto riferì il Giornale di Roma, e
la Civiltà Cattolica, serie 2/, t. ti, p.
101. Nondimeno tultociò ancora non fu
posto in esecuzione, almeno fino al mar-
zo 1 858. Anzi leggo nel Supplimento al
n.° 34 del Diario dì Roma del 1839,
che nel precedente autunno erasi porta-
to in Cori il cardinal camerlengo per am-
mirare i delubri d'Ercole e di Castore e
Polluce, e che per la loro conservazione
avea preso le più energiche provvidenze).
Sortendo da quota e traversalo un arco
moderno si discende alla piazza di s. Sal-
vatore, sostenuta da antiche sostruzioni
d'opera incerta addossale alle mura pri-
mitive di poliedri rozzi, le quali regge-
vano l'area dinanzi al tempio, come ora
reggono la piazza di s. Salvatore. Questa
per le macerie si è considei ahi Unente al-
zata, restando coperti i gradini del tem-
pio. Sulla piazza tuttora si vedono le due
colonne che formavano l' intercolunnio
centrale del portico ch'era evidentemen-
te esastilo, cioè con 6 colonne di fronte e
2 di fianco, e rivolto a mezzodì come quel-
lo della cittadella, il quale è quasi per-
pendicolare a questo, ma un poco più
verso oriente. Per la materia e lo stile è
identico a quello : questo però è di or-
dine corintio, ed i capitelli sono d'una e-
secuzione mirabile, e così belli che sem-
brano fatti dallo stesso scultore di quelli
del tempio detto della Sibilla a Tivoli, e
del tempio della Fortuna Prenestina. Le
colonne Inumo la base attica e la scozia
VEL
mollo stretta: i tori sono bassi, schiaccia-
ti, come cuscini che cedouo al peso del
fusto ; ed il filetto dell'imoscapo è stac-
cato affatto dal toro superiore, partico-
larità dal Nibby non osservate altrove.
Le colonne erano coperte d' uno stuc-
co finissimo ; le modinature sono ele-
ganti, e l'esecuzione franca e corretta.
L'iscrizione ricorda le divinità di Casto-
re e Polluce, alle quali era coiisagralo il
tempio, il decreto del senato che lo fece
edificare, e Marco Calvio che fece ese-
guire il lavoro. Nibby corregge Volpi per
averla malamente riportata, e Corradi-
ni per averla creduta di restauro e com-
messo altri errori, modificando la fama
che in generale godono que' due scritto-
ri, il i.° continuatore del 2." dal t. 3° in
poi del Vtlus Latium. Uno scavo ese-
guito lungo il lato occidentale di que-
sto tempio, che il Nibby vide nel 1829
prima che fosse ricoperto, ha dimostra-
to ch'era del numero de5 prostili : che la
colonna di fianco verso oriente, ch'è nel-
la casa, sebbene sconvolta, è al posto suo:
che la base di pilastro ad anta incontro
ad essa non islà al suo posto, ma appar-
tiene ad uno de' pilastri dell' angolo o-
rientale della cella. In quella ciicostar
za furono scoperti pezzi della cornice, ch(
ivi dappresso sono collocati e che pr<
sentano la singolarità che i massi compc
nenti la cimasa sono distaccati da quel
li contenuti in modiglioni. Tornando
sulla via pubblica, questa dicesi delle Ce
lonnelte, e va in linea retta a finire sul
la piazza Tassoni. Lungo questa strade
a destra è un tinello e montano pertiner.
te a'Picchioni, fabbricato sopra i ruder
d'un edificio antico costruito di opera re
tico!ata,dove rimane parte d'un pavimer
to antico di musaico bianco e nero, un ca
pilello corintio, una base e un brano d'ar
tica lapide municipale col cognome d'ut
qualuorviro quinquennale. Per la stess
via dinanzi la casa Tomtnasi,ch'è a sini
stia, sono rocchi di colonne d'ordine de
rico, analoghe per lo siile a quelle del lem-
VEL
pio dell'acropoli. Nel lineilo dirimpelton
questa casa sono le vestigi;» d'un pavimen-
to d' opera tessellata. Indizi sono questi
dell'esistenza antica di questa strada, lun-
go la quale erano case de'cittadini. Poco
dopo vedesi incastrata nel muro e rove-
sciata la lapide diC.Oppio Vero magistra-
to frantumata in marmo de'lempi impe-
riali, e riportata e supplita nel mancante
dal Nibby, di somma importanza, perchè
mostra che Cora anticamente, come og-
gi non aveaunpubblicoacquedottochela
fornisse, ma ampie cisterne edificate a
spese pubbliche, nelle quali si raccoglie-
va l'acqua pluviale, caele.ste.ni aquam,
per comodo de'cittadini. La via delle Co-
lonnette termina nella piazza, sulla qua-
le è la casa del conte Tassoni; e dirimpet-
to a quella verso settentrione vedesi tor-
reggiare un muro a poliedri della 3." spe-
cie. Questa piazza ha ancora il nome di
piazza Montagna per la casa a destra, la
quale appartienealla famiglia omonima:
addossato ad essa è il frammento di lapi-
de in travertino, di Lucio Pubblio, da
Nibby che la riferisce creduta contempo-
ranea de' templi suddescritti. Essa è ana-
loga ed in parte simile ad altro frammen-
to esistente in casa Prosperi. Nella stessa
piazza sono rocchi di colonne scanalate
di travertino, e capitelli d'ordine corintio,
i quali appartengono ad epoca molto re-
mota, e furono parte di qualche fabbrica
pubblica esistente in questi dintorni. Tor-
nando sulla via delle Colonnette, si scen-
de a Pizzitonico, area o piazza tutta arti-
ficiale, non essendo che il terrazzo dell'an-
tiche grandi piscine di Cora, delle quali si
parla nella memorata iscrizione di C. Op-
pio Vero, e che oggi servono allo stesso u-
so,almeuo in parte, giacche nel rimanente
sono state ridotte ad uso di montani omo-
lini ad olio, di rimesse,abi tazioni plebee ec.
Queste ultime parti vanno sotto il nome
•volgare di terme (e bagni pubblici, come
tra gli altri li crede il Ricchi nella Reggia
de Polsci)t mentre nella pianta sono iden-
tiche all'altre conserve, ma non vi rima-
VEL t67
ne traccia alcuna d'ornamenti, e solo vi
si ravvisano vestigia dell'astra») o coccio
pesto. Il muro di queste piscine interna
mente, come l'altre costruzioni romane,
è a sacco; esternamente però è fasciato
d'opera incerta, dove non sia slata tolta
ne' tempi posteriori. Queste piscine si e-
stendono per lungo tratto,ed un'idea se ne
può a vereentrando negli abituri della via,
che dalla porta Veliterna conduce a por-
ta Ninfesina, a sinistra, partendo dall'o-
steria; queste lasciano riconoscere indie-
tro la forma per la quale vi penetrava
1' acqua e gli spechi. E sopra quest' im-
mense rovine siede e si appoggia una
gran parte del fabbricato moderno di Co-
ra a Valle. Quanto al nome di Pizzito-
nico, che si dà a questa piazza, il volgo
senz'aleuti fondamento lo deriva da piaz-
za Dorica : al Nibby pare che il nome
Puteus, pozzo, non sia estraneo alla sua
formazione. Verso seltentrione quest'a-
rea è protetta e dominata da una parte
del recinto primitivo formato da massi
enormi, i più grandi che il Nibby abbia
veduto, e rinfiancato da opera lucerla; e
questo restauro dell'era sillana,dove spor-
ge in fuori ha gli angoli consolidati da
pietre quadrilatere. Andando da Pizzito-
nico verso l'orto Luzi, si scende prima
alcun poco e quindi si sale di nuovo ; a
sinistra nel salirvi sono mura a poligoni
della r.a epoca, sebbene i massi non sia-
no molto grandi. Nel detto orto, Nibby
vide nel 1825 vari capitelli d'ordine co-
rintio di diametro corrispondente a' roc-
chi delle colonne minori della piazza
Montagna, anch'essi di travertino e di
stile affatto analogo a quelli del tempio
della Fortuna Prenestina. Mi è noto, che
i capitelli furono poi acquistati dall'illu-
stre prelato corano mg.r Manari, e collo-
cati nel suo casino di campagna. Ritor-
nando sulla via grande, che dalla porta
Veliterna conduce a porta Ninfesina e
prendendo verso la porta Veliterna, poco
prima di giungere a questa, a sinistra è
la casa Vittorj; ivi diuanzi la medesima
168 VEL
nel cortile sono gli avanzi d'un altro edi-
ficio pubblico, consistente in due colonne
d'ordine dorico non iscannlate, con base,
cbe stanno ancora in piedi e cbe per lo
stile appartengono all'epoca stessa de'
due templi: lo stilobate sul quale poggia-
no è nella parte esterna lutto di traver-
tini; si vedono pure frammenti di mezze
colonne della stessa pietra e dello stesso
diametro. Sulla sponda opposta della
strada grande è un vicolo, pel quale si
Valsila casa Prosperi, una delle più an-
tiche di Cora, leggendosi sulla porta in-
terna della medesima la data dell'anno
i525. Nel cortile vedesi l'altro frammen-
to di lapide, riprodotta da Nibby, appar-
tenente a Lucio Publilio, ricordato più
sopra, il quale sebbene sia dello stesso
tempo, e appartenga al medesimo perso-
naggio, non fa però parte dell'iscrizione ri-
cordata. Nello stesso cortilesono due cine-
rarii coll'epigrafi riportate da Nibby. An-
dando da casa Prosperi verso s. Maria,
vedesi a destra una sostruzione romana
di pietre quadrilatere, sulla quale fu essa
edificata (alcuni credono che nell'area
della chiesa furono già due templi, sa-
gri uno a Giano e l'altro alla Fortuna,
e od essi attribuiscono i ruderi e fram-
menti antichi esistenti), e che forse anti-
camente servì di sostegno ad un edifìcio
del foro corano, che Nibby crede corri-
spondente alla piazza di s. Maria. Li stra-
da che da Vellelri conduce a Cora fino
ali. "quarto del secolo corrente non era
allatto carreggiabile ; poscia fu ridotta a
bella e amenissima via, e comoda ad o-
gni sorta di carri. A mezza via si lascia a
sinistra il cratere del diseccato lago di
Giuliano, e poco dopo a destra il comu-
ne di tal nome; al g.° miglio si passa sot-
to al picco di Piocca Massima, indi co*
mincia la salita di Cora, che dura quasi
3 miglia, e così agiata da potersi andare
di trotto; essa è tracciata entro l'oli velo,
ed ha a destra una magnifica veduta del-
la pianura de* volsci, e de' loro campi
Pontini. Poco prima d'entrare iu Cori,
VEL
vedesi dominare a sinistra la chiesa e con-
vento di s. Francesco, alla quale condu-
ce un bel viale, che serve di passeggiata
a' corani. Sebbene tuttociò si riferisce da
Nibby, conviene fare una necessaria di-
stinzione. La strada ora carreggiabile (la
quale devesi alle cure e premure del sul-
lodato prelato Manali, per riguardo del
quale il principe d. Camillo Borghese
fece il (ratio del territorio di Giuliano),
che da Vellelri conduce a Cori, quando
si è a circa due miglia dalla città, nel
punto detto la Madonna de' Monti, si di-
vide in due; una tutta in piano porta a
Cori a Valle, ossia alla porta Romana,
e l'altra in salita, conduce a Cori a Mon-
te e alla porta Segnine. La chiesa di s.
Francesco è a sinistra della strada che
reca alla porta Romana. Poche città com-
prese dentro i limiti della mappa de' din-
torni di Roma ponno vantare tanti mo-
numenti antichi e così importanti, quan-
ti ne conserva questa, e perciò meritano
una descrizione distinta. Quindi non si
creda, che non ostante le mie proteste
io sia uscito da' limili prefissimi, nel dif-
fondermi col Nibby sulla sua topografi;
Poiché oltre l'aver conseguito il duplic
vantaggio, di dare una chiara idea dell
topografia di Cora e de'luoghi ove esiste
no i monumenti, questi brevemente de
scrissi col dotto archeologo, e così mi tri
vo dispensato dal farne menzione a parte
anche per le diverse opinioni che accei
nai fra parentesi. Altre notizie sulle anti
chità di Cori e le sue lapidi si ponno ri-
cavare da' seguenti e già nominati, alcuni
de' quali ne ragionarono con molte pai
ticolarità. Ricchi, Reggia de' False,
Volpi tradotto dal Finy, cap. 2; Dell'ai
licite fabbriche della città di Cora .
Winckelmann, Piranesi e Marocco, Nai
ra il p. Casimiro, che in vari tempi sol
lo le abitazioni si trovarono colonne spez
zale, capitelli, busti, iscrizioni e staine
ma nel pontificalo di Sisto V trovò Giste
foro Marulli nella sua vigna, posta nella
contrada del Formale Nuovo, moltissime
VEL
medaglie d'oro. Ma pei sospetti patì un
mese di carcere, ed ebbe soli a5 scmli.
Quanto alle medaglie, soggiunge il p. Ca-
simiro, pervennero nelle mani di Camil-
la l'eretti sorella del Papa, essendo po-
destà di Cora Stefano Mai gani. Tanto ri-
levò il p. Casimiro da un mss. del cora-
no e contemporaneo del Marulli, Ulisse
Ciudi, il quale registrò pure due auliche
iscrizioni, da lui Ielle nel suddetto batti-
steiio di s. Pietro, e nel portico della chie-
sa di s. Maria della Plebe, nella metà del
secolo passato già distrutta. Le quali i-
scmioni errate dal Grillerò, dal Ricchi e
da altri, stimò bene pubblicare il p. Casi-
miro. Le monete corane furono ricordate
dal Volpi e in conseguenza dal Finy, e. 6:
Delle jamiglie corane illustri in Roma.
Il moderno Dauco riferisce che tra le mo-
nete antiche, di cui vantasi quest'antica
città, non devonsi dimenticare neppure le
recentemente rinvenute , illustrate dal
eh. archeologo p, Giuseppe Marchi gesui-
ta, ch'egli coulesla a Vincenzo Marchet-
ti aiìezionalisdmo a questa sua patria, in
una lettera degli 8 maggio 1 843, avere
le medesime monete singolare estimazio-
ne. In argomento mi scriveva l'encomia-
lo Marchetti, nella nostra erudita corri-
spondenza: La remotissima antichità di
Cori viene reputala antidiluviana dal
famoso archeologo Nibby, e da tutti gli
altri vetusti e moderni scrittori è tale
fondatamente creduta. Per questa istessa
ragione vengono apprezzate l'antiche mo-
nete corane ricercatissime, per cui il car-
dinal Stefano Dorgia ne fu avidissimo
raccoglitore, unitamente alla raccolta di
pergamene, diplomi ec. A quest' effetto
m'inviò ripetutamente copia e poi l'ori-
ginale dell'indicata lettera a lui scritta
dal dottissimo p. Marchi, che io mifouu
vanto qui appresso pubblicare, sia a van-
taggio della numismatica, sia a onore del
Mai clielli ed a lustro di sua celebre patria,
sia in (ine per manifestare qui pure il pro-
fondo sapere di lauto benemerito gesuita.
>■ Da molti mesi aveva io posto nelle mani
VEL 169
del giovine sig.rd.rAchilleGennarelli i mo-
numenti e documenti necessari all'illu-
strazione dell'aulica moneta di Cori. Ma
la sua dissertazione che da 18 mesi dove-
va essere pubblicata,ancora non compari-
sce, ed Elia mi fa premura di pur cono-
scere un fallo che tanto onora codesta sua
patria carissima. Iocompendierò il ragio-
namento che troverà ampiamente dichia*
rato dal Gennarelli (di fatti la Disser-
tazione coronala dalla pontificia ac-
cademia romana d'Archeologia, come
notai altrove celebrandola, dipoi uscì nel-
l'islesso anno in Roma da' tipi camerali
col titolo: La moneta primitiva e i mo-
numenti dell'Italia antica ec. In essa il
eh. Gennarelli illustrò 3 monete di Cora
de' Volscije quanto alle 2 monete affat-
to simili, tranne l' iscrizione o leggenda
che in luogo di Cosa e Cosano è Doma e
Domano, non trovava difficoltà a crederle
uscitedalla zecca dellasola Cora, la quale
avrebbe scritto così egualmente il nome
suo e quello della conquistatrice Roma,
siccome avveniva in Napoli, della quale
abbiamotipi identici, salvo nell'epigrafe).
Mg/ Stefano Dorgia, poi cardinale, nel
1 786 inviò a Vienna al nostro p. Giusep-
pe Eckhel due piccole monete in bronzo,
che alcuni anni fa ritrovai nel piccolo
museo del Collegio di Propaganda (nel
quale articolo, descrivendo in breve quel
Museo Borgiano, lo dissi dal cardinale
istituito inVellelri sua patria e poi da esso
legato in parie al collegio Urbano, l'altra
trovandosi in Napoli). La i/ha nel suo di-
ritto una testa di Palladecopertadi elmoe
cimiero rivolta a destra e l'epigrafe Coza ;
nel rovescio un busto di cavallo frenato
rivolto pure a destra e l'iscrizione Zano,
La 2.a in luogo della lesta di Pallade ha
quella di Marte barbato senza epigrafe;
e intorno al busto di cavallo del rovescio
l'iscrizione Cozano, Qtiesle due moneto
medesime, quantunque rare, sono capila.
te non è gran tempo in mano a due di-
versi negozianti, da' quali le ho io acqui-
stale per queslo nauseo K-ircUeriauo -, e
170 V E L
su amendueho riscontrate le impronte
e le leggende medesime delle borgiane,
anzi forse meglio conservate. Il cav. Gia-
como Millingen nel 1 83 1 pubblicò a Lon-
dra una moneta in argento di modulo
maggiore alquanto delle due di bronzo
coll'i in pronta e la leggenda che qui le de-
scrivo. Nel diritto testa d'Apollo laureata
e rivolta a sinistra: nel rovescio cavallo
chea gran corsa va a sinistra spintovi da
un cavaliere, dalle cui spallecade un pallio
leggerissimo trasportato dal vento, e la
cui testa è coperta d'un pileo somigliante
a quello di Mercurio: sotto al ventre del
cavallo leggesi Corano. A queste 3 mone-
te operate col conio debbonsi aggiungere
le due di getto pubblicate da meson già
4 anni fra le monete italiche primitive,
1' asse de' volsci colla testa d'Apollo ri-
petuta su amendue le faccie della mone-
ta, e il trionfo de' rutuli che ha nel di-
ritto un cavallo in gran corsa. Per diver-
se mie congetture non è forse improba-
bile che I' asse provenisse da un'odierna
posta ad Anzio antico, ora Porto d'Anzio,
il triente da Artica metropoli antica de'
rullili (il Triente sorta di moneta antica,
«na 3." parte dell' asse, cioè 4 oncie ).
L'Eckhel che non poteva a tanta distan-
za conoscere la storia topografica della
provenienza delle due monete coniate
inandategli dal Borgia in disegno, ricorse
per interpretazione alla geografia antica,
e trovato ch'ebbe nell'Etruria una città
che i romani chiamavano Cosa (poi An-
sedonia di Toscana dell' abbazia delle
Tre Fontane, perciò ne ragionai in que*
due articoli; ha vestigia di muraciclopee),
credette che le due monete si potessero
giustamente ad essa attribuire (devesi av-
vertire, e l'imparo dal prezioso Diziona-
rio della Toscana del benemeritoRepet-
ti, che oltre Cosa de' volcienti di Tusca-
na ora Toscanella,\\ (aCossa degl'irpini
degli Abruzzi uel Sannio, e siccome am-
bedue colonie romane, indusse molli in
equivoco coll'attribuire aliai.3 alcuni fat-
ti propri della 2.*, così propende forse a
VEL
riconoscere di Cossa una moneta del tem-
po d'Augusto, che altri vogliono spettare
a Cosa, inoltre riconoscendo di Cossa la
medaglia coll'impronta dell'aquila roma-
na). Il Millingen quantunque per sistema
allenissimo dal concedere uso di moneta
propria nelle città italiche poste tra il
Tevere e il Garigliano, pure costretto dal-
l'evidentissima leggenda Corano riconob-
be quella sua moneta d' argento come
spettante a Cora oggi Cori. Ma il p. Sec-
chi mio confratello legge Cora e Cora-
no anche dove sta scrino Coza e Cozano.
Gli antichi grammatici ne insegnano che
la lingua latina nella sua infanzia sosti-
tuiva sovente la S alla Re leggeva Fv-
sivs in luogo di Fvrivs, Avselivs dove
poi lesse Avremvs : dunque il Coza, che
peravviso dello stesso Eckhel è la mede-
sima voce di Cosa, per ragione della for-
ma della S che si confonde col greco Z,
non è Cosa città etnisca, ma Cora città
volsca, e Cosano non è il possessivo del-
l' etrusco, ma del Corano Volsco. Se
l'Eckhel avesse riflettuto all'alfabeto e-
trusco che manaa della vocale O (il che
rimarcai nel voi. LXXVHI,p. 86j, alla
quale sostituisce il V, sisarebbe facilmen-
te persuaso che se i romani chiamavano
quella città Cosa, gli etruschi le dovean
dare un altro nome o almeno dirla Ca-
sa secondo loro cos lume. Che i romani
poi mutassero nome alle città etrusche
colle loro conquiste, il sappiamo da Chiù-
.57, che dagli etruschi era detto Chamarst
da'romani fu detto Clusiumj e da Vol-
terra che gli etruschi scrissero sempre
Velathri, e i romani Volaterra (di tale
voce e iscrizione di monete feci parola
nel cit. voi. LXXVII1, a p. 90 e 91, di-
cendo pure, che siffatte monete il Maffei
attribuì a Velletri o ad Alatri). L'Eckhel
poi è quegli che sa quanto niun altro che
le due monete del Coza e del Cozano
non potrebbon mai esser di Cosa con-
quistata e dipendente da'romani, ma di
Cosa libera e padrona di se medesima
prima che i romani stendessero sino colò
VE L
In loro potenza. Eccole con ciò assicura-
to alla sua città il diritto sopra 3 diverse
monete coniate prima che i romani a-
vesserò su quella città un assoluto dirit-
to, e certamente prima che Cori comin-
ciasse a godere del così detto jus latino.
Perciò che spetta alle impronte si posso-
no hen dire anch'esse proprie del paese
risii her ino molto meglio che del trasti-
beruio. L'Apollo, come leljo indicato de-
scrivendole l'asse de' volsci, è lai,ae più
nobile insegna di quella nazione; e qui
abbiamo l'Apollo nella moneta d'argen-
to del Millingen, nel quale vi è pure il
cavallo in gran corsa come nel Incute de-
scrittole de' rutuli, tanto prossimi o le-
gali co' volsci che possouo chiamarsi qua-
si una gente medesima. La Minerva co-
me figliuola a Giove era in altissima ve-
nerazione presso tutti i popoli cistiberi-
dì, che concordemente aveano Giove per
lordi.* divinità. Il Marte ha lasciato in
Cori memoria solenne di se negli avanzi
nobilissimi del tempio erettogli da'eora-
ni. Il busto di cavallo fi enato lo trovo in
altre monete che io ho sempre conside-
rate come proprie degli equi, de' volsci e
degli aurunci. Perciò io non l'ho per co-
sa straniera quando lo veggo sulla mo-
neta di Cori. Veda l' Aes Grave, Sl&ra'
palo da me nel i83g. Queste poche no-
tizie potrebbero tornare di qualche uti-
lità storica se in Cori vi fosse persona che
sapesseo volesse fare osservazioni sui tra-
vamenti che continuamente si vanno fa-
cendo costì, come per lutti i luoghi di
questa nostra antichissima e ricchissima
Italia. Converrebbe acquistar tutto in ge-
nere di monete vendendo il superfluo e
ritenendosi il necessario: in pochi anni
Cori riunirebbe tutti i suoi monumenti
numismatici. Né ciò è tutto. Converreb-
be che Cori raccogliesse in un luogo si-
curo ma di ragione pubblica tulle le la-
pidi antiche disperse per la città e il ter-
ritorio. Le due fiaccole che solo posso-
no dissipare le tenebre che ravvolgono
la primitiva stona di codesti municipi»
V EL 171
sono le monete e le iscrizioni, ma non
quelle che stanno fuor del paese, bensì
quelle che si custodiscono ne'luoghi ove
si trovano. Ella colla sua autorità pro-
curi alla sua patria questo ornamento e
ne avrà lode. Ossequiandola consinceris-
siraa stima mi raffermo". Riferisce Ma-
rocco, che in Cori, commendata per la
sua celebrità da Livio, Properzio, Luca-
no, Silio Italico, ogni tanto vengono sco-
perti sotterranei bellissimi, alcuni de'qua-
li si osservano composti di pietre di 6 pal-
mi architettonici di lunghezza,come quel-
lo appartenente a'Tommasi, per andare
al tempio di Castore e Polluce, che ser-
ve di molino d'olio, fiancheggiato da al-
to scoglio tagliato e costituente un muro
laterale, do ve il pavimento è di bianchissi-
mo musaico ; congettura che fosse un por-
tico o suolo d'altro tempio,anche pe'grossi
pezzi di colonna marmorea ivi rinvenuti.
Dice esistere nel giardino presso la casa
de'Lnzi 6 capitelli bellissimi di stile corin-
tio, forse di colonne di tempio o portico
sagro a Venere; e che anco Esculapio vi
ebbe il tempio. Dalleiscrizioni che ripor-
ta, ritiene avere i corani prestato culto e-
ziandio a Cerere ed a Bacco, del cui tem-
pio furono trovati avanzi marmorei ne-
gli scavi della casa Fasanella. Il contem-
plar le sue rama desta meraviglia, essen-
dovene composte di pietre ognuna di 13
e i5 palmi lunghe, 8 ovverog alte, con-
catenate senza cemento, lavoro chiama-
to opus incertumj mirabile per l'ordine
e la solidità, e fatto per cozzar co'secoli.
Afferma che l'accademia di Francia chia-
mò le mura corane meravigliose, e di pro-
digiosa costruzione pelasgica ; ed il Bau-
co assicura che in vari punti della città
sono rimaste in ottimo stato. L'odierna
città ha 3 porte quasi in perfetto triango-
lo collocate ; la 1 ."esistente in Cori a Mon-
te è chiamata Segnina, perchè conduce a
Segni la via ; la 3." Ninfesina, da cui co-
mincia la strada che reca a Ninfa; la 3.*
è detta Romana e Veliterna, perchè porta
a Vellelri e a Roma. Cori è priva di pub-
i72 VEL
bliclie fonli, cui suppliscono l'acque pio-
vane in fredde e ben conservate cisterne;
il piccolo rio trovato da Faustino Fasa-
nella presso il ton ente Cavala, fu rico-
nosciuto di pochissimo utile e di molto
incomodo. Ma nel gonfalonierato del be-
nemerito Giovanni Prospero Buzj, per
sua cura fu trovato un altro rio d' ac-
qua sorgiva fuori della porta Segnimi.
Tra le sue chiese, 6 sono parrocchiali. La
primaria e insigne collegiata, denominata
duomo, è sotto l'invocazione di s. Maria
della Pietà, di bella e ben intesa archi-
tettura. Il Ricchi lo dice già tempio del-
la Fortuna e di Diana, convertito da'co-
rani ciistiani al culto del vero Dio e de-
nominato anche della Plebe. Nel 1660
venne restaurala e abbellita con mo-
derna archileltura,con volte gettate sulle
3 antiche navi, con archi maestosi scorni-
ciati di vaghi stucchi, sovrastata da finta
cupola e ornata con chiaroscuri da' fra-
telli Agostino e Alessandro Botliceili co-
rani. Furono allora disfatti due antichis-
simi pulpiti, laterali all'altare maggiore.
In essa è la cattedra marmorea vescovi-
le, fino da'primi secoli della Chiesa, testi-
monio di sua antica sede vescovile, men •
tre l'episcopio era nel giardino a suo tem-
po del capitano Pasquali, e appellato la
casa di Monsignore.il candelabro marmo-
reo pel cereo pasquale, alcuni la dicono o-
pera del secolo XI II, altri la fanno più an-
tica e che servi già ad uso de' gentili : è
ornato di bassorilievi esprimenti anima-
li e geroglifici, ed ha per base un mostro
con due teste e le sole gambe dinanzi. Ma-
gnifico è il tabernacolo e decorose le cap-
pelle. 11 quadro di s. Maria della Pietà è
bello e di colorilo assai forte. Quello del-
la 3 .'cappella a destra è pure di buon pen-
nello. Del i.° parla Nibby, del i." Maroc-
co. Dubitando che sia il medesimo, do-
mandai spiegazione a un rispettabile co-
rano,-e fui assicurato d'aver bene con-
getturato, ed è precisamente il medesi-
mo della 3.' cappella a destra della por-
ta della chiesa. Nell'altare principale è la
VEL
famosa tavola in cui nel 1 54^ Siciolan-
te di Semionda dipinse il Salvatore. L'or-
gano pregiatissimo si deve al canonicoA-
lessandro Napoleone Ricchi, zio dello sto-
rico, il quale dice che lo cominciò nel
i636, compito poi con ornamenti a oro
nel 1690, e lasciò un molino a olio per
l'organista. Nel detto secolo, e neh' arci-
pretura d' Ostilio Picchioni, da' fonda-
menti fu rifabbricata la torre campana-
ria a lato della porta maggiore, e tale da
poter sostenere grosse e armoniose cam-
pane; nella quale occasione dirimpetto si
rinnovò ancora la comoda abitazione per
l'arciprete. Nel secolo passato con deco-
roso disegno e sculture fu fabbricato il
prospetto esterno. Oltre una reliquia in-
signe del glorioso b. Tommaso da Cori,
che vi ha un'elegante cappella, quivi si
venera il corpo di s. Nazario martire, di
nome imposto, nella 4-* cappella gentili-
zia de'Fasanelli della nave destra, dona-
to dal cardinal Stefano Borgia, come si
legge nella lapide presso Marocco, il qua-
le riporta pure quella della cousagrazio-
ne della chiesa,eseguita T8 febbraio 1699
da Biagio Terzi di Lamia vescovo d' I-
sernia, vices gerens del vescovo cardinal
Cibo, scrittore della Siria sacra. Appiè
do da Banco che il capitolo si compo
della dignità dell'arciprete parroco, e
1 o canonici, (ia'quali è il teogale e il p
nitenziere, tutti decorati della cappa pi
latizia paonazza nell'inverno, e di ro
chetto sopra la colta nell'estate. Racco
ta il p. Casimiro, che Benedetto X11I n
1 7^5 avea concesso all'arciprete e agli 1
canonici l'insegna corale dell' aluiuzi
da usarsi in qualunque luogo; e che nell
segrestia un tempo si conservavano ilio
ti libri rnss., nominando i principali,
fra di essi una bolla in pergamena di P
pa s. Silvestro I. La a." parrocchia è l'i
signee vasta collegiata de'ss. Pietro ePa
lo, presso il tempio dello d'Ercole, che
al dire del Piazza visitatore della diocesi
pel vescovo cardinal Facchinetti, è più
aulica della precedente e fu la 1." ad es-
VEL
sere consagrata, per esservi tradizione
che s. Pietro principe degli Apostoli vi
promulgasse il Vangelo; laonde dice il
Ricchi, che in essa si fa la i .' e 1' ultima
predica quaresimale, forse in memoria di
sua antica primazia, e perciò tutte le pie-
diche in essa aveano luogo (ciò non è
vero, quanto all' ultima predica quare-
simale. Si fa il quaresimale in ambedue
le collegiate, in quella di s. Pietro ha luo-
go l'ultima predica la 2." festa di Pasqua,
ed in s. Maria la 3/ festa); ed ivi posse-
dervi la sua famiglia la cappella di pa-
dronato sagra a s. Giovanni. Ne celebra
l'organo e una superbissima campana, la
quale prima che fosse rifusa, per averla
colpita il fulmine, si sentiva 25 miglia
distante. A suo tempo era officiata dal-
l'arciprete, e da 8 beneficiali e 6 cappel-
lani, il cui ampio coro egli dice mostrare
d'essere slata collegiata. Riferisce le ver-
tenze insorte e prolungate nel secolo XVII
fra l'arciprete e quello di s. Maria, alle
quali die (ine nel 1690 il vescovo cardinal
Cibo, decretando la precedenza all'arci-
prete e canonici di s. Maria incedendo
collegialmente. Indi da Pio VI nel 1791
(secondo il Marchiafuva, o Pio VII co-
me vuole il Viola, ma credo fallo tipo-
grafico cioè l'aggiunta d'un I al VI, ben-
sì non gli contrasto ad istanza d' Ales-
sandro Marchetti giuniore. In quest'in-
certezza invocalo schiarimento, sono sta-
to assicurato, vero il riferito dal Mar-
chiafava), fu dichiarata collegiata con ca-
pitolo composto dell' arciprete curato e
dignità,ed'8 canonici decorati della moz-
zelta di seta paonazza nell'inverno co'
lembi orlati di pelli d' armellino, e del
rocchetto sulla colla nell'estate, come
leggo nel Bauco. Vi si conserva nell'al-
tare maggiore, nella cappella della B.
Vergine, il corpo di s. Cubilla vergine e
martire, trovato nel cimiterio de'ss. Mar-
cellino e Pietro di Roma, e donato dal
sullodato arciprete della medesima Giu-
seppe Marchiafava nel 1795, come è
scolpilo uell'iscrizioue riferita da Maroc-
VEL 173
co. Da altra da lui pure pubblicala si ri-
cava, che nella stessa chiesa e nella pro-
pria cappella nel 1 497 v> f" istituitala
società del ss. Sagramento e delle Cin-
que Piaghe; e nel 1804 quella del Sa-
gro Cuore di Gesù. Nella stessa chiesa
collegiata di recente vi è stato collocato
nel suo altare dalla parie del Vangelo il
quadro di s. Francesco di Paola, dipinto
lodatissìmo del valente cav. Giuseppe
Manno, nipote del celebre cav. France-
sco altro esimio pittore. Le altre 4 chiese
parrocchiali hanno quadri egregi e di
qualche pregio e venustà rimarchevole, i
propri parrochi, e sono quelle della ss.
Trinità, di cui in oppresso riparlerò; del
ss. Salvatore di forma gotica occupante
parte del piano del tempio di Castore e
Polluce, dicendo il Bauco pregevoli e sli-
male le pitture dell'altare maggiore, ope-
ra del sermonetano Siciolanle; di s. Mi-
chele Arcangelo, che Marocco dice fab-
bricata sulle rovine del tempio d'Apollo,
dandone certezza una lapide coll'epigra-
fe Ampollini Sacrumj e di s. Caterina
vergine e martire, il cui quadro dell'al-
tare maggiore rappresenta il suo marti-
rio colorilo dal Domenichino, secondo
Banco, ma Nibby crede tale tela per la tra-
scuratezza de' contorni e per una certa
stentatezza, piuttosto copia del Domeni-
chino e non originale come ritiene il vol-
go, bensì dice buon quadro di colorilo
Guercinesco quello esprimente s. Tom-
maso. Il più elegante e vago tempio di
non piccola mole, è 1* insigne e celebre
santuario situato fuori di porta Segnina
verso la sommila d'uno de' monti Lepi-
ni, distante circa mezzo miglio da Cori,
sotto il titolo di Maria ss. del Soccorso,
in cui profondamente si venera la sua
prodigiosa Immagine col suodivin Figlio
dipinta sul muro, la cui festa solennemen-
te celebrasi nella 1* domenica di maggio
con fiera franca per 8 giorni ; chiesa di
recente egregiamente abbellita con pit-
ture e altri ornamenti con ispesa non lie-
ve ; e per meglio godersi dadi vali quan-
i74 VEL
do si scuopre, vi fu collocalo dinanzi un
cristallo intero : il che si fa con almeno
12 lumi di cera accesi nelle principali so-
lennità e feste di precetto della C. Ver-
gine, dandone del suo scuoprimento pre-
cedentemente avviso il suono delle cam-
pane non solamente delle due collegiate,
ma dell'altre chiese di tutta la città; scuo-
prendosi pure per pubbliche e private ri-
chieste. Narrai! benemerito Marchiata va
suo storico che die occasione alla costru-
zione di questo tempio il seguente fatto
portentoso, secondo la pia e comune tra-
dizione esistente presso i corani, che os-
sequiano la' ss. Immagine come loro prin-
cipale e incessante benefica avvocata, illu-
strando eziandio con erudite note il suo
racconto, in uno al titolo che dà la Chiesa
di Soccorso alla B. Vergine, riferendo le
notizie delle ss. Immagini che con questo
bel titolo si venerarono e venerano in va-
rie città. Correndo l'anno \5i i e il i.°
maggio di sabato, mese e giorno in par-
ticolar modo consagrati a Maria Vergi-
ne, la fanciulla Oliva di circa 3 anni, fi-
glia di Giovanni e Santa Jannese coniu-
gi corani, contro il divieto della madre
sul mattino volle seguirla nel portarsi su
«letto monte a mondar nel campo le bia-
de; di ciò avvedutasi Santa retrocedet-
te per indurla a restituirsi alla casa, e la
figlia 1' ubbidì non senza ripugnanza e
pianto. Ma Oliva nel tornare indietro de-
viò dalla strada, e smarrita s'innollrò in
silo scosceso e ingombro di spineti, pie-
tre e cespugli: sopravvenne la notte e in-
sieme un orridoturbine, con dirotta piog-
gia, grandine e fulmini. La fanciulla ba-
gnala, tremante e piangente si ricoverò
sotto una delle lanle piante di ginestra,
di cui tuttora abbonda il monte, inutil-
mente chiamando l'aiuto della madre.
In questo desolante stato, all'improvviso
le comparve innanzi una maestosa Don-
na vestita di candido ammanto, da essa
creduta nell'oscurità la sua zia paterna,
per le carezze che le fece e per animarla
i non temete ed a cessar dal piangere,
VEL
con asconderla sotto il suo mantoeivi a«
morosamente trattenendola 8 interi gior-
ni. Frattanto i suoi genitori tornali dallo
campagna a casa e non trovata la figlia
sollecitamente si diedero a cercarla fra le
angustie, indi obbligati dal temporale a
restituirsi afflitti all'abitazione, restarono
agitati da tetri pensieri. Cessato il turbi
ne, di buon mattino ripresero le ricer-
che del cammino dalla fanciulla fatte
non meno in tutte le vicine campagne
inutilmente, onde inconsolabili la pian-
sero per morta. Passati 8 giorni, sul na
scer del sole fu rinvenuta Oliva nel lue
go stesso ove fino allora erasi trattenuta
tutta allegra e sana, da 3 corane che ri
candosi a caricar legna, se la videro coi
pari re loro innanzi lietissima. Sorprese
esse da stupore e da contentezza, alterna-
rono l' interrogazioni come ivi si trovas-
se e da chi fosse stata nudrita per 8
giorni. Rispose con semplicità la fanciul-
la. » Sono stata qui con una bella Signo-
ra, che mi ha fatto molte carezze. Essa ha
voluto che stassi qui con Lei tutti questi
giorni. Quando avevo fame o sete, Ella
ini poneva in bocca il dito della sua ma-
no: io Io succhiava, e mi sentiva tutta sa-
zia e contenta." Quindi le 3 donne, tutte
meravigliate dal racconto, attribuirono
alla B. Vergine la prodigiosa cura della
fanciulla, la quale tosto giubilanti e com-
mosse condussero a'suoi addolorati geni-
tori. Quale fosse la sorpresa e la conso-
lazione di essi, quale quella del popolo
pel riferito dalle donne e confermato re-
plicatamente a tulli da Oliva, si può im-
maginare e non esprimere. Generaleper-
tanto fu la pia credenza e persuasione,
che la Soccorritrice e amorosissima bella
Siguora, non fosse altrimenti che la gran
Madre di Dio e nostra Maria. Poscia Oli-
va con lagrime ripeteva di voler tornare
presso la sua cara Signora, per averle
detto d' amarla e di volerla sempre con
se. Fatto è, che dopo 3 giorni dal suo ri-
torno in casa, Oliva sorpresa da violenta
febbre, placidamente e con ilare vollo
VEL
morì, sempre chiamando la sun amabilis-
sima Signora che sul monte l'avea soc-
corsa, con nuovo e indicibile rammarico
de* genitori. Cosi ottenne Oliva di riu-
nirsi per sempre in paradiso nel]' eter-
no godimento della sua Signora. E anti-
ca tradizione.confermatadal vescovocar-
dinal Antonelli, che la B. Vergine pro-
mettesse a Oliva, che avrebbe soccorso
con ispeciali favori e grazie que' che si
fossero portati su quel monte a venerar-
la nella sua Immagine. Mosso il popolo
corano da questo prodigioso avvenimen-
to, fu premuroso di costruire nel luogo
stesso dove avvenne 1' apparizione della
creduta da tulli Maria ss. ad Oliva, una
non piccola cappella, la quale posterior-
mente ampliata divenne chiesa grande e
maestosa in onore della ss. Vergine, fa-
cendovi dipingere nel muro la sua divo-
ta Immagine, alla quale di cornuti con-
senso fu dato il titolo della Madonna
del Soccorso, in memoria di quello pre-
stato alla loro innocente concitladina nel
suo smarrimento. Indi per autenticare
il prodigio, i corani vollero che in detta
cappella fosse religiosamente sepolta la
fanciulla, a tale effetto ivi trasportata
dalla sua chiesa parrocchiale, acciò il suo
corpo fosse nel sito ove era stata in vita
soccorsa dalla celeste Signora espressa
nella ss. Immagine. Questa venne rappre-
sentata ricoperta di regio manto turchi-
no, cangiatosi poi nella più parte in co-
lore verde ornalo di varie stelle d'oro, ri-
piegatosulleginocchia ; è sedente in mae-
stosa e reale sedia, avente in braccio il
suo divin Figlio nudo e colla solita fa-
scia, in alto di stringerlo al seno, e colla
destra regge il di lui braccio destro in atto
di benedire. Due Angeli sul capo di loro
sostengono una regia corona. A pie della
B. Vergine nel sinistro lato e ricoperta
in parte del suo manto, si vede la fan-
ciulla Oliva prostrata con un ginocchio,
che rimirando ridente e piena d'affelto la
sua amorosa Liberatrice, si tiene stretta
colle mani alla sua veste. Sebbene il di-
VEL i75
piolo è semplice e rozzo, non lascia la ss.
Immagine d'esser bella, maestosa, e d'i-
spirare tenera venerazione a chiunque
divotnmente la rimira. II Marchiafava
passa a dire delle 3 tradizioni che si han-
no sulla ss. Immagine. Vuole la i.'che
dessa dipinta da molto tempo in un an-
tico muro e quindi trascurata, ricoperta
da terra, bronchi e spine, miracolosa-
mente si manifestò con apparizione ad
Oliva per essere ivi venerala; e che do-
po terminata la cappella, vi fosse dipin-
ta a fianco la fanciulla da mano diversa
e con colori più vivaci. Dice la i." «:he
eretta la cappella per porre in venerazio-
ne la disottei rata Immagine, il pittore de-
putato a restaurarla, dopo avere ricolo-
rito le vesti, nel porre il pennello nel sa-
gro volto di Maria, di repente divenne
attratto nel braccio e cieco negli occhi,
risanato poi per le sue preghiere alla B.
Vergine. Si ha dalla 3.' tradizione, che
terminata la grande cappella nel sito del-
la prodigiosa apparizione, fu commesso
ad un pittore di dipingere nell'altare la
Madonna: cominciato il lavoro, nel di se-
guente con istupore lo trovò compitocol -
la presente ss. Immagine da mano ange-
lica. Nondimeno il pittore per cupidigia
occultato il portento si fece pagare, ma to-
sto colto da fortissima febbre perde l'uso
delle braccia, onde riconoscendo allora
l'evidente meritato castigo, palesò la sua
viltà e il prodigio, per cui placata la pie-
tosa B. Vergine, gli restituì all'istante la
sanità. E però incontrastabile storia, che
crescendo ogni giorno il fervore e la di-
vozione del popolo verso la ss. Immagi-
ne, specialmente per le continue grazie
che ne riportava, si determinò con ab-
bondanti oblazioni di racchiudere la pri-
mitiva cappella con grande e maestosa
chiesa a volta reale, ampliando la mede-
sima cappella con magnifica e alta cu-
pola, e s'incominciò la fabbrica neh 634-
Vi fu eretto un bell'altare con corrispon-
deute prospetto di bellissimi marmi e si-
mili colonne dalla nobilissima corana fi-
1 76 V E L
miglia Buzi, e 4 laterali cappelle anch'es-
se u volta, con ampio portico anteriore
con 3 ardii corrispondenti alle 3 porle
(Iella chiesa, sulla maggiore delle quali
fu collocata l'effìgie in marmo della Ma-
donna. Con vistoso dispendio, anche pel
trasporto de'tnaleriali sul monte, compi-
ta la fabbrica nel 1639, fu segato il muro
ov' era dipinta la miracolosa Immagine,
sito che ricorda l'iscrizione e colle altre
del santuario (compostedal sullodatoMar-
chetti, e meritarono l'encomio del cele-
bre cav. Labus) riferita dal Marchiafava,
cioè tra le due cappelle di s. Lucia e di
s. Carlo, e venne posta nel nuovo pro-
spetto di marmo costrutto sull' altare e
racchiusa nella preparala marmorea nic-
chia con chiave e serratura, leggendosi
sopra scolpito in marmo nero: Miseris
Succurre Maria. Oltre l'altare maggio-
re^ sono l'accennate cappelle : la (.'de-
dicata a s. Anna, la 2.a a s. Lucia vergi-
ne e martire (anticamente quasi da tutti
visitata nella sua festa, recando ognuno
una candela di cera, che si poneva accesa
per consumarsi sopra un gran candela-
bro di ferro a più bracci; deplorando il
Marchiafava nella 2/ edizione l'intrala-
sciata pia costumanza, fa voti perchè si
rinnovi, ed io gli fo divoto eco in onore
della protettrice de'nostri occhi ! ), la 3*
a s. Carlo Borromeo padronato de'conli
Cataldi Tassoni, la C\* a s. Bartolomeo
gentilizia de'Ricci. Sebbene non del tut-
to ridotta a perfezione, la chiesa fu solen-
nemente consagrata a'2g gennaio 1 537
(nella 1 ,' edizione della Breve istoria leg-
go l'avvertenza del Marchiafava, che tale
consagrazione è della primitiva cappella,
perciò innanzi alla costruzione della chie-
sa, che però chiamavasi majoris allaris
et ecclesiae s. Mariae de Succursu de
Cora, e perciò fu consagrata Ecclesiam
etAltarem in honorem s. Mariae deSuc-
cursu) da mg.1 Lorenzo Santorelli ve-
scovo Politense sostituto del vescovo car-
dinal Piccolomini. Già eravi stala cano-
nicamente eretta ueliGo4 I' arcicoufra-
YE L
temila della Madonna del Soccorso ce
suoi statuti, con sacchi e mozzette biar
che contornate di fìttuccia verde collo
stemma del ss. Nome di Maria pe'confra-
ti, confermala e arricchita d'indulgenze
perpetue da Clemente Vili. Dal sodali*
zio fu stabilita l'annua e perpetua dota-
zione d'alcune (cioè due) povere e one-
ste zitelle corane pel maritaggio, consi-
stente ognuna in una veste di panno ver-
de, colore di quella della ss. Immagine,
ed in cedola di scudi 25, tuttora in vigo-
re. Allineile poi i molti divoti nel portar-
si a visitare il santuario, avessero nel lun-
go montuoso tragitto un riparo per ri-
covcrarsi dalla pioggia, nella metà della
via il sodalizio fabbricò una cappellina
coll'immagine del ss. Crocefisso. Erasi co-
minciato da alcune pie persone (fra le
quali il Ricchi con l'antro o piccola cap-
pella di s. Maddalena) ad erigere lungo
la strada la f'ia Crucis, ma solo 3 essen-
done state edificate a foggia di della cap-
pellina e quindi divenute dirute, con pio
divisamento il sullodato gonfaloniere Fo-
chi, dopo aver fatto costruire agiata e
comoda via conducente al santuario, la-
teralmente vi fece erigere i4 cappelline
per le stazioni della Via Crucis, onde i
fedeli possano esercitarsi nella di vota pra-
tica cammin facendo. Per la custodia
della chiesa e sua uflìziatura vi fu stabi-
lito un cappellano, Marchiafava lodando
precipuamente il zelante e degno sacer-
dote d. Giuseppe Morioni coranOjche per
24 anni circa funse l'uffizio. E per con-
tinua residenza vi fu collocato un eremi-
ta nell'ampia e comodissima abitazione
contigua, fra'quali si distinse il piissimo
Saverio Cupo napoletano, già fratello ge-
suita, indi dopo aver lasciato a Cori mo-
numenti di sua beneficenza, divenne sa-
cerdote e confessore del vescovo di Tivoli
mg.' Chiaramonti poi Fio VII. Lo stori-
co Marchiafava prova l'antica e costante
divozione a questo santuario de' corani
e de'popoli de'vicini paesi, massime nel-
le pubbliche calamità con processioni, i
\ E L
voli a ppe>i alle sue pareti pei* grazie ri-
lettile, le visite eie testimonianze de'car-
dioali vescovi ; notando che non manca»
no ricorrenti a quel fonte inesauribile ili
grazie (ed alcune ne li ferisce riconosciu-
le legalmente), che ascendono il monte a
piedi scalzi e persino colle ginocchia ; ol-
ire le processioni di penitenza, in alcune
delle quali I' arciprete predecessore suo
zio d. Gio. Antonio v' incedeva a piedi
scalzi per fare de'discorsi al popolo; e nel
1 83o-3 i molti confrati di Semionda ve-
stiti di sacco e col cappuccio calalo, die-
rono edificazione, col recarsi al santuario
processionalmente, cioè per circa un mi-
glio di strada montuosa e allora ancora
alpestre, disciplinandosi continuamente
con islroineuti di ferro ed effusione di
sangue. I marinari naviganti nel Mediter-
raneo, se sono sorpresi dalla burrasca nel
tratto di mare rimpetto a questo santua-
110, donde esso per la sua elevatezza si
scorge, invocano con fiducia il nome del-
la Madonna della Ginestra, titolo relati-
vo al narrato di sopra. Per le frequenti
offerte si potè formare un capitale colle
cui reuditesi mantiene decorosamente la
chiesa. No» mancarono ad accrescerlo
pii legali, anzi il corano Marc' Antonio
Pellachio gli lasciò lutto il suo patrimo-
nio, e nel portico del tempio se ne legge
la marmorea memoria del 1618. Inse-
guito fu rimosso il campanile dalla fac-
ciata della chieda, ed eretto sopra la sa-
grestia, e nel 1829 vi fu stabilmente co-
struita l'orchestra per situarvi l'organo
acquistato dall'encomiala arcieonfraler-
nila,comesi legge nell'iscrizione. Lungo
sarebbe l'accennare gli effetti di predile-
zione provati da'eorani, per la continua,
manifesta e possente protezione della Ma-
donna del Soccorso, ue'privati e generali
bisogni, inclusi vamente alla cessazione del
furioso incendio nel 1821, e poscia alla
inuahile preservazione dalla tremenda
pestilenza del cholera, per cui nel 1837
si fece pubblico e soletme voto perpetuo
del digiuuo nella vigilia di sua festa, e di
VOL. LXXXl.V
V E L 177
procurare l'elevazione al rito di r. "classe
ali 'uffizio proprio accordato da Pio VI e
Pio VII (procurato dal zelo e premute
del canonico decano d. Francescantonio
Marchetti priore per più anni del soda-
lizio), oltre altre dimostrazioni divole.
Ma la più autentica testimonianza e il
più glorioso documento della celebrità di
sì miracolosa Immagine, è l'essere stata
solenuementecorouata con quella del di-
viu Figlio, con corone d'oro dal capitolo
Vaticano, ad istanza degli officiali del san-
tuario, di tulio il clero e de'pubblici rap*
preseutanti, dopo aver fatto constare con
autentici documenti l'antichità, celebri-
tà della ss. Immagine e le numerosissi-
me grazie e miracoli per mezzo di essa
operati da Dio. 11 capitolo Vaticano de-
legò ad eseguirne la coronazione mg.1
Paolo Ciotti vicario generale di Velletri
e poi vescovo di Segni, che l'effettuò a'
2t settembre 1778. La decorosa funzio-
ne, con indulgenza plenaria accordata da
Pio VI per 8 giorni, le pubbliche dimo-
strazioni di gioia de'corani tulli commos-
si da tenera divozione; le pompe festive
ed i sontuosi addobbi del santuario,la pro-
cessione, il triduo, le luminarie, i fuochi
artificiali, l'accademia letteraria, le cor-
se de' cavalli ; tutto minutamente viene
descritto dall' accurato storico arciprete
Marchiafava, ri fereudo altresì l'iscrizio-
ne marmorea scolpita a perenne memo-
ria della fausta e gloriosa celebrata co-
ronazione, principalmente promossa dal
zelantissimo camerlengo del santuario e
benemerito per circa 20 anni, d. Pietro
Paolo Carucci dotto corano, a lui doven-
dosi pure la cura d'aver fatto tessere in
Roma i parati di damasco, poi aumen-
tali da'successori. Dalle monache si con-
serva ancora e si rifonde cou altro, parte
dell'olio arso nelle lampade innanzi la ss.
Immagine nelle feste di sua coronazione,
la cui unzione è efficacissima per sanare
gli animali dal morbo del verme. E qui
dirò col Marchiafava, che innurnerabili
sono gli esempi che sì leggono d'infermi
12
178 VEL
miracolosamente sanati per mezzo del-
l'unzione dell' Olio (J7.)} che arde nelle
lampade delle chiese avanti le ss. Imma-
gini, specialmente della Madonna, come
si Ua&slTràmbtW't, De ailtu Sanctorum,
Dissert. i o, cap. 37. Questi dice, ch'è sì
mitico e universale questo pio costume,
the gli slessi turchi vedendone ne'cristia-
ni i mirabili effetti, sogliono servirsi del-
l'olio delle lampade che ardono innanzi
1' immagini di Maria ss., e ne riportano
non piccoli benefizi. Parlando s. Gio. Cri-
sostomo di tali lampade, narra neW'Uo-
milia 33 in 31allheum, che a'suoi (empi
i fedeli tulli usavano ungersi nell'infer-
mità coll'olio che ai deva nelle chiese den-
tro le lampade medesime, e restavano li-
beri da ogni malore. Termina l'arcipre-
te Marchiafava l'edificante Breve istoria,
col riferire l' indulgenze plenarie e par-
ziali concesse pe'visitanli il santuario, da
Clemente Vili e Pio VI, nonché da Pio
VII, il quale dichiarò privilegiato l'ai-
tate della Madonna ; come si solennizza
l'annua festa della Madonna del Soccor-
so da'eorani (non più avendo luogo nella
processione alcuni uomini chiamati Bat-
tenti che si flagellavano a sangue per tut-
ta la lunga via che corre dal duomo al
santuario, indi da quel sodalizio medica-
ti e ristorati ; poiché per la gara di bat-
tersi più foi temente, divenuto una spe-
cie di pubblico spettacolo, furono proi-
biti nel 1762), anche colla fiera franca di
8 giorni nella piazza fuori di porta Se-
guirla ; e riproducendo l' iuno in onore
«Iella B. Vergine, e l'orazione con indul-
genza concessa dal vescovo cardinal Ales-
sandro Mattei a petizione di Vincenzo
Tommaso Marchetti. Nel mezzo della cit-
tà di Cori a Monte,ossia fra questo e Co-
ri a Valle, sorge la già pari occhiale an-
tichissima chiesa di s. Olivo vergine aua-
gnina, che da remoto tempo è la prin-
cipale patrona de'corani, i quali ne cele-
brano ia festa con fiera franca nella 1. 'do-
menica d'agosto (altre due fiere franche
Souo quelle della suddetta 2." domenica
VEL
di maggio, e de' 7 settembre per la fcita
solenne di s. Nicola da Tolentino che ce-
lebrasi a' 10). Del suo venerabile corpo
esistente nella patria basilica, in questa
sira chiesa si conserva un'insigne reliquia
rinchiusa in un braccio d' una statuirla
rappresentante la santa, con ramo d'oli-
vo in mano e corona in capo. Secondo al-
cuni, come notai, occupa l'area del tem-
pio di Giano, e le superstiti colonne ne
adornano la principale nave. L'opinione
del JNibby, che la chiesa abbia cambiato
forma, pure già la riferii. Aggiungerò con
esso, che il portico originale della chiesa
forma oggi una specie di nave alla cap-
pella del ss. Crocefisso, e la sua volta fu
dipinta a fresco da un artista bizzarro nel
secolo XVI (meglio nel XV), che ad una
immaginazione fervida non seppe accop-
piare né purità, né disegno, né un'ordi-
nata composizione. Egli vi effigiò fatti del
vecchio e uuovoTestamenlo, ed è curio-
so vedere come rappresentò la creazione
degli animali, e quella della donna. L'il-
lustre archeologo non sembrami esalto
nel dire, che un'iscrizione mostra la chie-
sa eretta dal generale agostiniano Mas-
sari, e ridotta nt! pieno suo splendore dui
cardinal Polo romano nel 1667. Osser-
verò, che in tal anno non esisteva cardi-
nale di lai cognome, del quale ninno fu
romano; quanto al l'operato dal religioso,
megli j lo dirò cogli storici patii». Sog-
giunge Nibby: La tribuna di questa na-
ve ha pitture dello stile di Pinturicchio,
che rappresentano la Coronazione incie-
lo della ss. Vergine. In generale, i cora-
ni tengono in gran pregio le pitture del-
le pareti di s. Oliva. Conviene che io pri
ma narri. I religiosi agostiniani calzali
Cori anticamente dimoravano nel con-
vento dell'Insito eretto nel secolo XI 11
fuori di [torta Romana, ove visse, morì
forse fu sepolto nel 1392 il veri, servo di
Dio Sante Laurienti da Cora, di cui
va procurando la beatificazione equipol-
lente: si venera in questa chiesa il suo ri-
trailo nel 1 ,° aitai e situato a sinistra nel-
VEL VEL 179
l'enlrare in essa dall'antica nave. A ino- de' vescovi e regolari,colla condizione che
livo del suo clima poco sano, al dire di il locale e suoi annessi fosse ceduto ad uu
Marocco, fu trasferito il convento in cit- istituto religioso insegnante. Di fatti, leg-
là, e nel sito antico si formò la villa de' go nel Giornale di Homade 18 ottobre
Fasanel!a,ora de'conti Cataldi-Tassoni. i853,cheilmunicipio di Cori nel lodevo-
le traslazione nella città segui nel i465 lissimo desiderio di provvedere all' istru-
per opera del rinomatissimo p. Ambio- zione religiosa , morale e letteraria della
gio Massari corano generale degli ago- gioventù (non mancava tuttavia Cori di
si iniani, celebre per dottrina e opere eru- scuole necessarie all'istruzione de'giova-
dite. Ottenne egli da Paolo li che fossero netti, come ricavo da Marocco), mediati-
soppresse due parrocchie, una di s. Lo- te il vescovo e legato cardinal Macchi, u-
renzo, la cui chiesa esisteva nel vicolo det- miliò preghiera al Papa Pio IX perche
to Bagnatolo, l'altra di s. Oliva, nella cui volesse destinare la chiesa e il convento di
chiesa collocò i suoi frali, e attribuì le s. Oliva ad un istituto religioso insegnar.-
rendite dell'estinte parrocchie. Il cardi- te. Ed avendo conseguito tale benefizio,
nal vescovo Estouteville, e protettore del- il gonfaloniere Giovanni Prosperi-Buzi e
l'ordine, aggiunse alla chiesa di s. Oliva gli anziani, con piena deliberazione del
l'altra navata a volta, come la parte pie- consiglio municipale,fecero pratiche pera-
cedente, colle ricordate pitture del Te- vere i chierici regolari minori; e avutili col
slamento; e nel 1466 da' fondamenti consenso del cardinal vescovo e median-
( Marocco riportando un brano di mss. tebeneplacitoapostolico, sul principiodel
municipale, questo dice il convento fab- 1802 poterono aprire le scuolein Coriaf-
bricato neh' anno i43g) l'adiacente va- fidate alle cure di si operosi istitutori. In-
sto convento (mentre edificava quello di oltre il municipio vide compiuti i suoi de-
li orna a'medesimi agostiniani colla chie- siderii, ch'erano quelli di tutti i cittadini,
sa), come scorgesi dal suo stemma inci- quando i chierici regolari minori poterò-
so in una delle colonne di marmo nel 110 aprire nella loro casa anche un colle-
corridore superiore del chiostro, e fuo- gio convillo:alIora cessò la condizione pie-
ri della porta d'ingresso del convento. Il caria dell'istituto in Cori, ed i religiosi ino-
detto chiostro è elegantissimo, tutto cit- delatori della gioventù co rana furono
condato di colonne di marmo detto di Fi- messi nell'aprile 1 853 al solenne possesso
lenze. Dice il Piazza che il cardinale nel de' beni destinati al mantenimento loro,
conventosi riservò uu comodo apparta- Le belle speranze concepiteda'corani non
mento (sopra I' antica nave della chiesa, restarono deluse, come apparve dal pub-
seri ve Ricchi), anche per uso de'vescovi e blico saggio dato da' giovani delle nuove
loro ministri ecclesiastici, onde i cardi- scuole a'3o settembre, mostrando quan-
nali vescovi di Velletri recandosi a Cori ta sia l'altitudine de'maestri novelli nel-
in esso dimorano anche al presente. Tut- l' insegnamento , e quante siano slate le
to il cardinale fece ad istanza del p. Am- loro cure per corrispondere alla comune
brogio, ni quale però voglionsi attribuì* espettazione, onde ammaestrare i giovani
re l'eseguite pitture e la nuova nave, di- corani nelle lettere, e educarli a'veri piin-
cendosi Coranus nella lapide che pose cipii della religione, senza cui è nulla o-
sulla porla del tempio, ed al convento la- gni istruzione scientifica. Nel seguente
sciolina biblioteca con iscelli libri; e pò- 1 8:>4 ' chierici regolari minori colloca-
co dopo nel 1480 fu tenuto nel medesi- rono nell'altare maggiore della chiesa di
ino un capitolo provinciale. 11 convento s. Oliva il bellissimo quadro esprimente
di s. Oliva fu soppresso a'3o giugno 1845 il fondatore loros. Francesco Caracciolo,
con decreto del cardinal Orioli prefetto egregiameuteopeiatodalgiovaueMarche-
i8o VEL
si (li Corsica studente di pittura in Roma.
E quanto all'istruzione pubblica qui ag-
giungerò, cbe esiste altresì in Con l'am-
pia e comodissima casa, con privala cap-
pella, delle maestre pie dell'istituto fon-
dalo dalla viterbese Uosa Venerisi , le
quali tengono pubblica scuola per le fan-
ciulle e ricevono anche a convillo le gio-
vanette, riuscendo assai proficue pel ze-
lo loro civile e religioso. Sulla cima del
monte di Cori, vicino alla collegiata de'ss.
Pietro e Paolo, e unito al palazzo già de'
marchesi CevaDuzi (acquistato e donato
a! monastero per ampliarlo dal beneme-
rito primario deputato mg.r Alessandro
I\].a Tassoni nel 1822, di che nel parlato-
rio è la lapide riferita da Marocco eoa
delta data, ma non come dice il Marchia-
fava che in tale anno il prelato 1' acqui*
sto, essendo già morto. Questo illustre pre-
lato nacque da Florido nobile di Fermo
e governatore di Cori pel senato romano,
da Pio VII nel 1802, fu fatto uditore di
Piota e nel 1816 suo uditore, morto in
Poma a'3 1 maggio 18 18, il cui Diario
nel n.°44>co"'L,mveisa'ene pianse la per-
dita, e lodò altamente qual giudice per sa-
pienza e integrità a iiiuno secondo, uno
de'più eccellenti iti dottrina, i.° splendo-
re dei foro romano, lasciando immorta-
le la sua opera, La Religione dimostra-
ta e difesa) è l'ani piissimo monastero del-
le Clarisse del terz'ordine di s. Francesco,
uno de'più. belli, ampi e ameni delle prò-
vincie di Marittima e Campagna. Fu isti-
tuito da un'altra viterbese la ven. serva
di Dio suor Lilia Maria del ss. Croceiis-
60 l'8 ottobrei 757, ed è il 5.° da lei fon-
dalo (uel voi. XXVI, p.191 e 192, par-
lando di questa serva di Dio, ne nominai
due, cioè quello di Viterbo, e quello di
Pionciglione che fu chiuso nella 2/ inva-
sione francese; gli altri due e tuttora a-
perli sono quelli della ss. Concezione in
Monte Santo diocesi di Sinigaglia,e quel-
li de* ss. Filippo e Giacomo apostoli in
Ischia diocesi d'Acquapendenle),sotto l'in-
vocazione della Madonna del Buon Con*
VEL
siglio e del patriarca s. Giuseppe; e colla
slessa nel i85o si cominciò la fabbrica del-
la nuova e compita omonima chiesa, più
grande e più comoda dell'antica, non cor-
rispondente più al monastero, la quale
venne stabilita per altro uso del mona-
siero , per munificenza del vescovo car-
dinal Macchi, come apprendo da Banco,
cioè vi contribuì con elargire copioso soc-
corso. Le Costituzioni per le Monache ec.
furono impresse in Roma nel 1 836 costi-
pi Vaticani. R.ilevo dal Marchiafava, che
il processo apostolico sulla fama di san-
tità, virtù e miracoli della ven. suor Li-
lia e sua beatificazione, fin dagli 1 1 mar-
Z01820 fu approvatodaPio VII (il Coni-
pendio della sua vita, stampato in Ro-
ma nel 1808 da un chierico regolare mi-
nore, dicesi del p. Quarantotti : già nel
1802 erastato pubblicato altro Compen-
dio, intitolato al cardinal York ponente
della causa); e di più loda la benemerita
badessa da 43 anni suor Maria Teresa
Prosperi* Buzi, anche per aver contribui-
to col tuo impegno e premura all'ampiia-
zione del ristrettissimo antico monastero,
coll'aggiùnla del suddetto palazzo. Altre
notizie le riferirò poi. Intantodiròcol me-
desimo scrittore, che in Cori in altri tem-
pi vissero molte terziarie agostiniane e
francescane, coli' abito proprio , celibi e
osservanti le regole nelle rispettive case,
specialmente nelle primarie. Senza diredi
altre chiese della città, farò menzione del
bellissimoe pubblico oratorio eretto nella
parrocchia della ss. Trinità dalla pietà de*
corani a memoria e onore del gran con-
cittadiuo b. Tommaso Placidi da Cori de'
minori osservanti, di cui poi riparlerò, con
disegnodel valente Nicola Giansimoni ve-
literno, contiguo alla stanza ove nacque,
a cui solo mancava da ultimo il prospet'
to esterno. Tale architetto oltre l'avere
prestato l'opera sua lodata gratuitamen-
te, per riconoscenza d'essere rimasto
leso da pericolosa caduta da cavallo DI
recarsi a Cori, legò all'oratorio una sot
ma per l'annua celebrazione di messe
VE L
stilli-agio della propria anima. Riferisce
Marchiata va, che di quest'ani pio e deco-
roso oratorio gettò la impietra ne'fouda-
oieti ti il conventuale mg.' Filippo Anto-
nio Dulia torinese vescovo di Zenopoli e
sulfraganeo d'Ostia e Velletri 1' i i set-
tembre 1792; indi solennemente bene-
detto e aperto alla pubblica venerazione
dall'altro sulfraganeo mg/ Geraldo Ma-
rioli vescovo d' Eie usa , I' 1 1 settembre
i832, dopo aver solennemente benedet-
te nella collegiata de' ss. Pietro e Paolo
due campane, una per la medesima e l'al-
tra per l'oratorio. Il quadro dell'altare
maggiore di recente egregiamente lo di-
pinse il lodato civ. Manno palermitano,
lappi 'esentando il Beato in alto di fare le
sanie missioni ad una turba di uditori»
Lo stesso artista e pel medesimo orato-
rio, per altro altare dipinse 1' immagine
di s. Hocco. Egli già nel 1827 avea dipin-
to stupendamente perla cappella del se-
nato romano in Campidoglio, dopo che
questo avea assunto il Beato per uno de'
suoi celesti protettori, il quadro descritto
e assai encomiato dal 11. ° 8 del Diario di
Uomo, del 1828, che pure riporta la la-
pide eretta nella cappella colla dichiara-
zione del quadro. Rappresentò il b. Tom-
maso , quando negli ultimi di sua vita
trovandosi in Cori nell* abitazione della
famiglia de' Marchetti presso il tempio
detto d'Ercole, che gli era carissima, con
un semplice taumaturgo segno di croce
istantaneamente guari il giovinetto Or-
tensio Marchetti d'un tumore carnoso che
gli rendeva deforme il volto e gli toglie-
va interamente l'uso dell'occhio destro;
il quale Ortensio in maggior età ebbe la
ventura di venerarlo fra'beali, e di predi-
care lo stupendo prodigio di cui era sta-
to soggetto. La beneficata famiglia fece
incidere più rami del Bealo e rappresen-
tare il miracolo dal bulino del sommo
BlorgUen, le quali incisioni il più volte 11-
eoulato Vincenzo Tommaso tìglio d'Or-
tensio, teneramente divolissiruo del glo-
rioso concittadino , umiliò odia riferita
VEL 181
circostanza a Leone XII, col cui benepla-
cito tutto erasi operato, insieme ad un li-
bro ascetico tutto vergato di propria ma-
no dallo stesso beato e autenticato dalla s.
e. de'Biti. A Uro quadro che esprime il me-
desimo prodigio esistcnella cappella oora
torio domestico de'Marchetti in Cori, de-
dicata a Dio in onore del suo veu. servo,
la quale gode il privilegio come la cappel-
la di s. Filippo del Palazzo Massimo in
Roma. Sono erette in questa città 2 ar-
ciconfraterniteei 1 confraternite,! cui con-
frati vestono sacco, stabilite alcune nelle
chiese parrocchiali e altre ne'pubblici o-
ratorii delle medesime, tutte uffiziate da
secolari. Sono l'arciconfraternite, quella
rammentata della Madonna del Soccorso,
e l'altra di s. Rocco. Sono le confrater-
ni te.agg re gate canonica mente all'arcicon-
fraternite di Roma, due del ss. Sagra-
melo, due del Gonfalone, del Suffragio,
della Morte, di s. Girolamo della Carità,
del Carmine, del Rosario, del Sagro Cuo-
re di Gesù , di s. Fraucesco di Paola. So-
dalizi senza sacco sono quelli della Cin-
tura di s. Monica, del Terz 'ordine di s.
Francesco, delle sorelle di s. Vincenzo de
Paoli, della B. V. Addolorala, del di Lei
Sagro Cuore e Patrocinio. Gl'istituti di
beneficenza e ospedali di Cori sono lodali
da un articolo i\t\V Album di Roma, inti-
tolato Co/v'jColla veduta della città dal la-
to degli avanzi del tempio di CastoreePol-
luce; articolo riportato nel 1. 15, p. 257,
ma qualificato dal vero amor patrio del
Marchetti, in una lettera a me scritta: O-
uore vote per Cori, elaborato, erudito, ma
alquanto esagerato; lodando seuza rimar-
chi quello di Nibby. Trovo nel Ricchi,
che in Cori furono fondati 3 ospizi, uno
pe'sacerdoti esteri, dalia pietà del capita-
no Lorenzo Cliiaiy, però a beneplacito
de' successoli suoi , i quali a suo tempo
continuavano la pia disposizione, sommi-
nistrando per due giorni abitazione e vit-
to. Gli altri (ìi\e si destinarono per rico-
vero de'miserabili passeggeri, a' quali se
infermi si somministrava il necessario dal-
»$a VEL
le confraternite del Gonfalone. Fin dal
settembre 1778 fu eretta in Cori una pub-
blica letteraria e poetica adunanza col no-
me di Accademia de' soci Intrepidi, e
ne fui. "custode il dotto e virtuoso gesui-
ta Felice di Dio napoletano, morto in ca-
sa de'Corbi dove abitò per molti anni, ce-
lebrato dal Marcbiaiava eziandio per ave-
1 ecomposto l'erudita ed elegante introdu-
zione in prosa nella fausta occasione del-
la coronazione della Madonna del Soccor-
so, die fu lai. "tornata accademica. Que-
sta solennemente si tenne in quel santua-
rio dopo il vespero del 3.° giorno del tri-
duo, recitandosi pure molti brillanti poe-
tici componimenti allusivi alla gioconda
solennità e di encomio alla prodigiosa Im-
magine, e intramezzati da vari concerti
d'organo e di stromenti da fiato. L'acca-
demia prese per insegna un albero d'al-
loro, con un fidmine accanto, e l'epigra-
fe: Ne quidem fulmina terreni. Dissi già,
ebe da Cori per la porta Roaiana e ame-
no passaggio si va a'vicini suburbaui del-
la bella e decorosa cbiesa ed ampio e con-
veniente convento di s. Francesco de'mi-
nori osservanti, situati in delizioso picco-
lo colle, e descritti dal p. Casimiro da Ro-
ma. In questo sito anticamente era lacbie-
sa di s. Margberita e il monastero delle
monache di s. Agostino, da esse abbando-
nali nel secolo XV, di maniera che si la
chiesa e sì il monastero erano prossimial-
la totale rovina. Il perchè dal comune di
Cora, amante de' figli di s. Francesco, fu
chiesto a Nicolò V il permesso di fabbri-
care nel medesimo luogo un convento a'
frali minori; ed il Papa non meno desi-
deroso di compiacere i corani, che di fa-
vorire i religiosi, ne commise l'ali ire a Ni-
colò di Lorenzo arciprete D. Marine de
Plebe, col breve Pia Deo, de'20 aprile
i45«. Sebbene l'arciprete procedesse per
rimuovervi Pietruccio Lodovici chierico
di Vellelri che aveali occupati, e ne pro-
nunziasse sentenza a'2 1 giugno, questa e
il breve non ebbero alcun effetto. Però i
Corani non abbandonarono l'impresa, fot-
VEL
s'anche per solenne voto fitto, ovvero per
sperare dall'orazioni de'francescani la ces-
sazione delle gravi e perniciose discordie,
da lungo tempo insorte tra'nobili e il po-
polo, onde temevasi che la città non aves-
se in breve a restare disabitala e con pre-
giudizio di loro anime. Laonde nel prin-
cipio del secolo seguente i corani fecero
nuove istanze al ministro della provincia
romana de'miuori osservanti, ed insieme
al proprio vescovo cardinal Riario, il qua-
le gli esaudì con diploma de' 27 giugno
l5i I, diretto Dìleclis Nobis in Chrislo
novem Bonis hominibus, concilio et Coni*
munì civitatis Corae salute/n in Domi*
no sempiternavi. Pertanto il comunecon-
segnò a' frati la piccola chiesa di s. (rio.
Battista,nèpiùsi parlò di quella di s. Mar-
gherita, di cui non è rimasto che il nome.
Già neh 5 16 i frali aveano preso posses-
so della chiesa, la quale solo abbracciava
lo spazio formante il coro e presbiterio
della presente, ludi i corani principiaro-
no la fabbrica del nuovo convento e l'in-
grandimento della chiesa , precisamente
nel sito detto Serrone, e con pia genero-
sità donarono pure case e possessioni,non
essendovi povero alcuno che non offrisse
qualche cosa per la fabbrica della chiesa,
il tutto ratificato dal comune con forma*
leatto del 1 5 1 7. Proseguendosi la fabbri-
ca del convento , fu chiesto a Clemente
VII il necessario beneplacito apostolico,
e lo concesse al ministro della provincia
col breve Clivi Universitas, de' 5 aprile
i5t.5, data che corregge l'errate da Gou-
zaga, Piazza, Ricchi e Nibby, attribuen
dolo essi ah 52 i,e mentre Clemente VI
fu eletto neh 523; errore ripetuto aneli
da altri corani moderni. Continuandosi
compiere le fabbriche della chiesa e d
convento, finalmente restarono perlezio-
nate nel 1628, sempre co'successivi soc-
corsi del comune e di molli particola!
tranne il nobile soffitto dell'unica uà
lodevolmente intagliato e riccamente d
rato da Luigi Guarniero, colla figura
s. Francesco d'Asisi uel mezzo, che pri
i-
ì
v i; l
cìpiato nel 167 3 ebbe fine nel 1676, con-
Iribuendovi precipuamente Ilosato Buc-
ciarelli. Per ullimo a'4 giugno 1686 la
chiesa fu solennemente consagrata da
mg.' Antonio Marinari carmelitano ve-
scovo di 'Pagaste e sulhaganeo di Velie-
tri. Quattro altari ornati di stucchi sono
dal lato dell'Epistola e altrettante cappel-
le da quelle del Vangelo, alcune delle
quali gentilizie, come quella dell' Imma-
colata Conce/ione della famiglia Luzj ,
di tutte rendendone ragione il p. Casi-
miro e riferendo l' iscrizioni della chiesa,
anco non più esistenti, in uno al copio-
sissimo catalogo delle ss. Reliquie e diver-
se insigni, tutte autenticate , oltreché vi
si venera il corpo di s. Vincenzo marti-
re. Esprime la tavola dell'altare maggio-
re la 13. Vergine in alto d'adorare il di-
vin Figlio giacente, con altri Santi a lato,
fra 'quali s. Gio. Battista. In questa chie-
sa i religiosi celebrarono la promulgazio-
ne del dogma sull'Immacolato Concepi-
mento di Maria Vergine, con esporre l'an-
tico e venerato suo simulacro, come no-
tai nel voi. LXXIII, p. 91. Il convento
è capace di molti religiosi, e nel 1710 da
Orvieto vi fu trasferito il noviziato. Nel
chiostro si vedono gli stemmi del comu-
ne e de'corani checontrihuirono alla fab-
brica e alle pitture. Il refettorio ha sedili
di noce adorni di belli intagli, e sopra i
pilastrini che girano intorno fr. Vincen-
zo da Bastiano, che celebrai in quel pa-
ragrafo valente scultore in legno, con mol-
la pazienza e fatica (con poco gusto dice
Nihby) scolpì le gesta dì s. Francesco d'A-
sisi. 11 vasto oliveto, ch'é a destra, uscen-
do dalla chiesa, ha il nome d' Insito, ed
in esso presso la strada da Cori a Cister-
na vedesi un piccolo edilìzio rotondo dei
tempi betti, ed una chiesuola dedicala al-
l'Annunziata sulla via medesima. Questa
appartiene al secolo XIV , e sulla parte
arcuata in forma gotica è un'epigrafe d'un
ispagnolo che invita a due un pater no-
slir per l'anima sua; e di fianco si vede
un'arma coi leone rampante. Questa cine-
VEL .83
suola conserva pitture rappresentanti sto"
rie del vecchio Testa iuenlo,di dello seco-
lo. Dice Nd>by: Buono e diligente è il con-
torno, l'espressione e il colorito indiano
bene la natura, ina le figure riescono gret-
te, e la mossa è stentata. Anticamente Co-
ri ebbe altre religiose famiglie, e due mo-
nasteri di monaci benedettini cassinesi, li-
no fuori della città a pie della selva nel-
la contrada ora detta Badia, la cui chie-
sa era dedicala a' ss. Erasmo e Clemen-
te, e se ne vedono i vestigi; l'altro mo-
nastero era dentro la città colla chiesa di
s. Maria della ss. Trinità, ora parrocchia-
le. Ambedue i monasteri colle loro pingui
entrate dipoi furono riuniti al monaste-
ro de'benedelliui di s. Angelo sopra Nin-
fa, ed in seguito a quello di s. Scolasti-
ca di Subiaco, i di cui monaci ritengono
il padronato della chiesa della ss. Trini-
tà, coli' obbligo di sua manutenzione. [
canonici regolari di s. Antonio abbate di
Vienna aveanoil monastero fuori di por-
ta Segnina colla chiesa di s. Antonio, ma
s'ignora l'epoca di loro introduzione; fu-
rono soppressi da Clemente XI V, quan-
do già non più vi risiedevano, e la chiesa
co'beni nel 1789 furono concessi da Pio
VI alle monache Clarisse di Cori , colla
privativa prerogativa di far benedire gli
animali nella festa di s. Antonio, che ora
celebrasi nella chiesa del monastero del-
le medesime, ove fu trasferita la bellissi-
ma statua del sauto dalla sua chiesa ove
si venerava, e in cui prima si benediceva-
no gli animali. Inoltre anticamente esiste-
va in Cori un monastero di monache a«
gosliniane fuori della città alle falde del
monte Corvino, sotto il titolo di s. Mar-
gherita vergine e martire, il cui ampio
fabbricato ora si possiede da'Della Porta,
e tuttora chiamasi s. Margherita. Fu esso
soppresso da Urbano III Papa morto nel
1 187, allorquando prescrisse la perpetua
clausura alle monache, meglio poi ingiun-
ta da Bonifacio Vili. Tanto narra il Mar-
cbiafava; ina quanto alle agostiniane de-
vesi leuere inconsiderazione quanto più
1 84 VE L
sopra dissi col p. Casimiro, sebbene pri-
ma di lui il Ricchi avesse raccontalo il ri-
prodotto da Marchiafava. Ma sui bene-
dettini è bene non tacete quanto ne scris-
se il p. Casimiro, comechè in parte di-
versifica dall'esposto con Marchiafava, e
conlienealtre notizie. Credono alcuni che
i benedettini avessero in Cori Monaste-
riunì s. Maximi Montis Corae, e inoltre
la chiesa di s. Leonardo; ma egli non ne
trovò sicuro riscontro. Non così può dir-
si del monastero della ss. Trinità, situato
circa 2 miglia fuori della città, oggi to-
talmente distrutto; poiché risulta dalla
cronaca di Subiaco, che Pasquale II ver-
si* ili i i4 loricevèsottola protezione per-
petua della s. Sede, e GregorioX nel 1275
l'unì all'altro celebre monastero di s. An-
gelo sopra Ninfa, detto pure s. Maria di
Monte Mirteto, fabbricato nel 1216 dal
cardinal Conti poi Gregorio IX. Nel 1288
il monastero della ss. Trinità essendo re-
stato senza monaci, il cardinal Latino Or-
sini vescovo ordinò all' abbate di s. An-
gelo che di continuo dovesse mantener-
vi 4 monaci e 2 conversi; ed in segno di
riverenza e di soggezione olii ire un cereo
di 4 libbre alla cattedrale di Velletri nel
gorno di s. Clemente; il che fu confer-
mato con bolla del contemporaneo Nicolò
1 V. Membro di tal monastero fu la chie-
sa di s. Maria del Monte , ossia della ss.
Trinità, la quale tuttavia riconosce l'ab-
bate di s. Scolastica. Nel secolo XIII ne
aveanocura 3 chierici, e penetrandoGre-
gorio IX che si volevano aumentare , or-
dinò alla chiesa in eodem numero esset
contenta. Pare che nella chiesa della ss.
Trinità vi fosse sepolto alcun abbate, poi-
ché il p. Casimiro riporta |? epitaffio del
pio abbate Alberto da Cori, morto col ti-
tolo di beato nel monastero di s. Angelo
secondo altri. Delle chiese eromitoiii che
nel principio del secolo XVI esistevano
ne'dintorni di Cori, si può vedere il Ric-
chi; e Marocco fa menzione della basilica
di s. Teodoro inCornnis finibus^ecoruln
di splendide pitture da Papa Sergio II.
V EL
L' origine de' primi abitatori di Cori,
come quella di tante altre città del vec-
chio Lazio, si perde nella notte oscura de'
secoli; tutta volta si sa, per attestato di più
autori antichi e moderni, riferiti dal Ric-
chi, dal Viola, dal Nibby, per non dire
d'altri, che Bardano ne fu il 1° fondato-
re, il quale fabbricò Dardania, poi appel-
lata Troia , circa il principio del secolo
XXV dopo la creazione del mondo, qua-
si corrispondente all' anno 1680 prima
dell'era nostra. In questo computo l'an-
tichità di Cori può fissarsi a circa 8 seco-
li innanzi la fondazione di Roma (F-). Co-
sì il Viola, illustre storico eziandio di 77-
voli^F.) sua nobilissima e celebre patria.
Egli soggiunge: Non essendo improbabi-
le che le volsche contrade e altri luoghi
deH'anticoLazio,prima dell'arrivo diDar-
dano fossero abitate da'siculieda altri po-
poli barbari, così 1' antichità de' primi a-
bilatori del Monte, dove ora siede Cori,
deve spingersi all'epoca anteriore dell'e-
sistenza di Dardano. Protesta Viola, che
quando si occupò a compilare la Storia
di Tivoli, concepì il pensiero di riunire
in pari tempo le memorie relative a Ca-
ti Ilo ed a Corace fratelli di Tiburto, e fi-
gli del vecchio argivoCatillo, il quale dal-
le colline soprastanti l' A niene cacciò i bar-
bari e v'introdusse l'incivilimento. Se
«cirsi furono i monumenti trovali di Ga-
llilo giuniore, non così gli avvenne per Co-
race , del quale conobbe: che fratello a
Tiburto, e marciando su!!' orme del ge-
nitore Catillo seniore, fin da'fondnmeuli
rialzò una città, che per l'origine vetusti!
poteva gareggiare con quella dal padre
suo costruita sulle rive dell' Auiene; che
un medesimo culto religioso nell'uno e
nell'altro era vigente; e che gli Dei pro-
tettori della città cui die il nome Tibur-
to, erano egualmente tutelari della città
da Corace restaurata. Conobbe altresì il
Viola , che Cori prima e dopo la fonda-
zione di Roma in modo luminoso ne' fa-
sti della storia figurava, e che ne' secoli
successivi allo stabilimento dell'era cor-
A' E L V E t .Ri
retile fu il' nomini dotti e illustri cos'i fé- vaio finn «'secoli più ci vilirznt i dell' i<n-
comla , che poche alta nel Lazio e nelle pero romano, e ne' successivi non soffrì
volsche contrade collocate, vantar si pò- variazione che nella sola ultima lettera
levano di pareggiarla. Allora \ iola si de- del MIO vocabolo dicendosi Cori. Secon-
terminò d'intraprendere la compilazione do però il Ricchi, il primitivo nome del-
delle Memorie storiche dì Carit ma con- la città fu Corito , nome del padre del
fessa che il suo intendimento o sarebbe fondatore Dardano, cioè Giove re d'Ita-
nffatlo mancato o terminato imperfetto, lia ; e fuggito Dardano da Coritó per a-
se un cittadino corano in suo soccorso vere privato di vita Jasio suo fratello
non fosse venuto. Avendo comunicato il maggiore, il dominio della città restò al
suo progetto all' egregio Vincenzo Mar- proprio figlio Corillo, il quale poi l'abban-
rhetti , già da lui conosciuto per un cit- donò, in uno agli abitanti, per non esser
ladino da vero amor di patria animato, vittima d'un ferocissimo serpente o dia-
si compiacque dargli de'lumi, sommini- go, nato dopo il fratricidio, e che secon-
tirargli dell'istruzioni e fornirlo di sehia- do l'oracolo riuscì a Corace d' uccidere,
ridienti e di non pochi materiali all'uo- Di questo laconico cenno, al molto che
pò analoghi e confacenti. De'quali aven- ne scrive Ricchi, il Vioia non ne parla,
do potuto il Viola profittare, ebbe lena sebbene citi il patrio scrittore, per conve-
di progredire nell'incominciato lavoro; e iure che Corace fu il 2.° fondatore e re-
se al termine di esso pervenne, allo zelo stauratore di Cora vetustissima città; poi-
e alla gentilezza di quel corano saggio e che la riedificò dalle rovine, la cinse di
dabbene se ne chiamò debitore, colla ri- mura e di fortificazioni, laonde e perque-
lerita precisa dichiarazione. Premesse sto e per la somiglianza del nome ne fu
queste nozioni, ripiglio col Viola il filo di creduto fondatore. Nibby.che dopo il Vio-
questi nnei cenni, e come tali ripeto l'av- la pubblicò la dotta stia opera, riportali-
vertenza, che anco nel Viola sono innu- do diverse testimonianze , queste dicono
merevoli l'autorità di scrittori colle qua- che i corani derivarono da Dardano tro-
li tesse la sua narrazione, che dalla brevi- ianoe fondatore di Cora, mentre altri at-
ta mi è vietato ricordare, ed in esposi pon- tribuiscono la fondazione a Coras o Co-
no leggere le tante iscrizioni cocane che race. Conclude Nibby, che secondo le tra-
riporta tllusfratecon moltissimeeruclizio- dizioni seguite da Plinio e da Solino, la
ni e critica. Nell'anno del mondo 2807, fondazione di Cora rimonta alla venuta
ossia circa tre secoli e mezzodopo Dai da- de'secondi pelasgi in queste contrade, cioè
no, approdi) sulle spiaggie latine l'arca- secondo i calcoli di Petit Uadel, all'anno
de Evandro , e con esso Catillo seniore l47° avanti l'era nostra, ossia 716 pri-
ntnmiraglio di sua flotta e figlio del fa- ina della fondazione «li Roma, e 70 primi»
WMO Anfòirao. Questo Catillo, a cui in di quella d'Ardea; l'anno medesimo che
Italia nacquero 3 figli, Tibullo , Corace si assegna per l'edificazione di Cosa e di
e Cattilo giuniore, dopo avere espulso gli Saturnia. E siccome Tirinto fu edificato
aborigeni . possessori delle colline sulle per Preto da' ciclopi l'anuoi379 avanti
quali sorge Tivoli, ne migliorò la forma, l'era nostra, e Micene da Perseo I' anno
x'introd.isse la civiltà, e l'abbellì col no- 1 3oo;quindi Cora, diehiaraNibby, è non
me del primogenito Tibullo. Il secondo- solo una delie più antiche città d'Italia,
genito Corace si portò a sollevare dalle ma una delie più antiche dei mondo. Se
rovine e rifabbricare la città di Dardano, poi vuoisi stare alla tradizione di Servio,
dalla barbarie de'lempi e dagli anni qua- il quale non dice Cora fabbricala da Co-
si distrutta, per cui prese quindi il nome ras, ma cos'i denominata da lui, rimonte-
di Cora j pome che «empie ha coiiser- rcbbela sua foiidazioneaU'anuoi 2 3o c.r-
i8G VEL VEL
ca innanzi la detta era volgare. Calmeli i rano e Spurio Vecilio lavinicse, con pie-
e Castellano sulla fondazione di Cora so- ni poteri per la pace e per la guerra. Qne-
no d'accorilo con Viola, e si può dire an- sta durò 5 anni, e nel i og di Roma si Ce-
cile il Nicolai, solamente variando il no- ce pace, conservando Cori e le città con-
me del padre di Cora ce, che chiama An- federate la loro indipendenza, i due duci
fiarao, mentre ne fu avo. Corace inlro- avendo corrisposto alla comune fiducia.
duate Ira'corani il culto de'numi dal pa- Merita osservazione la scelta di Anco,
die dati a Tìbur% onde i tiburlini e i co- poiché mostra che Cora si distingueva per
l'ani ebbero uniforme il culto ad Ercole potenza e per autorità. Espulso da Roma
segnatamente, ad Apollo, ad Esciilapio, il re Tar<|uinio il Superbo, abolita nel i\\
alla Fortuna. Anzi congettura Corradi- la regia autorità e proclamata la repud-
ili, che come i tiburtini a Tibullo , così blica, accorse a difendere il deposto Pori
a Corace i corani rendessero onori divi- senna re degli etrusci, che però fu allou-
ni. Vivendo ancora Catillo seniore ed i tanato dalle mura di Roma dall'ardite
suoi figli, seguì il famoso eccidio di Tro- imprese de'romani. In questi primi mo-
ia, e quindi l'arrivo d'Enea nelle spiagge violenti i volsci non ebbero parte, e pare
tli Lamento, neh' anno del mondo 2798 che non prima del 2 55 di Roma coinin-
e circa l'anno 1206 prima della presente ciasseroleostilità. Imperocché in tale anno
era. Nella guerra famosa dalia presenza la fazione degli espulsi Tarquini si procu-
e dalle pretensioni d' Enea suscitata nel io la confederazione di varie città volsche
Lazio (nel quale articolo trattai pure del- e latine,e mosse guerra a'romani,i quali fe-
ie 3 successive capitali del regno latino, cero tutti gli sforzi per evitarla mandando
Laureato, Lanuvioe Alba Longa), Ca- emissari a Cori e nell'altre città della le-
tillo e il suo fratello Corace fecero una lu- ga, ed alquanto ne spensero l'entusiasmo,
minosa figura; e dal testo di Virgilio, il Perciò nella campagna del 256 poco si o-
Viola ne deduce che Corace non avesse però, e nella seguente del 257 i romani
ancora lasciate le mura tiburline, peiciò avendo saputo che i volsci marciavano
presumibile, che la riedificazione di Cori per unirsi a' latini presso il lago Regillo,
e l'operato da lui su questa città, seguì questi attaccarono con furore e ne fecero
dopo terminata la guerra, perla quale E- orribile strade con completa vittoria. So«-
nea divenne possessore del regno latino, praggiunto l'esercito volsco nel dì seguenti
In quello del figlio Ascanio, da questi si te, spaventato della perdita degli alleati e
fabbricò Alba Longa, perchè Lanuvio se- del contegno de'romani, se ne tornòal suo
de e capitale del regno era incapace con- paese. I romani a vendicarsi de'volsci, nel
tenere la moltiplicata popolazione. Cori 258 spinsero un'armata nelle loro cani-
in quel tempo già figurava fra le prime paglie. Sorpresi i volsci dall' improvviso
città dell'antico Lazio, in quella parte assalto , procurarono di calmare il nemi-
compresa nel paese volsco. Latino Silvio co, esibendo in ostaggio 3oo giovanetti
successore d' Ascanio, per attaccarla a- delle primarie famiglie di Pomezin e di
gl'interessi di sua dinastia, vi spedì una Cora; il che dimostra quanto quest' ulti -
colonia d'albani. Alba Longa distrutta ma era rispettabile, doviziosa e popolata,
poi da Tulio Ostilio 3.° redi Roma, que- e somministrò i figli depiù ragguardevoli
sii intimò soggezione a Cori e all'altre co- cittadini. Ritiratisi i romani, i volsci vo-
lonie albaue, le quali ricusandosi, nel gè- lendo vendicar l' onta ricevuta, procura*
neral congresso al bosco di Ferentino de- ronsi segrete alleanze co'popoli circostan-
baerò difendere la loro indipendenza, ed li, per invadere gli stati romani, senza cu-
a tal effetto scelsero a comandanti deli'e- rare 1' esposizione in cui ponevano i 3oo
scredo Anco Publicio ragguardevole co- ostaggi. Cominciala la guerra, i volsci re-
VEL
slnrono rolli e fugati dal console Servilio,
ed espugnala Pomezia, i romani passaro-
no a fìl di spada gli abitanti giunti all'e-
tà pubere. Questo sinistro avvenimento
iecise eziandio della sorte de'3oo giova-
netti dati in ostaggio,che trovavansi inRo-
ina, da AppioClaudio fatti tradurre nel-
la pubblica piazza, battere crudelmente
con verghe e indi decapitare. E ben fa-
cile immaginarsi la costernazione e il lutto
cagionato alle primarie famiglie di Cori,
dalla crudele carneficina di tante vittime
innocenti. I romani quindi ridussero a co-
lonie latine le città di Cora e Pomezia,
spogliandole della loro indipendenza. Gli
aurunci confinanti de'volsci e loro amici,
nello stesso 2 58 mossero guerra a' roma-
ni, ed i corani e pometini irritati dalle pa-
tite sevizie, disertarono da'romani e si u-
nirono a'bellicosi aurunci per vendicarsi.
] collegati invasero il territorio romano fi-
no all'Alicia; dm furono completamente
battoli e costretti a precipitosa fuga. Quin-
di i romani marciarono su Pomezia , la
distrussero e venderono i coloni all'in-
canto, e pare che anco i corani fossero
così venduti. Negli anni 2^9 e 260 di
Roma continuò la guerra fra questa e i
•volscijnel i.°di tali anni fu espugnala Vel-
letri, e nel 2.0 fu preso Corioli, sotto le cui
mura il famoso Marcio Coriolauo die pro-
ve di rara intrepidezza. Alla guerra suc-
cesse nel 29 1 una fiera pestilenza, cheper-
cosse le contrade volsche, di Velletri re-
stando solamente la 10/ parte degli abi-
tanti. La vicina Cori non può non essere
stala a minore infortunio sottoposta, on-
de il contagio dovè recare al colmo le sue
amarezze. Nel 263 quando Cori e Velletri
appena cominciavano a risorgere dalie
sofferte calamità , il romano Marcio Co-
nolano fu dall'ingrata patria bandito. Ac-
colto dall' ospitalità de' volsci , porlo Ira
questi gli elementi di nuove guerre e ro-
vine. Divenuto capitano d'un esercito voi-
sco, marciò Cartolano alla volta di Rotila,
dilluudendo per tulio lo spavento e la
morte; e sembra che anco Cori restasse
VEL 187
in questa invasione compresa. Ma la pru-
denza de' suoi magistrali seppe disimpe-
gnarsi dal pericoloso frangente con un'o-
nesta capitolazione. Dopo tale avvenimen-
to può ritenersi Cora risorta dalle sue scia-
gure, e che fosse trattata dal senato roma-
no con ispeciale considerazione, per la sa-
viezza delle di lei antiche leggi, e pel ran-
go rispettabile che avea fino allora oc-
cupato. La repubblica romana, sul prin-
cipio del secolo IV di sua esistenza, formò
il codice di sua giurisprudenza, compreso
nelle famose XII tavole; 1 o di queste pub-
blicate nel 3o3, abbracciavano leggi di
Licurgo e Solone portate di Grecia. Le
altre 2 tavole furono farinate colla scel-
ta delle particolari istituzioni delle città
italiane a Roma più vicine, fra le quali
si annovera Cori, onde il Volpi esclamò:
Tania Coranoruin aequitatis ac justi-
ti ae fama, aptid romanos allattando Ée»
nuit. Le città volsche tuttora indipenden-
ti, o diventate colonie romane, cercarono
di tanto in tanto di rinnovare l'ostilità
contro Roma; ma finalmente nel 367 con-
quistate dal dittatore Furio Camillo , il
loro paese fu ridotto a guisa di provincia
romana. Frattanto i corani, oltre i nomi-
nali Numi, ad altri resero culto; tali furo-
no Castore e Polluce, a'quali il primario
corano Marco Calvio fabbricò col denaro
sagro il discorso tempio, con magnifico
portico sostenuto da 60 colonne di dori-
ca, corintia ed etrusca architettura. Pre-
tende il Volpi che in Cori si rese culto
pure ad Eolo e Giano; fors'anche a Dia-
na: certamente a Cerere , a Proserpi na,
a Bacco; pare altresì a Igiea , ed a Leu-
cotea sotto il titolo di Madre Sfatata; il
Sole vi ebbe splendido tempio. Diverse
dell' indicate deità furono introdotte in
Cori e in altre città volsche dopo il 367
da'romani; poiché ordinariamente il cul-
to religioso de' vincitori diveniva comune
a' popoli vinti. Le ragioni prò et coatra
e le illustrazioni del Viola, a me non è
dato riportare. Dopo la narrata conqui-
sta, sembra che per alcuni anni le popò-
iRB V E L
limoni volsrhe soffrissero ras«egnnte il
giogo imposto loro dalla repubblica roma-
na; ma nel 4^5 il famoso Vitruvio Vae-
rò privai nate tentò di ridestarne le spe-
ranze e l'ardore marziale. Cominciali con
qualche successo i concepiti disegni, non»
dimeno i corani vista la debolezza della
di lui causa, e con essi la maggior parte
de'volsci, non si fecero strascinare dall'in-
considerata ribellione; per cui Vitruvio
dispeiatamente si gettò a devastare lestes-
se città vobehe, fra le quali Sezze, Cori e
IVorba. La repubblica spedì in loro soc-
corso il contote Papirio. Nel 5^1 mar-
ciando il cartaginese Annibale alla volta
di Roma, il proconsole Q. Fulvio, essen-
do sicuro della lealtà de'oorani e di altre
città lungo la via Appio, fece in esse riti-
rare i presidii e preparare le vettovaglie.
In siffatte pericolose posizioni del gover-
no romano, anche i guerrieri corani pu-
gnarono sotto lesue insegne. Però nel 544
e dopi» 8 anni dacché i romani trovavan-
si affaticati dall'armi vittoriose del formi-
dabile Annibale, alcune colonie, fra le
quali anche Cori, essendosi rese esauste
d'uomini e di denaro, né potendo più reg-
gere al peso delle continue e forti requisi-
zioni, cominciarono a disgustarsi d' una
guerra così rovinosa e a mormorare con-
tro Roma altamente. Queste lagnanze de'
corani e d'altre impoverite popolazioni,
lesero inutili le premure del senato per
ottenere nuovi sussidii; ed esso tacque per
non accrescere il numero de' suoi nemi-
ci, sebbene dopo la vittoria de* romani al
Metauro, Cori e le altre colonie furono
nudiate di dare il doppio de' soldati già
forniti, aggiungervi i 20 cavalieri, o 3 fan-
ti per ogni cavaliere che non avessero po-
tuto dare, e pagare 1000 assi di bronzo
massimo ogni anno. Livio ciò narrando,
chiama Cori tra le colonie romane, anzi
due anni prima la novera tra'municipii;
ma avanti del 663, in cui lìi pubblicata la
legge Giulia , le colonie e le stesse città
confederate chiamava liti promiscuamen-
te ancora municipii. Quanto a Cori, me-
V EL
glio è ritenere che fosse allora colonia
romana soltanto, e di tale grado ne fau-
no testimonianza più marmi antichi ; e
Nibhy difende Livio dall' apparente con-
traddizione, perchè fiorendo a' tempi di
Augusto, Cori era già divenuto munici-
pio. E soggiunge Viola, neppure può met-
tersi in dubbio che una volta fu anche
municipio romano, come risulta da altri
marmi, cioè nel secolo VII di Roma. Nel
680 seguì la ribellione di Spartaco, ma
Cori si tenne prudentemente attaccala
agl'interessi della repubblica, per cui fu
molestata dalle sue militari scorrerie, che
faceva per tutta la Campania: però Nib-
by dubita che propriamente Cori sof-
frisse da quell'orde. Cori dopo essere sta-
ta colonia albana, latina e romana, non
che municipio, se sussistesse l'opinione del
Panvinio seguila dal Volpi, avrebbe indi
minorato di condizione e si sarebbe final-
mente ridotta all'inferiore stato di prelet-
tura, nel principio dell'era nostra e sotto
l'impero di Claudio. Viola riporta ragio-
ni per non doversi credere tale opinione,
e perciò più probabile che Cori siasi lun-
go tempo mantenuta nello stalo di muni-
cipio romano. Il Piazza, seguito dal Ric-
chi, sull'autorità di Giulio Ossequente,
De prodiga suppone che nel consolato di
Appio Claudio e P. Metello scaturissero in
Cori dal suolo de'rivi di sangue; poiché il
Piazza ravvisa Cori nel nome di Caurae
o Caura , in cui avvenne il portento.
Niun altro degli antichi o moderni scrii
(01 i chiamò questa città con tal vocabo-
lo. Rammento avere in principio riferite
col Nibby, che 88 anni avanti la nostri
era , Cori restò devastata dalle centi
Mario, per avere con altre colonie segui-
to il partito di Siila, il quale poi la fece ri-
sorgere dalle sue rovine. Seguendo pei
questo paragrafo il metodo di Viola, che
discorre degl' illustri corani cronologica-
mente secondo I' epoche in cui borirono,
qui dirò essere mollo probabile, chesnl fi-
ne del V o sul principio del VI secolo di
lionta, quivi si stabilisse la famiglia Po-
VEL
Jjlicii proveniente ila Cori, forse dello sti-
pile del sutnmentovalo Anco; è poi indu-
bitato che tale famiglia romana derivasse
da Cori, ed ebbequegii illustri che descri-
ve Viola. A Caio Publicio, (iglio del tri-
buno della plebe Lucio, il popolo roma-
no decretò ad esso e suoi posteri la facol-
tà di potersi seppellire in Rouia , e ne fu
a spese pubbliche destinalo il luogo pres-
so il Campidoglio. Gli avanzi del sepolcro
esistenti e formati di grandi quadri di
pietra tiburlini, li descrissi nel voi. LX1V,
p. i 38. Olire la famiglia de'Poblicii, nou
minor gloria recò la Oppia egualmente
originaria della medesima ci Ila, della qua»
le si conosce Caio Oppio sesloviro augn-
atale, nominato nell'iscrizione relativa ad
Esculapioead Igiea; mentre qnatuorviio
augustale fu Marco Turpilio che in Co-
li dedicò il tempio di Cerere e di Proser-
pina. Durante la famosa proscrizione del
triumvirato di Marc' Antonio e de' suoi
colleghi, la storia la menzione d'uno del-
la famiglia Oppia, che involto fra gli or-
rori di quella , fu salvato dall' amorosa
pietà d'un figlio iti un modo singolare; il
quale portò il vecchio padre sulle spalle,
finché il trasse fuori della città, econ gran-
dissima fatica, fuori di strada e per luoghi
occulti, lo condusse in Sicilia. Fu sì gran-
de la compassione che destò in tulli si mi-
rabile pietà figliale, che niuno ne impedì
il cammino. 11 popolo romano lodato il
giovanetto, lo creò quindi edile: e perchè
le sostanze paterne erano state confiscate,
e non poteva supplire alla spesa che por-
ta va siila Ita magistratura, gli artefici con-
tribuirono a tale spesa con tanta genero-
sità e magnificenza, che al giovane Op-
pio nou solamente fu data la facoltà di
poter spendere quanto bisognava per ce-
lebrare i pubblici giuochi, conformemen-
te alle leggi edilizie, ma gli avanzarono
tante somme, che rimase ricchissimo. Un
Caio Manueio cittadino corano fu eccel-
lente nell'arte mimica, e perciò appellato
archìmimo, e secondo alcuni pare fiorito
prima assai d'Augusto,al cui lempo alcuni
VEL 189
vogliono introdotte le rappresentanze mi-
miche; altri a motivo del vocabolo, me-
glio lo dicono vissuto nel i.° secolo di no-
stra era o anche dopo. Cessato il trium-
virato diMarc'Anlonio,cagione funesta di
tante stragi e della perdita di lauti uomini
illustri, surse finalmente un nuovo ordi-
ne politico di governo, collo stabilimento
dell'imperiale autorità fondata da Augu-
sto. Quanto alla condizione di Cori, al
riferire di Volpi, dopo lo stabilimento del
grande impero e nel i.° secolo dell'era
corrente, sarebbe divenula un mucchio
di rovine, mentre a'tempi di Claudio la
dice ridotta a prefettura e perciò esisten-
te. Viola nell'esaminare la contraddizio-
ne del racconto, dichiara essere indubi-
tata 1' esistenza di Cori sotto l'impero
d'Augusto e de'suoi successori, e di con-
seguenza nel i.° secolo di nostra era sus-
sisteva in uno slato soddisfacente. Ne pro-
duce le prove, fra le quali il restauro del
tempio d'Ercole, per la vecchiezza mi-
nacciante rovina, per opera di Marco Cal-
vio, che il Viguoli disse averlo fabbricato
di pianta; e l'esistenza d'altri culti in pie-
no vigore, per altri restauri eseguiti, co-
me di M. Turpilio, perciò eranvi cittadi-
ni molto facoltosi, e la città tuttavia era
florida. Soggiunge Viola, se dovesse cre-
dei si alla volgare tradizione, il famosoPon-
zio Pilato governatore della Giudea a-
vrebbe in Cori esercitata la carica di pre-
tore , ed avrebbe posseduto eziandio nel
di lei territorio una villa, di cui si presu-
me osservarsi anche a'giorui presenti del-
le notabili reliquie, ossia ne' sotterranei
della vigna dell'arciprete Alessandro Pic-
chiotti a'tempi di Laurieuli corano, auto-
re deU'IIistoi we Coranae mss., per cor-
ruzione di vocabolo: quae Coesa Pondi,
quasi Casa Pondi voc.atur. Ma questo
fatto è cos'i privo di prove, e sterile di
monumenti atti a fissare l'attenzione de-
gli eruditi, che lo stesso Laurieuli ridusse
la cosa a semplice congettura. Il Volpi poi
caratterizza il fitto medesimo per un rac-
conto favoloso. Leggo in Ricchi: E degno
igo V E L V E L
d'osservazione lo smisurato edifizio for- lettera di Pilato o di Lrntulo .mila ili-
malo ili macigni addossato a pie dell' a- irìna persona del Redentore. Indi segui
spia rupe che va piegandosi nel giardi- a confronto quella nel 1816 stampala in
no del già convento degli agostiniani, vo- Roma da Guglielmo Mai. zi oe'suoi: Te-
lendosicheivi poggiasse il fastigio del gran sii di lìngua tratti da' endici della Hi-
palazzo della curia antica, in cui il volgo blioleca Vaticanae. volgarizzala nel 3oo.
sparse voce che fosse la residenza del presi- Nibhy puhhlioò la lapide incassala nel mu-
derai la to,nel governar Cora avanti d'ema- 10 del campanile di s.Maria,d'un liberto di
naie l'iniqua sentenza contro l'innocente Claudio, che prova essere stata allora Co-
Gesù. Congettura e menzogna, che Rie- ri municipio, nominandovisi il senato e
chi dice comprendersi da s. Luca, e da popolo corano. Dice Marocco, che Nerone
Cornelio a Lapide che scrisse, Pilato al* fece strage di Cori, e poi recanciovisi ne
tro noti significare che preside , rettore, provò diletto per la sua ubicazione, eli-
podestà o principe. Menzogna einvenzio- ma salubre e celebri vini, onde vi si por-
ne dice il grido diffuso ne' dintorni , col tava neh' estate. Viola dice, egualmente
chiamar Cora patria dello stesso Pilato, favolosa si deve credere la pretesa male-
ch'ebbe i natali in Lione di Francia, dove dizione data da s. Pietro principe degli
pe' molli suoi delitti rilegato da Tiberio Apostoli al popolo di Cori, perchè mole-
in luogo da essa alquanto distante presso stava gli abitanti di Vellelri; quale ma-
ini lago, vi morì miseramente in obbro- ledizionesupponevasi risultare da una peti
brio a tutte le genti cristiane, e forse gamena esistente Dell'archivio veliterno,
s'uccise di propria mano, secondo gli scrit- come segue accennata da! Piazza a p. 48
tori che adduce. Un erudito della proviti- della Gerarchia Cardinalizia. » V'ha
eia , in argomento mi donò un mss. con non improbabile opinione che quivi (in
questo titolo. •■ Copia di lettera e seuten- Cori) piantasse la fede s. Pietro, onde è
za rinvenuta nell'archivio dell'antica città che la chiesa più antica di delta città sia
di Cori, dove Ponzio Pilato ha dimorato dedicata al medesimo santo. Altri disse-
per qualche tempo dopo di esser fuggito 10, che pe'luoghi vicini a Roma fosse de-
da Gerusalemme". In fine vi è pure la stipato s. Cleto Papa, e che quivi pure vi
copia della sottoscrizione per la legalità piantasse il primo la religione cristiana;
dell'estratto dall'archivio di Cori, di San- uè vi è mancato chi ha asserito che nel-
le Lorenzo Cicinelli corano nota 10 pub- l'archivio di delta città vi fosse una scria
blico, colla data 25 noveinbrei 757. Ma tura in carta pergamena, nella (piale
ammesso e non concesso che Pilato fos- stava registrata una maledizione data da
se stato in Cori, non per questo alla città s. Pietro a que'di Cori, perchè molesta-
può derivarne affatto alcun disdoro; co- vano i popoli Veli terni ". Anche a que-
me non lo recò alla celeberrima Gerusa- sto fatto, aggiunge Viola, mancano prove
leinnie, oggetto della uuiversaledivozione e monumenti sicuri. Ma io a favore di
del cristianesimo, ed emporio di glorie Cori dirò di più. Riscontrato il Piazza, e
sagre e civili. La lettera scritta da Pilato trovato citalo il veliterno Theuli, ecco il
in Gerusalemme, o da Lentulo nflìziale riferito da questi a p.i35,nel narrare chi
romano, a Tiberio e al senato romano s. Pietro scorrendo l'Italia per piantarvi
intorno la divina persona di Gesù Cri- la fede, deputò alla cura de'fedeli di Ro-
sto, lenula evidentemente apocrifa, tro- ma Lino e pe'luoghi couvicini Cleto. »Da
vasi in latino in non pochi codici delle li- questo faccio argomento, che Pietro o nel
brerie di Roma, llch.cav. Salvatore Bel- partire da Roma o nel venir da Napoli,
ti pubblicò nel t. 20, p. 43 <ie\V Jllmm istruisse nella fede di Cristo li popoli Ve-
di Roma un articolo intitolato: Supposta lilerni; se nou vogliamo dire, che fosse
V E L
Cleto, deputalo ni medesimo elìcilo ne'
luoghi viciui. il pentimento del d.' Quin-
tiliano Crespini, figlio di Valerio dottore
di legge, clie fioriva nel i 4°/5, significato,
mzi con giuramento attestato da Gaspare
Caldini gentiluomo velletrauo, persona
già nonagenaria, perchè egli non avea
dall'archivio di Cora, mentre era colà giu-
dice, pigliata una scrittura in carta per-
gamena, nella quale slava registrala una
inai. dizione , the s. Pietro dava a quelle
.genti (ina quali ? ) che molestavano li pò-
.poli Velitei ni : mi la tultociò persuadere;
,ma mi rij orto però al vero, perchè con le
I diligenze usale, non s'è potuta ritroverà
scrittura tale". 11 Marocco riporta un do-
cumento, che dice esistere nell'archivio
[di s. Angelo in Pescheria di Roma , di
ICeneioCaoKrario, e perciò del secolo XII,
;in cui si le"»e die anticamente i corani
DO
Ìe i veliteini erano in confederazione, e
viveano insieme congiunti con amore più.
che fraterno. Prima di lui scrisse il llic-
I
chi su questa assetta maledizione, sem-
brare inverosimile, per essere stale sem-
pre le ciltà di Coii e Yelletri collegate
insieme , donde nacque il proverbio di-
,vulgatis8Ìmo: Chi (acca Core, tocca Vel-
tetri, li ciò si deduce ancora dogli scam-
bievoli capitoli degli statuti Corano e Ve-
litei no che riporta , sulla molla di quel
corano che avesse offeso un veliterno e
Ricevei sa. Anche l'altro e recente veliler-
pio Bauco afferma, che per sentimento di
vetusti e moderni scultori si deve cre-
dere che il principe degli Apostoli s. Pie-
ilio piantasse la (eòe cristiana in Cori,
onde la i ." chieda edificata da'eorani fu a
lui intitolala. La più abbracciata opinio-
ne è che s. Pietro patì il martirio nel-
J'anuo 69 dell'era corrente, cui successe-
ro nel pontificato i nominali s. Lino in
dello aimoe s. Cleloiiell'anno 80. Inane-
,sto secolo e nel seguente, scrive Viola, la
«miglia Oppia originaria di Cori, conti-
nuò a produrre uomini distinti, riprodu-
cendo le lapidi con dichiarazioni, dalle
quali si ricava che uu rumo si stabilì nel
VEL 19 r
Piceno, e molti di esso figurarono special-
niente iu Osimo, come Caio Oppio Bas-
so della tribù Velina (alla l'apiria appar-
tenne Cori, come trovo nel Ricchi), a cui
furono innalzate statue; ed una anco a
Caio Oppio Sabino; Marco Oppio Capi-
tone, che figurò sotto Antonino; Caio Op-
pio patrono dellecolonie Tolentina ed E-
sina;Oppia Prisca eresse la tomba al figlio
Caio Oppio Palinole pretore e questore
d'Osimo; Marco Oppio patrono della co-
lonia d'Alife, e ivi pure Lucio Oppio Pri-
sco; e Sesto Oppio Prisco fu patrono in-
comparabile del municipio di Tivoli, che
gli dedicò una statua. Circa la medesima
epoca e sotto l'impero di Commodo fiorì
il corano Marco Silaccio della tribù Col-
lina, la cui rinomanza e meriti si diffuse-
ro per l'impero romano, avendo dato lu-
minose prove del suo valore militare nel-
la Spagna, Betica, Bretagna, Germania,
Italia e in Roma stessa. Mentre le ricor-
dale famiglie tanto lustro recavano alla
città di Cori, donde traevano l'origine, si
vuole che Papa s. Urbano I nel 227 in-
viasse in Cori Pietro Diacono e altri ve-
scovi a predicarvi la fede di Cristo. Gli
scrittori corani ne desumono la prova dal-
l'iscrizione che riporta Viola ancora, scoi -
pila in un marmo antichissimo, secondo
il Laurienti, e riprodotta neh 556 sulla
restaurala porta di s. Oliva : Ile in Ci-
vita te Coranam, et praedicate Chris tura
Crucifixuin. Sostengono i corani, che uri
tempo nella loro città vi fu la residenza
del proprio vescovo, e da tempo imme-
morabile nella chiesa matrice o duomo
esisle il trono episcopale formato di pie-
Ira antica. Dichiara I Ughelli TN&ì'ItaUet
sacra: Cora alane Cisterna urbes olim
jueritnt Episcopale». Altrettanto attesta
il cardinal Corredini, De Civita te et. Ec-
clesia Selina. Lo conferma il numero-
so novero di vicari generali del vescovo
di Vellelrijche vi dimorarono con pie-
na giurisdizione vescovile, riferiti dal Ric-
chi, Reggia de' f'olsci, lib. 2, cap. 17, Go-
verno Ecclesiastico, ed alcuni de' quali
r§a VEL
si leggono nel p. Casimiro tla Roma; l'a-
hiiazmne episcopale esistente contigua al-
la chiesa di s. Oliva, e la mensa vescovile
costituita in fondi instici nel lerriloi io co-
rano, die si gode dal proprio vescovo di
\ elletri, alla cui giurisdizione fu sotlopo-
sia Cori. Sebbene voglia obbieltarsi, die
non si rinviene alcun vescovo di Cori in-
tervenuto a'coucilii e molto meno sotto-
scritto, conviene riflettere che ne' secoli
primitivi della Chiesa di frequente tro-
vatisi erroneamente designali i nomi de'
■vescovi, e del pari le città e le loro sedi
fallacemente espresse, lo falli il cardinal
Corradini nella citala sua opera, a p. i \ i ,
lo dimostra ad evidenza con dire: Qttip-
pe ibi reperitili- subseriplus Polentiuus s.
Ut lliternensis Ecclesiac Episcopus prò
/ eliternensis, Amabilis Episcopus s.
Hortctisis EcclesiaeproHosliensis, Fir*
minus s. Bleranae Ecclesiae prò Cora-
nae. Avverte il p. Casimiro da Roma, che
errarono pure gravi scrittori nel nomi-
nare Cori, che in latino dicesi Cora, Co-
rat, e in italiano Cora e Cori. Eppure nel
gran Dizionario di Mar liniere viene ad-
ditata Coria, Corine j ed in altri 67*o-
rae, Chorarum, o Corae, Coraruitij ed
anche volgarmente Core, Chori e Co-
rioli, confondendosi colla città di Corioli
non più esistente. Quindi lo stesso p. Ca-
simiro da Roma nelle Memorie, e il Ti-
raboschi uella Storia della, letteratura,
il i .° riportando un'iscrizione, e il i. "cele-
brando il suddetto Ambrogio Massari da
Cora, questo ancora fu detto Cafiolano,
e tale io pure lo nominai nei voi. XLIX,
p. 5o, seguendo iNovaes, Dissert. t. i, p.
254, auz' roi astenni dal ripetere le sue
parole, non Corano. Dipoi il Novaes av-
vertilo dell'errore da d. Alessandro Mar-
chetti, si rettificò, ma lo fece con nota po-
sta dopo V Imprimatur del tomo , perciò
solo adesso me uè avvidi. Ecco dunque
perchè con precisione non si rinvengono
i vescovi corani, come mi scriveva Vincen-
zo Tommaso Marchetti e aggiungendo :
Che in un aulico codice eh' esisteva uel-
V E L
l'archivio del duomo di Cori, leggevano
alcune firme di vari vescovi della mede-
sima città, ed in un ceremoniale era no-
tato il vescovo corano che l'ebbe in uso.
De' tempi a noi più vicini trovasi netta
cancelleria vescovile di Velletri, decorala)
col titolo di Concattedrale la principale
chiesa di Cori. Conviene Calindri nell'af-j
fermare che Cori nel secolo XI 1 avea il
suo vescovo, e Marocco riconosce che la
città anticamente era onorata della sede:
vescovile. Ad onta che Cori fosse vetu-
stissima città, e poi anche città vescovi-
le, nondimeno come altre simili talvol-
ta fu chiamata Terra e Oppidum , che
aulicamente fu sinonimo di Città. Inse-
gna Quintiliano, SolamRomames.se, l r-
beni, coetera Oppida.S\ pouuo vederegli
articoli Terra e Urbs. Qui appresso di-
rò 1' opinione di Vioia sulla sede vesc
vile di Cori; però quanto al grado di
là, di recente dichiarò il velilerno Bauc
Cos\ fu riputata costantemente città fii
da'tempi remotissimi; e tale confermi]
poi da'sommi Pontefici fino al preseni
Riferisce Ricchi, che Costantino I impc
ratore dopo aver accordato a'eristiani i
libero esercizio di loro religione, donòi
Papa s. Silvestro 1 fundum Bervelas e
fundum Sulpitianum seu Sitppliciaiuin
in territorio Corano. 11 Marocco ricordi
la Massa Staliliana seu Slalibanani tu
territorio Corano, donata da Costanti
no I al Baltisterio Lateranense; e Wfau
dum Corbinatum ex territorio Corani
dal medesimo imperatore donato al tito
lo d' Equizio ossia Chiesa de ss. Sihc
stro e Martino di Roma, come e meglii
nel Ristretto della medesima si ha dal p
Filippini a p. 4 i . dicendosi nel territo
rio di Sor a alias Cora. Più volle ho Irò
vaio Soia confusa con Cora. Tutti gì
scrittori coraui, e fra di essi il Laurienl
cronista e lo storico Ricchi principalmer
te, sostengono che s. Felice H Papa, i
Cori o nel suo territorio presso il lag
Vetere ricevè la palma del martirio ni
356 (nella sua biografia dissi in Celia
VEL
Novaes, ed ora m'avvedo die con lui ri-
pelei l'errore dell'epoca 365, che nel No-
vaes dev'essere fallo tipografico, siccome
costituito a s. Liberio nel 355 e governò
circa 2 anni); anzi Laurienti è d'avviso,
che s. Felice precedentemente fosse stato
vescovo di Cori. Quindi il Viola passa ad
esaminare due puntici.0 se realmente era
stato vescovo di Cori ; i° se veramente
fu decollato nella stessa città o in qual-
che parte del suo territorio. Neli.° pun-
to esclude il vescovato, perchè quando fu
.surrogato a s. Liberio era diacono cardi-
nale. Nel 2.° punto riferiti i diversi pare-
|ri , insieme a quello del suo dotto con-
temporaneo p. Cherubino da Cori mino-
re osservante (era della famiglia Zampi-
llìi, meritò essere eletto guardiano di Ge-
rusalemme, e nel ritorno morì in Malta),
[propende per quello dilatale Alessandro,
:cioè, che s. Felice I fu quello che patì il
martirio in Cere, e che quello di s. Felice
li seguì in Cori, benché nel martirologio
i sì legge Cere invece di Corae. Anicio
Paolino contemporaneo del Pontefice, e
poi prefetto di Roma nel 38o, restaurò
in Cori un monumento o pubblico edilì-
zio, ma ignorasi se sagro o profano; ma
essendo pagano, le riparazioni da esso fat-
te da Viola si riferiscono al tempio d'Er-
cole, o di Castore e Polluce, o ad altro
tempio idolatra, imperocché letracced'i-
i dolalria non erano ancora del tutto spa-
, rite nel 608. Circa questo medesimo tem-
po, com' è tradizione presso i corani , il
I loro concittadino Quepio Massimo sareb-
, he stato il fondatore del comune di Roc-
ca Massima, poche miglia distante dalla
1 città. Nel declinar dell' impero romano,
i pare che anco Cori soggiacesse all' inva-
sioni de'barbari, alle stragi e desolazioni
da essi portate dappertutto nell'Italia. In-
fatti il Laurienti, col riferito da De Bene-
, dictis, assicura che la città nel 556 sotto
il regno di Tolda re de'goti sortii danni
i gravissimi, Corani magno affec.it detri-
mento. Mg.r Nicolai crede che i goti do-
po aver devastata Cori, indi la circondas-
voi. LXXXIX.
VEL i93
sero di mura, le quali poi rovinate mo-
strano il gusto misero di loro struttura.
Egli però non avrà inteso parlare delle
vetustissime: si tenga presente la descri-
zione di Nibby , che le studiò sul luogo
più volte, attribuendo le opere meno an-
tiche a costruzione saracinesca del XIII
secolo. Il Ricchi ricorda che l'imperatore
Commodo fu un vero flagello per la re-
gione, e particolarmente a Cori, a cui To-
lda re de'goti portò grave detrimento, e
crede che poi anche i saraceni vi facesse-
ro strage, e più tardi fosse fornita d'ar-
tiglierie e circondata intorno da profon-
da fossa, per cui e per la situazione di-
venne fortissima. Ed eccomi a riportare
i pareri di Viola , se Cori sia stata sede
vescovile. Sebbene, egli dice, sopra que-
et' articolo importante non possa farsi
pompa d'autentiche prove, né procedere
con tutta slorica sicurezza, nondimeno sti-
ma il fatto non del tutto privo di monu-
menti onde congetturare fondatamente
che Cori ebbe un tempo i suoi propri ve-
scovi, e che in essa vi risiedè la diguità ve-
scovile. Si ha da certi monumenti, che Co-
ri neh 1 83 non era sede vescovile, poiché
in quell'anno secondo le Memorie mss.
di Marzio Stalloni, un vescovo di Segni
per mandato di Papa Lucio III contagiò
la chiesa di s. Maria nel monte Mirteto.
Quindi nel 1 2 1 6 vedesi soggetta alla giu-
risdizione episcopale del vescovo subur-
bicario d'Ostia e Velletri; e la stessa no-
tizia risulta dal diploma del 1298, in cui
12 vescovi concessero indulgenze alla
chiesa degli agostiniani di Cori. Ora se
non vi sono memorie precedenti al 1 1 83,
onde potersi dedurre che la chiesa cora-
na all'altrui giurisdizione episcopale fos-
se soggetta, non è improbabile che fiuo
al secolo XI, ed anche più tardi, avesse
il suo vescovo, come l'ebbero altre città
volsche meno popolose e ragguardevoli di
Cori. Arroge che io qui ripeta le parole
del Ricchi: « Tali furono gli onori coni-
partiti alla mia patria dall'impero di Ro-
ma, da cui ne riporlo quel lustro di glo-
i3
i94 V E L
ria , che io non rinvengo in alcun' altra
città della Reggia ile' Volsci, anzi ancor
ilei Lazio stesso". D'altronde è nolo, meno
poche eccezioni, come in parte del Tlieu-
li e del Kircher, che il Ricchi colla sua
Reggia de Volsci e col suo Teatro degli
uomini illustri nel regno de' Volsci, è V u-
nico storico che abhia trattato, prima de'
moderni, delle città e paesi di Marittima
e Campagna, senza di cui ignolesarebbe-
io rimaste un grandissimo numero d'im-
portanti notizie, ch'egli seppe rintraccia*
re con grave dispendio e laboriosa fati-
ca. Caldo d'amor patrio, si rese beneme-
rentissimo de'suoi concittadini, e del suo
suolo nativo e dell'intera duplice provin-
cia, colla storia generale e particolare di
essa e di quelli che vi fiorirono, con no-
tizie profane e sagre, auliche e moderne.
Osserva il Viola , che ne' secoli gotici e
longobardi nella oppressa Italia di fre-
quente seguivano l'estinzioni delle sedi
vescovili , per essere restate le città di-
strutte e vuote d'abitatori, come scrisse
s. Gregorio I nel 592 neliiunire quella
di Tre Taberne alla Veliterna. Quindi
nou è difficile il persuadersi, che Cori e-
ziandio posteriormente pegli stessi infeli-
ci motivi restasse spogliala della sede ve-
scovile. Infatti ne'secoli successivi le città
volsche e latine non furono esenti da guer-
re, depredazioni e devastazioni. Si sa che
Cori nel tempo dello scisma di Vittore V
antipapa, verso il 1 162 essendosi posla
nell'ubbidienza del Papa legittimo Ales-
sandro III, dovette più d'ogni altra città
essa e Niufa soggiacere a terribile infor-
tunio e depredazione per parte delle mi-
lizie crudeli dell'imperatore Federico I,
Acerrimo difensore dell' antipapa e de'
suoi falsi successori , contro il magnani-
mo Alessandro III. Inoltre sembra al Vio-
la ben forte congettura della verità del
fatto nella questione sul vescovato Cora-
no, il Irono episcopale in pietra, che da
tempo vetustissimo conservasi nella chie-
sa principale, e le due collegiate co' pro-
pri capitoli. Che il Coi radiui esaminalo
V E L
con maturità questo punto, a derma està*
comuue opinione degli scrittori, che una
volta fu Cori sede vescovile, come Norma,
Anzio e Bovilla (anzi scrive pure Alicia,
A rdea,Lavinio, Laurealo, Nomeoto, Gn-
bio), dappoiché nell'antico Lazio tutte le
città condecorate del titolo di colonia ro-
mana furono vescovili ne' primi secoli
della nascente Chiesa. L'annotatore del-
l'Ugh eli i dice espressamente che Cori e
Cisterna o Tre Taberne furono città ve-
scovili. Ammetterlo ancora Laurieuti, ag-
giungendo essere tradizione (per altro in-
sussistente, soggiunge lo stesso Viola), che
Cori fu spogliata della prerogativa di cit-
tà, perchè da'suoi abitanti fu ucciso un lo-
ro vescovo. A Nibby sembra invece che
prima della caduta dell'impero d'occideu
te Cori rimanesse deserta, perchè alto si
lenzio se ne ha negli scrittori de'bassi tem-
pi e ne' documenti fino a tutto il secolo
XII, e nel seguente si edificò il fabbi ic
to meno antico. Quindi crede di potè
stabilire, che probabilmente nel secc
Xlll per opera de'Couti di Segni si sta
bilisse di nuovo un castello sulle rovine
dell'antica città, profittando appunto
quelle per fondamento. E che questo
stello riprese il nome primitivo, il qua!
tuttora conserva. Infatti, continua Nibby,
da quell'epoca in poi cominciano ad in-
contrarsi le sue memorie} poiché Inno-
cenzo III, Papa della famiglia Conti, co-
me si ha dalla raccolta delle sue lettere
pubblicate dal Baluzio, t. 2, p. 54?, co-
stituì nel 1 2 1 2 signore e rettore di Cora,
testé riedificala, Pietro Anuibaldi, finché
fosse piaciuto al Papa, indicando e confer-
mando così la dipendenza diretta (dunque
già era dominio della s. Sede: osserverò
quanto all'origine della Sovranità della
medesima sopra Cori, che siccome Ales-
sandro Borgia nell' Istoria di Velletri
narra che questa fu una delle prime cit-
tà che si sottoposero al principato tempo-
rale di s. Gregorio II, cioè dopo il 726
circa, e lo conferma il recente patrio isto-
licoBauco, dicendo che col ducato roma-
VEL VEL i9>
no *i sottopose al dominio pontificio , e neo del divino Dante, di Gino da Pistoia
siccome le città suburbicarie e i luoghi e di alili sublimi ingegni, padri e mae-
adiacenti ne facevano parte , mi sarà le» stri dell'italiana favella, scrisse opere col
cito congetturare, compresavi anche Co- metro, idioma e gusto da quelli pratica-
vi così vicina a Velletri e a Roma, cioè to: fra gli altri componimenti, ricordo il
nell'iilto dominio). Indi Gregorio IX pu« poema in terza rima di 1 5 canti intitola-
re de'Conti di Segni e nipote d'Innocenzo to Fcrramondo, re di Francia, i cui pre-
'IH, nella bolla emanata nel i 2 34 affine gi si ammirano da'preziosi frammenti ri-
d'impedite l'alienazione de'luoghidipen- portati dallo storico Laurienti, e meritò
'denli dalla camera apostolica, nomina par- stamparsi in Roma neh 47 3 quando l'ar-
'ticolarmente Cora. Meglio prima del Nib- te tipografica era ancor bambina e solo
i>y lutto ciò dichiarò il p. Casimiro da sene faceva uso per opere con avidità ri-
'R orna ,con affermare: Cora averesempre cercale; altamente encomiato a' nostri
riconosciuto il dominio immediato della giorni dall'immortale Perticar*! , deplo-
ISede apostolica, se non che Innocenzo IH rando i versi perduti (ed il celebre Tarn-
'istantemente pregato da'consoli e dal pò- broni giunse a paragonarlo a Dante); co-
polo di essa, col cousenso di lutti i cardi- me perdita lagrimata per l'italiana let-
izili a'22 luglio 1212 costituì signore e telatura fu altresì lo smarrimento di ai-
rettore della medesima il nobil uomo Pie- tre opere di sì eccellente antico poeta, t
'tro Annibaldi , quamdin Romano Pon- cui titoli accennò Laurienti, Tuberà, Bo-
fifìri plaeuisset, con Epist. riferita dal Irta et Cireia. Morì l'illustre Laurienti nel
citalo Daluzio. E Gregorio IX nel 1234 i 348, per la peste che afflisse e spopolò
:con atlo presso il Bull. Privileg. et Di- queste contrade. Mentre fioriva quel poe-
ploni. Bom. Poni., t. 3, p. 282, ordinan- ta insigne, Cori possedeva uomini savi e
ilo che senza il consenso de'cardinali non prudenti, forniti di cognizioni legali, ca-
si potesse alienare qualsivoglia luogo del- paci di compilare una patria legislazione,
la camera apostolica, tra gli nitri nominò a'tempi, al luogo e alle circostanze adat-
singolarmente la città di Cora. Questa fu ta. Imperocché nel principio del secolo
'onorata dalla presenza di Ronifàcio Vili, XIV moltissime città, tene e castella per
• allorché trovandosi nella viciua terra di la turbolenza delle fazioni e il malaugu-
1 Cisterna fendo di sua famiglia , ove ser- rato trasporto della pontificia residenza in
peggiavano delle febbri epidemiche, passò Avignone,essendo divenute quasi indipen-
a soggiornare in Cori per godervi il salu- denti si formarono i loro municipali statu-
'tevole clima , alloggiato nella casa de' ti, e così feceCori. Uomini valenti e godenti
Riozzi.alla quale compartì graziosi e pie- tutta la patria fiducia, certamente furo-
gè voli privilegi. A' nostri giorni il senato no preposti a tale importante cornpilazio-
romano aggregòalla sua cittadinanza Se- ne, fra 'quali si nominano Pietro Toina-
bnsliano Riozzi della medesima onorata si, Pietro Veralli,Giovauni Maltei e San-
' famiglia. Allorquando cominciarono a dis- te Buzi. Laonde la redazione dello stalu-
1 sipaisiletenehredell'ignoranza,edascin- to di Cori si fissa 0I1327, e le prove so-
• tillare sul cielo italico i lumi dell'umano no nell'archivio della città. Racconta Ma-
! sapere, racconta Viola, col quale proce- rocco che nel 1 335 seguì la pace fra Sez-
1 do eziandio, ma in breve, a celebrare gl'il- ze e Cori col bacio di pace, cioè pe' co-
1 lustri corani, anche Cori fu madre d' un rani il nobile Matteo di Pietro di Giaco-
sez-
no e
genio, cioè di Virginio Laurienti nato in moda Cora sindaco procuratore, pe'
1 questa città nel 1 271, poi notaio, che con cesi il nobile Giovanni Taccari setii
ardore si applicò all'arte poetica e total- procuratore patrio. Promisero conservar-
meule si dedicò alle muse. Coutempora- la sempre e di rimettersi scambievolmen-
i96 V E L
te ogni offesa, e specialmente dimenticar
l'uccisione falla da Andrea di Paolo sez-
zese, di Giacomo da Cora, obbligando so-
pra ipoteche i loto beni e confederandosi
per qualunque molestia nemica. In tal
modo fu impedita una popolare sommos-
sa provocata dalle fazioni. Queste conti-
nuando a lacerare i dominii della s. Se-
de, per l'assenza de'Papi da Roma, insor-
sero forti dissensioni fi a'eorani e gli abi-
tanti di Colle Medio o di Mezzo, castello
poco dislantedalla città, situato nella pro-
vincia di Campagna, forse sopra la selva
di Cori, fra Segni e Carpineto, e di cui
al presente si ha appena memoria. Offe-
si da essi i corani della dannevole loro
coudolla ardila e insolente, senza invo-
care la suprema autorità di Ugo Bonvil-
lar vescovo di Leltere,rellore e conte del-
le provincie di Marittima e Campagna,
nel 1372 pieni di vendetta per l'offese ri-
cevute, usciti in grossi drappelli dalla cit-
tà, marciarono militarmente a danno di
quel castello, che presero, bruciarono e
distrussero , devastando i campi e ucci-
dendo gli agricoltori. Ad onta che il ri-
petutamente provocato sdegno sembrava
scusare l'impelo vendicativo de' corani,
nondimeno l'impresa fu qualificata delit-
tuosa e arbitraria, onde la ciltà fu sotto-
posta all' interdetto. Colpiti i corani da
questa gravissima pena ecclesiastica, in-
viarono deputali in Avignone per giusti-
ficarsi con Gregorio XI (e non VI, come
probabilmente per fallo tipografico si leg-
ge in Ricchi, e ripeterono Viola, Castel-
Lino e \' Album di Romane\ t. i5,p. ?.58).
Questo Papa uè accolse benignamente le
rimostranze, ed avendo conosciuta non
tanto ingiusta la cagione che avea indot-
to i corani al riferito eccesso , die loro il
perdono e sciolse Cori dalla scomunica.
Non andò guari che i corani verso ih 377
trovaronsi involti in nuovi impegni guer-
reschi col popolo d'Albano. Il motivo de
dissapori fra le due città non è ben noto,
ma sembra,secondo Laui ienti, che gli al-
banesi avessero dato morte a molli ubi-
VE L
tanti di Cori. Comunque sia, è certo che
i corani conoscendosi inferiori di forze a'
loro nemici, implorarono il soccorso de'
velletrani loro antichi amici e confedera-
ti. Unite le loro milizie marciarono in
Albano, espugnarono la citlà, la saccheg-
giarono, vi appiccarono il fuoco , e reca-
rono gravi danni al monastero di s. Pao-
lo. Gli effetti di questa militare spedizio-
ne furono simili a quelli della distruzione
di Colle Mezzo. Lo stesso Gregorio Xf
scomunicò le ciltà di Velletri e di Cori,
uè queste furono prosciolte dalla grave
censura canonica, che dopo aver implo-
rato il perdono, e pagata una ragguaide-
le somma a'monaci di s. Paolo pe' danni
solici li. Tanto narra il Viola, benché se-
condo Ricchi i corani aiutarono i veli tel-
ili contro gli albanesi, e poi si obbligaro-
no pagare a'monaci di s. Paolo una soc
ma considerabile pe'danni fatti dalle so
datesche curane. In mezzo agli sconvol
menti di quell'epoca, non mancò la dii
na provvidenza di far fiorire uomini ili
minati e santi, i quali impiegarono tufi
il loro zelo per eliminare tanti mali. Ir
Cori fece sorgere il beato sullodato f
Sante agostiniano nella sua patria, e de
la medesima famiglia del poeta Laurìen-
li. Conoscendo i bisogni morali de' suoi
concittadini, dedicò tutto se stesso a rifor-
marne i costumi. Predicava nella città,
istruiva nelle campagne, a tutti spiegan-
do le soavi, massime del Vangelo. Fu tale
la pietà e l'amore del prossimo di fi. San-
te Laurienli, che Dio autenticò le sue a
postoliche fatiche con prodigi e sopran-
naturali avvenimenti; poiché predicando
nelle campagne alla moltitudine, per più
giorni la sostentava colla sola divina pa
rola e senza cibo corporale , e quantun-
que ue'luoghi adiacenti piovesse dirotta
mente, il cielo restava sempre sereno in
quello spazio di terreno in cui il popoL
udiva le sue fervorose prediche. Deno
minato il santo e il beato, pende il gin
dizio pel riconoscimento del cullo pi ess*.
la s. Sede. A suo tempo insorse il lagn
V E L
mevole e grande scisma d'occidente con-
tro il Papa legittimo Uibano VI, per l'in-
trusione dell'antipapa Clemente VII , il
quale volendo sostenersi colle armi, i co*
irmi fedeli al vero Papa si batterono con
esse. Frattanto l'ambizioso Ladislao re di
Sicilia di qua dal T'aro, agognando al do-
minio dello stato pontifìcio e d'Italia, in-
grato a'benefizi ricevuti da Bonifacio IX,
Innocenzo VII e Gregorio XII, nel ponti-
'ficaio di quesl' ultimo profittando della
perturbazione generale per il sussistente
Làmia, con nuove scorrerie invase anche
Cori e le vicine contrade. Le sue soldate-
sche napoletane gli fecero soffrire molli
[guai, saccheggiando e distrùggendo il ce-
lebre monastero di s. Angelopresso Ninfa
'detto di s. Maria del Monte Mirteto, dopo
'3 secoli circa o 270 anni d' esistenza. Il
Nibby citandoli Diario di Gentile Delfini,
presso il Muratori, riferisce aver Ladislao
ordinata la roccatura di Tivoli, Velletri,
;Cora ed altre terre, e che vi pose i castel-
lani. Sebbene l'auno positivo manchi, e-
gli crede che questo fatto appartenga al
1408 : per roccatura doversi intendere
la merlatura e fortificazioni in genere, e
eh questo restauro delle mura curane ne
souo evidenti prove que' pezzi che scor-
gonsi appunto del secolo XV. Nel 14.10 il
' re Ladislao fu scomunicalo da Giovanni
' XX11I (megiiodopo la data che vadoa ri-
I portare, perchè fu eletto nel medesimo
1 4 1 o a' 1 7 maggio), e le sue tirannie ec-
citarono le città e luoghi della Chiesa ro-
! ina uà a scuoterne il giugo, frale quali non
fu l'ultima Curi. Spiegando essa fermezza
' e coraggio armalo, le riuscì di sottrarsi
1 dalla sua prepotente dominazione; e per
' essere all'uopo garantita e difesa, nello
I slesso 1 4 <<) a'5 febbraio voloutarhmenle
si assoggettò al Senato Rumano (f^-), dal
quale per a ver dato insigni argomenti ilel-
I'. intica fedeltà, fu lodala con diploma e
' assoluta da vari eccessi che per le circo-
1 stauze de'teiupi le erano stati addebitali,
e fu altresì tenuta poi dal medesimo in
graude cousiderazioue. Siffatta soggeziu-
VEL .97
ne della città di Cori siccome fu sponta-
nea, così a guisa dell'antiche federazioni
venne solennemente stabilita fra'due po-
poli romano e corano. I patti della concor-
dia, per maggiore e piùcostante osservan-
za, furono dipoi confermati nel i458 da
Pio il con breve apostolico. Il p. Casimi-
ro da Roma dice erronea 1* asserzione di
Ricchi, che Cori nel 1 4 1 o si sottomise vo-
lontariamente alla signoria del popolo ro-
mano, poiché egli dice essere fuori di dub-
bio, che innanzi a quel tempo il dominio
de'Conservatori di Roma non pure slen-
devasi sopra di Cora, ma sopra le città e
terre che nomina e da me riferite al cita-
to articolo, come leggesi nella pace fatta
nel i4°4 fra'conservatori e Paolo Orsini.
Anche Nibby opina che Cora passò diret-
tamente sotto il dominio del senato e po-
polo romano, prima del tempo assegnato
dal Ricchi, perchè come dipendente dal
medesimo fu compresa nella detta pace
del 1 4°4- ' corani sostengono, che il sena -
tu e popolo romano esercitava sulla loro
città soltanto la privativa giurisdizione e
governo, riconoscendo la giurisdizione se-
natoria , ina ripugnando le qualifiche di
vassallaggio, feudo e governo baronale,
usate inesattamente da diversi scrittori e
anche in qualche atto pubblico. Imperoc-
ché essi con in villo coraggio scosso il gio-
go di Ladislao, con volontaria dedizione si
posero sotto la protezione, giurisdizione e
amicizia del senato e popolo romano, non
mai con soggezione d'autorità dispotica o
politica; tua col vincolo di federazione,
con reciproci patti e condizioni, senza al-
cun tributo che mai si pretese dal senato
romano. Questo poi pagava le carceri, il
governatore e lutti gli altri funziouari,cer-
tauiente con graude utile de' corani. Fu
quindi doppia gloria pel senato romano e
pel popolo di Cori, che senza veruna coa-
zione i corani spontaneamente si sogget-
tassero al suo patrocinio e giurisdizione,
rimanendo fedelissimi sino alla recente
cessazione della medesima; ed il senato
roiuauo, scrupoloso osservatore delle rea-
198 V E L
proche condizioni, mai esigette tributo 0
dazio, come lo percepiva dalle città e ter-
re realmente tributarie. Dice il Viola, pri-
ma dell'invasione diLadidao, anzi da tem-
po immemorabile, per l'amministrazione
della giustizia e per la custodia delle leg-
gi si eleggevano due magistrati o preto-
ri, uno de' quali prendeva il nome di po-
destà e giudicava nelle cause di pubblico
diritto, e l'altro cbe dice vasi il giudice de-
cideva le cause di diritto privalo, e puni-
va i delinquenti uniformemente allo sta-
tuto (il giudice hovo in Ricebi cbe si e-
leggeva da secoli, come leggesi nel breve
Sanctae Romanae Ecclesiae Judex, del
i 283 di Martino IV: si può vedere il suo
«;ap.i6, Governo temporale di Cori). Il
diritto della nomina e dell'elezione del po-
destà variava secondo le circostanze de'
tempi e la forma del governo; sicché ora
«d popolo romano, al preside delle due pro-
vinole di Marittima e Campagna, ed ora
alla città medesima spettava: ma il giudi-
ce, cbe sempre avea avuto la giurisdizio-
ne nelle cause civili e crimiuali, depra-
vasi per antica costumanza dalla s. Sede,
come risulta da alti pubblici del 1288.
Questa forma d'elezione durò fino a Bo-
nifacio IX, che neh 392 concesse alla cit-
tà il diritto di tale elezione per un lem-
pò determinato, cioè fino al 1 4 1 7 (ossia
per 25 anni, però collo sborso di 4-5o fio-
rini d'oro alla camera apostolica), in cui
ritornò alla s. Sede. Martino V ueli43o
avendo osservato che si eleggevano ed e-
rano stati eietti 6 magistrati col titolo di
Ladini, magistrato poco giusto, per cui so-
venti volte, con iscaudalo de'buoui, e con
danno della pubblica e privala tranquil-
li tà,resla vano impuniti i delitti, nelle cau-
se de' quali davasi la prevenzione fra il
kailino e il podestà ministro allora del-
la curia generale delle due provincie sud-
dette, per ovviare a ulteriori disordini
soppresse siffatta prevenzione, e restituì
alla città, sebbene a titolo oneroso (cioè
l'annuo censo di 5 fiorini d'oro e per 29
anni, e col breve flfagnae fidclilatis), il
V EL
diritto d'eleggere il ballino, cou libero
sereizio della giurisdizione; diritto che
successivamente confermato da Nicolò V
nel 1 45 1 (collo stesso censo e per altri 29
anni). Finalmente Sisto IV nel i48o, col
breve Ad cogaiLainJidelUate.nl, soppr
se affatto l'uffizio di ballino, e sciolse
ri dalla giurisdizione del preside delied
provincie, dietro istanza de'pubblici ra
presentanti corani, e non senza la eoo
razione dell'illustre e già ricordalo coi a
e uon romano o conciano o di Corano
come altri scrissero, p. Ambrogio Mas-
sari,di vasto ingegno, che presso quel Pa-
pa era in grandissima slima. Esso fu uno
degli uomini più distinti e sommi che può
vantar Cori, religioso agostiniano del suo
convento. Divenne celebre, eloquente ed
efficace predicatore, profondo teologo e
filosofo, provinciale e procuratore gene-
rale dell' ordine, professore di teologia
nell'università romana. Sisto IV l'inviò
nunzio iu Germania per conciliar le dif-
ferenze fra gli elettori dell' impero, cou
felice riuscita; e poi. lo fece dichiarare
generale del suo ordine, di cui divenne
beuefico e intelligente riformatore, mas-
sime de'conventi di s. Marco in Milano, e
di s.Maria del Popolo iu Roma, la cui r
dificazione e quella della chiesa otleu
da Sisto IV. In Milano sosleune viltoii
samenle la clamorosa questione, che il
dottore s. Agosliuo si dovesse rappresen-
tare vestito da romito e non da canoni-
co regolare. Pubblicò in Roma l'apologia
del suo ordine , col commento della 1
gola e il catalogo de'religiosi illustri. M
to Sisto IV, fu uno degli oratori eletti
dirne ['orazione funebre; ma il successo-
re Innocenzo Vili lo fece tosto rinchiu-
dere in Castel s. Angelo, e dopo un mese
gli assegnò il proprio convento per car
re, ove oppresso d'afflizione inori poco
pò nel 1480 in Roma. Tanto rigore si
tribui 0 per aver sparlato del Papa,o p
che violò il divieto sul silenzio imposto
delta questione, o per invidia e risei»
mento d'alcuni suoi io&rali cuneligu
:
IVEL
che lo calunniarono. Benemerentissimo e
ornamento del suo ordine, sommo lette-
i alOjOutore di molte dottissime opere lo-
ti ite, il cui catalogo riportano il Ricchi e
Viola, in uno agli alti encomi che gli tri-
(lutarono tutti gli storici contemporanei
e successivi, anche per le sue virtù, pietà
e «spettabili costumi. Così finì un uomo ve-
ramente grande, vittima della maligni-
tà: esempio non raro, né unico nella serie
dell'umane vicende! Discioltala città di
idoii nel 1480 dalla giurisdizione del pre-
side delle due provinole, a' ig novembre
ii5i2 furono rinnovati i patti onorevoli
coll'inclito popolo romano,e nel i5i 3 con
molla da Leone X fu questo reintegrato
ni possesso di tutte le giurisdizioni, e del-
l'immediato dominio sulla città di Cori e
suo territorio, ed altri luoghi , Velletri
iee. cum mero et misto imperio, aliisque
omnibus juribus et jurisdic tionibus, pro-
ti t canini subdi forum , Romani populi
di/ioni et potentati, de constnsu quorum
interest, libere resti luimus et plenarie
rciiitegramus.W p. Casimiro dice cheLeo-
ne X con tale atto confermò pure le fran-
chigie di Cori , la dichiarò libera e im-
mune, insieme con Velletri, Tivoli e Ma-
g\'ìnnn,polestariae a taxis, quasproex-
: pedi liane Brevium praefati secretarti ab
eis haclenus exigebitnt ... et ab ornai o-
nere, quo prò stationibus militimi Roma-
1 uae Kcclesiae, gravabantur.Vva gli al-
1 tri patti della summenlovata concordia vi
i fu quello eziandio , in forza del quale il
1 podestà dovea nominarsi dal consiglio del
: popolo romano, e rinnovar-i ogni 6 me-
' si; dovea esser nobile e cittadino roma-
: no, e si rivestiva del mero e misto impe-
1 ro. Si convenne inoltre che il giudice do-
: vesse eleggersi da'priori,e confermarsi dal
. pubblio* consiglio di Cori, colla qualità
i di dottore ed estero; che dovesse pren-
. dere cognizione di tutte le cause sì civili
1 che criminali in 1 .* istanza, e compiline
. i processi senza intervenzione del pode-
stà; e che al medesimo giudice si appar-
tenesse l'arbitrio della pena in tutti i ca>i,
VEL 199
dalle circostanze de' quali dovesse misu-
rarsi la maggiore o miuore estensione. In-
tanto Cori continuando in ogni secolo a
produrre cittadini in pietà e dottrina di-
stinti e rinomati , rimarca Viola nel ri-
ferirne le notizie biografiche, che andava
a presentarne una serie cos\ nobile e nu-
merosa, da recare stupore e meraviglia.
Il p. Bonifacio da Cori contemporaneo e
correligioso del Massari, proseguì alacre-
mente la riforma de'costumi nel suo or-
dine da lui cominciata, qual provinciale
del medesimo, e fu mollo dotto e versato
in ogni ramo di letteratura. Altro illu-
stre e dotto agostiniano fu il p. Egidio
Marida , e si rese benemerito della pa-
tria. Dalla famiglia Veralli, una delle più
antiche e cospicue famiglie corane, usci-
rono grandi uomini. Oltre il nominato
redattore dello statuto, Gio. Battista (uno
di simile nome e cognome negli Archia-
tri Pontificii del Marini, lo trovo detto
dal Mandosio medico d'Eugenio IV, per-
chè peli." lo chiamò suo archiatra Baldo
Baldi nel suo Opobalsamo, dalla quale
opera crede Marini l'abbiano tolto gli au-
tori del catalogo de' protomedici e pub-
blicalo negli statuti del loro collegio, uon
essendovene memoria nell'archivio della
s. Sede. Bensì nel t;>2 r uno de'conserva-
tori di Roma fu Gio. Battista Veralli, ri-
ferito negli statuti urbani di quell'anno,
e il Marini ne riparla nel Ruolo de'pro-
fessori dell' archiginnasio romano, qual
capo de'conservalori, e così dotto che gli
si attribuì l'orazione recitata in Campi-
doglio per l'inaugurazione della statua di
Leone X scolpita da Domenico Amio o
d'Aimo. Inoltre lo chiama famigliare del
cardinal Farnese, marito della nobile ro-
mana Giulia sorella del cardinal Jaco-
vacci, e riformatore dello studio di Ro-
ma. Ignora quando fu protomedico di Ro-
ma, e ripete sogno il crederlo stato me-
dico d'Eugenio IV. Da tali uffizi, dall'es-
sere romana la moglie ed aggregata alla
nobiltà romana la famiglia Veralli, pro-
babilmente derivò l'errore di chiamarsi
aoo VEL
romano il loro figlio cardinal Girolamo
nell'epitaffio del sepolcro, ov'è detto zio di
Urbano F//, perchè questo nacque dalla
figlia della sorella della madre, e non dal-
la sorella di questa , come alcuni credo-
no), vivea mentre il cardinal Farnese era
vescovo d' Ostia e Velletri. Egli era let-
terato e professore di mediciua, e talmen-
te a quel gran cardinale ben affetto, che
nelle sue pastorali visite, in Cori amava
di godere dell'ospitalità de' Veralli, nella
casa del quale alloggiava, e si tratteneva
eziandio se per avventura da qualche in-
disposizione di salute era sorpreso. Dive-
nulo neh 534 il vescovo porporato Pao-
lo III, non dimenticò i servigi e l'amicizia
del corano medico Veralli , e profuse le
sue beneficenze su di lui e su tutta la fa-
miglia. Lo chiamò subito in Roma , ed
usò con esso tale familiarità, che fabbri-
candosi il palazzo Farnese , il Veralli Io
consigliò a dargli in alcune parti la for-
ma del tempio di Ercole in Cori, di che
già dissi ove ne feci parola. Suoi figli fu-
rono Girolamo Veralli (V), Paolo Emi?
lio, e Matteo parimenti nati in Cori nella
casa avita presso poi la Segnina. Girolamo
fu creato dal Papa cardinale; Paolo E-
Diilio fu celebre uditore di Rota, arcive-
scovo di Rossano e vescovo di Capaccio,
ed affezionato alla terra natale, abitò
molto tempo in Cori, mentre era vesco-
vo, e vi si fabbricò un'abitazione annessa
alla casa paterna. Il p. Casimiro da Ro-
ma a vendo criticamente esaminatoli luo-
go di nascita del cardinal Girolamo Ve-
ralli, trovò che incontrastabilmente fu Co-
ri, riferendo diverse notizie della famiglia
Veralli corana e del cardinale, che in Co-
vi godè de' benefizi ecclesiastici, fu par-
roco di s. Michele Arcangelo, indi fu elet-
to giudice dalla patria, e luogotenente e
giudice del cardinal Farnese in Velletri;
e divenuto cardinale, Cori nel pubblico
consiglio lo dichiarò protettore, e decre-
tò che nulla s'iutraprendesse senza la sua
approvazione. Che il fratelloMalteo si ma-
ritò con Giulia Mqualdeschi deila Cer-
VEL
vara, e fu conservatore di Roma, ove
stabilirono i figli Gio. Battista e' Fabri
zio Veralli (V.), nel palazzo acquistalo in
piazza Colonna, già de'Gi ustiui e oraPiooa-
bino. Fabrizio divenne poi cardinale , e
il fratello ebbe da Eugenia Rocci due fi-
glie Giulia e Maria, la quale ultima spo-
sala al marchese Orazio Spada, nipote
del cardinal Bernardino Spada (V.),
porlo seco in dote tulta l'eredità de'Ve-
rulli , che dicesi eccedesse la somma di
200,000 scudi. E così fu estinto il ramo
de' Veralli passato in Roma , poiché in
Cori ne restò allro, essendosi la famiglia
divisa in due sino dal secolo XV,e fioriva
a tempo del p. Casimiro,com'egli attesta,
imparentata a quella de'Ricchi. IlNovaes
e il Marchiafava dicono i cardinali Gi-
rolamo e Fabrizio nati in Cori, benché
sulla loro tomba si legga romano. Eru-
ditamente e con diffusione tratta de'dt
cardinali Veralli anche il Cancelli»:
nella Lettera al cardinal Antonio P<\
lotta sopra una copia all'encausto
la Scuola d'Atene di Raffaello; ed
codice membranaceo diFerdinandoCc
dubense - De Consultandi r aliane - 1
dicato al cardinal d'Auxia, e poi pc
seduto dal cardinal Girolamo Verall
Dichiara che per incidenza avendo chi
niato nelle Notizie dell'Anello Cardine
lizio, il cardinal Girolamo proveniente
da Cori, perciò l'ardentissimo zelo delle
glorie patrie del suo particolare amico
Vincenzo Tommaso Marchetti, nel di lui
estratto di tale opuscolo inserito nell £/*•
femeridi di Roma di novembre 1 823, p.
a 1 4> correggendo la sua inesattezza, di-
mostrò ad evidenza la sua nascita in Co-
ri, da lui precedentemente manifestata
al Novaes, con aver prodotto le testimo-
nianze del Ricchi, del p. Casimiro e di
mg.r Alessandro Borgia. Che nel i55i
gli fu dedicato lo statuto corano, essendo
dipinta la sua effigie con quella del fra-
tello Paolo Emilio, e del nipote cardinal
Fabrizio nella sala del consiglio di Cori,
pqq. l'epigrafe di Cittadini Corani-CUe ,i-
VE L
levasi dalla Storia mss. di Cori del p. San-
te Laurienti,cheil feudo di Castel Viscar-
do passò agli Spada da'Veralli. Continua
il Viola a narrare, che Erminio Versili,
afline de'mentovati Girolamo e Paolo E-
milio, nella guerra contro il turco sotto
s. l'io V, trascorse gloriosamente la mi-
litare carriera, luogoteuente di Paolo G hi-
slieri nipote di quel Papa; trovossi in di*
verse battaglie navali, in cui riportò lode
di valoroso e intrepido, pieno d'onorate
cicatrici Spatriando. Nella stessa guerra
il Ricchi ricorda Paolo Maltei capitano
del re diFrancia. Noterò col p. Casimiro,
che in Cori dimoravano gli ebrei, espul-
si nel i56g d'ordine di s, Pio V, come
in altri luoghi, onde fu venduta la scuo-
la che avevano nella città, e restò il no-
me alla contrada da loro abitata. Il sud-
detto p. Maritila (che Ricchi dice della
famiglia Militi o benedetti, ma piuttosto
una sorella entrò in quella casa) aveudo
particolare amicizia con Marc' Antonio li
Colonna, rese un segnalato servigio alla
patria nella fatale guerra della Campa*
gua Romana degli spaglinoli contro Pao-
lo I V ; d Colonnese seguendo le parti ne-
miche, devastò diverse città e luoghi del-
la provincia. Si presentò sotto Cori col-
l'esercilo vittorioso, e forse con cattiva
intenzione. Costernati gli abitanti teme-
vano funeste sciagure, quando il p. Ma-
lnota accompagnato da un drappello di
ragguardevoli cittadini, si portò incontro
alle minacciatiti squadre. 11 Colonna alla
vista dell'agostiniano amico,deposto il con-
tegno guerriero, I' accolse benignamen-
te, ed assicurò che non avrebbe molesta-
to la città. Altri agostiniani illustri furo-
no il p. Bonifacio Scaglioni, e particolar-
mente il p. Cristoforo Militi o de' Bene-
detti uipole del p. Maiiola: dotto in ogni
ramo di sapere e dotalo d'ingegno per-
spicace, fu vicario generale di più vesco-
vi, provinciale della provincia romana, e
facondo predicatore recitò diverse predi -
che ne! palazzo apostolico con singoiar sod-
disfuioue di Clemente Y-M i anicclù il
VEL aoi
patrio convento di scelta biblioteca, e la-
sciò mss. molte opere. Agostiniani pur
furono, Egidio Fantuzzi valente predi -
calore; Celidonio Giardinetti si distinse
nella poesia ; Cristoforo Militi giuniore;
Gregorio Militi arse di zelo apostolico pel
prossimo e specialmente pe' suoi concilia-
ni, e compose un libro Sull'origine e ari'
lichità di Cori; Gio. Battista Benedetti
afline de' nominati di bel talento. Aure-
lio Alti fu virtuoso, saggio e dotto gover-
natore d'Anagni e altre città. La famiglia
Bucciarelli originaria di Roma fu pro-
duttrice di uomini preclari; fu Antonio di
Francesco ufficiale del senato sotto Mar-
tino V, che fissò in Cori il suo domicilio,
da cui sortirono Agostino vicario gene-
rale d'Ostia e Velletri, Marsilio egual-
mente vicario, e Pompeo professore di
teologia. Questi stimato da' Colonna fu
maestro e aio a Marc' Antonio II, e ne di-
venne successivamente uditore e impie-
gato ne'goverui di molte città e castella;
restato vedovo, si fece sacerdote, visse i i o
anni e fu uno de' revisori dello statuto
allorquando si stampò. Marzio Buccia-
relli fu vicario di 4 cardinali vescovi in
Cori; Lorenzo Bucciarelli fu preside di
molte città e altri luoghi di Campagna;
e per non dire d'altri Bucciarelli, Pietro
quasi sempre resse i comunali interessi.
Dice Ricchi che Paolo Bucciarelli oriun-
do di Cori, nel i 634 w consagrato da Ur-
bano Vili vescovo di Narni. Fabio Gian-
nuzzi vicario generale d'Ostia e Velletri,
beneficiato e camerlengo Vaticano: il fra-
tello Manilio avvocato concistoriale, pel
suo sapere profondo s. Pio V lo nominò
governatore; Ugo Boncompagui che gli
successe (pare che si debba anticipare la
della epoca, non solo per riferire il No-
vaescheUgu nel 1 555 fu fallo vice-legato
di Campagna, ma perchè Pio IV anteces-
sore di s. Pio V l'avea creato cardinale e
inviato legato in Ispagna) nella carica, di-
venuto Gregorio XIII, stimando i meriti
di Manilio, profuse le sue beneficenze su
di lui e itigli, de'quali fece Pietro vescovo
2oi VEL
d'Alatri, e Gio. Ballista suo particolare
tesoriere, Giovanni Amali essendo cappel-
lano del cardinal Medici, il quale eletto
Papa col nome di Pio IV lo fece canonico
Lateranense(aItro canonicodella basilica
Valicana corano fu Biagio, ricordato dal-
lo Schradero ne' Monumenti d' Italia fl-
no al 1 5ga) e vescovo di A/mort nel 1 565
colla ritenzione del canonicato, anclie do-
po la rassegna fatta del vescovato nel 1567,
morto decano di quell' arcibasilica nel
j 5g3 e sepolto nella medesima, in cui di-
spose annuo anniversario di suffragio, il
quale celebrasi a' 5 maggio: la sua iscri-
zione sepolcrale nel 1843 fu rinnovata
dal concittadino e concanonico mg, r Pic-
chioni.come notai nel ricordato articolo.
Ulisse Ciuf!) preside di moltecittà di Cam-
pagna, restato vedovo della virtuosa Lau-
demia Giannuzzi, di 70 anni si ordinò
sacerdote e due de* suoi 10 figli che già
lo erano assisterono la suat,' messa : gli
attribuiscono varie opere letterarie, ed
una Genealogia delle famiglie di Cori,
che inoriginaleè nell'archiviodella nobi-
lefutuiglia Marchetti, Gio. Antonio e Vin-
cenzo Prosperi valenti giureconsulti, d'u-
na delle famiglie più antiche e nobili di
Cori, la quale porta va prima il cognome di
Renzi dal famoso tribuno di Roma Nicola
di Rienzo, di cui riparlai nel voi. LXXIH,
p. 3o2; famiglia che prese il cognome di
Prosperi da Prospero Renzi verso il 1 5a5.
Cesare Mattei il seniore da'patrii storici
fu detto il poeta corano, in gran rino-
manza nel declinar del secolo XVI; ca-
nonico e rettore di diverse chiese in Cori
e in Roma, autore di molte opere in pro-
sa e in versi,coraedi Iodate tragedie. Que-
ste come altre produzioni letterarie de'
talenti corali, essendosi perdute, furono
deplorate dal Viola, per la maggior glo-
ria che ne sarebbe derivata a Cori, e uti-
le alla repubblica letteraria. La fami-
glia Zampini fiorì tra le ragguardevoli,
reputandosi derivata dal suddetto Marco
Silaccio, vissuto a' tempi di Commodo,
fiorendo un Antonio circa il 1 570 (e poi
VEL
il sullodalo p. Cherubino). Osserva il Vio-
la, che una serie così numerosa di uomi-
ni insigni che Cori nel secolo XVI pro-
dusse, dà a conoscere lo stato di robu-
stezza in cui ella trovavasi in quell'età, e
coniedovea essere temuta e rispettata. In
fatti, soggiunge, Marc'Antonio e Sciarra
Colonna (com'egli lo chiama, e di cui più
sopra ragionai, come nel paragrafo Ser-
moncta), facendo col loro esercito ritor-
no dalla Francia, e volendosi vendicare
d'alcuni torti ricevuti, penetrarono nella
Campagna, e infiniti guasti recarono a
molte città ed altri luoghi di quell'uber-
tosa provincia; passando per altro nelle
vicinanze di Cori, la riguardarono da
lungi con rispetto, né osarono di violare
il di lei territorio. Inoltre Marco Sciarra
famoso condottiero di numerose bande
di truppa devastatrice, passando con essa
presso la città, tale timore neconcepì, che
fuggendo, si tenne ben lontano dalla me-
desima, e si spinse a depredare Castel
Giuliano, Norma, e altre terree castella
della provincia di Campagna, Il Ricchi
che altrettanto riporta, in parte chiarisce
il narrato, in parte fa conoscere essere ri-
petizione del riferito superiormente, non
senza forse anticipare l'epoca quanto a
Soiarra. Poiché egli dice, di ritorno Mar-
c'Antonio(II)CoIonna dalla Francia colle
sue squadre nel 1 556 (cioè nella guerra
contro Paolo IV), benché predasse Segni,
Palestrina e altri vicini luoghi, nondi-
meno per Cori si mostrò rispettosissimo.
Marco Sciarra Colonna, dopo aver sac-
cheggiato Norma e Giuliano, portando-
si alla volta di Cori, la sua venuta fu
frastornata dal p. Egidio Mariola cora-
no, che avendo entratura co' Colonnesi,
in segno d'amorevolezza gli andò incon-
tro con molte some di viveri, e come al-
tri vogliono gli presentò le chiavi di Co-
ri, per cui dal Papa restarono scomuni-
cati per molto tempo i corani. Neìì'41-
bwndi Roma,i. 2 3,p. 3 5, si legge di L. A li-
bati un' elegante descrizione della pitlu
ra esprimente Tasso e Marco Sciarra, e-
V E L
seguita dal valente romano pittore Carlo
De Paris. Si apprettile da essa che il for-
Mutabile ladrone co' suoi Celli, ne' nion-
li della Bruzia vedendo il grande epico
(che celebrai anche nel voi. LXXXV, p.
34), «»on gli fece onta, tua lutto umano
e mite l'assicurò di progredite il viaggio
tranquillamente, ed ofltì nell'insorta prò
cella se e i suoi in di lui aiuto e conforto.
Secondo il riferito da Ricchi, e in uua
lettera scrittami dal Marchetti, Paolo V
nel i 60 5 accordò al magistrato pubblico
di Cori il titolo di conservatori. Il Bau
co in vece attribuisce la concessione a s.
l'io V e perciò anteriore, ed osservando
che il senato tornano ne fu contento, e
che anzi ascrisse fra le famiglie patrizie
romane non poche di Cori, che furono
la Versili, la I3uzi, la Corradini, la Mon-
tagna e altre. I conservatori di Cori si
sottoscrivevano con tale titolo, e poi tra-
cciarono d'usarne il titolo. A tempo del
Biechi i 3 priori incedevano magistral-
mente con ammanti di color violaceo, e
ornamento di armisino o ormesino, I
conservatori poi incedevano togati con
berrette di velluto, segniti da 3 mandata-
ri, sia nel partire e sia nel ritorno alle loro
case. Leggo uel p. Casimiro, che nel 1 660
ordinò la congregazione della s. Consulta,
che gli umziali del comune si eleggesse-
ro dalle 60 principali famiglie, poiché
sino allora nulla facendosi in Cori senza
i conservatori di Roma, da questi si sce-
glievano 60 consiglieri, da' quali erano
scelti gli uffiziali e singolarmente il giu-
dice; essendosi i conservatori di Roma
riservato solamente il diritto di costituir-
vi il pretore, poi confermato con ponti-
ficio breve, carica che soltanto conferì-
vasi ad un nobile romano, onde tra gli
nitri l'esercitarono i Cenci, i Conti, i Mu-
ti, i Bufali, i Fa hi, i Doccabella, i Pupa-
loui, : Velerà, gli Jacovacci, i Cesari ni,
i Molara, i Matlei, i Calftrelli, i Frangi-
pani. Se uel secolo XVI Unti uomini
chiari nelle lettere, nella pietà e negli o
noti Cori produssi-, dichiara Viola, non
V E L ao3
ne fu meno feconda nel secolo XVII. Sul
principio fu illustrata dalla nascita di
Pellegrino Laudi Vittorj, la cui famiglia
sempre produsse insigni uomini nelle
scienze,ed al presente con ragione si pregia
appartenerle il degnissimo vescovo d'Asi-
si. Pel legri no colle sue virtù di venne cano-
nico di s. Maria, l'ornamento della patria,
il decoro di sua stirpe, il padre de' pove-
ri, l'uomo apostolico e santo, comechè
venerato qual servo di Dio. Ne compilò
la vita un gesuita, e la dedicò al vescovo
cardinal Ruffo, di cui ne pubblicò l'e-
stratto il Marchiata va nella discorsa de-
dizione di sua Breve istoria, ragionan-
done anche nella 3.' Narratisi di esso co-
se prodigiose, fra le quali le sue estasi in
coro al canto della Salve Regina, e di
aver alzato il capo e le mani dal feretro
nella messa solenne del suo funerale al-
l'elevazione dell'Ostia per venerare il ss.
Sagrameuto. Divotissimo della Madou»
uà del Soccorso, impreteribilmente la vi-
sitava ogni giorno prima del coro, ed in
una processione di penitenza, per umilia
fece il lungo e disastroso viaggio con pe-
santissima Croce sulle spalle, e con peso
smisurato di selci appeso al collo. Giro-
lamo Yeralli il giuniore figlio di Erminio,
letterato, giureconsulto e preside di mol-
te città ed altri luoghi della Campagna,
La famiglia Castaldi fu pure in ogni tem-
po di uomini egregi illustrata: Marsilio
fu valente letterato ed erudito; così Ana-
stasio canonico d'Albano; Flaminio giu-
reconsulto fu denominato causidico per-
fctloj il p. Gabriele seniore agostiniano,
profondo teologo, esimio oratore, autore
d'un dramma sulla fanciulla Oliva. Mel-
chior Bossi, imitatore di Plauto che fa-
cendo il mugnaio nell'ore di riposo scri-
vea commedie, essendo scarpellino nel-
l'ore d'ozio componeva versi e commedie,
ed il Viola riporta di lui un bel numero
d'opere in prosa e in poesia, alcune del-
le quali stampale. Alessandro Petrilli
buon poeta, ma seguace del cav. Marini ;
conosciuta l'eirouea sua coudoltu si fece
ao4 V E L
cappuccino, ed occupò il suo estro poe-
tico in temi edificanti e in rappresenta-
zioni sagre, riferite dal Viola. Antonio
Mattei cauonico decano di Milano: altro
di tal nome o forse il medesimo, con l'U-
gheili lo dissi vescovo di Sarno in quel-
1' articolo. La famiglia Montagna pro-
dusse più individui meritevoli di rimem-
branza: Marco Tullio valente pittore fu
impiegalo da Urbano Vili negli abbelli-
menti del palazzo apostolico ; Vincenzo
buon letterato, fu ^.o anni governatore
de' feudi de'Caetani, morto piamente in
patria di 97 anni uel giorno e ora da lui
predetti; Salvatore di gran talento e prò-
tonotario apostolico, dal cardinal Pietro
Aldobrandini fatto nominare avvocalo
delle vedove, de'pupilli e di tutti i pove-
ri di Roma, meritando che Urbano Vili
lo sostituisse al celebre mg/ Scannarola
divenuto vescovo di Sidone, nell' uffizio
di procuratore generale sulla visita delle
carceri di Roma; zelantissimo della reli-
gione arriccili le patrie cinese d'insigni ss.
Reliquie e di altri sagri monumenti. Il
suo fratello Gio. Pietro Prosperi avvo-
cato in Roma, fu ascritto co' suoi discen-
denti alla nobiltà romana, per le sue e-
gregie qualità. Torquato Corradini d'an-
tica origine romana e nobile, celebre av-
vocato della curia romana, da Cori sua
patria si trasferì a Sezze nello sposare l'e-
reditiera delia cospicua famiglia Gamba-
liconi, e divenne padre del celebre cardi-
nal Pier Marcello Corradini (f.) gloria
e protettore di Cori e di Sezze, pel narra-
to in quell'articolo, come sue patrie d'o-
rigine e di nascita : le corti di Spagna e
dell'impero impedirono che fosse subli-
mato al pontificato. Il Viola ancora de-
gnamente ne celebrò le splendide gesta e
la vasta dottrina. 11 solo Torquato padre
del cardinale passò in Sezze, rimanendo
iu patria l'altro ramo Corradini, Agl'il-
lustri del secolo XVII appartiene Valen-
tino Moroni celebrato dal Ricchi, qual
capitano nella guerra sostenuta da Urba-
no Vili, poscia passalo al servigio dei ve
VEL
di Francia e dell'imperatore inGermania:
tornalo in patria carico d'anni e di glo-
ria, vi morì con applauso del suo operalo
e insieme con ammirazione di non esser
stalo premiato a misura di sue prodezze.
Ma come dice il maestro della politica
Tacito : Non seniper virluli pares hono-
res, ncque bonis praemia, sed ignavis
tributa fuere ! 11 Ricchi fa pure onore-
vole menzione del capitano Paolo Mattei,
e di Cristoforo e Cesare militi di tal fami-
glia, e della sua Virgilio alfiere in della
guerra, dalla quale ripalriaudo donò la
sua bandiera alla Madonna del Soccorso.
Virgilio Colangelie Beatrice di lui sorel-
la furono l'ornamento e il decoro di Co-
ri. Virgilio lodato poeta lasciò diverse o-
pere iu versi nel latino idioma di patrii
argomenti, notati dal Viola. Beatrice si e-
sercitò pure egregiamente nella poesia,
e in morte fu pianta dalla patria: lusin-
ghiero elogio. Giulio Picchiotti il giunio-
re abbellì e dotò nel duomo la cappella
della Madonna della Pietà, beneficò i mi-
nori osservanti con suppellettili sagre, e
per l'acquisto dell'area onde ingrandirne
il convento. Quattro degni figli di questo
virtuoso corano furono Alessandro, Si-
meone, Cesare e Carlo; e da questi deri-
varono altri uomini encomiati, come Fla-
minio e Alessandro suo fratello arcipreti
di s. Maria. La famiglia Buai non fu in-
feriore alle altre Cora ne in uomini valen-
ti: furono giureconsulti Giovanni uel se-
colo XV, nel seguente Pier Sante, e A»
deodato vicario generale d'Ostia e Velie-
tri. Da Onorato di 4 figli laureati in giu-
risprudenza (un Girolamo fu abbrevia-
tole di parco maggiore), Pier Sante do-
po la metà del secolo XVI, essendosi tra-
sferito in Roma, si acquistò fama di ce-
leberrimo avvocato, e sposata la nobile
Prudenzia Giganti romana, ivi fissò il
suo domicilio, per cui Lorenzo uno de*
figli formò il i.Q anello genealogico della
famiglia Buzi romana, il cui palazzo al-
la salita di monte Maguanapoli eredita-
rono t marchesi Ce va. 1 suoi discendeu
VEL
ti furono ragguardevoli e rinomali: Lo-
renzo giuniore divenne dotto vescovo di
Carpentrasso, ivi compianto per esem-
plari costumi, virtuoso e santo pastore,
profondendo le rendite della mensa nel
sovvenire i poveri. De'Buzi furono pu-
re, Pier Srnte cavaliere gerosolimitano
(del suo nome fu pure il prelato referen-
dario morto preside d'Orvieto nel 170 5),
Giuliano e Carlo conservatori di Roma,
altro Carlo dotto barnabita, e Fabio va-
loroso milite fu gentiluomo della ce'ebre
Cristina regina di Svezia: Prudenzia so-
rella de* primi sposò Ortensio de' mar-
chesi Ceva. Di non minore antichità e
nobiltà è l'altra famiglia corona de'Ltizi ;
da cui uscirono encomiati nel secolo XVI
Giuliano cancelliere, Francesco gesuita
profondo teologo e celebre predicatore,
morto in buon odore; il fratello Fulvio fu
canonico di s. Maria in Via Lata di Roma:
il figlio di Curzio, Antonio, divenne ec-
cellente chirurgo operatore. Il p. fr. Sante
Lauriente francescano minore osservan-
te, discendente dall'omonima famiglia,
dotto e fornito d'estese cognizioni, scrisse
non poco in poesia ed i molteplici argo-
menti riporta Viola, sì di poemi e sì di
componimenti numerosi. Dotato di va-
sta erudizione patria compilò {'[Ustoria
Corani, senza risparmio di ricerche e fa-
tiche; perciò benemerentissimo della pa-
ti ia,i cui pregi rilevò con lode Viola con
sensi di grato animo, per aver notabil-
mente contribuito alle sue pregievolissi-
me Memorie isteriche di Cori }e per que-
sti miei cenni anch'io mi dichiaro rico-
noscente e ammiratore. Da Natale Pla-
cidi e da Angela Cardilli onesti e poveri
pastori nacque il gran beato Tommaso
da Cori, sublime ornamento del suo or-
dine e di sua avventurata patria, istitu-
tore de' ritiri de* minori osservanti nel-
la provincia di recollezione da lui restau-
rata, denominato da Pio Vi 1' Apostolo
diSubiaco, la cui diocesi abbaziale, inaf-
fiata da' suoi evangelici sudori d'assidua
predicazione, iu Ci vitella possiede il le-
V E L 2o5
soro del suo sagro corpo, luogo venera-
to qual santuario, che descrissi nel voi.
LXX, p. 229. Alle sue vite ivi ricordate
aggiungerò: Compedio della vita, vir-
iti e miracoli ec, Roma 1 760. Acta Bea-
ti ficationis et Canoniz ationis etc.,Romae
1786. Santificò pure le provinole di Ma-
rittima e Campagna, di Sabina e di Rie-
ti, ed anche in Roma si rese benemerito.
Cori nel secolo XVIII, simile ad un ter-
reno sempre fertile e rigoglioso, come lo
qualifica Viola, come ne' precedenti fu
produttrice d'illustri. Ed eccoci nuova-
mente, per ragione di epoca, a celebrare
lo storico Antonio Ricchi, la cui antica
famiglia corona risale al principio del se-
colo XIV, s'imparentò colla Veralli e re-
stò estinta a* nostri giorni; ne' tempi ve-
tusti portava il casato di Agoni, quindi
per le ricchezze di cui era fornita prese
quello de'Ricchi. Dopo la metà dj. detto
secolo Tuzio costruì in Cori la cappel-
la di s. Giovanni, e della ss. Concezione
nella chiesa di s.Pietro.L'eruditissimedue
opere d'Antonio, più volte commendale,
a suo tempo fecero strepito e soprattut-
to furono accolte con entusiasmo da'suoi
concittadini; di poi col risorgimento del
buon gusto e della critica, soggiacquero
alla sorte di tutte l'altre produzioni che
sapevano alquanto di seicenlismo. Nondi-
meno non si può negargli somma erudi-
zione dell'illustre regione volsca, che de-
scrisse colla Reggia e col Teatro, le be-
nemerenze rilevate più sopra, e rimarca-
le pure con encomio dal Bauco, quali mi-
niere di nozioni locali e importanti, e di
riconoscerlo fra' primari letterati nazio-
nali e di Cori che specialmente descrisse;
e doverglisi speciale riconoscenza ezian-
dio dagli scrittori delle cose volscbe, equi
ancora gli dichiaro la riverente mia. Gli
altri illustri della famiglia Ricchi si pon-
ilo vedere nel Teatro p. -26^ eseg.,ove vi
è l'albero genealogico. Dall'antica e ri-
spettabile famiglia de* Landi Vittoi j fio-
rì il p. Gregorio gesuita di grandi talen-
ti e singolari virtù, nel collegio romano
aoG V E L V E L
lettore di filosofia, di polemica e di leolo- vaio da Gregorio XVI, a' 11 gennaio
già dogmatica. Fu maestro de' cardinali 1 844> con quell'elogio di sommo zelo,
Gio. Battista e Cai lo Rezzonico, e del lo- singolare pietà, dottrina, probità e pril-
lo fratello d. Abbondio senatore diRoma, denza,che si legge nella proposizione con-
tutti nipoti di Clemente XIII, al i.°de' cisloriale. Egli lia la gloria d'avere litro-
quali dedicò Instìtutioncs philosophicae vato il corpo di s. Chiara,e di averne fai-
Carininibus explicalae Uh. XII Questa ta la solenne traslazione, nel modo accen-
dotta opera, scritta in versi con tutta la nato nel voi. LXX1X, p. 178. Il sacerdo»
venustà latina, come quello che in Roma te Pietro Prence dotto segretario del car-
erà ammirato qnal novello redivivo Vii'- dinaldelleLanze e del senatoreRezzonico,
gilio, ivi fu pubblicata nel 1 767. In que- fattoconte e nobile di Cagliari co'suoi di-
sto letterario lavoro il p. Gregorio Lati- scendenti: emulo di sue belle doti fu il ni-
di Vittoij dimostrò trionfalmente la sana potè Giuseppe, segretario di detto senato-
dottrina, la schietta verità, i sublimi at- re e vice-duca del duca d'Ossuna erede
tributi dell'Ente supremo, e la scienza de' Borgia di Spagna, professore di li 11-
filosofica sgombra da prestigi.Ciò egli fé- gua greca nel collegio Urbano. Mg/Luigi
ce per conoscere, che tutti i mali i quali Janooni cameriere d'onore del Papa,cou-
orgogliosamente fin d'allora minacciava- sultore di Propaganda e correttore dell a
no di distruggere il trono e l'altare, trae- s. Penitenzieria, ora datario della mede-
vano l'origine impura da opere, parto sima e saggio giureconsulto. Mg. r Nicola
della depravazione e d'una sedicente filo- Manali già dotto segreto di Rota e assesso-
sofia, e che in ogni regno, in ogni città reciviledel tribunale d'Ancona,fu pe'suoi
non meno che fra i più meschini villaggi meriti da Leone XII dichiarato prelato
e rimoli abituri in grande copia si face- referendario, abbreviatola di parco mag-
vano circolare adorne di seduttrice elo- giore e ponente del buon governo. Ono-
quenza. Suo degno concittadino e disce- randomi d'aver goduto l'amorevolezza
polo fu il p. Antonio Saracinelli gesuita di sì distinto prelato ed eccellente giure-
dotlissimo e celebre predicatore, maestro consulto, mi è dolce l'aggiungere. In An-
per 8 anni del Viola, nel convitto aperto cona fu pure avvocato de' poveri e vice-
dagli ex gesuiti nella sua patria Tivoli, legato. Inoltre funse le cariche di votan»
ventura ch'egli dice non ebbero altre ci t- tedi segnatura, e successivamente 3.°,?..
là d'Italia. E qui al Violasi apre vasto e i.° luogotenente del tribunale dell' \.
campo per giustissimamente celebrare le Ce vice presidente del i.° turno, piìl
benemerenze, le splendide virtù e la va- volte avendo supplito all'uditor genera-
sta dottrina che sempre fiorirono nella le della camera apostolica. Fu eziandio
veneranda compagnia di Gesù, in uno al prefetto regionario, e primicero della pon-
suo profondo ossequio e gratitudine a'due lificia congregazione e accademia di s. Ce-
ornamenti della medesima i corani pp. citta. Ma fu una dell'illustri vittime dei-
Gregorio e Antonio, gloriandosi siccome la Pestilenza del iholera del 1837. Per-
ammiratore personale di loro sublime tanto si badai n.° 72 del Diario di Ro-
dottrina ed esemplare pietà. Noterò, che ma : Nella notte de' 5 venendo il 6 set-
degnissimo nipote del p. Antonio è l'at- lembre cessò di vivere con tulli i confor-
tuale vescovo d' Asisi mg.r Luigi Lan- forti della religione mg. r Manali ce. » La
fli Vittoij nobile di Cori, già canonico dottrina ed i meriti dell'egregio pn lato
della patria collegiata e vicario foraneo; rendono dolorosa la sua perdita special-
indi dignità e arciprete della cattedrale mente alla romana curia ". Fu tumulalo
di Vclletri, di cui è nobile, pro-vicario con iscrizione nella cappella del cimiteria
generale della diocesi, elevato al vesco- Varano, della patriarcale basilica di s.
YEL
Lorenzo fuori le mura di Roma. Posso
dire che Gregorio XVI, che meritamen-
te avea per lui una particolare stima e
benevolenza, pensava a promuoverlo, e
certamente poi sarebbe stato elevato al
cardinalato, come lo riteneva il cardinal
Giuseppe Albani, da lui dichiarato bene*
merito di sua principesca famiglia, che
assislè dal i8o3 fino alla morte, <jual suo
uditore e amico, difensore e ricuperatore
di molte sostanze della medesima, per la
qua le disbrigò gravi e delicate commissio-
ni. Siccome il cardinale credeva che fosse
ornato della porpora lui vivente.avea sta-
bilito fargli le spese occorrenti, cornea vea
praticato col celebre cardinal Consalvi,
nella cui promozioiiegl'impronlò diverse
migliaia di scudi. Il p. Francesco Imperi
minore osservante, colla sagra eloquenza
si rese celebre ne' primari pulpiti di Ro-
ma e d'altre capitali d'Italia. Loreto del
Qua tiro dotto e pio parroco di s. Caterina.
Il sacerdote Giulio Picchioni in Roma e-
uieudò i libri scolastici di Fedro, Ovidio,
Virgilio e Cicerone; e morì in patria in
grande estimazione, lasciando scelta bi-
blioteca. Il nipote d. Angelo Picchioni esi-
mio difensore delle cause de' Santi e mi-
nutante della segreteria de'brevi.Dirò io :
Gregorio XVI lo promosse a cameriere
suo segreto soprannumerario, a sostituto
di detta segretei ia.ed a canonico della pro-
tobasilica Laterauense, in beneficio della
quale non solo fece quanto descrissi ne' voi.
XXIII,p.28.,LXXV,p.59, olire la sud-
detta rinnovazione di lapide al concitta-
dino Amati, ma lasciò un fondo d'annui
scudi 60 col semplice onere d'un funerale
auniveisario pei l'anima sua. Morì d pre-
lato nel 1 852, e l'egregio suo nipote Lui-
gi archivista della nominata segreteria,al
sinistro lato dell'ingresso della sagrestia
di detta arcibasilica gli eresse, rimpello a
quello dell'Amati, un monumento mar-
morto colli sua effigie e stemma; e sic-
come nell'isuizione si dite cavaliere de'
ss Maurizio e Lazzaro, noterò ch'ebbe ta-
le decorazione per essere stalo postulato*
V E h ao7
re della causa della ven. Maria Clotilde
di Francia regina di Sardegna. Mi go-
de I' animo d' avere reso un omaggio a
quest' altro corano benevolo mio, e col
quale ebbi carteggio d' ufficio pel Papa
(Gregorio XVI. Il p. Michelangelo Cioè-
ta provinciale de'minori osservanti, teo-
logo di somma pietà. Il sacerdote Ca-
millo Tommasi virtuoso e zelante, fu ca-
ro a Pio VII. Luigi Maggi dotto canoni-
co penitenziere di Velletri e precettore in
quelseminario. I sacerdoti Vincenzo Duc-
ei dottissimo segretario in Parigi del car-
dinal Caprara, autore del Triduo del ss.
Corporale d' Orvieto; e Luigi Accrocca
rettore del collegio Pamphilj, e autore del
Compendio i storico dello scisma de' gre-
ci, meritarono onorevole menzione nel-
Y Effemeridi di Roma deli 82 3. In esse
vi è pure dell'altro valente corano d. Be-
nedetto Coronati di talenti straordinari,
versato in ogni ramo di letteratura, pro-
fondo matematico. Marzio Luigi Cerac-
chi della congregazione di s. Vincenzo de
Paoli, eccellente nell'esercizio dell'evan-
geliche virtù, superiore esemplare di di-
verse sue case. La famiglia Marchetti van-
ta antichità, e già fioriva in Cori nel se-
colo XIII, non che d'essere ascritta a va-
ri patriziati di cospicue città; s'imparentò
colla famiglia Bartoli nobile romana , e
coll'illustri fiorentine Maselli e degli Utili
(Bianca di queste, partorì 19 figli, come
si legge nella lapide in s. Lorenzo in Da-
maso di Roma): Alessandro seniore co-
minciò nel finir del secolo XVI a funge-
re gli uffizi di vice-duca de'fendid'Altemps
e de'Colonnesi in Puglia, de'quali ultimi
fu benemerito, rispettabile per probità e
altre virtù; Alessandro giuniore canonico
in patria, già ricordato, di grandi talen-
ti, segretario del marchese Patrizi sena-
tore di Roma, ulilea'suoi concittadini cui
portò da Subiaco la reliquia del b. Tom-
maso (che al di lui padre Ortensio ope-
rò vivente il celebrato miracolo, il quale
era in Cori vice-governatore perpeluodel
senato romano), autore di molte lette-
ao8 V E L
mie produzioni stampale , onde meritò
gli elogi dell' Effemeridi di Roma del
1823. Con altro elogio del fratello di d.
Alessandro, cioè di Vincenzo Tommaso
Marchetti, il Viola termina le stìe elabo-
rate Memorie, delle quali con lui già lo
dissi benemerito; poiché lo celebra per le
sue letterarie produzioni, per irreprensi-
bile condotta, zelo e probità con cui lode-
volmente disimpegna va ogni incarico che
per merito gli veniva conferito, onde il se-
nato romano l'avea ascritto alla sua cit-
tadinanza. Tutto è Storia di quell'illu-
sile corano vero esemplare cristiano, ti-
po del più tenero amor patrio, dotato di
molteplice erudizione che diffondeva col-
la sua pronta e felice memoria, elegante
latinista in prosa e in versi. Egli morì
nell'amata patria nel bacio del Signore,
colla consolazione di vedere il diletto e suo
savio degno figlio Alessandro meritamen-
te nel 1 854 acclamato da'suoi concittadi-
ni in gonfaloniere, ad onta che non ne a-
vesse l'età congrua, alla quale benigna-
mente dispensò il Papa che lo bramava
investito della principale magistratura pa-
tria. Egli tuttora lodevolmente funge l'o-
norifica magistratura , e per le sue cure
è stata allargata la strada che da porta
Romana conduce olla piazza omonima e
principale, la quale ancora venne ingran-
dita e abbellita colla demolizione d' al-
cuni fabbricati. E qui si compie il serto
intessuto de'miei fiori, che mi proposi de-
porre sull'avello che racchiude le spoglie
mortali del verace amico. Nel vol.LXlV,
p. 62, narrai la visita formale fatta a Co-
ri dal marchese Sinibaldi nel 1 8o4 come
conservatore di Roma, ed i festeggiamen-
ti e archi trionfali co' quali la città F ac-
colse. Il Cancellieri nel Cenotaphium al
cardinal Antoneili vescovo d'Ostia e Vel-
letri riferisce a p. 54, eh' essendogli noto
essere trascorsi più. di 6 lustri dacché la
città di Cori non era stata visitata dal
proprio pastore, si stimò in obbligo di
prontamente recarvisi a'6 ottobrei8o7,
col cou visitatore can. Polidori {V.) poi
VE L
cardinale, che con aureo stile ne dislese
gli atti e i decreti. Fu accolto fra le accia
inazioni di tuttoil popolo, col suono di lui
te le campane e lo sparo de'mortaretti. 1
magistrato, che l'avea già fatto incontra
re a Velletri e scortare da'più distinti cit
ladini per lungo tratto di strada, lo lice
ve alla porta della città ; dove smontato
dal suo legno, il clero co'due capitoli tut
to riunito nella primaria chiesa collegia
ta di s. Maria della Pietà, lo ricevè nel
F ingresso e venne cantato solennemente
o
il Te Deum. 11 cardinale nel condursi al
l'appartamento vescovile, nel convento a
lora degli agostiniani , benediceva il po-
polo che divotamente l' implorava con
commovente spettacolo. Si trattenne il
cardinale in Cori 22 giorni, e lutti edifi-
cò con infinite opere sante e colla divina
parola. Visitò le 6 chiese parrocchiali, il
monastero delle monache, la casa dell
maestre pie, e l'oratorio gentilizio de'cor
ti Finy sagro a s. Anna. Amministrò ili
gl'amento della cresima anche nelle cas
de'poveri fanciulli moribondi, tenne l'or
dinazione, fece la comunione generale
l'affollato popolo, visitò e consolò misera
bili infermi, predicò 8 volte in modo tene-
rissimo. Vestì monacaTeresaManari, pro-
nunziando eloquente discorso, assistito al
trono nella messa cantata dal fratello d.
Nicola Manari.ilsullodato prelato; ed an-
cora da mg.r Tassoui deputato del mona-
stero^ da mg.r Macioti suffraganeo di Vel •
letri cugino della monacanda, cui fece da
madrina la contessa Giacinta Contini Ca-
taldi, e dal magistrato. Il clero tutto fu ri-
cevuto dal cardinale amorosamente, ma-
nifestando pubblicamente a tutti la sua
pienissima soddisfazione; e lasciando ab
bondanti limosine a'poveri fece ritorni
Velletri corteggiato da' più distinti eccl
siastici e cittadini. Dice il Castellano, ci
nel i83i divenuta Velletri legazione, la
giurisdizione criminale di Cori restò al se-
nato romano, ma l'amministrativa fu at-
tribuita al governo di Velletri. Nel supple-
mento del n.° 34 del Diario di Roma del
VE L
i83g si legge la descrizione de' festeggia-
nienti fatti in Cori , per avere condisceso
Gregorio XVI alle brame del municipio,
con concedergli a protettore il cardinal
Giacomo Giustiniani camerlengo di s.
Chiesa,Mn occasione dell' elevazione del
suo stemma, associandola quelli del Pa-
pa e del cardinal Pacca legato. Nel duo-
mo pontificò mg/ Franci vicario genera-
le e suffiaganeo di Velletri, condecorando
le funzioni sagre e civili colla sua presenza
mg.r Lolli vice legato della provincia di
Marittima, con tulle l'autorità giudiziarie
e civiche di Cori, banda militare e truppe
•di linea e detersaglieli. Vi furono perdue
sere generali luminarie, fuochi artificiali
.e altre pubbliche dimostrazioni di gioia.
Inoltre nella sala di Carlo Manari, fratel-
lo del già encomiato prelato, uno degl'in-
dividui della magistratura e stato più vol-
te gonfaloniere, ebbe luogo un'adunanza
letteraria di coltissimi soci, in onore del
cardinal protettore; e nella casa del gon-
faloniere Nicola Fochi, pel medesimo por-
porato si tenne altra accademia vocale e
istrumentale. Narra il principe Massimo,
Relazione del viaggio fatto da Gregorio
XVI alle provincie di Marittima e Cam-
pagnanel i843, che il Papa in Velletri
ammise all'udienza varie deputazioni e
magistrali » fra'quali vennero que'di Co-
ri vestiti co'loro rubboni (con mostre d'o-
ro), non ostante l'opposizione della magi-
' stratura di Velletri, che così temeva pre-
giudicassero alla sua giurisdizione, e che
' aveva fatto perciò il possibile per impedi-
re loro d'indossarh'UlPapa benignamen-
te accolse l'omaggio della città di Cori, in-
di fece invitare alla tavola di corte il sul-
lodatogonfaloniereNicolaFochi, vera men-
te degno e zelante magistrato civico, sic-
come virtuoso ed equo, e amante la flori-
dezza della comune patria e de' concilta-
' d ini. Notai a suo luogo e racconta il Bau-
co, che nell'ottobre 1847 '' lagnante Pio
/^organizzò il Senato Romano in mu-
nicipio, questo rinunziò alla giurisdizione
su Cori, la quale città si trovò libera del-
voi. LXXXIX.
V E L 209
la confederazione e de'palti col medesimo,
e fu sottoposta alle leggi generali dellosta-
to pontificio, onde d'allora in poi è gover-
nata dalla legazione di Velletri. Riporta
il supplementoaln.°!2a del Giornaledi
Roma del 1 855, la visita pastorale aperta
in Cori dall'attuale vescovocardinal Mac-
chi. La mattina de' 11 maggio la magi-
stratura municipale, a cui si unì l' auto-
rità civile ed ecclesiastica, si recò in Giu-
liano ad incontrare il cardinale e rappre-
sentargli il tripudio comune per la sua
ben avventurosa venuta. L'ingresso seguì
avanti le ore 1 o autimeridiaoe,tra losquil-
lo festivo de'sagri bronzi, le reiterate sal-
ve de'mortari, il suono armonioso della
banda cittadina, ed il plauso popolare. Il
cardinale scese di carrozza con mg.r Vi-
tali vescovo d'Agatopoli e suffraganeo,ed
accompagnato dalle ricordate autorità,
mosse alla volta della primaria collegia-
ta di s. Maria, ove ricevuto dal capitolo,
si portò all'altare del ss. Sagrameuto, pro-
fondamente l'adorò e assistè alla messa.
Dipoi vestiti gli abiti pontificali aprì la 8.
•visita coli' intervento di tutto il clero e
della magistratura, e disse a'eorani un'o-
melia assai bella e commovente per dot-
trina, per zelo e divozione , protestando
che pel bene del gregge era a lutto dispo-
sto; restando tutti inteneriti e compunti
per la santità di sue parole. Quiudi com-
partì la trina benedizione col ss. Sagra-
melo, e pubblicala dal decano de'cano-
nici l'indulgenza, depose i sagri paramen-
ti. Uscito di chiesa recossi collo stesso cor-
teggio alla ss. Vergine del Monte , nel-
V altra collegiata de' ss. Pietro e Paolo.
Quivi accolto dal capitolo entrò nel tem-
pio addobbato elegantemente e splendido
di molti lumi; ricevuta la benedizione dal-
l'arciprete col ss. Sagrameuto, il cardina-
le andò a orare all'altare della ss. Ver-
gine Addolorata, quindi benedì il popo-
lo, e visitò il vicino monastero delle mo-
nache del terz'ordine, checonforlòa man-
tenere in vigore l'osservanza della regola.
Di là si trasferì nella sua vescovile resi-
'4
2«o VEL
ilenza in s. Oliva , ed ivi coli' amorevo-
lezza e affabilità tutta propria ilei porpo-
rato, accolse i magistrati, i chierici rego-
lari minori cogli alunni del collegio alla
loro cura affidato, ed onorò di particola!*
colloquio i parrochi. Da ultimo visitò la
scuola delle fanciulle dirette dalle mae-
stre pie, cui disse acconcie paiole. Le vie
per cui passava il cardinal Macchi erano
sparse di fiori e verzure, e le finestre mes-
se a drappi di vario colore. Pei* cura del
municipio si videro ne' principali luoghi
della città eretti archi trionfali di varie
strutture e nel prospetto di essi molte e-
pigrafi,fra le quali la pubblicala dal Gior-
nale. Alle ore 8 pomeridiane il cardina-
le partì da Cori, accompagnato dalle sum-
mentovate autorità, dalle benedizioni de'
poveri da lui soccorsi largamente, e dalle
acclamazioni di tulli, lasciando in ciascu-
no vivo desiderio di godere spesso e per
molti anni la dolce presenza dell'ottimo
padre, principe e pastore. Cori si distin-
se per amore e zelo patrio anche nel fa-
re stampale il suo statuto approvato da
Paolo 111, neli.° secolo dell'introduzione
della stampa in Roma, ma divenuto ra-
rissimo, mi è noto che un esemplare lo
possedeva il celebre marchese Biondi, con
questa data. Romae apud Valeriutn Do-
ricum et Lodovicum fratres Brixienses
A uno Domini mdxlix. Indi venne ristam-
palo con questo titolo: Statuto. Ch'ilatis
Corae ab Illtnis. et Exmis. Almae Ur-
bis Conservatoribus denuo approbata et
confermata, accesserunt ad calcetti Ro-
manorum Pontifieum Brevia, taxae a'
liaaue j'ttra etc, Romae apud Joannem
Mariam Salvioni. In Archigymnasio Sa-
pienliae i ^32.Fra'brevi apostolici in essi
riportati, i principali sono di Pio II, Pao-
lo Mie s. Pio V. Quanto allo stemma del-
la città, dice il Riccbi,che Cori variò l'im-
presa col mutare di dominio, sebbene
molto antica si tiene la moderna che mo-
stra il Leone di metallo in campo vermi-
glio, col cuore purpureo al fianco, eret-
to con due branche io aria e colie fauci
VE L
aperte in allodi rampare e combattei
presagio d'impero, impresa de' trionfanti
e segno di vittoria. E ornato di corona
qual città capo e reggia di nazione con
autorità politica, per averla sempre eser-
citata sino dal i4 io col mero e misto im-
pero, ctìatn cum potestale gladii , al i.°
settennio del secoloX V 1 1 1 collelezione de'
due pretori, che rendevano ragione al po-
pnlo.Dal i j. io assunse il moUo:S.P.Q.li,
ma ne'secoli anteriori che la città regge-
vasi in forma di repubblica, usò questo:
S. P. Q. Coranus. Aggiunge Ricchi die
il governo de'duumviri e de'quatuoi viri
durò sino al i5oo, presiedendovi ezian-
dio i novemvii i nobili e sapienti cittadini
con facoltà d'eleggere due pretori per ren-
dere giustizia. Vi furono pure i sexviii,
e quegli alili magistrati già discorsi. Os-
servaMarocco,clie lo stemma del Leone in
campo rosso col cuore rosso in mezzo'al
corpo, avendolo taluno derivalo dall'esse-
re sta toErcoleinCori reduce dalleSpagi
egli non aderisce a' racconti mitologi-.
crede pertanto che esprima il Leone
generosità e fortezza dell'invitta gente ce
rana (dicendo gli odierni corani cordia-
lissimi, e corrispondendo il nome della
città al cuore che hanno); che il campo
rosso possa intendersi pel sangue de' ne-
mici nel quale Cori era avvezza a starsi
(sic); ed il cuore , la sua leale magnani-
mità e fermezza. Ercole sicuramente era-
vi in venerazione, poiché gli eressero un
tempio. Della feracità del territorio Co-
rano con terreni macchiosi , seminativi,
olivati e vignati , parla il Dauco e dice
comprendere più di 348 1 rubbia. Rile-
va il Nicolai , che il territorio di Cori è
lutto vestito di macchie, e abbonda d'e
gni sòrte di cacciagione. Marocco so°
giunge, il luogo non mancare di vette
vaglie, essendo contornato da boschi di i
livi, per raccogliere gran quantità d'oli
eccellente; le sue vigne essere con bell'ii
dustria agraria coltivate, e squisiti ne i
no i vini; inoltre il territorio produrre*
gni sorta di cereali, che per l'abbondai
sse-
co-
VEL
' r.a continuamente si esportano; sebbene
la cosa più importante per Cori sia la col-
tivazione del tabacco, cbe ba molto cre-
dito ed esito grandissimo. E il Bauco di-
' chiara il tabacco eccellente e odoroso, e
'generalmente reputato il più squisito di
tulio il dominio pontificio. Diceva un in-
telligente spagnuolo, cbe sarebbe di venu-
'to più eccellente del tabacco di Siviglia,
se da'corani si apprendesse l'arte e il me-
todo come in I spagna si riduce la foglia in
polvere, dovendo a ciò animare i corani
e le loro piantagioni la regìa de'tabacchi,
anche per la maggior quantità di prodot-
■to, e quindi ne deriverebbe un gran lu-
!cro. Elegantemente descrisse l'ubertoso
e fecondo, non cbe ameno e delizioso ter-
ritorio di Cori, il sullodato articolo del-
■V Àlbum, il quale inoltre celebra i corani
[attuali in più modi, per senno, industria
e beneficenza; ancbe pel gusto della mu-
gica maestrevolmente coltivata da' citta-
'dini, sì sagra che profana, cbe tanto di-
letta e coramove, come quella che per le
sue armonie e soavi note ognora si ma-
nifesta per la signora degli affetti, per la
dolce e innocente rallegratrice degli ani-
mi, per la regina dell'arti belle. Nel ter-
ritorio finalmente sonovi cave di marino
corallina, colla quale Pio VIornò la Sa-
grestia Vaticana, e Leone XII abbellì il
'battisterio dell' altra patriarcale Chiesa
'di s. Maria Maggiore. Anzi se si rinno-
vassero gli scavi nel medesimo e nelle vi-
cinanze della città, per l'antiche ville de'
romani, di cui ragiona il Ricchi nel cap.
1 •>. i, Abbondanza della città, certamen-
lte si troverebbero monete, medaglie, i-
1 scrizioni, statue ed altre antichità pre-
gevoli.
'Delegazione e provincia di Frosinone.
V. Prosinone, oltre il ritento in prin-
cipio del presente articolo. In questa cit-
ta risiedono il prelato delegato apostoli-
co co'4 consultori, e il segretario genera-
le; il presidente del tribunale di i. "istan-
za con 3 giudici, oltre altro aggiunto, il
cancelliere, l'assessore, il comandaute deb
VEL a.t
la gendarmeria. La provincia dividesi in
i3 governi, ed ha 1 54,5^9 abitanti.
Distretto di Ponte Corvo.
Governo di Ponte Corvo.
Ponte Corvo (V.). Città vescovile con
residenza del governatore. Ha le seguen-
ti parrocchie. S. Bartolomeo cattedrale,
s. Biagio, s. Marco, s. Maria di Porta, s.
Nicola, s. Oliva, s. Paolo. Ne riparlai a
Sicilia e Sora. Un'aggiunta. Il veliterno
arcivescovo Theuli, Teatro historico di
Felletri, a p. 1 5, tratta di Fregelle pro-
topalria de'Pontecorvesi, per esserle suc-
ceduta Ponte Corvo, secondo la più co-
mune credenza. Egli dice. » Fregelle era
città insigne e principale de'volsci, da Flo-
ro, Ilist. fio/»., lib. i , e. 1 1 , chiamata Gè-
soriaco, Fregellae, quod Gcsoriacumt
egli scrive; e da Jornande, lib. i, Cesa-
rea. Strabone la chiamò nel lib. 5, Città
famosa". Pertanto ne'miei sfuggevoli cen-
ni storici sopra l'illustre Ponte Corvo dis-
si : Che Fregelle fu chiamata anche Gè-
soriaco e Cesarea, precisamente nel voi.
LIV, p. 96. Ora occupandosi laboriosa-
mente, con assidua e solerte cura a tes-
sere la patria e particolare storia di Fre-
gelle e Ponte Corvo I' onorevole e eh.
Francesco Saverio Bergamaschi, onde
tutti i fregellani sono sicuri che scriverà
una storia degna della sua forbita penna
e del suo ingegno, urbanamente e con e-
spressioni lusinghiere, mi fece sapere, a
mezzo del mio rispettabile fregellano ami-
co cav. Giovanni Ardnini, doversi emen-
dare 1' asserzione; ed io prontamente ad
onore del vero e della storia qui pubbli-
co quanto egli stesso scrisse.» Egli è cer-
tissimo, che Fregelle non ebbe verun altro
nome, ma tale si chiamò pria che i sanniti
la distruggessero l'anno426 di B.oma. E
nell'anno 427> leggiamolo Livio lib. 8,
eap. 18. Scculus est annus nulla re belli
doinive insignis P. Plautio Proculo, P.
Cornelio Scapula Coss. praeterquam
quod Fregellas (Sidicinorum 1.1 ager,
deindeFolscorum fueral) colonia dedu-
cta. Più nel lib. 8, e. 20 leggiamo : Cae
212 VEL
ierum non posse dissimulare negre patì ,
Civitatem Samnitium, quodFregellas,
ex Folscis captas, dirutasque ab se, re-
stituerit Romanus Populàs, coloniam-
que in Samnitium agro imposuerit,q nani
coloni eorum Fregellas appellent. Dal
che è evidente che i sanniti si querelano
co'legati romani che Fregelle da'sanniti
presa e distrutta, una colonia de'romani
l'avesse indi riedificala, e non dierono alla
medesima altro nome, ma la chiamarono
come prima, cioè Fregelle. Fregelle si
chiamò sempre Fregelle. Perciò non sus-
siste che Fi egelle innanzi si appellase Ce-
sarea e Gesoriaco.' Jornande non l'as-
serisce riguardo a Cesarea, come non lo
ha inteso Floro riguardo a Gesoriaco.
Quest'ultimo al lib. i, cap. xi, parlan-
do della guerra co' Ialini, ponendosi in
bocca le gesta de'romani, dice : = Sora
(chi il crederebbe ? )ed Algido ne furono
di terroreje Satrico e Cornicolo,ambedue
nostri governi, lo mi vergogno di Veroli
ediBovilla; pure ne trionfammo. Tivoli,
ora suburbano, e Palestrina deliziosa nel-
1' està, s' investivano, fatti prima de' voli
nel Campidoglio. Allora Fiesole uè riuscì
come Carra dianzi. Fu per noi la Selva
della Piiccia , ciocché poscia la Ercinia;
Fregelle, ciocché Gesoriaco; ed il Teve-
re, ciocché l'Eufrate . = Ecco qui che Flo-
ro fortna un paragone, non già dice che
Fregelle innanzi si chiamasse Gesoriaco.
Acciò si abbia maggior certezza, ne copio
il testo. Sora ( quis credat ? ) et Algi-
dum terrorifuerunt.Satricum atqueCor-
niculum provinciae. De Verulis et Bo-
villis pudetj sed triumphavimus . Tibur,
mine suburbanum, et aestivaePraeneste
deliciae, nuncupatis in Capitolio volis,
petebantur. Idem tunc Faesulae , quod
Carrae nuper. Idem nemus Aricinum ,
quodtlercynius saltus. Frcgellae, quod
Gesoriacum. Tiberis, quod Euphrates".
Quanto poi all'essere la nuova Fregelle,
Ponte Corvo, afferma il lodato scrittore.
» Fallo, che a noi presenti, a chiunque
\i si recasse, parlerebbero i copiosissimi
,
VEL
ruderi, che presso a 3 miglia si estendono
dalle contrade ora dette Marecene e Tor-
retta, fino a quelle di s. Damiano e s. Lu-
>>
eia .
DELEGAZIONE E PROVINCIA DI BENEVENTO.
Benevento^ ^.).Città con residenza del-
l'arcivescovo cardinal Domenico Carafa
di Traetlo,e del prelato delegato aposto,
lieo mg.r Odoardo Agnelli, non che di 4
consultori, e del segretario generale; del
presidente del tribunale di i .*istanza,con i
giudici, il procuratore fiscale, il cancellie-
re, l'assessore legale, il comandante del-
la gendarmeria. La metropolitana è sot-
to l'invocazione della B. Vergine Assun-
ta in cielo , ed ha le seguenti parrocchie.
Ss. Angelo e Stefano, s. Caterina, s. Do-
nato, s. Marco, s. Modesto , s. Maria di
Costantinopoli, s. Maria della Verità, s.
Salvatore. Di questa antichissima e nobi-
lissima città del Sannio (V.), di recente
onorata dalla presenza del regnante Pio
IX (F.), del suo celebre ducato deLow
gobardi(V.), della Sovranità della s. Se-
de {V-} sul medesimo, per cui nell'inve-
stitura della Sicilia (P.) di qua e di là
dal Faro sempre se lo riservò ; oltre il ri-
ferito iu principio del presente articol
ne riparlai in tanti luoghi ch'é impos
bile ricordare, come de'suoi vescovi e 1
civescovi e loro antiche prerogative, ma
si vedranuo nell'Indice. Contiene la de-
legazione le seguenti 7 comuni, formanti
il suo distretto, e tutti i suoi abitanti a-
scendono a 23,176. Bagnar a; Montor-
soj Pastine j PmV/o, coll'appodiatoMac-
coli ; s. Angelo a dipolo, ce gli appo-
diati Motta, Panelli, Sciarra; s. Leu-
ciò, coll'appodiato Maccabei ; s. Marco a
Monti.
Orapassocronologicamente a descrive-
re compendiosamente i principali aweui-
menti della storia civile ed ecclesiastica di
Vellelri interessante a tutta la provincia
di Marittima, premettendo una breve ile
scrizione della città, della quale si ha del
veliteruo conte Giuseppe Bassi , Descri-
zione della città di Fclletri, Boma pel
li la
VEL
Giignani 1 63 i .In tale anno ed ivi fu pure
pubblicata da Giacomo Lauro , Descri-
zione della città di Velletri. Ne trattano
ancora, il Pinarolo, Trattato delle cose
più memorabili di Roma, Velletri ec.;il
Marchesi, Galleria dell'onore, della cit-
tà di Velletri, tà altri. Terrò presenti i
sutumentovati scrittori di quanto riguar-
da Velletri, ma di preferenza procederò
col benemerito veliterno can. Bauco, co-
inè quello che dichiarò nella prefazione
della 2.3 edizione della Storia della cit-
tà di Veletri, che riguardando egli pu-
re la Storia (V.) qual maestra della vita
e luce della verità, sebbene per scrivere
la patria storia dovette servirsi della mag-
gior parie de'maleriali di quegli scrittori
the ne parlarono distesamente, e ne rife-
risce i nomi, nondimeno in tutto non uè
t seguì le loro opinioni. Rispettandone il
inerito e la dottrina , gli piacque di più
seguire la verità che l'autorità; giacché
molti falli da tali storici come veri rife-
riti, dalla retta critica sono contraddetti.
Volle purgare la storia dalla favola e dal-
le tradizioni vaghe e confuse, con ridurla
al suo vero principio, poiché conobbe che
anco gli storici veli terni errarono co'più.
Egli tralasciò di riprodurre il testo de'di-
plinni, delle bolle e brevi pontifìcii , l'i-
scrizioni e altri documenti, già pubblicati
da'medesimi scrittori da lui ricordati sul-
' le memorie veliterue.
/ tllelri o Veletri, Velitr ae, siede so-
' pia un terreno che mostra segni d'estin-
' lo vulcano, nell'ultimo ripiano d'una la-
I dui* che discende dal dorso del rinouia-
' to monte Artemisio (il cui nome trasse da
Diana Arlemis, deità di que'boschi che
avea a specchio il vicino lago di Nemi,
' perciò detto Speculimi Dianac) verso o-
i lente, piano di bella e vantaggiosa emi-
nenza , cioè di vari piccoli colli iti figura
Idi scudo e formanti una deliziosa collina,
[in aere puro di tempei alienilo clima. Ti o-
vasi I' illustre città in mezzo a due leali
'auliche vie consolari e postali, l'Appio e
la Latina, al diritto cammino di due cele-
VEL 2 1 3
Iratissime metropoli Roma e Napoli, per-
ciò continuamente transitata da quelli che
ad esse recansi o ne partono. Da una del-
le sue porte comincia quel meraviglioso
e lungo stradale che trapassa le Paludi
Pontine. E distante dal mare Tirreno 1 5
miglia, da Roma 25 (al sud-est e malgra-
do che i cippi milliari la portino a 27, im-
perocché essi furono posti quando Pio VI
fece la nuova Strada, che dopo Albano
noti saliva direttamente alla Riccia come
negli ultimi anni, ma sboccava a Gemano
presso il nuovo duomo,facendo il giro del
ciglio meridionale di Vallericcia, e perciò
allungando il cammino di buone due mi-
glia. Anticamente fu 1 i"4sla(U cioè 2 1 mi-
glia e 3 quarti distante da Roma, proba-
bilmente calcolandola dal punto in che
deviavasi dalla via Appia a sinistra pres-
so Tre Taberue. Tanto a vverleNibby. An-
zi sarà di meno di 25 miglia pe' ponti e
Strada fatti presso la Riccia, e descritti
in que'due articoli. Ora ['Enciclopedia
contemporanea di Fano , tornandone a
riparlare, serie 2.a, 1. 1, p. 58, ha pubbli-
cato un interessante articolo di Gian Vir-
ginio Orazietti, e intitolato: // Viadotto
d'Arida, col disegno del medesimo trat-
to da quello più grande eseguito dal bra-
vo Silvestri. Sene rimarcano i pregi ar-
dimentosi dell'architetto e del monumen-
to, la sua comodità, anche pel territorio
veliterno; e si dà il prospetto della tassa
pedaggio che devono pagare i transitanti,
colla cifra numerica de'medesimi, dall'ot-
tobre 1 854 a lutto dicembre 1 857; speci-
ficandosi la natura de' passaggi, e quelli
che ne godono l'esenzione, mentre i 4 co-
muni circostanti pagano la metà della tas-
sa. Del medesimo Orazietti, e nella stessa
Enciclopedia, si legge un importante ar-
ticolo che porta per titolo: Dell' Arsena-
le di Tivoli e della Colonizzazione del
suo Agro, con quello di tutta la Coniar-
ca. Per quanto dirò in fine, quesla mia
indicazione non riuscirà estranea), 7 da
Geuzano, e da Napoli 1 20. xMoltissime so-
no le città, che col volger de'secoli bau-
a«4 VEL
no in tulio, o almeno in parte cambialo
l'aulico sito ; non però Vellelri,che sem-
pre dalla sua antichissima origine ha oc-
cupalo i medesimi colli su cui tuttora esi-
ste. La bellezza del sito e la giocondità del
prospetto le recano grande ornamento e
decoro. Dall'oriente ella scùopre una lun-
ga e varia caleua di monti, mirandosi an-
cora le cime degli A penatiti, che s'innal-
zano dentro il limitrofo regno di Napoli,
Sopra i monti Albani si scorgono gale-
strina, Paliauo, Piglio, Serrane: su quelli
Lepini, Cori, Sermoneta, Norma, Rocca
Massima, e alle falde Giuliano. Dal mez-
zogiorno si gode la vista delle vastissime
campagne delle Paludi Pontine, e ad es-
sa si presentano ancora Cisterna , la pe-
nisola del atonie Circeo e l'estesissimo ma»
re Tirreno coll'isolette Palmarola, Poli-
zia e Sannoua, e sulle coste il Porto d'Ai» -
zio, Nettuno e Astuta. Dall'occidente Ar-
dca, e Civita Lavinia con amene colline.
Finalmente dal settentrione gode il mon-
te Artemisio tutto coltivato, e l'altro u-
uito di Spino, colle selve sempre verdeg-
gianti di Faggiola e di Lariano. L'ultima
proposizione concistoriale per 1' odierno
cardinal vescovo suburbicario, dice Civi-
tas Velilerna intra fines Latii in provin-
cia Marilima ad clivum monti* Arte-*
misti aedificata conspicilurtcuJusin am-
hitu Irium circiter mìlliarium sexcentas
domos, etquatuordccim pene mille coni'
plectitur cives, che la posteriore Statisti-
ca deli 853 registra i4,4?4 compresi 5
ebrei; e quanto al circuito, anche Nibby
disse Vellelri cinta di mura semidirute de'
tempi bassi, che girano circa 3 miglia, es-
sendo la porla verso Roma fatta nel «573
co'disegni del Vignola. Ma come dirò, fu
poi demolita, e sostituita da ampia Bar-
riera. 11 Marocco dice la città cinta di mu-
ra castellane, le quali anticamente erano
altissime, come si vede dagli avanzi a por-
la Napoletana, che ancora conserva la sua
vetustà, e dove ancora sussiste l'incastro
della saracinesca per cui si calava calza-
la la porla; ed afliuthè si tendesse pi il
VEL
difficile l'ingresso, è da due torrioni gua
retiti la, ed esisterono eziandio in altri pun-
ti delle mura, ma appena se ne conosco-
no le vestigia. Apprendo dal veliteli»
Theulijche anticamente in Vellelri elati-
vi molte porte, le quali si mantenevano a-
porle, come porta Fura vicino a s. An-
tonio di Vienna, forse così detta da Fu-
rio Camillo, come in Soli i conserva l'i»
stesso nome di Furia quella porta per la '■
quale egli entrò. Altri però vogliono, av- i
verte lo stesso Theuli, che si debba dire
porta Figura, per l'immagine della Ma-
douna che vi è dipinta. La porta del Pun-
tone che stava vicino alia chiesa demoli-
ta di s. Rocco, e porta di s. Martina che
rimaneva presso la chiesa di s, Antonino,
ed altra detta Portella, da cui prendeva
il nome una decarcia della città e slava
vicino al Matano, Indi 3 solamente re-
carono aperte per comodo pubblico, eie
porta Lucia, porta Romana e porta
poletana. Tulle le vie interne sono reg
lari e comodissime, meno quelle che con-
ducono a piazza della Corte, poiché sono
alquanto scoscese a motivo del sito il più
elevato della città; vi sono altre piazze e
fonti con abbondanza d'acqua purissima,
le principali essendo quelle magnifiche di
piazza del Piano, uscendo 1' acqua da 4
ben intesi mascheroni; la fonte di s. Gia-
coino di forma rotonda con due cavalli
marini, dalla bocca de'quali sorge un'ac-
qua limpidissima; e la fonte di detta piaz
za della Corte. 11 Theuli descrive le fon-
tane del suo tempo, e le dice mollo belle
e lavorale di travertino, 4 servendo a pren-
der l'acqua per bere. Una era nella piaz-
za Inferiore cou bel vaso e una tazza gran-
de, dalla cui sommità per mezzo di 3 ci-
pressi uniti insieme sgorgava l'acqua, co-
me pure da 2 aquile e da 2 draghi. Al
tra uella piazza del Magistrato o di Cor-
te, con vaso similmente bello, nel quali
si riceve l'acqua, usceudoda 4cavalli ma-
rini , nel cui mezzo si doveva collocali
un Nettuno sopra una conchiglia marini
(rammento che la sua opera fu stampa
V E L
la nel i G4 j.). Nella piazza maggiore o
(irandeo del Trivio erauvidue t'unii, (ina
vicino alla chiesa e l'altra incontro al pa-
lazzo Ginelti, egualmente con belli vasi
ili travertini'. Tra le due fonti vi fu eret-
ta la statua di bronzo d'Urbano Vili (di-
strutta da' repubblicani del 1798, come
poi dirò). Nella piazza di s. Giacomo, sot-
to al palazzo Priorato, e fuori della por-
a Uomaua erauvi fontaue per beveratoi
Ili cavalli e altri animali, ed in luoghi re-
moli comodi lavatoi pubblici per le donne,
^on oltre più. di 12 mulini da olio. Riferi-
re il Dauco, 5 essere le piazze maggiori
'■li Velletri. Lai." appellasi della Danie-
la, la 1.' del Trivio, la 3.a del Coutuue,
a 4-' del Piano, la 5."di s. Giacomo: lut-
'.e ornale di fontane, che scaturiscono ac-
Ipia perenne derivante dal monte di Fag-
'•iula. Anticamente Velletri era divisa in
fi rioni appettali (bearne, nome denta-
lo da due vocaboli greci deca e archios,
•:he siguifica principato didieci: forse per*
:hè da questi rioni eleggevausi i Siguori
Nove e il Sindaco, che governavano come
:api di repubblica la città. Le decarci'e ap-
idlavansi di s. Salvatore, di Castello, del
Jollicello, di Mortella, e di s. Maria del
Trivio. Ora si divide nelle 6 parrocchie
:he pui descriverò. Anticamente era ben
ortifìcata, come mostrauo gli avanzi delle
tue mura, e le profonde e larghe fosse che
a circondano. Al presente non ha che de-
noti ripari, per impedir le fraudi dellega-
oelle. Avea come dissi diverse porte : ora
:si>lela Napoletana rifabbricata con buon
disegno, eia Darriera fabbricata pocoluu-
r,i da dove stava la porta Komaua, la qua-
le In demolita perchè minacciava rovina;
le altre di Furio, dis. Lucia, della l'orici -
ga e del Pontone non più esistono. Nel
I816 fu aperta la deliziosa e ampia via
con alberata d'olmi, che dalla piazza di
. Giacomo conduce sino a via Dorghese.
Juesla era angusta e scoscesa chiamala
ria del Matano,ed ora si appella via Me-
abo; vocabolo che il Volpi dice derivato,
piasi luogo di Marte, ed il Theuli lo ere-
V E L 2i5
de provenuto da mac Landò, perchè ivi uc-
cidevansi le vittime da sagi ificare a quel
nume, e favoleggiando dal re Metabo. La
costruzione di quest'opera costò all'erario
comunale! 5,ooo scudi. Ma delle strade,
delle piazze e delle fonti dovrò riparlare
in seguito. Nel t. 8 AeXV Album di Roma,
a p. 16, si dà contezza con elogio del li-
bro pubblicalo ueli84i e intitolato: Sto-
ria e descrizione degli Acquidotti Veli-
terni, compilata dal d.r Enrico Proven-
zani segretario della municipalità di
Fellttri, Roma 1840. Pertanto si dice,
che l'antichissima città di Velletri , seb-
bene circondata tutta all'intorno da mol-
te ottime sorgenti d'acqua potabile, uon
avea mai potuto vederne alcuna condot-
ta duo dentro le sue mura , perchè non
superabile l'ostacolo della troppa depres-
sione del loro livello. Il celebratissimo i-
draulico Giovanni Fontana, chiamato dal
municipio sul principio del secolo XVII,
ebbe ricorso ad un ingegnosissimo artifi-
zio, per cui sorprendendo quasi la natu-
ra nel suo occulto magistero , penetrato
nelle viscere de'mouli circonviciui, e di-
ramando là entro in moltissime e svaria-
le direzioni una grande quantità di cuni-
coli, raccolse in ciascuno di essi dal tra-
sudamento delle pareti e delle volte altret-
tanti piccolissimi filetti d'acqua, che lutti
insieme mettendo capo nella forma cosi
detta maestra , e accomunati verniero a
formare come per incanto una piena e
copiosa sorgente: e questa derivandosi da
un livello molto più alto che non è la sot-
toposta città, superate gravissime difficol-
tà d'altro geuere che si frapponevano per
via, forati più monti e roccie, potè per tal
modo condursi Ini dentro alla medesima,
e servire all'abbellimeutodi essa, uon me-
no che all' utile e al comodo degli abitan-
ti. Quest'opera tanto ardimentosa e ma-
gnifica (iuo allora era rimasta quasi all'at-
to inosservata, finché il benemerito d.r
Provenzani, con molte notizie di muni-
cipale erudizione, fece conoscere l'artifi-
zio cosi ingegnoso e felice, pel quale la
ai6 VEL
città ebbe il necessario elemento che tut-
tora gode. Entrando nella citlà dalla por-
la Romana reca sorpresa la torre quadra-
ta, che isolata s'innalza nella piazza mag-
giore o Grande ovvero del Trivio , alta
palmi 240 e che per ogni lato conta pal-
mi 20 di larghezza. Questa torre dell'o-
rologio altissima piramidale, conte la chia-
ma Cancellieri nellesue Campanec Cam-
panilij 0 gran campanile altissimo della
chiesa di s. Maria in Trivio d'opera sa-
racinesca, al dire di Nibby, che qualifica
gotici i caratteri della lapide che ne de-
termina il compimento colla data de'i5
api-ilei 353; viene lodata dal Bauco per
altezza e sveltezza, e per la nobile costru-
zione di rara maestria di selci quadri, or-
nata di 3 sonore e armoniose campane.
Inoltre osserva con ammirazione, che tan-
to la torre quanto il palazzo Ginnetti, ne'
terremoti del 1 800 e del 1 806 non soffri-
rono alcun dannoo lesione, dopo chequa-
si tutte le altre fabbriche buono guaste.
Ad onta di tale autorevole p.otesta, pa-
re che la torre del Trivio abbia bisogno
d'e-ser fasciata di ferro sopra la metà per
avere alquanto sofferto. Come pure, nel-
la medesima torre campanaria, andrebhe
riformala l' iscrizione scolpita in marmo
riguardante l'istituzione della legazione,
che tanto onore e vantaggio reca a Vel-
letri, non nominandosi allatto il PapaGre-
gorio XVI che la istituì. Si può leggere
nel Bauco, 1. 1 , p. 363, e particolarmen-
te ricorda il celebre e benemerito cardi-
nal Pacco, che fra'benefiyi prestali a Vel-
Ietti, dice lo storico, il maggiore fu quel-
lo d'aver secondato il voto de'veliterni a
fine d'ottenere dal Pontefice l'onore del-
la legazione. La lapide I' eressero i veli-
terni, i terracinesi , i setini , i segami , i
corani, i labicani ossia i valmontonesi per
aver celebrato i primi comizi, tenuti co'
loro deputati dal cardinale per la costi-
tuita legazione, senza peiò dirsi da chi, a'
7 novembre i832. E vero che ne esiste
il monumento nel palazzo municipale, co-
me descriverò e vidi, ma non è pubbli-
VEL
co come questo. Il forastiere che si limi-
ta a leggere quella lapide, resta col desi-
derio di sapere chi fu il Papa istitutore.
Le fabbriche privale dell'abitazioni sono
decenti, ne mancano di sufficiente appa-
riscenza; come magnifici, nobili e di buon
gusto sono diversi palazzi e grandi fabbri-
che. Il rinomato palazzo Ginnetti, ora de'
principi Lancellotti, edificato dal celebre
e splendido cardinal Marzio Ginnetti ve-
li terno morto neh 671, con architettura
di Martino Lunghi , e la spesa di circa
3oo,ooo scudi, poiché l'ornò con ogni più
squisita eleganza, e con galleria piena di
eccellenti pitture e statue antiche. Que-
sto museo, parte venne trasportato in Na-
poli, e parte in Roma nel Palazzo Lan-
ctllotliy i cui principi ne furono gli ere'
di. Superba è la scala tutta di candidi
marmi fino al 4-° piano, bellissimi i bas-
sorilievi antichi, le colonne, le statue, gì
stucchi ealtredecorazioni delle sue loggie
ond'è giudicata una delle meraviglie d'
talia, anche per la sveltezza del dise
Adiacente a questo magnifico palazzo,ch
nel suo interno è abbellito di pitture , 1
cardinale vi formò un grande e amen
giardino ornato di fonti e di statue. Dal
le loggie principalmente si godono magi
che ed estesissime vedute naturali. Que
sto grande e signorile palazzo non è ahi
tato, ed abbisogna di molti e notabili re
stami, che vagheggiano i suoi ammira
tori. Non sembra vero che gli auslriai
lo saccheggiassero nel 1 744> come pretei
de il Beccatiui. Nel 1849 fu il bersagli
d'alcune palle di cannone lanciate da 'ri
belli repubblicani, che a' ic) maggio o(
cuparono per poche ore l'adiacente can
pagua; e se ne vedono ancora le impioti
te nelle mura esterne da quella delizio-
parte. 11 cortile poi servi come di pialli
(òrma ad una batteria napoletana, che 1
spondendo egregiamente al cannone di
gli assalitori, li respinse e mise in fùg
ma di ciò meglio a suo luogo. Il palazi
Ginnetti rende anco ornamento alla pia
za grande del Piano, di cui uè occupa 1
VE L
fianco. II palazzo vescovile legatizio e mu-
nicipale detto Vecchio, si eleva maesto-
samente e torreggia come un castello nel
sito più eminente e bello della città, die
domina d'ogni parie, uella contrada Ca-
stello, ov' erano anticamente le case del-
l'augusta famiglia Ottavia. Essendo stata
decretata l'erezione del nuovo pubblico
palazzo, il celebre cardinal Giovanni Mo-
ioni governatore e vescovo fece delineate
un bellissimo disegno dal celebre archi-
tetto Giacomo della Porta per questo e-
difizio, la cui costruzione s'incominciò nel
l5y5. E" isolato, di forma quadrilatera
corrispondente esattamente a 4 ponti car-
dinali della sfera, e donde si apre a mez-
zogiorno l'ampio prospetto delle Paludi
Pontine, de' monti di Cori, di Sezza , di
nernioueta,ÌMÌne Terracina,del promon-
torio Circeo e del mare. Grande, solido
e di buono stile, simmetrico nelle sue fac-
ciate, farebbe bella mostra di se anche in
una capitale. E' inoltre magnifico, ornato
e diviso in due appartamenti, con digni-
tose e vaste sale e molti comodi. Il su-
periore che dal 1825 ali83o fu decoro-
samente addobbato con belle e ricche sup-
pellettili, fu ceduto dalla comunità Ve-
literna per residenza del cardinal vesco-
vo legato prò tempore, cioè dopo che re-
stò senza episcopio. Nel 1.* piano è quel-
la del nobile magistrato municipale eser-
cente, con camera d'udienza e della se-
greteria generale. In questo appartamen-
to sono magnifiche sale, una detta delle
lapidi, altra del consiglio, altre per rice-
vimento di personaggi, oltre quelle asse-
gnate per l'accademia Filarmonica, feste
e lieti trattenimenti e gaiamente ornata,
e pei l'illustre accademia Volsea nelle sue
tornate bimestrali, la cui celebrila , per
quanto poi riferirò, ne fa vivamente de-
siderare dall'universale de'colti la sua ri-
storazione, poiché da alcun anno resta
soppesa. La sala principalecomunnle è son-
tuosa e. vasia. Vi sono in essa e in altre
diversa iscrizioni, egli stemmi delle no-
bili famigliedel patriziato vclilerno. EVel-
VEL a 1 7
la sala consigliare vi sono i busti marmo-
rei di Papa Gregorio XVI, e de'cardinali
bai toloroeo Pacca vescovo e i .° legato di
Velletri, e Tommaso liernetti segretario
di stato, egregiamente scolpiti dal valen-
te scultore romano Filippo Gnaccarini ;
non che un'iscrizione marmorea compo-
sta dal dotto epigrafista Girolamo Ama-
ti, come l'altra summentovata (e lo im-
paro dal n.°2 1 del Diario di Roma del
i834, che ne ragiona), dichiarante l'e-
terna gratitudine di Velletri e di tutta la,
provincia di Marittima per l'istituzione
della pontificia legazione, e della destina-
zione di questa città per degna sede e ca-
poluogo della medesima; monumenti de-
cretati nobilmente dal magistrato muni-
cipale per pubblica acclamazione, come
dice la lapide che si legge pure nel Bau-
co, t. i,p. 362. Pel mio rimarco fatto sul-
l'altra lapide, forse il dotto Amati non sep-
pe bene che essa doveasi erigere sepa-
ratamente, e collocarsi isolatamente al
pubblico nella più frequentata contrada
della città. Tale distinzione GregorioXVI
volle concedere a Velletri e alla provìncia
per solenne attestato di sua paterna sod-
disfusione, per le chiare e ulteriori dimo-
strazioni di fedeltà e divoto attaccamen-
to mostrato da' veliterni e dalle popola-
zioni della provincia ne'torbidi funesti del
1 83 1 de'faziosi, difendendo con energia
sincera i diritti della s. Sede. Le antiche
iscrizioni volsche e romane esistenti nel-
la sala della delle lapidi e nell'atrio, fu-
rono illustrate nel secolo passato dal ve-
literno cardinal Stefano Borgia. Nelle sa-
le municipali sono pure quadri dipinti dal
veliterno che il comune mantiene in Pio-
ma allo studio delle belle arti, fra'quali
i ritratti d'alcuni illustri veliterni, come
della valente pittrice Virginia Vezzi ve-
li terna, di cui parlerò all'epoca nella qua-
le fiori. ISel pianterreno del palazzo vi è
l'archivio notarile, il monte di pietà Gin-
misi Gregna a sollievo delle famiglie bi-
sognose della città, e in una vasta sala la
biblioteca comunale, di cui fu beueme-
2«8 VEL
• ito bibliotecario il veliterno Clemente
Cardinali. Questa resta aperta ogni gior-
no a pubblico comodo, la quale dovizio-
sa già di molte migliaia di volumi, fu no-
tabilmente aumentata nel 1842 con l'ac-
qui.oto della scelta libreria dell' altro be-
nemerito cittadino cav. Luigi Cardinali:
possiede ancora una pregevole e copiosa
collezione di opere mss. e stampate , re-
lativetutte a Velletri. La preziosa raccol-
ta de' libri della biblioteca si accresce an-
nualmente per la dote saviamente asse-
gnatale dal comune, e forma lustro e de»
coro alla città. Inoltre vie l'arcbivio pub-
blico, e le pubbliche carceri governative,
in parte sotterranee e divenute angu-
stissime, per cui alla sua volta le deplo-
rerò. Di questo palazzo, di cui il Bauco
lamenta per non essere compito il pro-
spetto di mezzo , secondo il disegno del
cav. Derniuo, dovrò riparlarne dicendo
dell'episcopio, e di quando comi nciaronoi
cardinali vescovi ad abitare il medesimo
palazzo. Altro palazzo municipale e dele-
gatizio è quello rimpetto al descritto, e-
gualmentegrandioso,eleganteecoinodo,e
denominato Wuovo,imperoccbè fu comin-
ciato nel 1822 e compito neh 835, go-
dendosi anche da questo un magico pa-
norama. Ne fu architetto il valente coni-
atemi. Gaspare Salvi (di cui si può leg-
gere l' Orazione funebre in lode del coni-
metal, Gaspare Salvi, Roma 18 5o), del-
le cui opere parlai con lode in più. luoghi,
e vi furono spesi circa 1 00,000 scudi, àer-
ve di residenza al prelato delegato apo-
stolico della provincia di Marittima oVel-
letri, ed a'pubblici ullizi della legazione,
segreteria generale, tribunali, cancellerie
civilcecriminale,polizia,pe'cursori,quar-
tiere del presidio di guardia ec, oltre gli
«^parlamenti del prelato delegato e di
.dciini impiegati ec. Nella facciata ester-
na si ammira un monumento in basso-
rilievo di marmo, scolpito dal sullodato
(.■laccarmi, collocato a'3 1 maggio 1802,
alla presenza del cardinal Macchi vesco-
vo e legalo, di mg.' Bambozzi delegato
VEL
e degli amministratoli provinciali, con
dimostrazioni d'esultanza de' velìterni e
de' provinciali; a perpetua memoria del
gran fatto del 1849 della restaurazione
del dominio temporale della s. Sede per
le armi cattoliche delle potenze alleate,
non meno per gli aiuti somministrali dalle
fedeli provincie di Marittima e Campa-
gna, che per le prime ebbero 1' onore e
la ventura d' accogliere il regnante Pio
IX nel i85o, nel felice ritorno ne' suoi
stati, e meglio descritto nel n.° 129 del
Giornale di Roma del 1 852, ed a p. 528
de 11' Osservai ore Romano. In essi si leg-
ge, che la provincia di Marittima, lega-
zione di Velletri, per essere a confine col
regno di Napoli fu la i." a rassegnare di-
vota gli omaggi sinceri di venerazione e
sudditanza ai Papa Pio IX, quando nel
faustissimo 6 aprile i85o rientrava ne'
•noi domimi, dispersa e abbattuta I' a-
narchica fazione. E perchè di sì propizio
avvenimento degna e durevole memoria
si avesse in Velletri capoluogo della pro-
vincia, si stahilìdal consiglio provinciale
de'2 aprile, che un monumento si eriges-
se sulla facciata del palazzo delegatizio
rappresentante l'arrivo del Papa, la pro-
vincia ossequiosa e riverenle, e le 4 po-
tenze Spagna, Austria, Francia e Napoli
accorse per un concorde sentimento alla
restaurazione del Irono pontifìcio. Allo-
gata l'opera all'egregio scultore Gnacca-
riui , con lodevole arte dispose le figure
e gli emblemi allusivi alla provincia di
Marittima e ad ognuna delle 4 potenze,
e le topografiche specialità de'luoghi ne'
quali le medesime si distinsero. Pertanto
nel mezzo del bassorilievo vedesi il Pap.i
in abito viatorio, e a lato la colonna mil-
liaria, lai." ad incontrarsi nella via Ap-
pia dal confine del regno di Napoli a Vel-
letri; gli sta dinanzi la provincia genufles-
sa rappresentata in una donna turrita co'
simboli dell'abbondanza ne' frutti del-
la terra e del rostro pel mare. Alla de-
stra del Pontefice è Roma sostenente il
seguo di nostra redenzione, ed ha la Lu*
VE L
pna'piedi, è ricevuta ila Napoli simboleg-
giata nella Sirena e ne'gigli Borbonici, al-
ludendo il concetto a Ferdinando II re
di Napoli e della Sicilia, che accolse ospi-
talmente nel suo regno il Papa esule da
Roma e da'suoi slati. Allo stemma di Leo-
ne e di Castiglia osservasi la Spagna, elio
meritò per le principali sue cure di riu-
nire urini e armati a sostegno della s. Se-
de. Avvi alla sinistra la Francia, e si rav-
visa pel Gallo, che ha a'snoi piedi; tiene
in mano il vessillo della Chiesa, e al suo
fianco scorgesi il Tevere, quindi sopra un
piedistallo la Lupa, e alquanto indietro la
cupola di s. Pietro, il che indica la segui-
ta occupazione di Roma. L'Aquila bici-
pite designa l'Austria, che ha pure il ves-
sillo pontifìcio, e poiché le truppe tede-
sche occuparono primieramente Bologna
e le Romagne, perciò le è accanto il Po,
e dietro questo la Garisenda torre in-
clinata nella città di Bologna. Il palazzo
Filippi ha un' iscrizione sulle pareti del-
l'androne, riportata da Marocco , dalla
quale si apprende, che fu comincialo nel
i 636 colla demolizione di 22 domimeli-
larum da Francesco Filippi; e che i suoi
pronipoti nel 1775 a proprio comodo lo
ridussero in miglior forma. L'attualepro-
prietario cav. Giuseppe maggiore Filip«
pi è il presente gonfaloniere della città.
Altri palazzi sono quelli degli Scanni, de'
Fiscali, de'Gregna, de'Toruzzi (il i.° pia-
no del quale appartiene alla prelatura di
tal nome), de'Lalini moderno, e de'Bor-
già, do ve il celebre cardinal Stefano, sen-
za risparmio uè a denaro né a fatiche ,
avea riunito una famosa collezione di 02-
o
getti egizi e cofli, cinesi, di numismatica
e di storia naturale che formava lustro a
Velletri, e l'ammirazione di tutti i fora-
slieri di remote contrade che passando
per questa città visitavano con piacere.
Quoto museo /forgiano Pclitcmo, de*
gno d'una capitale, conteneva sì peregri-
ne dovizie, che basti solo il dire che altri
magnifici musei si gloriano oggidì di con-
Iwuciue alarne parli; il (piale museo per
VEL a .9
deplorabile patrio infortunio fu poscia di-
sperso e disgregato, come rilevò il degno
pro-nipote mg. r Costantino nelle Notizie
biografiche. Le parti principali del mu-
seo sono in Napoli nel museo Borbonico,
e in Roma nel museo Borgiano del Col-
legio Urbano (fy.). Quanto vi è in Na-
poli, si può leggerlo nel Real Museo Bor-
bonico descritto ed illustrato da Era-
smo Pistoiesi , Rosila 1 838 con figure. Do-
menico Sestini non dubitò di chiamarlo
uno de' più illustri musei d'Europa. Il
Cancellieri, che del cardinal Borgia pub-
blicò un accurato e dotto elogio (come di
non minor pregio fu il pubblicalo nel
1 806 in Roma dal cav. Luigi Cardinali),
nella ricordata sua opera a p. 63 rimar-
ca, che nella ricchissima suppellettile del
suo Museo Veliterno avea vari orologi
solari di cui voleva pubblicarne una rac-
colta colle illustrazioni, onde volle sup-
plire in parte a tale mancauza con darci
l'elenco degli autori che ne trattarono. Il
Rena/zi nella dedica che fece al cardinale
del t. 2 della Storia dell 'università de-
gli studi di Roma, celebrando la sua dot-
trina e vasta erudizione, anche nell'an-
tiquaria, e nelle lingue orientali ed eso-
tiche, ecco come parla delle sue raccolte.
»»11 museo nella città di Velletri, illustre
patria vostra, e domicilio di vostra nobi-
le famiglia, da voi con fino gusto e regal
munificenza arricchito di monumenti, e
cimelii rari e pregievolissimi d'ogni spe-
cie, d'ogni età, d'ogni nazione. Oh quan-
te penne di scrittori nostrali e stranieri
hanno illustrato il museo Borgiano! Di
qual ammirazione gl'intendenti e i viag-
giatori restan compresi in vederlo ed e-
sa minarlo! Come, vostra mercè, è divellu-
to noto e famoso per tutta Europa, etra
le più remole genti ! ... Voi senza rispar-
mio di spesa fate dal celebre Giorgio Zoe-
ga eseguire il catalogo ragionato de' co-
dici coplo-borgiani ne'3 dialetti memfiti-
co, basmurico , saidico; donde su la sto-
ria, le scieuze e l'arti d' Egitto, argomen-
ti per l'occorse circostanze de' tempi di-
220 V E L
venuti ora dì moda letteraria, nnova si
spargerà splendidissima luce". Del Zoe-
ga abbiamo già pubblicato: Nummi A e-
gyptiì Imperatori prostantes in Musco
Borgia/io P'elitris, acljectis pr aeterea
quo/quot reliqua huj'us Classis Numi-
smata ex variis Museis, atque libris col-
Hgere obtigit, Romae 1787. Dopo due
anni il Zoega pubblicò : Globus coele-
slis cufico-arabus Velkerni Musaci
Bor giani, praemissa de Arabum astro'
nomi a Disserta (ione. Negli alti della So-
cietà letteraria Pohca. / clit°rna, t. i,
p. 189, vi è Y Elogio di Giorgio Zoe-
ga censore accademico. Ivi si dice che il
cardinale acquUtò in lui quell'Edipo che
seppe sciogliere gli enigmi egiziani del
museo Borgiano, e si rende ragione del
dottissimo da lui operato. Il p. ab. Rari-
gbiasci la qualificò celebre collezione, ed
unica in Italia. Si ha dal dotto p. Pao-
lino di s. Bartolomeo carmelitano scalzo,
che poi scrisse la vita del cardinale con
l'elenco di tutte le sue opere: Musei Bor-
giani Velilris codices manuscripti, Ro-
mae 1793. La basilica cattedrale trovasi
al confine di porta Napoletana, avente di-
nanzi vasta piazza abbellita da leggiadra
fonte (e non da una statua di bronzo, che
il popolo veliterno per riconoscenza eres-
se a Clemente Vili, come pretendono
Castellano e Marocco). Il zelo patrio del
cardinal Rorgia e quello del vescovo car-
dinal York ottennero da Pio VII il bre-
ve In summo Apostolatus , de' a marzo
1804, Bull. Rom.contA. i2,p. 128: Con-
cessio favore perinsignis CathedralisEc-
clcsiae s. Clcmentis I P. et M. civitatis
Velitrarum li tuli praeminentiae, et pri-
vilegii Basilicarum minorimi Urbis. E'
antichissima e si crede fabbricata sulle ro-
vine del tempio di Marte, secondo il Vol-
pi. Quest'edilìzio monumentale manca
di facciata esterna, e mi giova sperale che
vi supplirà la pietà veliterua o quella di
qualche vescovo, per dignità e decoro del-
la cattedrale «lei cardinal Decano (A7.) del
•Sagro Collegio (/'.), la 1." de' 6 illusili
VE L
J (scovati suburbicari. Il principale in-
gresso è in fondo dell'atrio del semina-
rio vecchio, ch'era l'antico episcopio, la
cui porta rimane a destra. Il minore in-
gresso corrisponde alla nave minore dal-
la parte del Vangelo, ed ha ne' laterali
due antichi leoni di marmo. L' interno
della basilica è grande , decoroso e ma-
gnifico. La costruzione èuri misto d'an-
tico e di moderno, imperocché questo tem-
pio avea altra forma, e mostrava diver-
sa architettura dalla presente. Accadde
ebe nella notte susseguente a'?.3 maggio
i()5(j percosso da un fulmine il campa-
nile, che avea una grande altezza, rovi-
nò per metà, e cadendo sopra la chiesa,
rimase questa per la maggior parte in vol-
ta nella medesima rovina. La caduta del
campanile cagionò eziandio la rovina del-
l'altare, dove conservavasi il corpo di s.
Geraldo vescovo d'Ostia e Velletri, e sco-
pri l'arca di marmo bianco che lo rac-
chiudeva. Questa è ora situata presso la
detta porta laterale della chiesa; è d'an-
tichissima struttura, lunga palmi 8, alta
3 e un quarto e larga 3 senz'iscrizione. Il
vescovo cardinal de Medici non dill'eiì di
ri fabbrica re a proprie spese la chiesa, col
campanile, benché di minore altezza (il
campanile lo descrive Cancellieri; e par-
lando de'campanili antichi e loro forme,
soggiunge trovarsi quello della chiesa di
s.Clemente di Velletri in un'antica pittura
delle grotte di essa, rappresentante la tra-
slazione de'corpi de'ss. Ponziano Papa e E-
leuterio vescovo dell'Illirico martiri, l'atta
incidere dal cardinal Stefano Borgia con
questa e[i\«iai't:Translatio ss.3Iart.Pon-
tianiPP. etEleutherii Epi. ante an. 1 2 54
peracta ex Oppido Tiberiae, mine Tife-
rà, X a Velilris lapide, in calhedraler,
Eeclesiam s. Clementis PP. et M. dice
tam, oli in Mariti templum, adslanle ve
te ri Velitrarum magistrata, nempe i
testale, qui virgam manu gestat, bini»
r/ue consulibus, ex antiqua pintura
parie te cryptarum ejusdem Ecclesiat
studio et cura Slephani Borgiae a s.
VEL
r. de propag. Fide delineata, aereq. ex-
pressa an. 1778. Questo rame è prezio-
sissimo, perchè olire i vestiti civili e gli
abiti sagri de' personaggi che vi si vedo-
no, ci trasmette il sistema di architeli tira
degli edilìzi sagri , e insieme col campa-
nile vi è il portico innanzi la porta eiella
chiesa, sul fare di que'che si conservano
ancora oggidì in Piuma innanzi le chiese
di. s. Clemente, di f. Prassede, di s. Ma-
ria in Costnedin, di s. Cosimo to; portici
che nelle descrizioni di quelle chiese ven-
gono chiamati Locus Pauperum. Quello
però di questa pittura non ha colonne,
come li suddetti, ma piedi itti, che sosten-
gono l'arco semicircolare e il frontespizio);
il quale lavoro fu compito nel 1662. La
nave di mezzo dell'antica chiesa era retta
da colonne di marmo, (he slimavansi in-
sudicienti a sostenerla. Furono queste ri-
mosse, e fu riedificata la medesima con
moderna architettura, e con pilastri pro-
porzionali all'altezza degli archi. La spe-
sa fu di 1 1,000 scudi, e per memoria di
questa munificenza fu collocata marmo*
rea iscrizione uel presbiterio dal lato del-
l'Epistola. Circa detto anno 1662 l'arci-
prete Nicola Toruzzi ornò questa chiesa di
nobile ed elegante battistero di marmo.
Sotto il medesimo cardinale de Medici,
il tempio fu di uuovo cousagrato dal ve-
literno mg.r Bonaventura Tevoli arcive-
scovo di Mira; ed in esso esistono diver-
si depositi e molle iscrizioni lapida rie, che
6i potino leggere presso i putrii storici ar-
civescoviTevoli e AlessandroBorgia.Que-
sla cattedrale è dedicata a Dio io onore
di s. Clemente 1 Papa e martire , la cui
festa si celebra solennemente a*23 novem-
bre. Tra le insigni reliquie visi venera-
no quelle de' martiri s. Poliziano Papa e
s. Eleuteiio vescovo dell'Illirico, e il del-
lo corpo di s. Geraldo. Nella cappella del-
la Visitazione è il corpo di s. Esopei ia
martire, trovato nel ciiniteriodi s. Ciria-
ca con memoria sepolcrale Ne'due alta-
ri laterali entro la cappella della Madon-
na delle Grazie si veuerauo i corpi delle
VEL 22 1
ti. Annia Prima, e Gerontide greca fan-
ciulle martiri, la |." di 6 «uni e 7 mesi,
la 2/ probabilmente d'8 anni: s. Annia
fu trovata nelcimileriodi s. Priscilla, s. Ge-
rontide in quello di s. Calisto, ambo con
iscrizioni lapidarie. La loro traslazione
soletinesi celebiòa'3 1 maggio 1 84o.Deu •
tro il coro d' inveì 110 esiste il deposito di
marmo della b. Maria Guilla, che si cre-
de sorella di s. Geraldo. Sopra il taberna-
colo della tribuna in un reliquiario si ve-
nera il corpo di s. Clemente martire do-
nato dal cardinal Marzio Ginnetti. L'in-
terno di questa basilica è diviso da pila-
stri (in luogo dell' antiche colonne , per
quanto dirò a suo luogo) in 3 navi; è lun-
go dalla porta maggiore, sovrastala da
magnifico organo (di recente restaurato e
aumentato colla spesa di 4°° scudi dal
cardinal Macchi) con eleganti intagli do-
rati, sino a) coro palmi 204 e un 4«°j lar-
go nella nave di mezzo palmi 5 e trequar-
ti: le due navi minori laterali sono lun-
ghe palmi 177 e trequarti, e larghe 2 1.
La nave principale è bellissima e mira-
bile, essendo da cima a fondo ornata di
elegante pittura e di ricca doratura, die
perfettamente armonizza col nobilissimo
soffitto, onde forma un complesso che sor-
prende. Quest'ornato fu eseguito parte a
spese del vescovo cardinal Pacca, e par-
te col ricavato da' legati pii non soddi-
sfatti neh 832. 11 ricchissimo e stupendo
soffitto è di legno intagliato con cornici,
il lutto lavoralo con eccellente maestria,
ed è carico d'oro. Nel suo mezzo il grande
quadro lo dipinse a fresco il celebre cav.
Giovanni Odazzi romano e oriundo mi-
lanese, ed è stimata la migliore sua ope-
ra (morì ricchissimo nel 1731 in Roma,
ove molto dipinse per Benedetto XIII).
Vi espressela Chiesa trionfante, ed i pro-
tettori di Velletri, cioè i detli ss. Clemen-
te I, Poliziano, Eleuteiio e Geraldo. Nel
1806 pel fortissimo terremoto, da cui
niun cittadino rimase offeso, fu procla-
mata primaria protettrice Maria ss. del-
le Grazie. Souo protettori Diiuori s. Roc-
222 VEL
co e s. Francesco Saverio confessori. Il
cari. Banco reude ragione perchè i veli-
terni scelsero i loro celesti Proiettori; e
descrive l'invenzione delle ss. Reliquiede'
ss. Poliziano e Eleuterio rinvenute circa
il i2o4 nel castello di Tiberio oTivera,
lungi io miglia da Velletri, già fiorente
e distrutto da 'saraceni, eolle notizie di s.
Eleuterio , comunemente chiamato da'
veliterni s. Liberato , dalla derivazione
della voce greca Eleuterio , che significa
Liberatore, per le molte grazie ricevute
da Dio a sua intercessione, buona altra
parte del suo s. Corpo venerandosi in Rie-
ti, ma la testa la possiede la cattedrale ve-
literna e la venera nel reliquiario esisten-
te sopra la tribuna. Le pitture della tri-
buna le colorì l'insigne Giovanni Baldoc-
ci fiorentino nel 1095 d'ordine del vesco-
vo cardinal Gesualdo, come si legge nel-
l'iscrizione che vi appose (talvolta soleva
aggiungere il cognome Cosci per gratitu-
dine al zio materno, che n'ebbe cura nel-
la fanciullezza). Vi espresse il Salvatore
che corona la ss. Vergine, e sotto i ss.
Pietro, Paolo, Clemente 1, Ponziano, E-
leulerio e Geraldo: e più sotto vari fatti
della leggenda de'medesimi santi. INel cen-
tro del presbiterio, chiuso da balaustrata
di marmo, si eleva il magnifico altare
della confessione isolato, composto di ec-
cellenti marmi, eretto a spesedel vescovo
cardinal bai berilli seniore, e coperto da
tabernacolo retto da 4 colonne di grani -
tello con capitelli d'ordine dorico, i quali
sono ornati soverchiamente (dice Nibby)
con foglie alternate d' acanto e di palme,
e vengono coronali da un ovolo, li taber-
nacolo è opera de' bassi tempi, come lo
giudica Nibby, e contiene molte ss. Reli-
quie: negli angoli sono 4 candelabri, se
così vogliano chiamarsi, della stessa epo-
ca, i quali sostengono tempietti. Il gran-
de candelabro, che ivi dappresso si vede,
destinato a sostenere il cereo pasquale, è
di marino, e di fino lavoro della scuola
di Sansovino, alla «piale paresi ascrivo-
no gl'intagli degli stalli di noce del coro
VEL
del capitolo, secondo Nibby, o del Benci-
venna al riferire del can. Angeloni. Scen-
dendo alla confessione o sotterraneo , la
cui volta è sostenuta da pilastri e da mol-
te colonne tolte da fabbriche antiche, la
cappella è dedicata a s. Eleulerio, e pia-
mente si crede che ivi riposino le sue re-
liquie e quelle di s. Poliziano. Nell'alta-
re di porfido, secondo Marocco, si vene-
ra l'immagine della B. Vergine col divini
Bambino, leggiadramente espressa in ta-
vola in modo da destare meraviglia a chi
ben la riguarda, e meriterebbe per go-
derla e conservarla di rimuoverla dall'u-
mido e dall'oscurità, e di trasportarla nel-
la chiesa superiore. Il Bauco la crede di-
pinta da Pietro Perugino, maestro di Raf-
faello; ma il Nibby oltre il dire che ivi
rimane una pittura antica a fresco allu-
siva alla pompa della traslazione de'cor-
pi de'ss. Eleuterio e Ponziano, soggiunge
che ivi pure si vedono dipinte le imma-
gini di s. Stefano, la protome del Salva-
tore, la ss. Vergine fra' ss. Ponziano e E-
leuteriojlavori della scuola di Perugino. ..
» E' una vera perdita per la storia delle
arti e delle leggende de' tempi bassi ve-
dere imbiancato vandalicamente il rima-
nente de'dipinti che coprivano questo sot-
terra neo". Autorevoli lamenti, cui fanno
eco gl'intelligenti amatori e cultori del-
l'archeologia sagra, che tutta volta si po-
trebbero far cessare e ripararvi , con di-
scoprirsi di nuovo le preziose pitture. Tor-
nando nella chiesa superiore, le cappelle
laterali delle navi minori sono sfondate, e
quasi tutte con colonne marmoree. Quel-
la del ss. Sagramento è spaziosa e di ne
bile architettura,ornata di marmi: ha ut
elevata cupola, e vi si mirano lateralmei
te due stragrandi quadri rappresentanti
uno la Cena, e I' altro la distribuzione
moltiplicazione de'pani di eccellente pit
tura. La cappella di s. Geraldo è disegne
del cav. Fontana , nel cui altare formato
di buoni marmi con 4 binili colonne, ri
posa il corpo del s. Vescovo in beli' urna
marmorea, di giallo antico dice Marocet
V RL
III." maggio iS )8, rimosso l'antico qua-
dro , vi è sialo sostituito l'esisleote d'Ip-
polito Zapponi veliterno, già alunno del
comune in Roma per apprendervi con
successo la pittura. Egli rappresentò il
santo vescovo quando libera Velletri da'
saraceni, come decise il capitolo veliterno
interpellato dal municipio (e ripeterò a
suo luogo colla descrizione che vado a ri-
cordare), sulla qualità controversa de'ne-
mici, che alcuni volevano bretoni e altri
longobardi. Nel maggio 1 858 fu impresso
in Velletri nella tipografia d'Antonio An-
geloni : S. Geraldo vescovo di Velletri
libera la città da' Saraceni, quadro ad
olio d' Ippolito Zapponi. Questa descri-
zione è del eh. Basilio Magni. Segue «in
Sermone in versi : Al pittore Ippolito
Zapponi di Velletri il canonico Luigi
Angelonì. Nell'altra del ss. Rosario, di
padronato della fatnigliaFiscari, il quadro
dell'altare è opera del Conca a olio, e vi
espresse la B. Vergine e s. Domenico. La
cappella sontuosa della Madonna delle
Grazie è di eccellente disegno, ornata di
finissimi stucchi dorati, con altare fabbri-
cato tulio di preziosi marmi, come lo so-
no le due colonnette e i due Angeli che
Manno in atto riverente sopra la cornice
del medesimo. Perla prodigiosa ss. Imma-
gine della B. Vergine che incessantemen-
te vi si venera e a cui ricorrono con fidu-
cia in tutti i bisogni i velilerni e i popoli
convicini , è un vero santuario. Quando
si deve esporre alla pubblica venerazio-
ne, la sera precedente, previo il segno del-
le campane del pubblico palazzo, per un'
ora suonano tutte le altre della città; tor-
nandosi a suonare nel dì seguente nello
scoprirsi e con isparo di inorimi. Maroc-
co la dice dipinta su tavola ne'primi tem-
pi In cui rifiorì la pittura , ina ignorar-
sene l'autore. Il Banco dichiara non es-
servi memoria dell' epoca in cui venne
collocata nella calledr;»le; dice il quadro
antico e dipinto di mano greca , su erta
tavola malconcia dai tempo, eprohahil-
meute portato in Velletri nella persecu-
VEL 223
zione degl' 'Iconoclasti, nella r." metà del
secolo V lll,comeavvenne del Volto san-
to o ritratto del divin Salvatore, di cui
poi dirò altre parole. La B. Vergine è e-
spressa seduta e portante in braccio il par-
goletto Gesù: belli e graziosi sono i volli
d'ambedue. Per gl'innumerabili prodigi
operati dalla ss. Immagine, fu appellata
Madre delle Grazie. Grati i veliterni a'
ricevuti segnalati favori, con pubblico
consiglio stabilirono nel 1607 l'erezione
della cappella , e ottennero dalla s. con-
gregazione de' riti di celebrarne la festa
con uffizio e messa propria nella 1/ do-
menica di maggio. Eretta la cappella a
spese del comunale erario e con eccellen-
te disegno, fu abbellita con vaghi lavori
di stucchi dorali dalla pietà di Settimio
Geloni decano de'canonici; il quale vi fe-
ce pur erigere l'altare ornato di due co-
lonne di nero antico, e altri preziosi mar-
mi di mirabile lavoro. Di recente la mu-
nificenza de' divoti cittadini ridusse la
cappella a perfetta vaghezza colla spesa
di circa 2000 scudi. I pii fratelli France-
sco e Gio. Battista Graziosi impiegarono
5oo scudi in un ricco paliotto d'argento,
e 6^4 scudi in 3 sontuose lampade co'lo-
ro ornamenti dellostesso metallo, che con
altre 4 ardono continuamente avanti la
ss. Immagine. L'attuale abbellimento, l'e-
leganza e ricchezza della cappella, si de-
ve ripetere dal sullodato corano vescovo
d'Asisi mg/ Luigi Landi Vittorj, mentre
era arciprete di questa cattedrale, per la
sua divozione e zelante premura. A' 2
maggio 1682 il capitolo Valicano dal suo
canonico Ricci fece coronare la ss. Im-
magine della B. Vergine e del divin Fi-
glio con corone d' oro, di che si celebrò
solenne centenario nel 1783. La sua di-
vozione, come andrò dicendo, è indicibile
ne' veliterni, ad essa ricorrendo con suc-
cesso in tutti i bisogni; ed il suo culto è
esleso nella diocesi e in lontani paesi , i
missionari avendolo propagato persino
nella Cina, l'io VII nel 1802 concesse di
celebrarsi la festa con rito doppio di 1/
224 V E L
classe e 8.", dal clero il' ambo le diocesi
Ostiense e Velilerna; le quali celebrano
pure la festa del Patrocinio della B. Ver-
gine, con uffizio e messa propria con ri-
to di i. a classe a'26 agosto, pel terremo-
to avvenuto in lai giorno nel 1806. Nel-
la cappella fra le lapidi monumentali, ol-
ii e quella di Pio VI riferita da Marocco
(avendo nel suo aliare celebrato la mes-
sa e lascialo sagri doni), vi lessi pur quel-
la che ricorda quando vi orò Gregorio
XVI, la 1." volta che visitò questa basi-
lica. Neh 855 con orribile sacrilegio ru-
bate le lampade d'argento di molto va-
lore dà mani inique, l'edificante divozio-
ne de'velilernicou mirabile prontezza to-
sto le rinnovò. Sono dolente dover pure
riferire col Giornale di ito/zza de'6 apri le
i 858. Una mano audace e sacrilega ne'
decorsi giorni involò l'immagine di Ma-
ria ss. delle Grazie. L'autorità governa-
tiva si pose immediatamente sulle tracce
del delinquente, ed un contumace preve-
nuto di gravi delitti annunciò che avreb-
be scoperto e la Immagine e le cose pre-
ziose che I* adornavano quando gli fosse
accordata de' suoi reati impunità; ma il
governo rifiutossi. Però l'energia e la fer-
mezza che ben s'addiceva in tal circostan-
za, le gravi e imponenti disposizioni che
andava a prendere l'autorità, come an-
cora il crescente tumulto della popolazio-
ne irritata e dolentissima che si fosse cosi
iniquamente involalo quel sagro pegno
di sua divozione, sgomentò per modo il
ribaldo, che ogni cosa venne intatta re-
stituita a mg.r vescovo sull'raganeo,con im-
mensa consolazione del clero e del popolo,
che accompagnarono processionalmente
al tempio ladivolalmmagine,tosto espo-
sta alla pubblica venerazione. Propria-
mente si conobbe dal pubblico l'esecran-
do furto a'4 aprile festa di Pasqua; e nei
dì segueuteil venerando simulacro fu re-
stituito. Il governo poi procede contro
l'autore di esso, e contro que' dell'intima
plebe,che iniquamente si abbandonarono
u riprovevoli e gravissimi eccessi. Latte*
VEL
scrizione dell'insigne cappella in cui tro-
vasi la ss. Immagine, com'era a tempo del
velilerno Alessandro Borgia, è premessa
al suo dotto libro: Del regno di Maria.
Omelie date in Iure all' occasione, che
nella città di Vellelri si celebra l'anno
secolare dell'incoronazione di Maria ss.
Madre delle Grazie, Napoli 1792. Ab-
biamo ancora, Istoria del santuario del-
la B. Vergine delle Grazie, che si vene-
ra nella cattedrale di Velletri , Roma
1 855. La cappella de'ss. Protettori, ap-
pellata Ginnasia, perchè fu da'fondamen-
ti fabbricata a tutte spese del vescovo car-
dinal Ginnasi, ha bell'altare ornato di
inarmi con colonne. Nel 1840 tolto l'an-
tico quadro, vi fu sostituito il nuovo sti-
mato eccellente dipinto, opera di Dome-
nico Tojetti da Rocca di Papa, rappre-
sentante la B. Vergine col s. Bambino, e
i suddetti 4 principali protettori della cit-
tà. Ne'4 angoli della cappella si vedono
dipinte 8 immagini di diversi santi mar-
tiri, che dagli storici palili Theuli, e da'
due Borgia Alessandro zio e Stefano suo
nipote diconsi discendenti dalla famiglia
Ottavia, cioè s. Cornelio Papa, s. Placi-
do, s. Flavia vergine, s. Clemenciana ver-
gine, s. Eustachio, s. Vittorio, s. Euli-
chio, s. Aurelia vergine. Ma il Bauco di-
ce cadere l'asserzione, se si considera l'al-
bero genealogico di quell'augusta fami-
glia da lui riportato , da cui vedesi essa
già estinta in ambo i rami, tanto di Gneo
Ottavio, quanto di Caio Ottavio. La cap-
pella dell'Immacolata Concezione è spa-
ziosa ; I' immagine della Beata Vergine
è di veneranda antichità: dietro questa
cappella è il coro d' inverno del capi-
tolo, fatto a spese del vescovo cardinal
Rullo. Elegante è la cappella della Visita-
zione della B. Vergine a s. Elisabetta,
proprietà della famiglia Borgia : bello è
l'altare ornato di marmi con due colon-
ne, ed il quadro è lavoro d'autico pennel-
lo, a parere di Nibby, ed aggiungerò con
Marocco ch'è dipinto in tavola colla data
1 435. La cappella di s. Sebastiano non ha
VEL
mia alcuna rimarchevole. Narra il Thcu-
li, ragionando nel lib. 3,cnp. ultimo, C/i/e-
te in fri/etri, che prima nella cappella
di s. Sebastiano si conservava un ritratto
del Vollo Sauto del Redentore in tavola,
che la tradizione vuole portato dall' o-
iiente,e per esserealquanto bruciata si cre-
deva una di quell'Immagini sagre fatte
gettare nel fuoco dal loro persecutoreLeo-
ne III imperatore greco. Che la portò in
Velletri nel pontificato di Gregorio III il
vescovoGiovanni II, il quale l'avea ricevu-
ta da un vescovo greco da lui conosciuto
;nel sinodo romano del 72 r . Ondela città
per essere stata miracolosamente sottratta
dall'incendio, la ricevè con grande rive-
renza. Dipoi il Volto Santo Iti trasportalo
nella sagrestia. Di questa parlando Nib-
by, osserva, ch'è pure di pennello antico
il quadro esprimente la ss. Vergine fra
s. Giovanni, s. Sebastiano, s. Antonio ab»
baie e s. Rocco; ed eziandio l'altro qua-
dro rappresentante i 4 ss. Protettori del-
la città. Ivi pure notò unas. Famiglia,
quadro lasciato in legato da Salvatore
Scandelloni, ed un lavamano marmoreo
fatto dal vescovo cardinal Della Rovere,
poi gran Giulio II, il quale fece ancora
gli stipili della porta. Nel 1 855 il vescovo
cardinal Macchi decorosamente rifece di
nuovo la sagrestia ; anno in cui tornan-
do a visitare la basilica, trovai ch'eransi
incominciati i lavori di abbellimento dal
valente pittore fratel Domenico Serafini
gesuita, sul gusto gotico decorativo della
ristorata chiesa di s. Maria sopra Miner-
va di Roma (di che parlai anco nel voi.
LXX V, p. 216); e the l'esimio cav. Ga-
gliardi (la cui perizia encomiai altrove e
principalmente nel voi. LXII, p. 168),
nella volta vi dovea dipingere s. Clemen-
te I Papa titolare della basilica, con gloria
d'Angeli ed emblemi analoghi alla sua di-
gnità e martirio: ma non potè eseguirlo,
distratto da altri assai più grandiosi la-
vori, onde pare che ora non si farà altro.
Dipoi il veliterno eh. can. penitenziere
della cattedrale d. Luigi Angeloni pub-
VOl. LTmtlX.
VEL »»5
bWcbneW Album di lìoma,\. 23, p. 32g,
col disegno della piazza Grande di Vel-
letri e l'altissimo campanile di s. Maria
in Trivio e con parte di questa, un' ele-
gante e artistica descrizione dell'operato
dall'ecomiato cardinale nella sagrestia:
vado a ricavarne un cenno, pel complesso
di sua importanza. Comincia dal rimar-
care che della basilica veliterna alcun-
ché si disse dagli scrittori patrii, moltis-
simo ancora rimanerne a dire, ond'esse-
re suo dolce pensiero descriverne ogni
artistico bello, di cui è realmente dovi-
ziosa, celebrando le meraviglie che cir-
condano il coro, ilsofìitlo, l'antichissimo
affresco nella destra nave di s. Antonio
abbate dal soave volto e dalla gran barba,
eia magnifica porta maggiore della sagre-
stia. Il magnanimo cardinal Della Rove-
re, nel breve tempo che resse questa il-
lustre chiesa, nella sagrestia vi lasciò un'
orma di sua munificenza, non corrispo-
sta dall' architettore, tranne nelle scul-
ture: principierò dalla delta porta. Essa
è bellissima e ampia, non che semplice,
d'altro non componendosi che di stipiti
marmorei formanti una cornice con ci-
roazio tale, che addita la magistrale ri-
nascente eleganza dello scarpello nel cin-
quecento.Si adorna di faccia e a'Iati di gu-
sci e fusaiuole in ghiande, frutto ch'è nel-
lo stemma Roveresco, di simboli e figure
di sagra liturgia. La porta minore che
le sta di contro ha pure simili ornamen-
ti marmorei} i quali decorano ancora il
cosi detto lavamani. Questo ha forma
quasi di finestra posata su alta e larga
base, dalla quale s'alzano due pilastrini a
reggere il beninteso architrave, decora-
li nel mezzo a rilievo così mirabile da
sembrare più incisione a ceselloche inta-
glio sul marmo. L' imposte d' ambo le
porte sono di solido bel legno di noce or-
nate d'intagli e di tarsia: ognuna si ripar-
te a specchi e tondi, i quali dopo la corni-
ce che li termina, hanno nei mezzo finis-
simi arabeschi a traforo, e intorno aliti
ornali e figure di delicato scarpello. L'in-
i5
22G VEL
terno della sagrestia consiste in ampio
salone a volta di quell'architettura, la qua-
le o di genio barbaro, o di sapere bam-
bino, appaga oggi gli occhi di molti, mai
la mente de' pochi savi; architettura che
bisantina, italo-greca altrimenti è della,
facente sforzo per spogliarsi della meschi-
nità e del capriccio sopravvenutole, e ri-
vestire la vera e soda dignità che la ma-
dre in casa le lasciava. A ripararne lo
squallore delle parti, il generoso zelo del
cardinal Macchi commise l'opera all'en-
comiato fratel Serafini, che il can. Ange-
Ioni storicamentequalifìca gentile per ma-
niere, commendevole per religiosa vita,
d'abile capacilà, perito non volgare nel
dipingere, il quale egregiamente corri-
spondendo all'incarico, lo condusse a ter-
mine e con discernimento tale da restar-
gliene lode, avendo armonizzato sagace-
mente l'ornalo col disegno e l'architettu-
ra. Usò lo stile che richiedevano le pare-
ti, la volta, la sala tutta. E poiché questo
stile ha pure qualche somiglianza coll'o-
dierno della memorata chiesa di Roma,
saviamente perciòil pittore imitò da quel-
lo, sebbene dal can. Angeloni a un tem-
po si dica meschino e falso, senza dover-
sene incolpare I' artista. » La vista del
quale poco avvezza a sostenere Roma^ e
i luoghi vicini che fortunatamente ne
penuriano; poco ancora ne vogliono e
sanno tollerare i difetti. Ma chi il bisan-
tino, torno io a dire, chi l'italo-greco e il
semi-gotico si trova in casa e vuole abbel-
lire, fa d'uopo lo vegga rivestilo e camuf-
falo di quelle fasce, liste e arabeschi, di
cui appunto il nostro pittore faceva uso.
Da) quale criterio guidato volle sin da
principio dare alla sala una maniera de-
cisa col fare costruire de' costoloni stilli
scompartimenti della volta. Quelli dorò,
e a' lati loro fé' correre larghe fascie va-
riale a gotico e accompagnate da listelli
parimenti d'oro. 11 rimanente poi, che è
lo scompartito della volta stessa, ricuoprì
d'un cielo azzurro vago di stelle dotate.
Racconciata così la parte superiore vede-
VEL
vasi una lesta regolare, ma senza corpo e
gambe. 11 così detto nascimento delle
grandi arcate non su colonna opilaslic
pigliava vita, ma da una piccolissima e
sproporzionata mensola appena visibile
L'artista fu sollecito a riparare lo scon-
cio apponendovi de' pilastri in misura e
maniera gotica, sovra i quali corre dipin-
ta una ricca e ben rilevala treccia intni
mezzata da rosoncini d'oro. Intorno al-
l'arco della luna girò uno splendente e
faticato lavorio, e scese giù ricuoprende
i muri di un paralo a rombi in fondo
giallo, aventi gli emblemi e i segni del
martirio e della santità del Titolare. Or-
nalo che bene armonizza con la volta, e
ha in fondo un basamento imitante il
granito e la basalte, coronato di un tra-
foro a semicerchi sul gusto e la maniera
di que' che veggiamo nell'antiche basili-
che. Dopo ciò vi rimaneano gli armadi
e l'aliare, gli uni e l'altro sì malament
governati dal tempo e dall'opere sovraj
poste, da disperare un restauro. Ma
nemmeno si scoraggi il valente, e lant
sopra vi lavorò d'acconciare totalmenlf
il secondo all'ornatode' muri, richiamar
dolo con nuova opera di ebanista e
pittore all'ordine golico; e lasciare i pi
mi, altro non potendo,nel loro composte
sì ripuliti e rispondenti al resto d'appaga-
re in vero la vista. La quale ha non poco
di che compiacersi fermatasi sulla nic-
chia che racchiude l'augusta immagine
del Salvatore, pittura di veneranda e
greca antichità; e che sovrapposta all'al-
tare ch'è di fronte, viene la prima a fe-
rire l'occhio di chi entra". Indi si narra
come il capitolo, dal medesimo fratel Se-
rafini fece pulire e rinfrescare i quadri a
olio in tavole e in tele di varie epoche, che
decorando le pareti, avevano so (l'erto.
L'artista religioso richiamò a nuova vita
e splendore il ricco e morbido pennelleg-
giare dello Spagnoletto, le soavi e sem-
plici maniere del Francia in due sagre
Famiglie, non che il variato e franco
dipingere del Zuccari uel quadro che
V E L
racchiude innumerevoli co«ó e figure,
e nllude al mistero della ss. Eucaristia.
Cos'i il cardinal Macchi seppe accrescere
In onesto luogo colla bellezza la santità ; e
• il suo capitolo secondandone le mire ri-
'fece di nuovo il corridoio che gli dà in-
fereaso. Nel gettare le fondamenta del
rjnale comparvero alla luce opere sotter-
ra per antico tempo nascoste. Primamen-
te convien sapere, che la basilica veliter-
na colle sue fabbriche adiacenti ha 3 di-
Terse epoche di lavoro: l'ultima e più a
noi vicina è de' secoli buoni, dal cinque-
cento cioè al seicento; la 2.a de' tempi di
mezzo; la 3." e più remota risale alle na-
soni gentilesche e meglio romane. La i.a
nresenta quanto vi ha oggi di più bello
i grande nel nostro tempo; la 2/ non mo-
lla che poche e cascanti muraglie; la 3.a
pialche rudero e opera coperta dal ter-
reno ; il quale scavandosi nel i856 dal
'alo destro della chiesa, palesò nel suo se-
no strati di musaico decorativo, che sem-
brano aver formato il pavimento a came-
re termali di palazzo di villa deliziosa,
ì magnifico tempio, non mancando chi
■ori minore probabilità li suppose pian-
erreno della canonica ivi fabbricata nel
medioevo. Dalle trovate antichità si con-
cima l'opinione tradizionale, che la bel-
ili cattedrale sia fondala in luogo illustre
sino da' tempi remotissimi. La cattedra-
le è Cornila di copiose e ricche suppel-
jettili,fra le quali merita particolare men-
zione il magnifico Ostensorio, che nella
ricordata mia visita mi fu dato ammi-
rare nel monastero delle teresiane, ove
infiora temporaneamentesi custodiva, per
iheiiignissima cortesia d' alcuni signori
icanonici. Come indicai nel ricordato ar-
ticolo, può leggersi l'artistica descrizio-
ne nel n. 1 58 del Giornale di Roma del
n85o. Ivi si dice. La maestà di Ferdinan-
do Il re del regno delle due Sicilie nel
maggio 18^9 atlra\ersava Vellelri alla
festa d'un suo esercito, e per quanto fris-
se urgente la ragione della marcia, nella
6ua edificante pietà volle venerare con
VEL 227
fervore la miracolosa immagine di Ma-
ria ss. delle Grazie, ch'è il tesoro massi-
mo della cattedrale veliterna e il baluar-
do più poderoso che gli abitanti abbia-
no a difesa di loro città. Quindi non sen-
za la speciale assistenza dell' invincibile
sostenitrice dell'armi cristiane, gli venne
fatto di conquidere, nel ripiegarsi ch'egli
fece poscia su Velletri,senza minimo dan-
no de' suoi, le ribelli squadre che auda-
cemente aveano presunto di quivi impe-
dirgli il ritorno nel regno. Avendo dipoi
i canonici statuito di presentare al reli-
gioso monarca copia fedele della s. Im-
magine, la commisero al valente artista
conte Baldassare Negroni, e la fecero be-
nedire dal Papa Pio IX quando di sua
presenza onorò Velletri nel i85o, a'26
maggio del quale l'arciprete d. Agostino
Cella co' canonici Argenti e Bai betta, in
nome del capitolo l'offrirono al re nella
reggia di Caserta. Ferdinando II dichia-
rato il suo divoto gradimento, lo confer-
mò ili. "del seguente luglio con preziosis-
simo dono alla Madonna delle Grazie, e
la decorazione di Francesco I al nobile
dipintore. Consiste il dono appunto nel
1' Ostensorio, una delle più beli' opere
dell'oreficeria napoletana. E grandioso e
proporzionato nelle parti, ricco sì per l'ar-
gento tutto fuso e cesellatoci per le splen-
dide dorature e le preziose pietre che ab-
bondantemente I' adornano. Risulta al
solito nelle due parti, che sono il ciclo o
la camera destinata a ricevere la s. Ostia
e tutta intorno circondata da raggi, e il
gran piede su cui il ciclo stesso s'innalza.
Il piede si solleva dalla pianta quadrilun-
ga, in 3 ordini diversi fino a ricevere la
raggiera. Posano su 4 dadi altrettante
mensolelte sul fare del cinquecento, e
dalla detta pianta s' innalza una colon-
na tronca sovrastata dal globo mondia-
le. Al di sotto della pianta e tra le men-
sole, corrono foglie e fiori d' acanto, le
quali si chiudono nel mezzo 4 conchi-
glie, e su una di queste è scolpito l'anno
mocccl. Ma sopra la pianta chi guar-
a28 V E L
da la fronte dell'Ostensorio vi legge: In
grati animi signum Ferdinandus li
Borb. Vlr. Sic. Rex. Il tronco di colon-
na che staccasi dalla pianta quadrilunga,
lascia sugli angoli smussati di questa 4
spazi, ne'quali l'artefice ha fatto che no-
bilmente siedano tra arabeschi i 4 Evan-
gelisti con al fianco di ciascuno il proprio
simbolo, e tutti o ad ispirarsi nel mistero
della ss. Eucaristia, o a descriverne gli
effetti miracolosi. Il tronco della colon-
na sorgendo da un folto cespo di foglie
d'acanto, ha sulla fronte intagliato lo
stemma reale in grandioso medaglione.
Sulla colonna si vedono seduti i Princi-
pi degli Apostoli, e il globo colle insegne
papali, regie e guerresche con epigrafi,
cioè sul triregno: Praeposilus Parodi*
sij siili' insegne reali : Constituì Te su-
per Regna j e sul trofeo militare: Pria*
ceps Mililiae. Tali leggende e emblemi
significano altresì i diversi uffizi e patro-
cinio che verso la Chiesa ed i principi
cristiani sostiene l'Arcangelo s. Michele,
il quale in figura intera elevasi sul globo,
e tutt'armato ha sopra lo scudo il motto:
Quis ut Deus. Su questo piede e dietro il
cimierodeH'Arcaugelo.si solleva l'Osten-
sorio, il cui ciclo per l'Ostia veneranda è
contornato da m\ smeraldi intramezzali
da altrettante amatiste orientali di lim-
pidissima acqua. Dietro al qual cerchio
splendidissimo diramasi in doppia misu-
ra e in doppio ordine la raggerà dorata.
Intorno poi alle pietre preziose e sopra
l'innesto de' raggi spandesi un giro di nu-
vole candk!issime,di mezzo alle quali spor-
gono il capo ì 3 Serafini coll'ali dorale:
ed a crescere la varietà e la meraviglia
l'artefice vi condusse intorno un tralcio
di vite con bellissime foglielte smaltale in
verde e grappolelti avvinati elegantissi-
mi. Verso la sommità della raggerà le
nuvole si sollevano alquanto più alte, e
dal loro mezzo in tutto rilievo sporge
una Colomba a figurare lo Spirito San-
to, dal cui becco esce una lingua di ru-
bini, per simboleggiare il fuoco, segnale
V EL
della grazia comunicata da! divino S[
rito alla Chiesa nella Pentecoste. Ini*
no al capo della Colomba corre in piai
un triangolo,simbolo della ss. Trinità,
è tutto rivestito di sottili lastre di sm«
raldo. Al di sopra della raggerà si dira-
mano 6 spighe dorale poste <|ui col trai
ciò della vile, ad adombrare il mister
delle specie Eucaristiche; ed in mezzo
le spighe vi trionfa la Croce a 4 brace
egualmente tempestate di smeraldi e n
bini. I sullodali 3 canonici portarono ì
Roma quest' Ostensorio, e presentatolo
al Papa, che ne ammirò la singoiar bel-
lezza, da lui ottennero che venisse con
quel rito speciale beuedetto, che dalla
Chiesa richiedesi prima che sia consagra*
toall'esposizionedell'augusta Enea listi;
Il capitolo della basilica cattedrale è con
posto dell'unica dignità dell'arciprete,
cui è affidata la cura d'anime della pa
rocchia unita alla medesima; di i 3 cani
uici, comprese le prebende penitenza
e teologale, il camerlengo e il sagrista;
e del collegio di 16 beneficiati, uno de'
quali ha il lilolo di sostituto curato, col-
l'obbligo d'assistere l'arciprete negli af-
fari parrocchiali, oltre altri preti e chie-
rici addetti al servizio divino. Vi sono i
cantori della cappella di musica. Dalla
massa comune i canonici percepiscono
la rendita ecclesiastica, che aumentasi
doppio all'arciprete ; e la maggior enti
ta deriva dalla tenuta di Lazzarin dona-
ta nel 1 47 i al capitolo da Giovanni Man-
cini di nobile e ricca famiglia veliterna.
La maggior parte de' beneficiali fa mas-
sa comune, diversa però da quella de'
canonici. Il capitolo venne decorato
la cappamagna da Benedetto X11I, usa
do pure il rocchetto, e colla cotta quando
non indossa la cappa; e di collare e vesle
talare di colore paonazzo permessi daGre-
gorio XVI, il quale di più concesse nel
i83q all'arciprete la mozzetla prelatizia.
A' beneficiali nel 1776 Pio VI accordò
d'indossare la cappa magna del medesi-
mo colore e forma, che usano in Roma
,::'
VE L
i beneficiati delle patriarcali basiliche.
Nel capitolo in diverse epoche fiorirono
personaggi ragguardevoli per nobiltà,
dottrina, o per onorifici impieghi e lu-
minose cariche nella curia romana o in
i patria. Bauco rammenta particolarmen-
te i seguenti canonici e arcipreti divenuti
prelati. Gregorio Gori arciprete, poi ve-
scovo di Celidonia. LorenzoLatidi canoni-
co,poi vescovo diFossonibroue.Gio.Carlo
Antonelli canonico, poi vescovo di Fe-
rentino. Antonio Antonelli canonico, poi
(vescovo d'Urbania e s. Angelo in Vado.
[Gaetano de Paolis arciprete, poi vescovo
Caradense e sulfragaueo di Velletri: ri-
nenne l'arcipretura sino alla morte e fu
^sepolto nella cattedrale, ove sul pilastro
idi prospetto alla cappella del Rosario
Ueggesi T onorifica iscrizione. Fabrizio
Borgia canonico, poi vescovo di Feren-
tino. Gio. Carlo Antonelli canonico, poi
vescovo di Dioclia e suffraganeo di Vel-
iteli i. Geraldo Macioti arciprete, poi ve-
scovo d'Lleusi e suffraganeo di Velletri.
Vincenzo Macioti canonico, poi vescovo
d'Amelia e da Gregorio XVI traslato a
Ferentino. Luigi Laudi Vittorj di Cori,
per cui ne parlai in quel paragrafo, ar-
ciprete e poi da Gregorio XVI fatto ve-
scovo d' Asisi. Alessandro Macioti cano-
>nico, poi da Gregorio XVI fatto sotto-
datario della Dataria apostolica, arci-
\ vescovo di Colossi e nunzio di Svizze-
iraj dal Papa che regna suo elemosiuie-
i re, assessore del s. Oflizio e canonico Va-
licano, essendolo stato anche della pa-
llialo.ile Chiesa di s. Maria Maggiore.
Luigi Macioti canonico, a' 1 4 dicembre
1 1 85 1 nominato dal consiglio m unici pa-
<le alla prelatura istituita dal conte Maria
Giuseppe Toruzzi nobile veIiterno,onde
aggiunse al suo cognome quello di To-
1 ruzzi, ed è ponente di consulla. £ qui
idirò che l'encomiato coule con testamen-
to rogato in Roma dal Sartori l'i i lu-
gio i 835, istituì una prelatura erede di
tulio il suo asse nella somma di scudi
'3^,000. L'elezioue e uomiua del prela-
V E L 229
to la lasciò libera al consiglio maggiore
veliterno colla pluralità di voti. Il pre-
lato dovrà scegliersi fra le famiglie no-
bili di Velletri aventi posto in detto con-
siglio maggiore, che accoppii in se delle
qualità morali e scientifiche. Avrà sem-
pre la preferenza quell' individuo d'una
famiglia nobile, che trovisi attinente per
parentela alla famiglia del testatore To-
ruzzi. La preferenza però avrà luogo in
parità di voti. Il prelato sarà obbligato
d'accoppiare lo stemma geotilizioToruzzi
nelle sue armi, ed unirne egualmente il
casato a quello originario di sua famiglia.
.Nella cattedrale sooo erette 4 confrater-
nite, cioè: del ss. Sagramento,fondata nel
1 55 1 ', dell'ImmacolataConcezione di Ma-
ria, eretta nel 1 485 in occasione della pe-
ste o poco dopo, riunita a quella del ss.
Sagramento nel 1763 in quanto alle ren-
dite, ina non soppressa ; del Suffragio,
fondata dal vescovo cardinal Ginnasi
nel 1 638 sotto il titolo della Madonna di
Costantinopoli; del ss. Rosario, istituita
nel i5g5,indinel 1687 aggregata aliar -
ciconfralernita di tal nome di s. Maria so-
pra Minerva di Roma, aggregazione rin-
novata uel 1 820 e confermata nel 1 841, nel
qual auno da società fu elevata a confra-
ternita con facoltà di ritenere gli statuti
di detta arciconfraternita. Vi esiste an-
cora un oratorio sotto il titolo di congre-
gazione de' Vignaiuoli, nel quale i fede-
li aggregati si riuniscono in tutte le do-
meniche e feste dell'anno nell'ore pome-
ridiane per esercitarsi in atti religiosi.
Questo pio istituto deve la sua erezione
al missionario ven. p. Antonio Baldi-
nucci gesuita, il quale nel 1717 in Vel-
letri die le ss, missioni con molto zelo e
spirituale vantaggio. L' episcopio è al-
quanto distante dalla cattedrale, come-
che esistente nel palazzo municipale de
nominato Vecchio e suddescritto. Con-
viene sapere, che nel 1770 Pio VI rista-
bilì la giurisdizione privativa sopra Vel-
letri nel cardinal vescovo, e fu allora che
il cardinal Gio. Francesco Albani in luo
a3o VEL
go d'andare ad abitare nell' episcopio
contiguo al seminario diocesano, e per-
ciò a contatto della cattedrale, come a-
veano praticato i suoi predecessori, dopo
essersi portato nel couveulo di s. Fran-
cesco, da questo per la i." volta si trasfe-
rì ad abitare nel 2.° appartamento del
palazzo comunale per ricevervi nel 1 780
Pio VI, che recavasi a vedere rincomin-
ciato prosciugamento delle Paludi Pon-
tine. Il cardinale vi stabilì I' episcopale
residenza, ed il simile praticò il cardinal
York quando neli8o3 gli successe, ben-
ché riuscisse angusto in proporzione di
sua sfarzosa corte. Nel 1807 il successore
vescovo cardinal Anlonelii volle abitare
l'antico episcopio. Divenuto nel 1814
vescovo il cardinal Della Somaglia, an-
dò ad abitare il detto appartamento co-
munale, e fecero altrettanto i successori.
Le chiese parrocchiali della città sono 5.
La chiesa dei ss. Salvatore, la più auli-
ca di quante esistono, poiché si crede il
tempio eretto da' primitivi cristiani, fel-
la sua antichità più volte venne riedifi-
cato e per ultimo nel 1795 ridotto in
miglior forma cou elegante diseguo, ed
è luttooruato di belle pitture, consacra-
to dal suflraganeo Michele Argelati ve-
scovo d'Ippa. Rovinò la volta nel i85i,
perchè si trovò 1' edilìzio mancante di
fondamenti, onde si rifabbricò a spese
della sagrestia, contribuendovi il vesco-
vo cardinal Macchi con 5oo scudi. Il
curato ha il titolo d'arciprete. La chiesa
di s. Michele Arcangelo era prima arci-
[•retale, e come antica e innalzata sugli a-
vanzi del tempio di Sancouumede'geuti-
li, soffrì assai nel terremoto del 1 806; fu
perciò demolita e quindi dal municipio
da' fondamenti rifabbricata con disegno
dell'egregioarchitetlo ingegnere Giusep-
pe Audreoli, autore eziaudio della nuo-
va Barriera della città e del vicino pon-
te che conduce alla via provinciale di
Valmontone, e del quale feci parola nel
paragrafo Monte Fortino. La i.*1 pietra
fu gettata a' 19 agosto t834 dalsuffra-
VEL
ganeo Geraldo Maeioti vescovo d'Elett*
si, indi benedetta a' i\ ottobre 1837
dal vescovo cardinal Pacca. Le due iscri-
zioni poste per memoria sulla faccia-
ta esteriore, le riporta Bauco. Nel suo
interno si ammira la s. Famiglia d'An-
nibale Caiacci, come testifica un docu-
mento dell' archivio parrocchiale. La
chiesa di s. Maria Assunta in cielo detta
volgarmente del Trivio, adiacente ha il
suoallissimocumpauile già descritto. Fu
da'foudamenli riedificata nel 1622, e po-
scia minacciando rovina fu riparata nel
1761 a spese del vescovo cardinal Delci
con eccellente disegno, e facciata deco-
rata da 6 colonne. Vi è un'antichissima
pittura a olio esprimente la Madonna
dell'Orlo, con 4 Angeli e s. Antonio. Il
Nibby rimarcò la lapide d'Orazio Lau-
cellolti morto nel 1820, come pure 1 de-
positi di CesareToru/.zi morto nel 1 7 1 7, e
di Caterina sua moglie che l'avea prece-
duto nella tomba nel 1 7 1 3. Vi è la con-
fraternita della Pietà, la quale già esiste-
va nel 1 533. La chiesa di s. Martino ve-
scovo di Tour* fu da' fondamenti riedi-
ficata nel 1778 con elegante disegno del-
l'architetto velilerno Nicola Giansiinoni,
che lodai nel paragrafo di Cori, per cui
il municipio somministrò 3, 000 scudi,
come si legge nella lapide della facciata.
Fu già arcipretale, in seguito ebbe il
parroco cou 6 chierici beneficiali. Ora è
posseduta da' chierici regolari somaschi,
i quali entrarono in Velletri uel 1616.
lliuunziata la parrocchia dal curato a'
ai aprile 1617, nello stesso giorno uè
presero possesso i somaschi, che formano
massa comune con uu chierico beneficia-
lo insieme al seminario. Sul principio
questi religiosi aveano ancora le pubbli-
che scuole, per cui erano pensionali dal
comune d'annui scudi i5o. La chiesa fu
consagrata nel 1791 dal sulfragaueo Fi-
lippo Bulla vescovo di Zenopoli. Il eh.
can. Augeloui ueii* Album di Roma, t.
24, p. 1 1)3, ragiona di questo edilizio (io
coutmuuzioue e couipimeulu di quanto
VE L
su la!c giornale letterario e di belle ar-
ti va egregiamente pubblicando il ri-
spettabile cau. Angeloni, è a desiderarsi
ch'egli colle sue belle cognizioni ed ele-
fante facondia effettui l'idea patria d' il-
lustrare tutl'i monumenti d'arte esisten-
ti in Vellelri, antichi e moderni). Enco-
mia il Giaiisimoni, per la cui opera e poi
per quella del severo Milizia nel secolo
passato restò francala l'architettura dal
pregiudizio delle presunzioni.e gli frutta-
rono bella fama, avendo colle sue opere
fregiata la patria. Dice trovarsi questa
chiesa nel bel mezzo della via principa-
e della città, e intorno ad essa, quasi a
Farle corona, sorge buon numero delle
tabbriche più eleganti e maestose che a-
lornino Velletri. Con bel diseguo il
(jiansiujoni 1' innalzò sulle rovine d'al-
ia chiesa fabbricata nel 1200, cambian-
done l'antica forma di croce Ialina iti
.-; teca, e potè conservare alla critica isto-
rica buona parte dell'apside. Elevasi am-
jia e sfogata nella volta, la quale snel-
a e leggera com'è posa sopra un'elegau-
e cornice, cui sottostà la parete intra-
uezzata per colonne e pilastri d'ordine
unico. Gli altari tulli, precipuameute il
maggiore, vi fanno bella mostra; ed o-
;ni cosa sta messa e allogata con sem-
plicità e ornamento tale, da non temer
pesto la taccia di barocco, né quella di
gretta ; in tutto il Giausimoni mostrò di-
ceruiuienlo e guslo di savio architet-
ture, evitando i difetti del suo tempo.
jii facciala che non fu sua, ma del roma-
,10 architetto Matteo Lovatti, presenta
111 portico tetrastilo in colonne ioniche,
:he vi fa molto bene ; e la materia di cui
i costruito, che è il lapis albanus, ne
unta energicamente l'effetto. Tale pro-
spetto esterno può vedersi nell' Album
li Roma, l. e), p. 38o, iusieme alla vedu-
la del [lalazzu Tortini, con breve arti-
colo che seni Lira tratto da Ntbby, Tuttu-
.ia per quanto bella e gioconda vistu por-
ti disegno di quel tempio, pure non
oco veniva olicau dalla »<|uatUiUua e
VEL 23i
povertà che lo copriva, onde si pensò ral-
legrarlo con belle decorazioni e dorature.
A fronte di gravi spese, a traverso di pa-
ventose stagioni il parroco rettore animo-
so comiuciò l'opera, alla quale concorse-
ro il municipio e i cittadini, e fu condotta
al suo termine nel declinar del 1807. Gli
artisti la decorarono da cima a fondo,
ina il can. Angeloni volle elegantemen-
te descrivere le pitture a fresco operatevi
dal senno magistrale del cav. Carlo Ga-
vardini nobile pesarese, faceudone rile-
vare i singolari pregi artistici (di questo
egregio artista dissi altre lodi nel voi.
LX.XIII, p. 352). Esse sono i 4 Evange-
listi più grandi del vero, sui pennacchi
della cupola, ciascuno coll'allegorico a-
nimale. Vi adoperò lo stile de' classici
a lui familiari, da' quali pure attinse la
maniera di disegnare corretta e accurata
in ogni parte. Lodò eziandio il colorito,
che non teme paragone di cosa dipinta
a olio; la maestria, la grazia, le care im-
pressioni che destano nell' animo i suoi
dipinti. La chiesa di s. Lucia vergine e
martire è molto aulica, poiché da una
donazione ad essa fatta rilevasi che già
esisteva uel io 32, nel qual anno fu con-
sagrata da Leone li vescovo veliterno.
Prima l'arciprete del ss. Salvatore porta-
va anche il titolo di rettore di s. Lucia, ed
ora ha il suo parroco proprio, per dispo-
siziouedel 18 35 di Gregorio XVI. Que-
sta chiesa era uel massimo squallore, pri-
va d'ornamenti nell'interno e nell'ester-
no, e di presente è abbellita di vago sof-
fitto, d'orchestra e di pitture sulle pare-
ti, per cura diligente de'deputali d. Giu-
seppe Colabonae Francesco Argenti. Al-
la spesa dell' operato in parte contribuì
l'erario comunale, e più il ritratto da'
pii legati e l'elargizioni de'divoti. Gli al-
tari si ornarono a spese de'padroni, tran-
ne quello di s. Vincenzo Ferreri dipin-
to e dorato a spese del cardinal Mac-
chi che ne porta il nome, la cui munifi-
cenza fece eziandio erigere la nuova fac-
ciata esterna. Nello scrostare le mura si
a32 VEL
scuoprironoalcuneanliche pitture, e spe-
«-liiltueiite un'immagine della B. Vergiue
col s. Bambino in figura intera al natu-
rale d'ottimo disegno, die sembra di ma-
no bizantina. Il prelato delegato mg/Ste-
fano de' marchesi Bruti, intelligente di
belle arti e versalo negli studi archeolo-
gici, conobbe il pregio de' dipinti e per
quanto potè ne impedì il totale deperi-
mento. Osserva il Bauco, che l' illustre
prelato cominciò fin da quando era vice-
legato in Velletri,e continuò ancora di-
venuto delegalo a fare dell' indagini su-
gli antichi monumenti e opere di belle
urti sparse uella città e nella provincia,
procurandone con ogni lodevole diligen-
za la conservazione. L'encomiato prelato
condusse appositamente a vedere i belli
dipinti il celebre cardinal Mai, anche esi-
mio conoscitore di belle arti,e il porpo-
rato ammirandoli li qualificò bizantini.
Le chiese de' conventi e monasteri sono
le seguenti ; di altre parlerò io seguilo. Il
convento tle'minori conventuali ebbe o-
rigine dal fondatore dell'ordine s. Fran-
cesco d'Asisi, che 1' introdusse in Velie-
tri nel i 222,alloi'chè vi transitò e si trat-
tenne nel recarsi a Napoli. In principio
ìl convento de' minori fu suburbano iu
contrada Morice e piccolo. Ne partirono
i religiosi a motivo delle continue guer-
re, ritenendone la proprietà sino al i 574,
quando lo cambiarono con alcuni prati;
silo ora possedulodalcav. GiovauniGra-
ziosi. Molti anni dopo la morte di s. Fran-
cesco, passarono questi frali dentro la cit-
tà, nel convento e chiesa di s. Francesca,
rinnovala nel 1 825 (vi è unita quella di
s. Antonio di Padova della coufraterui-
ta omonima, la quale chiesa sebbene del
sodalizio e filiale della cattedrale, pure è
governata da'conventuali,e fu eretta nel
i5i3 dal p. Domenico da Ferentino del-
l'istessoordiue, regolandosi co'propri sta-
tuti, sotto la giurisdizione del vescovo)
che tuttora ritengono. Questo locale, che
Ciedesi già abitato da' benedettini, per-
chè ij loro, utemmo, era, spolpilo *ui|a pur.
eue
!
ì di
irò-
ovo
VEL
ta dell' antica chiesa, fu rinnovato e
sai ingrandito, in modo che oggi pre
senta una magnifica fabbrica d'eccelleti-
le disegno e può contenere ^o individui,
onde vi si celebrarono de'|capiloli provin-
ciati. Ha buone rendite e vi si mantiene
lo studio de' baccellieri. La chiesa di
Lorenzo arcilevita e martire, che anli
niente era collegiata con arciprete e eh
rici, è sufficientemente grande con j
tari ; il maggiore è isolato, costrutto
eccellenti marmi con balaustra : l'iscri-
zioni marmoree sono riportate dal Tlieu-
li. Appartiene a'minori osservanti, i qua-
li s'introdussero in Velletri nel 1 44-^» con
comodo convento da contenere più di 3o
religiosi, e vi è lo studio di teologia. la
questa chiesa esiste il terz' ordine di s.
Francesco pe'secolari, con cappella e prò
pri fondi. Recenti lapidi onorifiche, r
lite dal Bauco, ricordano i seguenti
lilerui ivi deposti, che furono d'ornam
10 alla città, cioè Geraldo Macioti vesc
d'Eleusi, Domenico Cardinali, Francesco
Graziosi, Giuseppe Pielromarchi avvoca
to; oltre quella d'Anna Maria moglie del
dettoDomenico e madre dell'illustreLuigi
ec, con deposito scolpito dal celebre coni-
meud.Teueraui.ln questa chiesa si venera
il corpo di s. Severino martire coll'ampol
la del sangue e singolare lapide, tutto tro-
vato nel cimiterio di s. Ciriaca. Nel chio-
stro del convento è mirabile il grande e
singolare bassorilievo cristiano de'primi
tempi di nostra s. religione, alla quale al
ludono vari scompartimenti con figure,
11 p. Casimiro da Roma, nelle Memorie
delle chiese e conventi de' frati minori
della provincia romana, tratta nel cap
26 : Della chiesa e del convento di s. Lo
renzo £«f e/Zelr/.Narra diesino dal i44^
il rettore ed i chierici beneficiati della
chiesa parrocchiale di s. Lorenzo, avenilc
prestato il consenso per l'introduzione il
essa de'minori osservanti e pel trasferì
mento della cura dell'anime nella pari oc
chia di s. Michele Arcangelo, dipoi Nico
Jò V autorizzò a procedersi ed a fabbri
VE L V E L a33
caie il convento, il die eseguitosi, Pio li fabbricarono la chiesa con elegante elise-*
l'approvò in Siena a'?5 luglio 1460 colla gno e con bella facciata. Il ricordato so-
bolia Pia consideratione, che produce dalizio fu eretto in questa chiesa neh 533,
insieme al novero delle ss. Reliquie della e ne ritenne perse una porzione separa*
chiesa, e alle memorie e versi scolpiti sul- la, che dedicò a s. Giovanni Decollato;
la campana maggiore spezzatasi nel 1 74'- ■>■ esso fu colla chiesa soppresso nel i835,
La chiesa già esisteva nel t o65, onde per e i suoi beni furono dati all'orfanotrofio
l'antichità deformata, uel 1721 colle li- delle fanciulle. La chiesa de'ss. Pietro e
musine del comune e de'benefattori du' Bartolomeo apostoli, già arcipretale, fu
fondamenti venne rinnovata. Il p. Casi- di nuovo edificata con elegante architet-
iniro con più diligenza del Theuli riferì- tura del veliterno Giausimoni, Vi si ve-t
sce le antiche lapidi e le altre posteriori nera il corpo di s. Vittorino martire col-
numerose, e con diverse erudizioni sul- l'ampolla del sangue e lapide sepolcrale,
l'anticaglie rinvenute e sopra gli altari; il tulio rinvenuto nel cimiterio di s. Ca-
non lascia poi d'avvertire essere molto listo. Il vescovo cardinal Alessandro II
stimata da'professori dell'arte la tela del Farnese, concesse la chiesa alla congre<
coro rappresentante il martirio di s. Lo- gazionede'dottrinari,coll'abitazioni con-
renzo, e parimente quella dell'altare di ligue e alcune cappellanie, e tuttora ivi e-
s. Andrea, Rimarca inoltre la memoria sistono. Furono loro affidale le scuole
sepolcrale del benefattore Gio. Battista pubbliche e gratuite, supplendo il comu-
Autonelli, pubblicandone il disegno, ad- ne con annua pensione di scudi 36o, e
ducendo prove della nobiltà e antichità I' insegnamento della dottrina cristiana
della famiglia Autonelli; notando pure, a'fauciulli, tanto in questa lorochiesa, che
e arroge al nauseante sciupo che si fa a' nelle chiese parrocchiali. Sino dal i85i
nostri giorni in diversi stali de' Titolid'o- ivi reggevano anche il collegio, ove lene-
ìiore (fy.), decorazioni ec, che nell'iscri- vano a convitto per lo studio e l'educa»
zioue deh 464 di Giambattista, la cui Ci- zione molti giovanetti secolari. La cine-
gura è in abito equestre, si legge l'illu- sa di s. Chiara vergine appartiene alle
Sire titolo di Spettabile (di cui parlai nel monache francescane, molto grande, bel-
atalo articolo) a lui dato, di cui scrisse la, ben mantenuta e ricca di suppellet-
il somasco p. d. Stanislao Santinelli, nel- tili sagre. Il prossimo monastero delle re-
l'annotazioni fatte al trattalo de Titoli ligiose di clausura papale, è uno de'pri-
delie dignitàd\ Pauciroli; ricordando in mi fondati sotto la regola di s. Chiara, e
proposito il medesimo p. Casimiro, che lo già esisteva neh 274, e venne fondato o^
slesso titolo di Spettabile si legge nell'e- v'era l'antico priorato e chiesa di s.Anasta-
pitalfio di Lodovico (del secolo XIV), fi- sia, non più. esistenti. La fabbrica è mol-
glio del re Roberto, esistente nella chie- to eslesa e comoda, a forma di grandioso
sa di s. Lorenzo di Napoli. La chiesa di s. palazzo, e può contenere più di4o mona-
Antonio fin dal i573 è de' carmelitani, che,ancoper le buone renditedicuièprov-
Joro data dalla confraternita della Mise- veduto. Il p. Casimiro da Roma ragiona
1 icordia col sito dove fabbricarouo il con- pure del monastero delle Clarisse, e lo di-
vento comodo e chiosilo spazioso, per più ce uno de'più antichi della provincia ro-
di 24 religiosi : ha rendite sufficienti an- mana, pel documento che riferisce. Par*
co a mantenervi Io studio. Dalla repub- la dell'indulgenza concessa alla chiesa da
blica romana deh 849 questo convento Nicolò IV, delle riforme del monastero
fii ridotto a ospedale militare, guastala avvenute uel i5a8 e nel 1668, con «no-
|a chiesa e demolito il campanile. Ripri- nache tratte da s. Silvestro e da s. Cost-
ituiate il governo pontificio, (religiosi u- malo di Roma, e delle religiose che vi fio-
234 VEL
l'irono in virtù e buon odore di santità.
La chiesa del ss. Nome di Gesù, appella-
la ancora di s. Teresa, appartiene al mo-
nastero sotto la stessa invocazione delle
inonachecarmelitanecalzate, fondato nel
j 64 1 da Fulvio Blariola, il quale a tale
ell'etto nel j 63 1 già avea donato tutti i
suoi beni con annuo fruttato di scudi 4^o,
con conferma d'Urbauo Vili e riserva di
nomina di due monache senza dote alla
famiglia Marida. Ne fu fondatrice suor
Chiara Androsilla, già monaca del mo-
nastero di Sutri, entrandovi 12 monache
a' 12 maggio 1 64- 1 dopo aver preso l'a-
bito nella cattedrale per le mani dell'ar-
ciprete Saulorecchia,fra le quali fu lai,
Lucilla Assalonne vedova del fondatore
col nome di suor Amia. La fabbrica non
è molto estesa, ma comoda per più di 24
monache con sullìcienli rendite,edè clau-
sura papale. Fra le altre chiese della cit-
tà, olire quelle che ricorderò poi, mi li-
miterò a nominare. La chiesa di s. An-
tonio abbate già de'canonici regolari di
Vienna,) quali già qui esistevano nel 1 joo
e ne partirono nel 1 586. Venuta la chie-
sa in proprietà dell' università artistica
de'mulattieri, nel 1737 l'ornò con ele-
gante sollitto e altro, e benché soppres-
sa i mulattieri l'ufficiano nelle feste, es-
sendo liliale della cattedrale e di giuris-
dizione vescovile. Tale è pure la chiesa
della Madonna di Costantinopoli, che fu
fabbricata nel 1 636 a spese dell'univer-
sità artistica de'calzolai, denominala an-
che s. Crispino loro protettore. Soppres-
sa l'università, i calzolai la continuaro-
no a ritenere, venendo restaurata dal suo
stato cadente nel 1 85 1 . La chiesa della
ss. Concezione delta della Coroncina, la
edificò nel 1702 Giuseppe Angelini a per-
suasione del b. Leonardo da Porlo Mau-
rizio, il quale dando le ss. missioni in Vel-
letri v'istituì la congregazioue della Via
Crucis. Ora è filiale della sua parrocchia
di s. Michele, ed appartiene alla confra-
ternita degli Amanti di Gesù e Maria, e-
letlu ueh8i4e asS,,eoal* all'aiciooufru-
V EL
temila di Roma. Dalla pia liberalità de!
conte Giuseppe Latini Macioli, verme
aggiunta la sagrestia e la comoda abita-
zione del cappellano, provveduta di uten-
sili sagri, d' eccellente organo e di vari
legati di messe. Come il lodato cavalie-
re vi fa celebrare a sue spese il Carneva-
le santificalo, eziandio con istruzione ec-
clesiastica e trattazione di qualche mas-
sima fondamentale di nostra s. Religione,
lo narra il Giornale di Roma deli856
a n. 1 44- L>a chiesa di s. Silvestro I Pa-
pa o di s. Giuseppe, filiale della chiesa
parrocchiale di s. Michele, è molto anti-
ca, essendo stata dedicala nelio85 a'20
luglio dal vescovo Ottone I, ed ebbe il
suo rettore; minacciando rovina, di re-
cente fu rifabbricata. Nel 1610 venne
concessa all'università artistica de' fale-
gnami, poi abolita, e quindi vi fu eretta
la confraternita di s. Giuseppe, neh 681
aggregata aU'arcicoufraleruita omonima
di Roma.Siccomedi quest'ultima e della
sua antica Università artistica riparlai
nel paragrafo Falegnami di quell'arti-
colo, qui ne profitto per dare un'essen-
ziale distinzione tra l' A rcicon fraternità
di s. Giuseppe, e V Università de' Fale-
gnami di Roma, con più esatta dichiara-
zione della riferita uel ricordalo articolo,
essendo stati due corpi diversi e uniti, a
modo che ora lessi negli originali : Sta-
tata Universitatis Carpentariorum Al-
mae Urbis. Fuvoao rinnovati nel 1624,
ed approvati a' 4 luglio da Urbano Vili
colla bolla Chris ti fidelium. Ciascun' arte
soggetta al consolalo dell' università de*
falegnami aveva i propri consoli, camer-
lenghi, sindaci e altri ufliziali. Per la fe-
sta del protettore s. Giuseppe sposo di
Maria Vergine, alla chiesa del l'a rcioonf Va -
temila doveva ogni bottega dell'arte pa-
gare un giulio ogni 6 mesi. I nuovi con-
soli e camerlenghi dell'università artisti-
ca un mese dopo la loro elezione, che fa-
cevasi per bossolo, doveauo entrare per
fratelli nell'arciconfiaternita, e dare ido-
nea sicurtà di bene amministrare Tullioio
V E L
a cui erano destinali. Le congregazioni e
adunanze si facevano nell'oratorio dell'ai1-
ciconfroieruita col l'intervento del notaio
dell'uni versila; e perciò ivi pure tulle l'e-
lezioni degli udìziali dell' unì verftità avea-
110 luogo, come pure vi si prendeva il pos-
sesso delle cariche du' nuovi consoli, ca-
rnei leuglii e altri affiliati. Inoltre il nò-
turo dovea pure intervenire e assistere al
tnbuuale del consolato dell'arte in Cam-
pidoglio nella mattina di udienza. In (pie-
ita i consoli dell'arte udivano e decide-
vano sommariamente le cause e contru-
\ersie insorte tra gli uomini dell'uni versi-
la slessa, sino alla somma di io ducuti di
carlini; in altre cause i consoli rendeva-
no ragione col consiglio dell'assessore. Il
lutto a seconda della bolla di Gregorio
IX III sopra la giurisdizione de' consolati
dell' arti di Roma. L' applicazione delle
inulte e penali si Faceva a favore della
chiesa di s. Giuseppe del sodalizio, conse-
gnandosi al provveditore dell'arciconfra-
l erutta : non potendo alcuno esercitare la
professione dell'arti soggette all'universi-
tà de'faleguami senza matricola e patente,
la multa per quelli che uon n'erano mu-
niti si divideva una 4-" parte a' consoli,
il resto a detta chiesa. Doveasi pagare ila
tutti i padroni di bottega la tassa per la
la festa di s. Giuseppe. Nel cap. 55." degli
Statuti: Dell' unione fra 1' Arciconfra-
lernilà e l* Università de' falegnami di
Roma, si dice. Che essendo l'urcieonfia-
lernita di s, Giuseppe formala da uomini
dell' università, si fece l'unione tra il so-
dalizio e la corporazione artistica co' se-
guenti patti ; vale a dire, si rinnovò l'u-
nione fatta altre volte, e per ultimo a's3
gennaio 1602 quaudo seguì la separazio-
ne dell' Università de' Falegnami, dal-
l' Università artistica dt Mura lori ,col!u
quale avea fabbricato a Ripelta la chiesa
e l'oratorio di s. Gregorio. Per la quale
divisione col l'ai" te de'rauratori, seguì al-
lora l'unione dell'università de' falegna-
mi all'arcicoufratetuila del protettore s.
Giuseppe posta sopra le Carceri de' ss.
V E L aSS
Pietro e Paolo al Foro Romano. I capi-
toli fatti allora Ira I' arciconfraternita e
l'uni versila sono riportali negli stessi Sta-
tuli, il sodalizio accordando all' univer-
sità de' falegnami il comodo del proprio
oratorio per l'adunanze dell'arte. Le con-
gregazioni dall' ateicoufrateruita e del-
l' università si tenevano nell* oratorio in
giorni diversi. Nella chiesa dis. Giuseppe
i consoli dell'università avevano ilgeuu-
flessorio incontro a quello de' guardiani
del sodalizio coli' iscrizione: Constile*
Carpentariorum. Il sodalizio assunse il
nome di Compagnia o Arciconfralernilu
e Università de Falegnami di Roma.
Per arme adottò il compasso, impresa vec-
chia dell'arte. L'arciconfraternita accettò
l'offerta fallale dall'università per l'appli-
cazione delle multe e pene coutenute nello
statuto, a favore della chiesa di s. Giu-
seppe. In ricognizione di tale unione l'ar-
ciconfraternita coucesse il luogo e banco
colgenuflessorio fatto a spese dell'univer-
sità per sedervi il console e il camerlen-
go, autorizzandoli di porvi l'epigrafe:
Cotmdes et (jniversitas Carpentario-
rum ; oltre la tavoletta col nome degli
uffiziali prò tempore della medesima uni-
versità; e tenevano il i.° luogo dopo i
due deschi ove sedevano i guardiani e gli
altri uffiziali dell'arcicunfraternila. In tut-
te le processioni, eccettuato e riservato il
luogo del p. governatore e de'due consi-
glieri deirarciconfraternita,i consoli e ca-
merlengo dell'università potevano anda-
re a piacere in ogni luogo, colle proprie
mazze, munite dell'impresa dell'arcicon-
fraternita ossia dell'immagine di s. Giù»
seppe e del compasso coll'epigrafe : Uni*
versitas Carpenlariorum .Per essere elet-
ti a console e camerlengo dell'università,
dovevano essere gl'individui fratelli del
sodalizio, o almeno dopo uu mese aggre-
garsi all'ai •cicoufralernita, per godervi la
voce attiva e passiva. Inoltre l'arciconfra-
teruila accordò all' uui versila di fabbri-
care nella lorochiesa alcuna cappella del-
l'urie. 1 definiti appartenerli! ali'uuiver-
*36 V E L
sita, benché non confratelli, il sodalizio
gli associava e seppelliva. Risulta dunque
dal fin qui riportato, che l'arciconfrater-
uila eia un corpo diverso dall'università,
e solo unita per quanto ho riferito, aven-
do i consoli dell' arte, come confratelli,
voce attiva e passiva nel sodalizio, poi-
ché appena eletti, come notai, erano am-
messi per confrati, e partecipavano alle
consuete distribuzioni del pepe (del qua-
le costume riparlai ad Università arti-
stiche, e s. Beda dispensò a'suoi monaci,
prima di morire, del pepe, de'fazzolelti
e dell' incenso, pregandoli di ricordarsi
di lui avanti a Dio squali pegni della ca-
lila che ad essi li univa, e perchè con ta-
li presenti li costringeva a ricordarsi di
lui iiell' orazioni. Secondo la regola di
s. Benedetto, i monaci per tacito consen-
so dell'abbate, potevano lasciare somi-
glianti ricordi. S, Lullo fece un regalo di
pepe, d'incenso e di cannella alla badessa
K-aueboda. Di tali usi vi sono altri esem-
pi nel fJutler, Vìladi s, Beda), delle can-
dele e delle palme benedette. 1/ univer-
sità de' falegnami di Roma, come tutte
l'altre, fu soppressa da Pio VII; l'arcicon-
fì atei iuta tuttora sussiste floridamente.
Della suddetta parrocchia di S.Silvestro le
pur filiale la chiesa della Madonna della
JNeve,delta s,Valle,di giurisdizione vesco-
vile : aulicamente avea rettore e chieri-
ci. E bene mantenuta, con bellissimo pre-
sbiterio ornato da 4 colonne e balaustra
di marmo, il cui altare maggiore isolato
è costrutto d' eccellenti marmi. Venne
concessa alla confraternita delle ss. Slioj-
«sale eretta nel 1602 e confermata da
Clemente Vili neli6o4, indi aggregata
oll'arcicoiifralernita di Roma del suo no-
me. Vi si venera il corpo di s. Eutichia
vergine e mai tire estratto dal cimiteriodi
*. Ciriaca colla lapide sepolcrale. La chie-
sa di s, Maria del Sangue, filiale della par-
rocchiale di s. Michele e di giurisdizione
Vescovile, fu eretta colle limosine de'di-
Toti cittadini nel 1 5 1 7. Si dice fabbricala
coq disegno del celebre Bramante, iq for-
VEL
ma oltagoua con grande cupola, e sulla
porta si vede un antico orologio Berosia-
no. Die motivo all'erezione di questo pic-
colo tempio il prodigio accaduto a'6 giu-
gno 1 5 1 6, descritto dal Bauco anche nel-
la Narrazione istorica della chiesa di
s, Maria del Sangue, Roma 1 829. L'im-
magine della Madonna dipinta sulla pa-
rete esteriore d' una casa prossima al pa-
lazzo pubblico, si vide stillare lagrime di
sangue dall'occhio sinistro, con ispavento
e stupore di tutta la città, Segato il mu-
ro, fu trasportata la ss. Immagine in que-
sta chiesa, dove opera continui prodigi.
Inoltre in essa si venera I' antica imma-
gine del ss. Crocefisso detto della Prov-
videnza, perchè pe'singolari favori e gra-
zie operate a prò di Vellelri, fu dichia-
rato con pubblico decreto del 1 794» Pa'
dre provvidentissimo di Vellelri, Sotto
il suo altare è un sagro deposito di reli-
quie de' ss. Martiri, estratte dall'altare 0
chiesa di s, Prassede di Roma de'vallom-
brosani. Sotto quello della Madonna è il
corpo di s. Tortora Vittorina col vaso di
sangue e lapide sepolcrale, il tutto tras-
portato dal cimiterio di Pretestato, pei'
dono del cav, Giuseppe Calderoni bene-
merito veliterno. Questa chiesa consagra-
ta a'28 dicembre 1079 dal vescovo cardi-
nal Moroni, appartiene alla confraternita
dellaMadonna delSangueeretta nel 1 5 1 6,
che per essersi aggregata per la i.'all'ar-
cicon fraternità e ospizio della ss. Trinità
di Roma nel [5Si,è riconosciuta ancora
sotto questo titolo. La piccola chiesa della
ss. Trinità, di padronato de'Borgia, pos-
siede il corpo di s. Giovino martire, col-
I' ampolla del sangue e la lapide, tutto
proveniente dalle catacombe di s. Seba-
stiano. La chiesa di s. Apollonia vergine
e martire, già de'religiosi del terz'ordine
di s. Francesco, venera il corpo di s. Zo-
sirno martire, colla lapide, scavato nel ci-
miterio di s. Saturnino; e la miracolosa
immagine della B, Vergine della Carità;
e quella della Madonna della Vita tras-
portata dalla chiesa de' ss, Cosma e Da-
VEL
miano di Roma di detto ordinee dipinta
ne\5i6. Appartiene alla confraternita del-
la Carità di s. Maria dell'Orazione della
Morte, fondata nella chiesa di s. Martino
nel 1569 dal rettore Marco Ciampone,
quindi aggregata all' omonima arcicon-
fraternilu di Rorna,il cui sacco nero adot-
tò, dimettendo il torchino ; da detta chie-
sa, di cui è filiale, passata in cjuesta nel
1 8 1 5. Soppressa la confraternita di s.Gio.
Decollato della della Misericordia, isti-
tuita fin dal 1 533, ehhe il suo privilegio
d'assistere i rei condannati a morte e
seppellirli, per cui aggiunse al suo stem-
ma quello di s. Gio. Decollato. Il Dauco
enumera 24 chiese nella citlà e 8 sparse
nel suo territorio; di piti riporta le no-
tizie in breve delle chiese antiche, lanto
interne quanto rurali o subu.rhane, non
più esistenti, fra le prime enumerando
s. Giovanni in Plagi», un tempo collegia-
ta con arciprete. Riporta ancora quelle
di diversi stabilimenti religiosi,eguahuen-
te non più esistenti. Di questi ecconeuo
cenno. Il i.° istituto religioso che si sta-
bilì in Velletri fu quello di s. Benedetto,
il monastero de'quali fu occupato d.i'mi-
nori conventuali ; de' benedettini non si
conosce altro. 11 priorato de'canonici re-
golari delti di s. Anastasio, esisteva nel
io3s e nel 1 i54- I canonici regolari di
s. Antonio di Vienna, già ricordati, nel
partire si ritirarono in Roma nel mona-
stero ora delle camaldolesi. Verso il 1 44-4-
entrarono in Velletri gli agostiniani della
congregazione di Lombardia, cioè nel mo-
nastero suhurhano di s. Maria dell'Otto
fuori di porla Napolitana, abbandonalo
dalle monache benedettine per le conti-
nue guerre ; convento soppresso dal go-
verno francese nel 1810, che alienò con
l'ospizio urbano diversi beni, ed i super-
stiti Pio VII riunì al seminario. La chie-
sa rovinata da un fiero turbine nel 1822,
in seguito fu demolita.conservandosi l'an-
tica, pregiata e di vola pittura a fresco del
ss. Crocefisso, che pie persone ripararono
dentro cappella, ove nel i85i si comin-
VEL 237
ciò a celebrarvi la messa. Il cardinal An-
tonM.M I Galligli venuto vescovo nel 1616,
introdusse in Velletri i carmelitani scalzi
a sue spese mantenuti, onde nel 1 620 per
la sua morte furono costretti a partirne,
vendendo il fabbricato non compito al
cardinal Ginnetti,che colla chiesa eli s. Te-
cla lo racchiuse nel suo giardino. Nel 1620
i basiliani fondarono il loro monastero
nella Via Lata, mezzo miglio lungi dalla
città; ma pel terremòto del 1806 caduta
la chiesa, e pericolando il monastero fu
da'monaci abbandonato, indi co'loro be-
ni fu dato da Pio VII all' ospedale delle
donne. Il terz'ordine di s. Francesco en-
trò in Velletri nel 162 1, ed ebbe la chie-
sa suburbana della Madonna degli An-
geli, poi un locale urbano in via l'andi-
na colla suddetta chiesa di 9. Apollonia,
e partirono nella soppressione del 1 8 1 o :
Pio VII die il convento alle maeslie pie
e l' abitazione anteriore di queste co'beni
invenduti all'ospedale delle donne. La
chiesa edificata fin dal 1 52 1 da Bernar-
dino Petratti, fu data alla confraternita
della Misericordia, e restò poi distrutta dal
ricordato terremoto. Come suburbani,
ora conviene parlare della chiesa e con-
vento de' minori cappuccini, situali sul
colle Giampapa. I cappuccini furono am-
messi in Velletri nel 1 563 dal vescovo
cardinal Pio di Carpi protettore dell'or-
dine, nel conveuto e chiesa di s. Stefano
delta pure di s. Rocco, già esistente nel
1 429 con rettore e chierici, prossima alla
via postale. Nel 1609 I' abbandonarono
per stabilirsi nel detto Colle. La chiesa
è sotto l'invocazione di s. Croce di Monte
Calvario, della quale si gettò lai. "pietra
a'6 settembre di detto anno, poscia consa-
grata a' 1 8 ottobre ! 6 1 6, da Lorenzo Lau-
di vescovo di Fossombrone, trasportando-
vi dalla chiesa di s. Stefano la statua di s.
Rocco, e l'immagine della Madonna della
Piaga, così denominala dal segno visibile
in una mano, cagionato da un colpo di
sasso scagliato empiamente da un ebreo.
Nel t. 23, p. 177 dell' Album di Roma
238 VEL
si riporta la bella immagine dell'Imma-
colata Concezione, dipinto a fresco ilei
giovane cremonese Cesare Cugini, esegui-
to in questo convento, colla descrizione
artistica di P. Perez, che ne enumera
gli eleganti e divoti pregi.
Velletri si distingue anche nel pub-
blico insegnamento, sì per l'istruzione e
educazione della gioventù, sì per l'emu-
lazione nelle scienze, pel comodo e utilità
della popolazione, come ancora negl'isti-
tuti benefici e caritatevoli a vantaggio dei
bisognosi. Il seminario per I' istruzione
de'giovani ecclesiastici fu eretto dal ve-
scovo cardinal Moroni circa il 1570 ap-
pena assunse il governo di questa chiesa,
ma per mancanza di rendite dopo pochi
anni fu chiuso. Ristabilito nel 1592 dal
■vescovo cardinal Gesualdo, pel manteni-
mento degli alunni furono tassati tutti i
beni ecclesiastici sì della mensa vescovile,
come del clero della città e diocesi; ma
non essendo questi sufficienti, vi furono
applicati alle vacanze alcuni beneficii e
cappellanie,con autorizzazione di Clemen-
te Vili del i595; nel i8i5PioVII gli
applicò i detti beni invenduti degli ago-
stiniani; il municipio vi mantiene due
giovanetti, uno del cefo nobile e l'altro
del civile, ed il henefico cardinal Macchi
col donativo d' un fondo di scudi /jooo
vi ha istituito 4 posti gratuiti. Il semina-
rio vecchio è prossimo alla cattedrale e
occupa quasi tutto 1' episcopio concesso
al medesimo a poco a poco da vari vesco-
vi, per maggior suo comodo. L'attuale se-
minario occupa il locale del cardinal York
stabilito a sue spese per abitazione estiva
degli alunni. Vi si alimentano e istruisco-
no 9.0 alunni, oltre un buon numero di
convittori sotto la direzione de'preti. Egli
può contenere anche più di 5o giovani.
Per l'istruzione delle scienze vi sono sta-
bilite 1 scuole, cioè di grammatica infe-
riore,di grammatica superiore, d' uma-
nità, di rcttorica, di filosofia, di teologia
dogmatica e morale,e di storia ecclesiasti-
ca e sagra, olire la scuola di canto formo.
VEL
Nel 1G01 per decreto della s. congrega-
zione del concilio, il vescovo ottenne il
singoiar privilegio: Ut qui in collegio
ilio (della di lui diocesi) per triennium
stitduerit, habeat privilegia data ìpnùt
nniversitalibus. 11 cardinal Alessandro
Maltei in forza di tale concessione con-
seguì da Pio VII con un breve il diritto
di dare la laurea sulle facoltà di filosofia
e teologia agli studenti di questo semi-
nario ; ma tale concessione fu abrogata
da Leone XII, che nello stato pontificio
tolse tutte l'università di studi di 2." or-
dine. Neil' Effemeridi letterarie di Ro-
ma, t. 6, p. 46, si parla dell'università di
Velletri, onore da' Papi concesso alla
chiesa d'Ostia, come quella che teneva il
principato fra le chiese cardinalizie del-
l'ordine de' vescovi, e riconosciuto da'tii-
bunali. Ma quando Ostia fu per la mala
aria spopolata e quasi deserta, e non che
collegio e università, città ecittadini ven*
nero meno, era ben giusto per non ispo-
gliare disi bel privilegio l'amplissima di-
gnità del decanato, se ne trasferisse il pos«
sesso in Velletri, per essere la sua chiesa
da lunghi secoli all' Ostiense perpetua-
mente congiunta. E questo fece giusta-
mente e lodevolmente Pio VII. Indi si
dice. Non fu vuota tal grazia di effetto,
poiché le scienze del giure, della teolo-
gia e della filosofia, e le lettere grecherà-
line e italiane vi si insegnarono in molto
concorso di giovani, e con loro profitto
non lieve. Tale ragionare si faceva nel
182 1, quando era no trascorsi Gannì dac-
ché per le cure del nominato cardinal
Maltei era stalo l'istaurato il corso degli
studi umani e divini sotto la reggenza di
Vincenzo Macioti, uomo più voglioso di
sapere, che di apparire sapiente. Nana
per ultimo la distribuzione fatta indetto
anno di propria mano delle lauree e pre-
mi d'ogni genere, dal cardinal Della So-
maglia, celebrando come il sullodato pre-
lato, allora cari. Alessandro Macioti, nipo-
te degnissimo del nominalo Vincenzo, e
professore di filosofia, immaginò modo
VCL
ncciò il disputare fosse dimostralo verace
prova del profitto de'giovnni, non pom-
pa appariscente, e ne produce le prove.
]| Banco fa grandi elogi di Vincenzo Ma-
cioli, poi vescovo come già dissi, virtuo-
sissimo e zelante rettore del seminario,
profondamentedotto, come dimostrò col-
le sue produzioni scientifiche, avendo re-
cato sommo onore alla patria, e fu ancora
modello de'vescovi. Esisteva nel semina-
rio l'accademia intitolata degl'Incogniti
istituita nel 1775. Avea le sue leggi, ri-
conosceva il protettore e il custode, oltre
il segretario. Radunavasi ordinariamen-
te due volte all'anno, ed eziandio di più,
se lo richiedevano le circostanzefll n.° 2.54
del Giornale di Roma del 1802 riporta
la notificazione de' 29 ottobre del gon-
faloniere di Velletri cav. Giovanni Gra-
ziosi, diretta agli abitanti dell'inclita cit-
tà. E<sa dice. » E ornai fuor di dubbio,
che tutti i mali, che affliggono la socie-
tà, derivano dalla snervata educazione,
e dalla leggera istituzione della gioven-
tù. Il perchè adoperano saviamente que'
reggitori delle città, i quali pongono ogni
loro studio in procurare una soda e sa-
na coltura morale, ci vile e letteraria. Con-
vinta di questo vero la cessata commis-
sione municipale di questa città, aiutan-
dola e animandola S. E. R. mg.r Giusep-
pe Berardi commissario straordinario
pontificio in allora delle provincie di Ma-
rittima e Campagna, e pro-legato della
prima, fu sollecito, appena ristaurato il
governo pontifìcio, d'umiliare al trono di
Sun tSantità Papa Pio IX il voto che ve-
nisse aperto in Velletri un collegio di
scuole diretto da'pp. della compagnia di
Gesù, affinché i giovanetti di questa cit-
tà potessero giovarsi dell'opera di que'
benemeriti istitutori, fino a compiere il
corso delle lettere e dellescienze, che so-
no soliti dare negl' istituti di tal natura.
11 sotlosciitto gonfaloniere, presidente al-
lora della suddetta commissione, con tut-
to l'impegno die opera all'esecuzione del
divisalo progetto ; e 1' Era," e Rm.'sig.'
V E L
239
cardinal Vincenzo Mucchi nostro munì -
fìcentissimo vescovo e legato si degnò pre-
sentare e raccomandare l'analoga suppli-
ca alla lodata Santità Sua. Il Santo Pa-
dre encomiando nella sua sovrana beni-
gnità un consiglio sì nobile in se, e sì van-
taggioso a questa popolazione, spedì un
breve (a' 7 aprile 1811), col quale de-
gnavasi autorizzare l'erezione del men-
zionato collegio di scuole, prescrivendo-
ne i modi e le spese da farsi dalla ma-
gistratura della città. In seguito di tale
sovrana disposizione, la lodata magistra-
tura si studiò perchè fosse eretta (piasi
da'fondamenti una fabbrica quanto più
si potesse decorosa per servire ad uno
scopo di tanta utilità. Ma poiché troppo
a lungo sarebbe andata l'apertura degli
studi, se si fosse atteso il compimento del
locale, che è in via di costruzione, Sua
P_ìmz.* Rm.ail sullodatosig/ cardinal ve-
scovo e legato di pieno animo offrì il vec-
chio seminario alla magistratura (i! can.
Banco nella dedica al cardinale di sua
Storia di Vide tri, lo celebra ancora per
avere tutti i cittadini beneficati colla isti-
tuzione delle scuole per l'istruzione del-
la gioventù) per usode'pp. della compa-
gnia di Gesù, onde ivi cominciassero sen-
za frapporre indugio 1' insegnamento,
giusta le norme del loro istituto. Egli è
perciò, che noi siamo in grado di avver-
tire il pubblico, come nel prossimo no-
vembre dell'anno corrente i pp. della
compagnia di Gesù imprenderanno in-
tanto l'istruzione delle classi inferiori dal-
la lingua latina a tutta la reltorica, ag-
gi ungendo ad ogni classe la coltura di que-
gli sludi, che promuovono e accrescono
ornamento alla cognizione delle belle let-
tere. Prenderanno ancora sotto la loro
responsabilità la direzione della elemen-
tare istruzione della prima età : il lutto
conforme al breve pontificio di già spe-
dilo. La solenne apertura si farà, secon-
do le norme contemplate nella haWaQuod
Divina Sapienlia, il dì 7 dell'entrante
mese di novembre nella basilica cattedra-
*4° V E L
le di s. Clemente, due ore innanzi il mez-
zodì, assistendovi 1' Em.° sig.r cardinal
decano nostro amantissimo vescovo e le-
gato, e mecenate solertissimo de' buoni
studi e di ogni religiosa educazióne, non-
ché mg.r d. Antonio Cambozzi delegato
apostolico, la magistratura e tulle le au-
torità ecclesiastiche e civili. Dopo I' in-
cruento sagrificio, che verrà celebrato da
mg. r Gesualdo Vitali, vescovo suffraga*
neo e vicario generale, vi sarà l'inaugu-
rale orazione, e in line l'invocazione del
Divino Spirito, e la benedizione del Ve-
nerabile. La magistratura di Velletri è
d' avviso di non aver potuto rendere a
questa popolazione miglior servizio, che
erigendo in mezzo ad essa un collegio di
scuole diretto da'pp. della compagnia di
Gesù; però confida che saranno solleciti
i genitori a mandare alle medesime i lo-
ro figliuoli, perchè colle lettere e colle
scienze bevano il latte della morale e della
religione, ch'i l'unica cosa, che possa fa-
re felice l'uomo su questa terra". Indi nel
n.° 288 dello stesso Giornale si legge la
relazione dell'apertura del collegio della
compagnia di Gesù in Velletri, dettaglia-
ta e veramente magnifica. Si dice segna-
re un' epoca gloriosa negli annali urbani
l' inaugurazione solenne delle scuole de'
gesuiti, i quali hanno per istituto d'eru-
dire la giovine età da' primi rudimenti
delle lettere, sino ad aver compiuto gli
studi della filosofia e della teologia. Si ri-
pete con maggior estensione il contenuto
della riportata notificazione, e quindi si
descrive lutta quanta la ceremonia deco-
rosissima ch'ebbe luogo in detto giorno
7 novembre nella cattedrale, alla presen-
za del cardinal decano del senato più ve-
nerando della terra, dell'autorità gover-
native e comunali, de' prelati, del capi-
tolo, de' pp. del collegio, della nobiltà e
delle dame, oltre il collegio de'parrochi,
le autorità militari, gli scolari iscritti, la
moltitudine. Dopo la messa celebrata da
mg. 'Vitali, formalmente il gonfaloniere
presentò al cardinale in vaso d' argento
VEL
il pontificio breve, che autorizzava l'ere-
zione del collegio, prescrivendo i modi e
le spese da fusi dalla comunale magistra-
tura. Allora il cardinale con voce com-
movente disse a' municipali, non poter
esprimere a parole la consolazione som-
ma che prova in cuore nel ricevere quel
breve *» per la fondazione d'un collegio
dell'inclita compagnia di Gesù: quell'at-
to formare la più bella gloria di cui si po-
tessero vantare nell'esercizio del loro ca-
rico; desiderare in fine che i parenti usas-
sero di tal benefìcio col mandare i loro
figli a queste pubbliche scuole". Ritira-
tisi i municipali, si avanzarono a pie del
trono i pp. gesuiti, ed il cardinale die il
breve in mano al rev. p. Gio. Francesco
Blosi rettore del nuovo collegio, dirigen-
dogli un conciso, ma toccante discorso,
la cui somma è la seguente. » Consegnar-
gli quel breve or ora ricevuto dal sig.r
gonfaloniere del la città, nel quale il som-
mo Pontefice autorizzava l'erezione del
nuovo collegio. Aver egli da lunga pezza
desiderato quel dì,ed averlo sospirato con
agli occhi amare lagriroe;esserealla fine
spuntato : contarlo dunque tra' più bei
giorni di lunga sua vita : non potere il
labbro esprimere la gioia che provava in
quell'istante il suo cuore per vedersi giun-
to alla meta de' suoi voti : essere ormai
arrivato pressoché al termine de' giorni
suoi, e vicino di presentarsi al giudizio di-
vino: aver perciò ora un titolo di confor-
to per conciliarsi con la clemenza di Dio,
potendogli dire: questi fanciulli, che voi
mi deste, o Signore, ioli consegnai nelle
mani della vostra prediletta compagnia,
affinchè venissero avviali sin da'verdi lo-
ro anni nel santo vostro timore: da tale
idea trarre il suo spirito calma econforto,
e il suo cuore presagire un vero miglio-
ramento di questa sua diletta città ". A
tali parole, che trassero le lagrime sul ci-
glio degli astanti, rispose profondamente
commosso il p. rettore, anche a nome de
suoi padri ivi presenti, dichiarando la con-
fusione per quanto erasi degnato dire, di
V E h
voler batter l'orme de'loro maggiori nel-
I' ammaestramento ilella gioventù, cli'è
ili tutte l'età la più cara a Dio, per la
quale avrebbero dedicatogli sforzi del lo-
to spirito e l'affezioni del loro cuore,pre-
gainlo Dio ad aiutarli nell' impresa che
promettevano di compiere, per la quale
invocare il concorso di lutti e specialmen-
te de'genilori. Indi i pp. gesuiti fecero la
consueta professione di fede, seguì l'inau-
gurale orazione del facondo p. Salvatore
Orzelli ; e cantatosi l'inno dello Spirilo
Santo, fu chiusa la nobilissima funzione
colla trina benedizione compartita da
mg.' Vitali. 11 pubblico tripudio per sì
fausto avvenimento lo manifestarono con
eleganti composizioni stampate i profes-
sori del seminario cai). Di Lazzaro e l'ab.
Fiorenza. Rapidi ne furono gli ubertosi
frulli, descritti dal n. i3ydel Giornale
di /ìor/ia del i853, narrandoli pubblico
saggio di rettorica a'2 giugno decorosa-
mente datosi da' pp. gesuiti co' loro di-
scepoli, nell'aula dell' antico seminario,
ove aveano raccolto il fiore della città,
alla presenza del cardinal Macchi festeg-
gialo da musicali concenti, da offerte di
poesie e di fiori." Lode sia perciò a que'
cittadini che V onore di Dio e della pa-
tria avendo a cuore, presero questa ad
illustrare nuovamente e meglio, la com-
pagnia di Gesù chiamandovi a fondare
un collegio. Per essi giunsero gli esercizi
spirituali a' giovani scolari, a'monasteri,
agli orfanotrofi, al celo de' nobili, degli
impiegati, delle dame; esercizi spirituali
alla guarnigione che vi stanzia, agl'incar-
cerati; dispensazione della parola divina
corrente l'anno a tutti". Inoltre riferisce
il Giornale le solenni trigesime esequie
celebrate nella cattedrale dal capitolo, pel
Rm.° p. Giovanni Roolhaan defunto pro-
posito generale della compagnia di Gesù,
proso il qualeassai caldeggiò perchè que-
sta venisse stabilita in Velletri, e con esse
volle dargli un attestato di pubblica rico-
noscenza ; a taleeffetto invitò ad assistervi
il cardinal Macchi, i prelati, le autorità, i
VOL. LXXXIX.
V E L a | i
cittadini; pontificò la messa mg. 'Vitali, e
pronunziò l'orazione funebre il gesuita p.
Carlo M.a Ciampi professore d'eloquenza.
Per tuttociò, non solamente cessarono i
dottrinari dal regolare il pubblico inse
gnamento in Velletri, ma già era cessato
quello de' fratelli delle scuole cristiane.
Questi furono introdotti nella città nel
i836 per l' istruzione de'fanciulli e gio-
vanetti nel leggere, scrivere, aritmetica
e dottrina cristiana, in che sono abilissi-
mi. Il vescovo cardinal Pacca nel conce-
derli alla città cede loro la suddetta ca-
sa, a proprie spese stabilita dal vescovo
cardinal York per abitazione estiva a
comodo degli alunni e convittori del se-
minario, per toglierli dall'aria bassa, che
si respira nella casa del vecchio seminai io
contigua alla cattedrale e prossima alla
porta Napolilana, nella stagione calda, e
vi dimoravano dal i.° luglio a tutto Tot
tobre. Rimane il locale, ed ora propria-
mente seminario, nella parie superiore
della città in via Borghese. La cessione
fu falla alla connine per un diecioltennio
per rescritto di Gregorio XVI de'7 giu-
gno i83G, al quale die esecuzione il car-
dinaie, e il comune pel mantenimento di
5 religiosi assegnò scudi 5oo annui. Il u.
45 del Diario di Roma del 1837 cele-
brò l'erezione dello stabilimento concesso
dal Papa a istanza del cardinale, onde
procurare alla gioventù velilerna un nuo-
vo mezzo d'educazione cristiana e civile,
per sì zelanti operai che in ispecial modo
si dedicano all' educazione de'giovanetti
nel 1 .° loro sviluppo, per renderli un gior-
no cristiani e utili cittadini, onde tosto
la loro scolaresca divenne numerosa e fio-
rente. Ma nel consiglio municipale tenu-
to l'8 giugno i85o, sulla domanda fatta
dal cardinal Macchi per la restituzione
del locale del seminario estivo, con que-
sto fu rescisso il contratto di locazione; e
dovendo la comune somministrare are-
ligiosi delle scuole cristiane altro locale
a loro piacimento, fu ad essi offerto il
vecchio semiuario, che si abbandonava
16
a** , V E L
pel dello sospetto d' aria poco sana. Non
piacque n'religiosi,e perciò si determina-
rono nell'agosto d'abbandonar la città
con dispiacere de'ciltadiui,e specialmente
de'padri di famiglia pel mancamento di
loro utilissima istruzione, alla quale però
venne provveduto co'pp. gesuiti. Imperoc-
rbè sotto la loro direzione vi suppliscono
cine preti secolari a spese del comune, in-
segna ndo nel medesimo seminario vecebio
u'fanciulli il leggere e lo scrivere, Pel ses-
so femminile vi è un conservatorio di zi-
telle, ebe luiitno ancora la pubblica scuola
colla piccola cbiesa della Madonna del-
la Neve, diversa dalla sunnominata, ben-
sì com'essa filiale della parrocchiale di
s. Michele. Questo pio luogo volgarmen-
te appellato delle Monachelle fu eretto
per opera di Silvestro Cinelli arciprete
della cattedrale nel 1690. Ad esso fu u-
nito il collegio dell'orsoline, che vivevano
sotto la regola di s. Basilio, fonduto in
V elicili nel 169.5 da Biagio Terzi vica-
rio generale. Aveano queste zitelle per
istituto l'educazione delle fanciulle, e l'u-
nione avvenne nel 1713. Nel conserva-
torio non vi è clausura ; ha la pubblica
scuola per l'istruzione delle fanciulle, per
cui dall'erario comunale vengono al pio
luogo somministrati annui scudi 1 00. Nel
i834 venne a queste zitelle affidalo il
nuovo orfanotrofio delle pupille istituito
da Giulio Coluzzi uobile velilerno, che
lo dichiarò erede de'suoi beni. Questo è
aumentalo di rendite dalla largizione di
altri caritatevoli cittadini, e da' beni del-
la suddetta soppressa confraternita della
Misericordia o s. Gio. Decollato, che al-
) 'orfanotrofio umGregorioX VI nel 1 835.
Fare che a questo alludano le parole che
si leggono nel n.°45 del Diario di Roma
del 1837, dicendosi avere il cardinal Pac-
ca nel maggioi836 provvedutoalle fan-
ciulle prive di padre e di uiadrecolla fon-
dazione d'un orfanotrofio. Maciòuon è
vero, perchè l'istituto preesisteva, e sol-
tanto il cardinale ne fu benefico. Le mae-
stre pie sotto la regola di Uosa Veneri-
V E L
ni, furono introdotte in Velletri pei l'i-
struzione delle fanciulle dal vescovo car-
dinal Ruffo. Tengono scuola pubblica li-
no da'3 maggio 1 744' con convitto d'e-
ducande, e sono mantenute dall'erario
comunale, che loro somministra scudi
3oo annui, oltre il godimento d'una pen-
sione perpetua di scudi 4o> imposta a lo-
ro favore sulla prebenda parrocchiale di
s. Maria. Dall'antica loro abitazione pas-
sarono ad abitare nel soppresso conven-
to de'religiosi del teiz'ordine francesca-
no uel j 8 1 8 ; ma venne tale abitazione
comprata dal comune, con isti omento
st ipolato a'26 agosto 1 85 1 alla presenza
e coll'aulorità di nig.r Bruti allora dele-
galo apostolico, premuroso ancb'egli per
lo stabilimento de' religiosi gesuiti da
preporsi all'istruzione cristiana, morale e
scientifica della gioventù veliterna. Così
tale abitazione fu destinata per forma re
con altre la casa e le scuole pubbliche
de' gesuiti, adiacenti alla chiesa di s. A-
pollonia. l'ero l'edilìzio riuscito non ab-
bastanza vasto pel collegio de'gesuiti. que-
sti restarono e tuttavia dimorano nel di-
scorso seminario vecchio col loro stabi-
limento, ove temporaneamente erano
stati collocati con breve pontificio. S'i-
gnora l'uso che si farà di detto nuovo e-
difizio. Quando perciò neh 85 1 stesso le
maestre pie partirono dalla loro casa di
s. Apollonia, passarono ad abitare nella
via Corriera nel 1. "piano del palazzo Co-
lonnesi, a spese del comune che ne paga
la pigione, e quivi tuttora dimorano. Al-
tro orfanotrofio è quello di recente isti*
lozione. Il servo di Dio d. Vincenzo Pai-
lolla, più volte recatosi in Velletri, ester-
nò al conte Giuseppe Latini Macioti il
desiderio,cheda lungo tempo nel suo cuo-
re nutriva, d'aprire nella medesima città
un orfanolrofio, che servisse di ricovero
e di educazione alle povere zitelle abban-
donate veliterue ; fondandolo colle stesse
regole, e come diramazione di quello da
lui istituito in Roma, e ditello dalla con-
gregazione e pia società ivi pur da lui
VEL
fondata dell' Apostolato Cnttolico sotto
l'invocazione della Regina degli Aposto-
li {T'-)- Il conte che amava moltissime il
servo di Dio, secondò il di lui caritate-
vole desiderio, con generosamente esi-
birsi pronto ad acquistare il locale op-
portuno e donarlo a tale uso. Difatti com-
prò una casa con iscoperto in via Fiore
neh85o per scudi 5ooo, ed altra conti-
gua per scudi 1 8 i , oltre una 3/ presa in
enfiteusi perpetuo per l'annuo canone di
scudi 3o. Formato quindi il piano di ri-
duzione dall'egregio architetto cav. Gae-
tano Monchini, si vide compita la fab-
brica bella e grandiosa in meno di i 7 me-
si. Per rendere l'opera più duratura si
: pensò a provvederla di rendite. Il vir-
tuoso Giacomo Salvati romano, o come
: altri vogliono di Rocca di Papa, coope-
ratore nel bene all'ab. Pallolta, anche in
: favore delle Vedove (V.),avea rinvesti-
' to alla comunità di Velletri scudi 16,000
al 5 per 100. Il figlio di detto conte, Lui-
gi Latini Macioti, e la di lui consorte Ca-
milla figlia del lodalo Salvati ne otten-
nero da questo la donazione in vantaggio
del nuovo pio istituto nello stesso i85o
a' 3 giugno. Nel medesimo giorno Mi-
chelangelo Macioti nobile veliternodonò
scudi 8,6oo. Secondo la mente del fon-
: datore e de'donatori, ed a forma del re-
• scritto del cardinal Macchi in data di
1 Portici de' 5 novembre 1849, la direzio-
ne spirituale dell' istituto fu affidata a'sa-
! cerdoti di detta congregazione della Re-
■ gina degli Apostoli ; per cui si provvide
; un locale e si ridusse a piccolo convento
- pe'medesimi a spese del conte Giuseppe
Latini Macioti nel i85i. Così Velletri
: con questo nuovo stabilimento benefico,
soggetto alla giurisdizione vescovile, ac-
quistò ornamento e decoro, non che som-
; mi vantaggi per la cristiana educazione
' del sesso femminile, e conserverà ricono-
■ scenza al servo di Dio che lo promosse.
1 Leggo nel n. 241 del Giornale di Roma
del 1832, che a' 18 ottobre in Velletri le
sorelle della congregazione dell'Aposto-
V E L 243
Iato Cattolico, istituite in Roma dal ser-
vo di Dio d. Vincenzo Pallotta, accom-
pagnale dal rettore di delta congregazio-
ne e da molti ecclesiastici e laici della cit-
tà, fecero il loro ingresso nel nuovo s. ri-
tiro e pia casa di Carità, aperto loro dal-
la pietà d'insigni benefattori, fra'quali il
conte Giuseppe Latini Macioti, il quale
preparò pure convenientemente il vasto
locale da lui comprato e ne sollecitò con
zelo l'apertura a vantaggio delle zitelle
povere e abbandonate che vi si devono
educare e istruire nella pietà e ne' ma-
nuali lavori, non meno delle giovanette
esterne che vi avrebbero scuola. Nella
cappella del Ritiro le sorelle furono be-
nignamente accolte dal cardinal Macchi,
da mg.r Vitali e da mg/ delegato apo-
stolico, dalla magistratura e da parecchi
del clero secolare e regolare. Ivi esposto-
si il Venerabile, le sorelle intuonarono il
Veni creator Spiritus,e il dottissimo e
celebre R. p. Giovanni Perrone gesuita
vi fece un eloquente ed analogo ragio-
namento. In fine datasi la benedizione
col Santissimo, il cardinale in una sa-
la contigua alla cappella, dove si conse-
gnarono le chiavi alle suore, dopo uu te-
nero e commovente discorso, compartì
loro la pastorale benedizione. In Velie-
tri vi sono due maestri per la Filarmoni-
ca, la cui accademia fu istituita ne'piimi
anni del corrente secolo. Neil 835 erau-
si gettale le fondamenta per un nuovo
teatro comunale, il cui proseguimento re-
stò sospeso, e le mura fondamentali ap-
pena sono giunte al paro del suolo. Il
Theuli narra a p. 25 1, che a svio tempo
in un salone del palazzo del comune si
solevano recitare commedie, coA da've-
literni, come da'forastieri che vi concor-
revano. Esiste un teatro particolare del
veliterno capitano Giuseppe Graziosi, il
quale serve per le rappresentazioni tea-
trali, specialmente della società accade-
mica Filodrammatica fondata di recen-
te, con approvazione della s. congrega-
zione degli studi ; uop meno che per le
244 V E L
rappresentazioni in prosa. Ora a spese del
proprietario, questo teatro è stato rinno-
vato e abbellito, ed imminente n' è il
compimento, e riuscirà corrispondente
alla dignità della città. Sulla piazza di
s. Giacomo un tempo sorgeva il teatro
della Passione, così detto per sagre rap-
presentazioni di quanto dirò poi parlan-
do della confraternita del Gonfalone, di
eccellenledisegno e ornato di marmi. L'e-
difizio malconcio dall'ingiuria de' tempi,
fu abbandonato e nel 1763 demolito per
fabbricarvi in quel sito nuove abitazioni.
.Scrisse su questo monumento il cardinal
Borgia, conservandone la memoria con
incisione in rame. Ne'trascorsi secoli, al-
lorchè pregiavasi ogni città d'avere una
o più accademie di poesia, nelle quali sti-
mavasi cosa onorifica esservi asci itti, non
mancò questo letterario esercizio in Vel-
letri, die in epoche diverse ne contò mol-
te. Il nome di queste accademie era stra-
vagante e capriccioso, come altrove, per-
ciò uniformandosi al costume de' secoli.
Quindi furono appellate degli Affaticali,
degli Erranti, degli Estinti, alt Gonfia-
otri, de1 Riaccesile Sollevatile^' 'Inno-
minati. E quasiché (ossero poche queste
accademie pubblichete n'erano anco nel-
le case privale; così altri poeti aduna vansi
nella casade'Toruzzi, nellesalede'minori
con ventua li, e in quelle del seminario, i so-
ci di sua accademia poi lavano il nome de-
gì' Incogniti. Tali letterarie adunanze, in
cui quasi sempre per unico fine col ti va vasi
la poesia, poche e raramente erano quelle
in cuidisputavasidi scienze, lettere e arti.
Ma tutte furono di breve durata e anelaro-
no poco a poco a mancare. JN'e lasciaro-
no memoria i sunnominati scrittori ve-
literni conte Bassi, p. Theuli e mg.' A-
lessandro Borgia. Come in altri luoghi
d'Italia, che abbandonate le poetiche so-
cietà, ne istituirono altre più durevoli e
rivolte a più utili discipline, Velletri ab-
bracciò questo cambiamento poc'oltre la
metà dello scorso secolo, con istituire la
celebre Società letteraria Folsca l eli-
V E L
terna , nella quale olire la poesia libe-
ramente può trattarsi in prosa qualun-
que argomento scientifico, o letterario,
o di belle arti, come apprendo da' suoi
importanti /Itti, perchè l'unire il dolce
all' utile fu sempre savio consiglio. A'e
furono fondatori della patria accademia
i concittadini e amici Clemente Ermi-
nio Borgia e Domenico Antonio Cardi-
nali, non altro anelando che il vantag-
giare le buone lettere, il progresso delle
scienze, l'illustrazione della patria istoria
e precipuamente quella civile e religio-
sa de' volsci, siccome personaggi ambe-
due di somma riputazione e dottrina. La
posero sotto l'autorevole protezione del
magistrato veliterno, il quale generosa-
mente assegnò a' soci decoroso locale nel
proprio palazzo per tenervi le pubbliche
e consuete adunanze, e annua pensione
onde sopperire alle inevitabili spese. L'e-
lenco de' soci fu formalo del fiore de' let-
terati della città, e ne fu scelto a capo col
titolo di dittatore mg.r Gio. Carlo Anto-
tortelli vescovo di Dioclia e sulfiaganeo
di Velletri, e per segretario venne eletto
il Cardinali uno de* fondatori. A questi
fu dato il carico di compilar le leggi ac-
cademiche,il quale nel 1 761 le scrisse con
aurea latinità, ad imitazione degli arcadi
imo articoli,cui si aggiunsero due sanzio-
ni, e pubblicate colle stampe. Una Ciòcie
turrita sedente, col mollo : Restìluet O-
mnia,{\x l'impresa adottata e dipinta nel-
la sala accademica; la quale venne an-
che incisa nel sigillo del segretario, per
autenticare i diplomi e gli alti, nell'eser-
go del quale si posero le parole: Socie-
tas Litcraria Volscorum Velilris In-
stillila Anno mdcclv. Fu stabilito adu-
narsi 6 volte l'auno,e talvolta ambe stra-
ordinariamente^ per ufficiali dellaccade-
mia, il dittatore per presiedere a'Ietlerari
esercizijCOininciati in detto anno,4censori
2 colleghi, il segretario e il vicesegretario :
i soci furono divisi in resilienti, e in corri
spondenli d'altri luoghi dello stalo e d I
talia, auche d'ollremonli. Ben presto fior
V E L
la nuova accademia, visi recitarono dotte
dissertazioni, vi si udirono eleganti poe-
sie. A testimonianza ilei loro valore e
operosità dierono alla luce gli accademi-
ci volsci varie raccolte di componimenti,
the si nonno leggere nella prefazione del
t. i degli Alti, ov'è la storia dell'accade-
mia, colle notizie dell' mitiche e sunno-
minate. Nel 1770 elevalo al pontificato
col nome di Pio V I il cardinal Braschini
(piale era stalo lungo tempo uditore ge-
nerale de' cardinali Rullo e Cavalchiti,
vescovi e governatori di Velletri, la so-
cietà volsca che si gloriava annoverarlo
nell'albo de' soci, non solo fece scolpire
in marino un' iscrizione e collocare nel
palazzo pubblico, ma esternò eziandio ii
proprio giubilo in un volume di poesie
dalo alle stampe; ed altro ne pubblicò
quando quel Pupa tornò a Velletri per
andare alle Paludi Pontine, in di lui Io-
dee qual primario suo ornamento. Men-
tre in tal guisa cresceva la fama degli ac-
cademici volsci, venne innalzato ulla por-
pora altro loro illustre collegati velilerno
Stefano Borgia, benemerito della società
letteraria per aver contribuito col suo ze-
lo all'incremento della medesima. Questa
grata, l'acclamò suo 1. "protettore, e ne'
paliii festeggiamenti n' esternò la gioia
con prose e versi. Con tal mecenate, pro-
grediente fu la gloria de' suoi fasti: per
generosità de' soci fu arricchita la scelta
e pubblica biblioteca, e i primi letterati
d'Italia non solo, ma ancor d'oltremou-
te si pregiarono di far parte dell'istitu-
to velilerno e di dedicargli i loro scrittii
Morto il cardinal Borgia, gli accademici
dopo avergli reso solennemente i fune-
bri onori, a' 17 aprile i8o5 proclamaro-
no per protettore il principe reale di Da-
nimarca,poi re Federico VI, egli trasmi-
sero il diploma a mezzo del prof. Mun-
ter e del barone «li Schubart ministro da-
nese, ambedue membri dell'accademia.
Narra il Cancellieri, accademico volsco,
nella Lettera al eh. Salvatore Betti,
to / diploma diprotettore perpetuo del-
V E L 245
V accademia Volsea di Velletri a S.M.
il re Federico VI di Danimarca re-
gndr/]l£,Ròmai8at;cheil cardinal Bor-
gia nella repubblica del 1 799 rifugia-
tosi a Padova, fu dal re soccorso con
cambiale di 5oo scudi e con pensione an-
nua di 4)°°o lire. Fu per queste bene-
ficenze che l'accademia veliterna, per da-
re un solenne e pubblico contrassegno del-
la sua indelebile riconoscenza al principe
danese, lo elesse a suo augustissimo pro-
tettore, con diploma elegantemente mi-
niato e nitidamente stampato in candi-
dissima pergamena, col sigilloaccademi-
co rinchiuso in iscatola d'argento dora-
to, ed appeso con due ricchissimi fiocchi
d'oro; diploma di cui riporta il testo,
comunicatogli dall' eruditissimo Luigi
Cardinali, poscia riprodotto nella ricor-
data prefazione. Non mancarono soci
corrispondenti d' intitolarsi accademici
volsci nelle loro opere stampate, altri
d'inviare all'accademia alcune prose per
leggersi nelle pubbliche adunanze, altri
dedicando alla medesima alcuna di loro
opere. Frattanto tutta Italia invasa da
truppe straniere avea quasi perduta la
tranquillità, senza la quale è ben diffici-
le poter attendere a' buoni studi e alle
lettere amene. Poco dipoi là penisola in-
tera ebbe a soffrire que' politici sconvol-
gimenti che tennero oltre un lustro in-
certi sul trono i sovrani tutti d'Europa;
e l'accademia volsca sen giacque, se non
dimentica di se stessa, almeno nel silen-
zio. E questo durò non solo il tempo del-
l'occupazione straniera, ma per ben 4
luslri. In seguito si credette bene di ri-
chiamarla a vila,allorchè Velletri festeg-
giò l'arrivo del cardinal Pacca suo novel-
lo vescovo e preside ; e fu nella straor-
dinaria adunanza de'q settembre i83o,
che venne acclamato l'insigne e dotto por-
porato pastore a suo protettore. Da quel-
l'istante la società volsca ricomiuciò le
sue tornate, e con molla utilità delle scien
te. e delle lettere di nuovo prosperò, sì
per l'impegno de' soci residenti, sì ancora
246 VEL
per que' corrispondenti che andò uggre-
gando. Prova non dubbia ne furono gli
alti che pubblicò: Alti della Società let-
teraria Volsca Velilerna, volume i .°,
Roma i834, dedicato al cardinal Pacca.
II 2.0 volume vide la luce in Velletri nel-
la tipografìa di Domenico Ercole 1837,
intitolato alla magistratura comunale di
Velletri. In essi si contengono varie dot-
te dissertazioni ed elogi accademici, let-
ti nell'ordinarie sedute. D'ambo i volu-
mi, colle notizie dell'accademia volsca,
ne die erudita contezza il eh. mg/ Fabi
Montani ne\V Album diRoma,l.^,p, 202.
Indi nel j 83g si pubblicò in Velletri dal-
la tipografia di Antonio Mugnoz il 3.°
volume degli Alti, anche questo dedica-
to al cardinal Pacca, contenente varie dis-
sertazioni ed elogi accademici, ossia no
scritture scientifiche, letterarie e di arti
belle, alle seconde appartenendo argo-
menti riguardanti Velletri, che a suo luo-
go ricorderò. Tulli questi Atti furono
stampati a spese del nobile comune ve-
literno. Mentre l'accademia fioriva e so-
steneva l'acquistata rinomanza, facendo
onore a se stessa e alla patria, sursero gli
acerbi e calamitosi recenti sconvolgi men-
ti, che tuttora deploriamo, e com'altre
restò sospesa e sciolta nelle sue bimestra-
li adunanze. Per amore a' buoni studi,
per gloria dell' inclita Velletri capoluo-
go dell'illustre legazione di Marittima e
Campagna,sede episcopale e legalizia del
cardinal decano del sagro collegio , mi
unisco a que' più colli cittadini nel fare
ardenti voli pel risorgimento della bene-
merita Società Volsca Kelitema, e ri-
viva sotto i favorevoli e felici auspici i del-
l'eminente pastore e preside, e questo sia
novello amplissimo mecenate di essa, ora
che la città vanta maggiori presidii pel-
le lettere e per le scienze pel celebralo
liceo. Rilevo dal u.97 del Diario di Ro-
ma del i844>cne a' 7 settembre 1843
con pubblico allo e approvazione ponti-
ficia era stata eretta iti Velletri la So-
cietà industriale Enologica, la quale cc-
VE L
lebròa' 1 3 ottobre 1 844 ' primi comizi
generali nell'aula consigliare del palazzo
municipale, nella quale circostanza fe-
steggiò l' inauguramenlo della novella
istituzione. Nell'apertura dell'adunanza
Eurico Provenzani, uno de' fondatori,
lesse un discorso in cui: » Dopo aver con-
tato i molteplici ordinamenti che nac-
quero dall'associazione industriale, e che
già produssero vantaggiosissimi effetti,
discese a dimostrare che nell'attuale bas-
sissimo prezzo de' vini, causalo dalla so*
verchia abbondanza del geuere,rendevasi
imponente il bisogno di dar opera a riac-
quistare quel primato, che un tempo si
ebbe in silFatta produzione, ed essere per
conseguenza opportuno, che in questa
città, come luogo fra' più viniferi della
penisola, e tanto privilegiato pel prospe-
ramento della vite, si erigesse uno stabi-
limento industriale, che avvisasse a ritor-
nare in prosperità lo scadente commer-
cio, operando que' tentativi e quelle pra-
tiche, che si riconoscessero le più analo-
ghe e conducenti al fine". Dopo ciò il
consiglio generale procede per ischede, a
forma dello statuto, alla nomina del pre-
sidente, del vice-presidente e degli altri
membri del consiglio di direzione. L'a-
dunanza era composta di 65 votanti, e
vi presero parte molti nobili romani e
di altre città limitrofe, i quali apposita-
mente eransi trasferiti in Velletri. De' di-
scorsi stabilimenti di pubblica istruzio-
ne e educazione, alcuni congiungouo la
beneficenza; questa però esclusivamente
si esercita da que' di cui vado a parlare.
E principiando da' monti fruineutari e
di pietà, leggo nella dedica del t. 2 de'
suddetti Atti, che tra le molle e savie
istituzioni procurate da' pubblici magi-
strati, merita il primo luogo l'istituzioi
dell'annona, come quella che abbracci
va ogui ordine di persone, di ricchi e
poveri. Si denominò dagli antichi Mob
te dell'Abbondanza con proprietà di ve
caboto, perchè veracemente la procuri
va, anche quando la carestia aflliggev
V EL
il paese cii collante. Ebbe poi special cu-
ra degli agricoltori, a' quali largamente
sovveniva nelle necessità. Disgraziata-
mente a' giorni nostri più non è rimasto
d'uno stabilimento cosi utile, che il bello
e vasto locale, divenuto peraltro inope-
roso per la mancanza de' mezzi, e per le
deplorabili vicende de' tempi. Dice in pro-
posito il Da uco, esisteva l'abbondanza pri-
ma della legge del libero commercio ema-
nata da Pio VII, quando fatalmente abo-
lì l' Università Artistiche (nel quale ar-
ticolo lumai a compiangere i risultati di
delta legge), stabilimento utilissimo (co-
me altrove), mantenendo sempre la cit-
tà in grascia, e sicura in caso di carestia ;
e gli esistenti granai frumentari potino
contenere circa 8000 rubbia di grano, e
la sontuosa dispensa per la conserva del-
l' olio è capace di ricevere 5oo carichi.
Inolile si legge nella citata prefazione,
esistere un altro Monte detto di Pietà a
sollievo delle classe indigente istituito au
cora dagli antichi magistrati. L' oggetto
principale fu quello di porre un argine al
traffico usuraio, che si esercitava dagli
ebrei a danno de' cittadini bisognosi. Di-
poi col cambiamento de' tempi e delle cir-
costanze essendo venuto meno, e crescen-
do vieppiù, il morbo corrosivo dell'usu-
re, dal pubblico già si correva al riparo,
quando la pietà della gentildonna Cate-
rina Ginnasi (nipote del cardinal vesco-
. vo di tal cognome) si tolse di gettarne le
! fondamenta; cresciuto poi dalla diligente
'Operosità degli amministratori, più dalla
jgenerosa largizione de' Gregni nobili ve-
ditemi, e favorito in fine da altri inagi-
1 strali comunali, che tulio del pubblico
erario supplirono il vuoto che l'invasione
.d'armi straniere vi avea fatto nel cader
;del settecento. Trovo in Bauco, che la
•ingoiar pietà della Ginnasi ristabilì o
'quasi eresse il sagro Monte di Pietà col
iundoili 3ooo scudi, acciò i poveri potesse-
> ro avere ne' bisogui impieslanze con pa-
igar tenue usura pel mantenimento degli
impiegali nel medesimo; pio stabilimento
V E L *47
approvato da Urbano Vili e dal vescovo
nel 1639 e nel i64<>. Eche il cav. Nicola
Gregna nel 1 797 fece erede del sua ricco
patrimonio il Monte di Pietà, per aumen-
to del deposito in beneficio de' bisogno-
si, onde prese il nome di Monte Ginna-
sio Gregna. Vi sono per la languente
umanità due comodi e ben regolati ospe-
dali, unopegli uomini, l'altro per le don-
ne. Del 1 ."primieramente riferisce Bauco.
Nella parrocchia di s. Maria trovasi la
chiesa di s. Gio. Battista appartenente al-
la confraternita del Gonfalone, la quale
fu la 1 ." fondata in Velletri nel 1 348 nella
chiesa di s. Maria in Pontone colla deno-
minazione de' Disciplinati di s. Maria,
chiamata poi del Gonfalone per esser sta-
ta aggregata nel i585 all'arciconfrater-
nita omonima di Roma, e venne rinno-
vata nel 1608. Questa fratellanza avea
la cura dell'ospedale che fu diroccato nel
i556 per foitificar la città nella guerra
degli spaglinoli contro Paolo IV, e poi
riedificalo nel 1 55j. Il sodalizio ebbe nel
L'i 00 {a chiesa di s. Giovanni in Plagis,
che poi ripararono. Entrati nella città i
religiosi di s.GiovannidiDio obenfralelli,
la confraternita donò loro l' ospedale col
sito che locircouda,e più annui scudi 100.
Della chiesa però concesse ad essi il solo
uso neh 588, per cui i conflati del Gonfa-
lone tornarono in questa chiesa uel 1815,
per essersi del tutto rovinata quella di s.
Giovanni in Plagis. Da essa vi trasporta-
rono la miracolosa immagine della Ma-
donna della Coua, segato il muro su cui
era dipinta; e vi fu traslato ancora il cor-
po coll'ampolla di sangue di s. Romolo
martire, coll'iscrizione, trovato uel cjiui-
teno di s. Ciriaca. JNella delta chiesa è
stimato il quadro esprimente la Conver-
sione di s. Paolo. Nel n. 129 del Gior-
nale di Roma del i85i, è descritta la
solenne funzione del possesso preso nel-
la chiesa di protettole della confraterni-
ta dal cardinal Giuseppe Bofoudi, a mez-
zo di mg/Fra nei vescovo di Canata esuf-
fiagaueo di Velletri. I coufrati da auti-
a43 V E L
fidissima epoca celebrano una solenne
processione, detta de' Misteri e Morte del
Rendendole Crocefisso, nell'anno seguen-
te alla celebrazione del giubileo dell'an-
no sauto, eclatante e commovente pel suo
religioso complesso. Di un'apposita ma-
gnifica fabbrica cbiamata Teatro della
Passione, e di sopra indicato, costruita
sugli avanzi dell'anfiteatro de' pubblici
spettacoli ne' tempi idolatri, la confra-
ternita si serviva per espone i detti sa-
grosauli Misteri, prima e dopo la pro-
cessione, ed eziandio per farvi dell'allu-
sive rappresentazioni. Sebbene nel i85o
non fu celebrato l'anno santo, i confrati
dopo 5 lustri del precedente vollero rin-
novare la processione e le altre funzioni
allora fatte, la cui descrizione ricavo dal-
V Osservatore Romano del i85a a p.
368, ed eseguite nella settimana saula di
tale anno. Pertanto nella cbiesa di s. Gio.
battista sontuosamente ornala, i confla-
ti nel venerdì santo esposero in 7 mac-
elline i gruppi di figura in cera rappre-
sentanti i seguenti misteri: i.° Dell'O-
razione di Gesù Cristo nell'Orlo. 2. "Del-
la Flagellazione alla Colonna. 3.° Della
Coronazione di Spine. 4»° Della Cadu-
ta sotto la Croce. 5.° Della Crocefissio-
ne. 6.° La Bara col Cristo morto, or-
nata di magnifica coltre e baldaccbino.
7.0 La Vergine Addolorata. La numero-
sissima processione uscì all'ore 7 pome-
ridiane dalla cbiesa. Aprivano la marcia
trombetti a cavallo vestiti all'antica mi-
litare foggia, seguiti da un drappello di
militi. Molte coppie e gruppi di fratelli,
e le famiglie religiose de' minori osser-
vanti e cappuccini, lutti con cerei accesi, si
alternavano fra una macchina e l'altra;
fratelli cantori, cori e concerti musicali
innanzi ciascuna delle medesime cantan-
do inni e strofe proprie di cpiel giorno
di mestizia rendevano pili commovente
1 appaiato. Buona parte del battaglione
cacciatori pontificii ili stazione in Velie-
tri faceva ala, eseguiva la processione
Sagro oratore nella piazza deila chiesa
V E L
stessa additava al popolo divoto quanto
il di vin Redentore soffrisse per la salute
dell'innati genere; e quale e quanto sia
il debito di questo di osservar la sua s.
legge, di amarlo e servirlo insieme all'a-
morosissima Vergine compagna e parteci-
pe de' suoi dolori. Progrediva il divoto
corteggio sino alla piazza del Comune,
ove fatta sosta, un sacerdote della con-
gregazione e pia società della Regina de-
gli Apostoli, asceso il pergamo, l'affollato
popolo commoveva a dolore, lo conduce-
va a detestare il peccalo, e lo rinfiamma*
va di divozione verso la Passione ilei Si-
gnor Nostro Gesù Cristo, e verso la Ver-
gine Addolorata. Dalla ricordala piazza
moveva di nuovo la processione, e giun-
geva all'altra che si estende incontro la
fabbrica denominala l'antico Teatro del-
la Passione, ed ivi in bell'ordine schiera-
ti i fratelli, i religiosi, e le macchine ri-
schiarate dall'immenso numero di cerei,
nuovo discorsosi dirigeva da un p. pas-
sionista appositamente chiamato, al fol-
to popolo, che con edificazione l'ascolta-
va ad onta della pioggia che cadeva. Al-
tro discorso era stabilito nella piazza del
Trivio; ma questo interrotto dall'acqua
che in maggior copia sopravvenne, fu for-
za troncarlo per affrettare il ritorno al-
la chiesa, che senza alcun sinistro ebbe
effetto circa le ore io pomeridiane. Sino
a tutla la domenica inAlbis le macchi-
ne co'gruppi restarono esposte alla pub-
blica venerazione nella medesima chiesa
di s. Gio. Battista, e così le popolazioni
delle vicine città e paesi, per le quali era
corsa la voce delle ss. Rappresentazioni,
ebbero agio di concorrere in numero qua-
si incredibile a visitarle, e per lucrare la
plenaria indulgenza concessa da Papa Pio
IX tanto nel dì della processione quan-
to nella domenica in Albis, giorno in cui
con nuova religiosa pompa e con ben in-
dicalo discorso, recitato nella spaziosa
piazza della chieda al popolo all'oliato da
sagro ministro del santuario, colia bene-
dizione del ss. Sagraujculu si die fine alla
V E L V E L 349
pia funzione. La confraternita colle sue 5 aprilei 818 per l'inferme, prossimo u
.-ciioe rendite non avrebbe potuto soste- quello degli uomini, e cuoi 'esso sotto la
nere l'incarico di tanta solenne rappre- parrocchia di s. Maria in Trivio, al cui
Millanta, se i fedeli e sopra tutto il ruu- parroco appartiene la giurisdizione spi-
nicipio, il vescovo cardinal Macchi, il prò- rituale. E' governato e assistito da donne
lettore del sodalizio cardinal liofoudi, il infermiere, con molta carila e pulizia. ila
principe Ginnetti Lancellotli, ed altre co- una particolare amministrazione, ed è
•piene persone sì ecclesiastiche che lai- regolato da deputati eletti dal vescovo,
the non avessero concorso con generose Le rendite sono sufficienti, e provengo-
largizioni. L'ospedale dunque de'benfra- no parte da donazioni caritatevoli, e par-
lei li fu promosso nella nuova fabbrica at- te dalle rendite del soppresso convento
tnale nel 1 6o5, concorrendovi alla spesa, de'frali del terz'ordine, e del monastero
ode il comunale erario, la pietà ancora de' monaci basiliani, per concessione di
de'pi ivati. Dal comune erano stati già as- Pio VII elei i 8 1 5. Nel 1809 fu eretta in
segnati pel mantenimento dell'ospedale ciascuna parrocchia la compagnia delle
degl'infermi scudi 200 lino dal 1590, in- sorelle della Carità istituita da s. Yinecn-
di accresciuti a 24°- 1^' mantenimento ?.o de Paoli, in sollievo de' poveri infer-
de' religiosi e dell' ospedale, vi sono an- ini, con approvazione del vescovo cardi-
che le rendite fisse, e il prodotto delle sii- nal Autonelli. L'arciprete della cattedra-
pa Iasioni de' testamenti che si stipulano led. Domenico Mazzoni dichiarò la coni-
nella città e nel territorio, d' uno scudo pagnia esistente nella medesima, erede
per ciascuno, per disposizione del 1817 de'suoi beni nel i83i, col peso di som-
di Pio VII. I henfratelli impiegano la lo- ministrare due doti annuedi scudi 3oalle
10 opera nella continua assistenza degli pui povere eonestezitelle della stessa par-
infermi,in numero maggiore o minore a rocchia, che abbiano frequentato la dot-
proporzione del bisogno dell'ospedale. E trina cristiana, e ne abbiano dato pub-
< ] • 1 i va fatta men/.ioned'uua di quelle isti- blico saggio alla presenza de'superiori ec-
tuzioui di carità, che in Velletri non man- clesiastici. Le dotate devono intervenire
cano, anzi van crescendo. Nel marzo 1 844 a"a solenne processione nella solennità,
si aprì un ospizio notturno per dare un della Madonna delle Grazie. Altro pio cit-
ricovero a (pie' poveri cittadini veliterui ladino Salvatore Scandelloni con testa-
privi di tetto, presso il convento di s. Gio. mento del 169 ^aperto nel i697,lasciò al
di Dio con 18 letti. Ne fu istitutore il p. capitolo della cattedrale scudi 7300,00!
Giuseppe M." Fedeli priore de' benha- peso di distribuire ogni anno 8 sussidii
lelli, lodalo per la somma carità da lui dotali alle zitelle povere veliterne; orili-
nvita verso gl'infermi, e per l'avanzameli- Dando che si preferissero le sue consan-
to delle rendite, non meno per la poli- guinee ed all'ini sino al grado più remo-
te/za e miglioramento delle corsie del ine- lo. Il vescovo cardinal Barberini giunio-
desimo. L'ospizio notlurnoapresi alleore re, stimando che tale disposizione avreb-
24. I poveri ivi riuniti vengono istruiti be prodotta non poca confusione, la re-
nella dottrina cristiana, e dopo la recita strinse sino al grado io.° inclusi vamen»
ilei s. Rotano vanno a riposo. Nella mal- te. Nel 1837 penetrata in Roma e altri
(ma di buon'ora apresi l'ospizio onde pos- luoghi la Pestilenza (V .) del cholera, Tat-
iana Buda re •' loro lavori. L' erario co- tento magistrato veliterno prese le più e-
iniiuale somministra scudi 1 o mensili per nergiche e provvide precauzioni per te-
siipplne alle spese di questo caritatevole ner lontano il terribile morbo, e salvare
istituto. L'ospedale per le donne, deuo- la trepidante popolazione, che descrive il
minato s. Maria della Salulc, fu cretto u' cau. Bauco, insieme ali' mvocato aiuto
2 To V E L
divino, interponendo P autorevole me-
diazione della sua benefica pi oteltriceMn-
ria ss. tifile Grazie esposta per più mesi
alla comune divozione. Tenendo per fer-
mo i religiosi velilerni d'essere stati pre-
servali dal flagello prodigiosamente dal-
la loro celeste avvocata, si obbligarono
con voto a stretto digiuno con vigilia nel
giorno antecedente alla festa dell'Imma-
colata Concezione. Fra le cure operate in
tal frangente, inerendo in parte all' in-
giunzione della s. Consulta e commissio-
ne sanitaria di Roma, nello stesso 1 837
fu costruito il pubblico cimitero; ma sic-
come non pare che si fossero eseguite le
norme analoghe prescritte da delta au-
torità, non riuscì di pubblica soddisfizio-
iif, anche per la località in cui esiste; e
nel i855 ancora non avea cambiata con-
dizione. Imperocché del eh. d.r Achilie
Monti (che lodai altrove qual savio, pia-
cevole, veritiero e franco scrittore, ed in-
sieme elegante poeta, le cui encomiate
produzioni si ammirano nt\l' Album, nel
t. 23 del quale a p. 167 il suo degno a-
niico Basilio Magni vehierno celebrò le
sue Odi pubblicate nel 1 856 in Firenze,
per avere accoppiato a' pregi poetici del
Parini, quello morale e tanto necessario
a'nostri tempi, di riprendere a viso aper-
to i vizi della maggior parte degli uomi-
ni. Con tali sensi eziandio si parla di sue
produzioni nell'Eptacordo di Roma, Del-
l'Enciclopedia contemporanea di Fano,
e nella Cronaca di Milano; poiché onora
il gran nome del celeberrimo poeta Vin-
cenzo Monti qual suo pronipote e ascen-
dente), si legge nell'Album di Roma del
novembre 1 855, t. 22, p. 3o 1 , questa let-
tera diretta al direttore del medesimo
Ciiv. De Angeli». « Sono stato a questi
giorni per diporto iti Vclletri, e visitan-
done lo squallido cimitero con l'ottimo
mio amico Basilio Magni (egregio e Io-
dato poeta veliterno, di cui nel periodi-
co in discorso ci diede bellissimi compo-
nimenti), mi lesse un suo carme chea me
parve assai bello, e del quale io intendo,
VEL
se cos'i le piace, far dono al ino pregevole
Album. Le sia gradita l'offerta perchè (se
P amicizia non m'inganna) sillalti versi
potranno fare leggiadra mostra di se fra
gli altri oiiil' Ella spesso adorna qne>to
giornale". L'elegantissimo carme è an-
che grave, morale e commovente ; caldo
di patria carità e del suo decoro, non
che di affetto e riverenza per gli estinti
parenti e concittadini, pe' quali con esso
il lodalo veliterno volle infiammare i vi-
venti a rendere il cimitero augusto e o-
norato, degno della città. Intitolò il com-
ponimento: Il cimitero. AL can. d. Lui-
gi Angeloni, Basilio Magni da Vclletri.
Carme.
La popolazione di Velletri , se consi-
derata viene in quello che poteva essere
stata nel suo maggiore auge in tempo de'
volsci, o nell'epoca della sua repubblica,
o anche posteriormente, doveva essere
assai considerabile; poiché se per poco si
osservi il vuoto che ora trovasi Ira le mu-
ra dirute della città e il presente fabbri-
cato , dovrà naturalmente supporsi che
in que' tempi dovea essere tutto ripieno
di case e abitato. Confermano la congettu-
ra gli armamenti che la città faceva, met-
tendo da se sola in piedi truppe propor-
zionate a' nemici che combatteva , oude
dentro le sue mura il popolo doveva es-
servi assai numeroso. Le continue e lun-
ghe guerre adunque, e le frequenti pesti-
lenze a cui soggiacque , debbono essere
slata la cagione della notabile diminu-
zione de'suoi abitanti. Ora poi, a propor-
zione del fabbricalo, la popolazione é nu-
merosa, nella quantità riferita di sopra,
anzi osservo rimarcabile aumento annuo.
Nelle stagioni d'aulunuoe d'inverno si ac-
cresce d'un 3.° il numero degli abitanti,
pe'molli forastieri che vi si recano alla
coltivazione delle vigne e de' campi. Ra-
gionando il can. Dauco dell'indole, costu-
mi, carattere de' veliterni , li dice gene-
ralmente d'elevala statura, coloriti e ili
robusta complessione; laboriosi, facili ad
essere governali, coraggiosi, impetuosi e
V E L
perciò pronti alle mani. L'amor patrio è
fri grande, che dillìcilmente si adattano a
vitrei e altrove; e se alcuno n'esce, non può
fare a meno di presto ripalriare. Ciò sia
detto in generale. Sono i veiiterni alle-
gri, amanti de'diverlimenti, ed accorrono
in folla «'pubblici spettacoli tli corse, fe-
stini, teatri ec. Il vestire degli uomini è
comune a quello di tutta l'Italia. Le don-
ne sonod'una statura proporzionata, d'a-
spetto avvenente, di colore bello e viva-
ce: usano un vestiario proprio detto alla
vcliterna, non comune agli altri paesi. Le
possidenti vestono con gran lusso, e con
molla ricchezza e leggiadria. Le dante e
molte altre donne d' ogni condizione si
adattano al vestiario romano. Tutta la
popolazione viene formata dalleclassi de
nobili, de'ci vili, degli artisti e della plebe.
La massa del popolo è impiegata nella
coltivazione de'campi e delle vigne. Di-
mostra l'esperienza de'secoli, che i veli-
terni sempre mostrarono feroiez/a e co-
stanza,perseveranza ne'propri sentimenti;
ciò forma il loro carattere. Dal ^3o cir-
ca, in cui si sottomisero al principato tem-
porale de I Papa, sempre gli mantennero
intera ubbidienza e costante fedeltà, non
ostante le critiche circostanze e le perse-
cuzioni. Laonde i Papi li ricolmarono di
singolari piivilegi,d' esenzioni e di doni,
pieci[uiamente s. Gregorio VII, Urbano
II, Pasquale li, Gregorio IX, Martino IV,
Bonifacio Vili, Giovanni XXII, Urbano
V, Urbano VI, Bonifacio IX, Martino V,
Eugenio IV, Nicolò V, Calisto HI, Pao-
lo II, Sisto IV, Alessandro VI, Leone X,
Paolo IH, Pio IV, Urbano Vili e Gre-
gorio XVI. Così il sagro collegio de'car-
dinali in diverse epoche. Nel i 849 non
mancarono traviati, ma furono pochissi-
mi in proporzione della massa de' citta-
dini fetidi alla s. Sede. Non pochi veli-
terni coli' armi e collo studio si resero il-
lustri nelle dignità civili ed ecclesiastiche
(alcuno anche nelle arti), le cui gesta ce-
lcbiarouo i patrii storici, come Theuli.nel
lib, 2, eap. 7, Famiglie nobili agg/rga-
VEL *5i
/<■ ycap. S,Farniglie congi tinte ;cnp.Cf,F<i'
tniglie estinte; cap. 1 o, Persone illustri in
dignità, cap. 1 1 , Persone, illustri in dot-
trina; cap. 1 2, Persone illustri in armi;
Alessandro Borgia , nella Storia della
Chiesa ecittà di Fellelri; Ricchi, nel cap.
?.5, Soggetti illustri di Felle tri ; Bilico
nella Storia d'i cui di preferenza tanto mi
vado giovando, e perciò con lui secondo
le epoche in cui fiorirono ne firn onore-
vole menzione, egli stesso essendo un il-
lustre e benemerentissimo velitèrno. Di
questo degnissimo canonico della catte-
drale basilica e già maestro nel patrio se-
minario, mi scrisse nel i854 l'illustre co-
rano e accademico volsco Vincenzo Tom-
maso Marchetti.» Nacque nel 1 7 7 7 e mo-
rì compianto nel principio di gennaio
1 854, quasi ottuagenario, sostenendo l'o-
norevole incarico di 1 .° anziano esercente ,
e come tale, in veste talare ecclesiastica,
col magistrato umiliò i patrii omaggi in
Porto d' Anzio al regnante Papa Pio IX
nel maggio 1 853, il quale benignamente
si degnò graziosamente chiamarlo il no-
vello Tito Livio di Velletri, eccitandolo
a qualche altra storica produzione. Ed
egli quasi presago della prossima sua di-
partita , rispose con rispetto: Che la sua
senile età non più ciò gli permetteva. Può
pure dirlo francamente, perchè ciò in Vel-
letri e in tutta la diocesi si rese pubbli-
camente notorio. Era egli sacerdote di
somma pietà, e di amor patrio caldissi-
mo, a>ci il to all'accademie Folsca di Vel-
letri, degl' Intrepidi di Cori, dell' Imma-
colata Concezione di Ptoma, e ad altre; de-
gno d" ogni elogio per le sue opere, nelle
quali risplende d di lui carattere ingenuo
e leale, e finalmente era stretto in paren-
tela col veti. p. Filippo Visi minore os-
servante, la cui madre era della famiglia
Baino veliterna ". Avverte l'encomiato
storico, che i due mentovati Theuli e Bor-
gia pretesero annoverare tra'loi o concit-
tadini illustri tulli i Papi della famiglia
Conti de'Conti di Segni, d'Anagni e del
Tusculo, credendoli disceudenti della fu-
2^2 VEL VEL
miglia Ottavia veliterna, ma presero al)- proprio sesso, sedavano le dissensioni nel-
baglio. Le scienze furono coltivale e tut- le famiglie, lodevole e proficuo costume
torà si coltivano da' veti terni; in ogni se- trasandalo non sono molli anni. Corniti*
colo qualche soggetto col suo sapere die ciato nel i ^>49> il' vescovo e governatole
lustro alla patria e rinomanza a se stesso, cardinal De Cupis, per meglio stabilirlo
Ora non mancano buoni ingegni e perso- nel i55o istituì il magistrato òe'Conser*
ve sapienti, vescovi e altri prelati. Velletri valori della pare, i cui capitoli nel i56o
iin dalla sua più remota antichità setn- confermò il cardinal Serbelloni. Esiste-
pre rimeritò i cittadini magnanimi, sa- vano in Velletri le università artistiche,
pienti e valorosi col distintivo d'un par- formanti diverse classi, ciascuna a vendè
ticolare ceto, che dal comune del popò- i propri ufficiali di camerlengo e duecoo-
lo li separasse, aggregandoli a quello no- soli, a'quali spettava decidere le vertenze
bile; il che domandarono molle famiglie nate Ira gli artisti. La i ." era la nobile u-
illushi forastiere, per essere ascritte alla Riversila degli Agricoltori, quindi degli
nobiltà veliterna, come apparisce dall'ai- Ortolani, de'Falegnami,de'Muratori, ile'
bo delle nobili famiglie. Ma avverte an- Ferrai, de'Calzolui, de* Sarti e de' IVlulut-
che il Rauco, che non può chiamarsi ve- lieri. Tutte queste università aveano sta-
ra nobiltà generosa , se non è accompa- luti particolari e leggi per regolare i loro
guata dalla scienza e da azioni virtuose; mestieri; aveano chiesa o cappella perle
la ricchezza soltanto la rende più lumi- loro particolari divozioni, ove venerava-
nosa ! Per lungo tempo si mantenne in no un loro santo protettore, di cui cele-
Yelletn l'antico costume, che ne'pubbli- bravano la festiva annua ricorrenza. Tut-
ci contralti, oltre il giuramento, che suo- te queste università nella pubblica solen-
Je farsi del ss. Nome di Dio , aggiunge- ne processione dell'Assunta sotto le par-
vasi quello per la s. Sede e per la salute ticolari loro insegne incedevano co' loro
del Papa. Gli antichi romani celebrava- consoli e camerlengo. Pio VII abolì tut-
no l'annuo convito politico o civile, in cui tei' Università artistiche, e lerminòque-
rmniti tutti i cittadini di ciascuna con tra- sia costumanza sì antica e vantaggiosa,
da aveano per iscopo la conservazione come la qualifica pure Banco. Il Theuli
della pace tra loro. Altrettanto si prati- ne pai la più circostanzialo, nomina i san-
cava tra' parenti, per togliere in quella li patroni di ciascuna uni versila e quando
lieta occasione ogni rancore qualora fos- ne celebravano la festa, dicedelleolneseo
se insorto. Sì lodevole usanza fu imitata cappelle da loro possedute, nota qualche
da'veliterni. Sceglievasi un soggetto della pretensione di precedenza, e aggiunge al-
conlrada o del rione per fare la spesa, le riferite quelle degli Speziali per 3.' con
alla quale tutti contribuivano, e perap- s.Lorenzo martire per protettore, de'Piz-
parecchiareil banchetto con ordine e pu- zicaroli, de'Macellari.de'Fornari, de'Mo-
Jizia : qnesli veniva appellato capo-con- linari, degli Osti. Quanto alla processio-
Irada. Così teuevansi uniti gli animi de' ne, che dice del ss. Salvatore, questa a-
cilladini, e si spegnevano i concepiti odii, vea luogo anche nella vigilia dell'Assunta
produttivi di fatali conseguenze. Cono- (come in Roma), eciascuna università do-
scendosi troppo necessario il manleni- vea portare due torcie accese nell'andare
mento della pubblica concordia , deter- e nelritorno,le quali restavano per servi-
mmo il pubblico consiglio d'eleggere an- zio della chiesa. Fino ali 83 i fu in vigo-
umilmente Uué nobili e due dame per re un uso assai utile alla tranquillità deli!
ciascuna parrocchia per 1' ufficio di pa- città e delle famiglie. Tranne le feste di
cieri, e tali si pubblicavano nella 4- do- IS. itale, di s. Antonio abbate e di s. Ln-
weaica di quaresima; quindi ognuno col eia, a due ore di notte per lo spazio d'un
V E L
ijimito d'ora con tocchi suonava la cam-
pana del pubblico palazzo, segno denomi-
nato sgherrana. Ciò avvisava le bettole,
i calle e tutti i ridotti di doversi chiude-
re; e compito il suono ogni cittadino do-
\ea girare per la città con lume. Sortiva-
no poi, primi i birri e indi i carabinieri
pel mantenimento della quiete, e tal voi.
ta arrestavano i malandrini, che as»ai te*
mevano quel suono. Tali disposizioni og-
gidì non hanno più luogo, essendo la ci t-
là bene illuminata con appositi lampioni.
Nel governo del cardinal Della Somaglia
; fu tolto alla nobiltà, che uno di essa fos-
se scelto da'pi'iori a capitano onde pi esie-
j dorè e regolare la fiera di s. Clemente (da'
23 novembre a tutto li 2 dicembre, ed é
riportata nelle Notizie di li orna tra le
principali dello stalo): avea l'autorità as-
soluta di decidere e giudicaretultelecon-
troversie, assistito da un corpo di truppa
urbana, che di giorno e di notte curava la
tranquillità della città. Il Theuli parla pu-
re della fiera de' 1 5 agosto e seguenti 8
giorni, la quale fu soppressa; come ante-
riormente lo era stala quella di 10 giorni
per la festa di s. Eletiteiio. Ora oltre la
detta fiera franca di s. Clemente, altra si-
mile parimente di 10 giorni comincia il
i.° lunedì di maggio. Ogni sabato vi è il
mercato fianco , a cui concorrono moltis-
simi foiustieri. L'industria della massa del
popolo veliteruo è la coltivazione delle vi-
gne e de' campi, il che forma tutta la 1 ic-
chezza della città. La vicinanza di Roma
fa si, che non vi sia molta industria di ma-
nifatture, e poco vi si esercitino le arti li-
berali. INon mancano però degli archilei li,
de'pittori (Lello da Velletri fu antichissi-
mo e rinomato pittore), e de' filarmonici.
Numerosi ponno coniarsi gli ai listi in ogni
genere di mestiere, fabbriche di cappèlli,
due stamperie, legatori di libri, orolo gin-
ri, argentieri, ricca ed eccellente fabbrica
di cera, fabbriche di sapone, 5 speziarle,
droghieri, mercanti di panui e altre mer-
ci, f) molini da olio. Mirabile opificio a va-
pore muove 3 grosse pietre per macinare
V E L *53
il grano, ed una caldaia molisce le olivi*.
Nel medesimo opificio oraè staloaggiuu-
lo il molino a vapore per macinare l'oli-
ve ed eslrarvi l'olio; ed altra macchina per
la fabbrica delle paste commestibili. 1 ne-
gozianti di fino, di grano, d'olio, di legna-
me, di bestiame, di ferro vi sono in abbon-
danza. Dall'esteso e fertile territorio, nelle
buone stagioni , non ricavasi meno di
1 4)000 bolli di vino all'anno di barili 1 6
ciascuna; il che forma il ramo precipuo e
ricco del commercio veliterno. L'esporta-
zione si fa specialmente con Roma; ogni
giorno sene estrae quantità considerabi-
le , che sorpassa in tutto l'anno 8,000
botti d'ogni specie. 11 vino è d'ottima
qualità, salubre e difficile a guastarsi. Pli-
nio registrò fra'vini migliori vicini a Ro-
ma, dopo il Falerno, que'di Velletri e di
Piperno, come rileva Theuli; e Sezze fu
rinomata pe'suoi vini, come si legge nel-
la Dissert. del vino, del d.r Ercole Me-
taxà presso il t. 3 degli Atti della Socie-
tà Volsca. Dell'acquavite e dell'acetose
ne fa buon commercio. Da alcuni anni si
adottò il taglio annuale della selva comu-
nale con regolare sistema, e si è aperto un
ramo di nuovo commercio di legni da
costruzione e di carbone; oltre quello che
esisteva delleselveceduede'cittadiui. Seb-
bene raccolgasi da questo suolo quanti-
tà di grano, di biade, d' olio e di gran»
turco, pure non è sufficiente; onde buo-
na parte di tali generi, come ancora di
carni porcine, polli, uova (però a'tempi di
Virgilio erano abbondanti e perfette, per
le quali disse Oviferasquc P'elitras), ca-
stagne, legumi, provengono in Velletri
dalle città e terre di Marittima e Cam-
pagna. Numerosi sono gli spacci delle vet-
tovaglie d'ogni sorte , e la vicinanza del
mare e di vari laghi fornisce sempre ab-
bondante e fresco pesce. Conclude il Bau-
co: Sembrami non esagerare asserendo,
che nelle due provincie di Marittima e
Campagna non vi è città o terra più po-
polala , più comoda , più abbondante e
pi ù commerciante di \ elicli i. In falli chi
a54 V E L
mira nella barriera i numerosi giornalie-
ri corri, che nella città provengono dal-
la via di Moina per estrarre vino, acqua-
vite e aceto; o vede dall'altra via di La-
riano tutte le derrateche vi entrano dalla
parte della provincia di Campagna, resta
ammirato, o confessar deve, che un porto
di mare non presenterebbe somigliante
giornaliero movimento e commercio. 'Or-
mai Velletri è vicina ad essere arricchita
dtUaStradaferrataPio- Latina da Roma
al confine Napoletano, con sua stazione,
perciò quasi quasi non le rimane altro da
desiderare, il Telegrafo (meraviglioso tro-
vato che, pel fremilo arcano d'un filo me-
tallico, trasmette le novelle colla celerilà
della folgore, quasi furandone a lei me-
desima una scintilla; come di recente lo
qualificò da par sua la Civiltà Cattoli-
ca ) avendolo nella vicina Terracina.
Quando si trattò della linea di ferrovia
da lìoma a Cepruno, coll'unica stazione
di Velletri, dove doveano direttamente
confluire le due diramazioni del Porto
Nerouiano presso Anzio, e di Tivoli sotto
lJalestrina,il consiglio comunale de'24 di-
cembre 1 848 ùnanimamente votò 100,000
scudi. Oltre la ferrovia , Velletri è stala
colla i." stazione distinta, e si erigerà pres-
so porta Napoletana. De' diversi governi
cui soggiacque Velletri vado a parlarne
nel corso dell'articolo. Da quello de'Pa-
pi fu decorala di molti privilegi, e di e-
stensione di territorio coll'aggiunta de'ca-
stelli e lenutediLariano e Faggiola, con-
quistali col valore de'veliterni, in premio
di sua fedeltà e de'prestali servigi, mas-
sime in reprimere le torbide fazioni su-
scitale da'Frangipani, Colonnesi, Savelli,
e altri potenti e prepotenti. Prima che
fossero da Pio VII incamerati tulli i be-
ni comunali dellostalo, Velletri dalla sua
possidenza di delle due tenute e da altre
minori possessioni incassava circa 18,000
scudi annui; per cui assai tenui erano i
dazi comunali , e la popolazione viveva
nella massima tranquillila e abbondanza.
Di queste sue possidenze ora gli è resta -
V EL
ta la ricordata grande selva di Lariano,
con alcune fabbriche in città. I cittadini
sulla selva hanno il diritto di tagliar al
beri da costruzione, e caricare altri legni
giacentizi da adoprarsi o nel fabbricar
nuove abitazioni o nel riattarle; come
anche di tagliar legna da fuoco. Le ren-
dile del comune al presente ascendono a
circa annui 3o,ooo scudi: provengono
parte dall'affitto della caduta delle casta-
gne, del carbone e del taglio regolare del-
la selva di Lariano, e parte dalle pigioni
dell'abitazioni urbane, dall'erbatico e da'
dazi. Tutte queste rendite si consumano
pel mantenimento del lustro e comodo
del magistrato, pe'salari della sua nume'
rosa servitù, per le pubbliche scuole, com-
presa la filarmonica , 4 medici e 1 chi-
rurghi primari, mantenimento degli ac-
quedotti, fontane, strade, mura e abbel-
limento della città , feste , spettacoli ec.
Prima dell'origine dell'insegne gentilizie,
Velletri adoperò per impresa le sigle :
S. P. Q. V. Il Theuli l'interpretò: Sena*
tus Populus Que Volscorum , nel tem-
po che la città era capo de'Volsci ; ma poi
divenuta repubblica dicevano le 4 lette-
re: Senatus Populus Que PeKternus.Co*
■linciato l'uso degli stemmi, Velletri eb-
be il suo particolare, diverso dal presen-
te, senz'essere sovrastato da corone, non
aquila bicipite, non allori; ma cipressi, e
muragliato afforzato dalle torri, piutto-
sto che un castello. Il motto che la cir-
conda avea le stesse parole, ma poste in
diversa maniera. Ecco I' interpretazione
del patrio stemma, che ne dierono gli ar-
civescovi Theuli e Borgia. « Veletri in
memoria di Cesare Augusto tolse per im-
presa la Rocca o Torre merlata d'argen-
to in campo vermiglio, la quale era pri-
ma stata della famiglia Giulia, e poi per
eredità di Giulio Cesare passò ad Otta-
viano. Alla Rocca aggiunsero i cittadini
3 Lauri, di cui Augusto usò ne'suoi trion-
fi, incoronandosene ilcapo.Veggonsi que-
sti 3 Lauri legati insieoie, dinotando le 3
imperiali famiglie de'Cesari, la Giulia, la
VEL
Ottavia e lo Clamila congiunte insieme.
Inolile intorno allo scudo leggesi quesl'o-
*»oi iiìca epigrafe: Est milii Liberta* Va-
polis et Imperiali*". Donde abbia avu-
to Vellelri tale privilegio, lo dirò a suo
luogo. Si compie Io stemma veliterno col-
la corona, per mostrale cbe la città ebbe
alcune volte il dominio, regnando i vclsci,
e anche posteriormente, di tene e di ca-
stella, del mero e misto impero c/wi po~
testate gladii,[>er privilegi pontificii. Seb-
bene Vellelri vanti un'antichità imme-
morabile, pure non vi si scorge alcun e-
dilizio che ne mostri la veluslà ; il tem-
po divoratore lutto ha annientato e di-
sperso. Da una celebre iscrizione lapida-
ria, ch'è il più bel monumento antico di
cui possa gloriarsi Vellelri, si conosceche
qui esisteva un anfiteatro, restaurato da
Lolcirio capo e rettore della curia, re-
gnando Valentiniano I e Valente nel IV
secolo di nostra era. Fu trovata nello sca-
vare le fondamenta per la costruzione del
palazzo comunale e in esso collocata: ri-
coi da come fu da quel personaggio re-
staurato per essere cadente attesa la sua
vetuslà, insieme colle porle di dietro, e
con tutta la fabbrica dell'arena. Gli ar-
civescovi Theuli e Borgia opinarono che
l'anlìlealro fosse de! tempo de'volsci, ma
dovendosi ritardare l'erezionedi siffatti e-
difìzi , meglio è seguir la congettura di
Jìauco, che l'anfiteatro veliterno avesse
l'origine nel secolo degli Antonini, ossia
del II di detta era, seguendo l'autorità
delle Lettere intorno una lapide Anfi-
teatrale f'eliterna, lette nella tornata
della Società I olscadal cav. Luigi Car-
dinali. Si leggono negli Alti ó\ detta ac-
cademia, 1.1, p.i 55 e seg. Spesso sotiosi
scoperte nel territorio veliterno dell'anti-
chità che furono altrove trasportale. Cle-
mente Cardinali pubblicò in Ilonia nel
i823: Iscrizioni antiche Velìiernc illu-
strate. Queste iscrizioni parte furono tro-
vate nel territorio di Velletri, e parte al-
trove, ma che hanno rapporto colla cit-
tà. Tulle erano edile o dal medesimo il-
V EL
i ) _>
lustre veliterno in altre sue opere , 0 in
quelle d'altri libri. Sono in 8 classi divi-
se e ben distribuite, in iscrizioni sagre,
d'opere pubbliche e privale, isloriche e
onorarie, sepolcrali, greche, false, conte-
nendo l'8.* classe una collezione di figu-
line e lucerne fìttili , parte della famosa
raccolta Borgiana,e parte prese da altri
scrittori di cose veliterne, o esistenti pres-
so l'autore. Di queste illustrazioni ragio-
nasi ne\V Effemeridi letterarie di Roma
del i823, t.i3, p. 260. Della famosa la-
mina di bronzo scritta in lingua volsci,
poi ne parlerò.L'antiche monete ei piom-
bi anfìteatrali fanno ben conoscere, che
in Vellelri fin da'remoti tempi esercita-
vausi le arti, indizio certo della civilizza-
zione in cui già il suo popolo era perve-
nuto. Nelle addizioni della storia univer-
sale degli accademici inglesi, nella narra-
zione de' sabini, si legge chi* le monete
nelle quali si osserva impresso Giano con
doppia testa, e al rovescio un pesce somi-
gliante al delfino, colla clava, e sotto l'i-
scrizione in lingua etnisca, legger si deve
Felatri e P 'elatri , secondo il Goti e il
Mariani s'appartengono a Vellelri, e se-
condo altri a'iuoghi di cui ne parlai. Fra
l'altre cose antiche, la più celebre è la
statua colossale di Minerva, opera greca
disollerrata nel 1 797 senza lesione nella
contrada di Tronca via. Quest'insigne mo-
numento,acquistato allora dal duca Bra-
schi, ora esiste nel museo imperiale di Pa-
rigi, e fu illustralo da archeologi e da ar-
tisti co' loro scritti. Lo descrisse ancora
Clemente Cardinali ne' Monumenti figu-
rali L'clitcrni descritti, co'rami di que'
monumenti chesi pubblicarono lai." vol-
ta, presso gli Atti della Società Volsca,
t. 3, p. log. Egli divise la descrizione in
due parli, collocò nella 1/ i monumenti
che per diversa combinazione partirono
da Vellelri; nella 2.* gli altri che tuttora
vi esistono: ogni parte poi divise in alcu-
ni paragrafi, separando le statue da'bu-
sti } e questi da' bassorilievi ec. Vanno
particolarmente nomina te le statue di Eu-
a 10 VEL
tei pe die orni il museo Valicano e co*
m I' Li, mia, la Polimnia ora esistente pu-
re in liomii presso il principe Lancellot-
ti, l'Ermafrodito rinvenuto nel i 794 ne'"
la contrada del Peschine ora nel ninfeo
di Parigi, Leda col Cigno scavata nel t(>?. 3
nella piatta di Mario, passò in potere de*
Giustiniani. Il busto d'Annibale trovato
nella contrada s. Cesareo nel 1 780, insie-
me a ima testa d'Augusto con corona ci-
vica, facevano parte del museo Dorgiauo,
ed ora esistono nel museo Borbonico iti
Napoli. Il bu*to d'Augusto rinvenuto nel-
la contrada di IVlontesecco, è nel museo
Vaticano. Il busto di Tiberio scavato nel
1817 in contrada Tronca via. Il busto ili
Pertinace disotterrato nel t65o,è nel
museo Vaticano. Il busto di Settimio Se-
vero, esistente nel detto museo Borboni-
co , oltre altro busto d'incognito. Nel
1 764 nella contrada la Colonnella fu sca-
vata un'urna sepolcrale con un'iscrizione
che comincia colle parole: Sex. Vario.
Marcello. Questo interessante monumen-
to fu l'oggetto degli studi di molti lettera-
ti. Venuto in potere del magistrato veli-
terno, questo nel 1773 l'ollr'i in dono a
Clemente XIV fondatore del museo Va-
licano. L'urna è di marmo greco e ne fu
inciso il diseguo, che unito all'osservazio-
ni fu pubblicato colle stampe. Le notizie
d'altri monumenti antichi e di statue, e
di bassorilievi, e di lapidi, e di altre spe-
cie scavati in Velletri e nel suo territorio
ponilo leggersi negli scrittori delle cose
vehterne. Il celebre Lanzi, parlando del-
la memorala lamina di bronzo, dice de'
monumenti antichi di Velletri.» Fan fe-
de tuttavia dell'antica grandezza i suoi
ruderi non indegni d'una patria d'Augu-
sto, e i monumenti in ogni genere che vi
si trovano". 11 Nibby parla d'un' ara ro-
tonda esistente nella casa de'Gregui, la
quale mostra la celebrazione de'giuochi
giovenaJi in f elitrac, giuochi istituiti da
Nerone per celebrar l'epoca in che per la
1 .* volta si rase la barba eia consagrò a
Giove Capitolino; fatto che viene illuslra-
VEL
to dal celebre piombo veliterno esistente
in Parigi, e spiegato da E. Q. Visconti,
nel quale probabilmente deve l'avvisarsi
una tessera d'ingresso degli stessi giuo-
chi. Nel diritto si vede una testa barba-
ta , personificazione del municipio veli-
terno, colla epigrafe: Municipi l'clitcr
Fel. IN'el rovescio è la testa giovanile, per-
sonificazione de'giuochi giovenali, colle
parole: Ivvena Velilcr Fel. L'ara che ri-
corda questi giuochi appartiene all'epoca
degli Antonini, ed è dedicata alle Fortu-
ne Anziali;fu pubblicata molte volte col-
la sua iscrizione, anche da Clemente Car-
dinali. Nel 1785 Cationi pubblicò in Ro-
ma con figure: Bassorilievi Volsci in ter-
ra colta trovati in Velletri. Questi bas-
sorilievi furono scavali in Velletri nel
1 784 presso la chiesa della Madonna del -
la Neve del sodalizio delle Stimmate, ed
il cardinal Borgia vi fece formare 1 5 qua-
dretti e li collocò nel suo museo veliterno,
illustrati da mg.1 Becchetti, da dove pas-
sarono a Napoli al museo Borbonico. So-
no preziosi per la storia pure dell'antica
pittura italica , benché poche tracce ne
sieno restate. Il dotto prelato credette di
potere stabilire che in Velletri esistesse
una scuola indipendente dall' etrusca ,
mentre osserva che il carattere di questa
scuola volsca sembra occupare un luogo
di mezzo tra lo stile rotondo e pieno de-
gli egizi, e lo stile secco tuscauico. Tut-
tavolta non crede il eh. Pistoiesi potersi
stabilire una scuola media, tra tostile degli
egizi e quello de' toscani, come vorrebbe il
Becchetti. Rileva inoltre che i volsci do-
veano ini da'più. rimoti tempi avere al-
cun austo d'architettura, servendo le roe-
desinie figuline d' ornamenti alla parte
superiore degli edilìzi, come 0 'fregi e cor-
nicioni. Il Becchetti in queste figuline vol-
sche prineipalmente vi riconobbe una se-
duta giudiziale, soggetto rarissimo ad in-
contrarsi ne'mouumeuti antichi. La rap-
presentazione d' un convito nuziale. Di-
verse corse di cocchi. Una mostra della
cavalleria volsca iu attitudine di combat-
V E L
fere i nemici. In essi, assai meglio che in
altri monumenti, si distinguono le vesti-
menta nella semplicità usata dagl' itoli
antichi, la loro negligenza nella chioma;
e queste figuline potrebbero servile a
commentare qoe' poeti latini , quando
chiamano i prischi italiani capillati. Co'
medesimi si ricavano le forme della qua-
lità dell'armi usate, quelle delle mobilie,
essendovi espresse sedie, deschi, vasi e al-
tro. Ivi sono destrieri per poetica idea a-
lati, forse alludendo alla loro velocità. In
una parola, vi si ammira quello stile, che
da Winckelmann e da altri archeologi fu
detto etrusco, anteriore al greco e al ro-
mano. Gio. Battista Finali, egregio illu-
stratore del museo di Napoli , pubblicò
illustrate 4 tavole di queste figuline ve-
literne, che riprodusse il eh. Pistoiesi nel
t. 4 , p- 352 del suo Musco Borbonico*
Esprimono, la cavalleria volsca che inse-
gue il nemico, il trionfo del suo duce, le
corse di bighe e di triglie che ne festeg-
giano l'avvenimento. Anche il Pistoiesi
eruditamente le descrive e celebra raris-
sime e antichissime, di sommo pregio,
perchè allo stile delle composizioni che
contengono si debbono attribuire alle an-
tiche arti italiane. Non mancarono in Vel-
letri antichi templi dedicati a'falsi numi.
Tali furono quelli d'Apollo e di Sango,
tacchi dal fulmine nell'anno 55 1 di Ro-
ma; la qual cosa denunziata al senato ro-
mano, questo decretò certe particolari ce-
remonie onde placare gli Dei. Chi fosse
Sango, varie furono le opinioni, come par-
landone rilevai ne' voi. LX, p. i5, LXVI,
p.i58. Sesto Pompeo lo disse Ercole ; il
Baronio, Giove; l'Angelotti, Sabo figliodi
Saturno; questo stesso il Galerio col Nar-
di crederono. Si vuole che il tempio di
Sango fosse situato ove ora sorge la chie-
sa di s. Michele. Esisteva in Velletri il lem-
pio d'Ercole, e al dire di Livio in esso
vi nacquero de' capelli umani : i pretesi
prodigi avvenuti nel regno de'volsci, li e-
numerò il Ricchi nella Reggia deJ l'olsci,
lil-»- ?-, cnp. 2i. Sopra tutti fu famoso il
YOL. I.XXX1X.
V E L ?.57
tempio di Marte, adorato da tutta la na-
zione volsca, come riferisce Svetonio par-
lando d'Augusto. E costante opinione de-
gli storici veliterni, che questo tempio fos-
se convertito al culto del vero Dio, in o-
nore di s. Clemente I. Il Theuli parla de'
templi della Fortuna, di Giano, di Diana,
del Sole e della Luna; ma osserva Dauco
che mancano prove sufficienti di loro esi-
stenza, piuttosto sembra che in Velletri
fosse un'antica basilica. Del tempio di
Marte, Nibby riporta il narrato da Sve-
tonio, cioè che nella parte più illustre
della città eravi un vico chiamato Otta-
vio, ove mostravasi un'ara consagrata dn
Ottavio, il quale essendo capitano in una,
guerra contro i confinanti, mentre sagri-
ficava a Marte, all'annunzio d' una scor-
reria repentina per parte del nemico, tol-
se dal fuoco le carni della vittima e le li»«
gliò, ponendo sull'ara le primizie, ed u-
scito in campo tornò vincitore. Perciò si
fece un decreto pubblico, prescrivendosi
che per l'avvenire sempre nella stessa gui-
sa si usasse nel sagrificare a Marte, e che
la parte restante della vittima fosse por-
tata agli Ottavii. Osserva il Piazza nella
Gerarchia Cardinalizia , che il tempio
di Marte non solamente era proprio del-
la città, ma di tutta la nazione volsca, tan-
to marziale e guerriera, perciò celebre e
famoso. E Ricchi aggiunge che per tede
tempio Velletri si denominò: Urbs indi-
ta Martisj e che stava vicino al regio pa-
lazzo di Metabo re de'volsci, ove rendeva
spesso ragione, per cui la contrada prese
il nome di Malano. Avanzi di fabbriche
antiche dell'era corrente sono quelle del-
la Casa della Ragione e della Canonica.
Lai." posta nella parrocchia di s. Salvato-
re, che ne'tempi antichi era i." decarcia
della città, serviva d'abitazione e di resi-
denza al podestà , magistrato introdotto
in Velletri nel 1 237. Quivi egli soleva ren-
dere ragione sì del civile, come del crimi-
nale. Il magistrato cittadino, che segui-
tava a governare ogni faccenda politica e
ammiDÌstrativa, assegnò al podestà quel-
»7
i58 V E L
Je case, che hanno per tante generazioni
conservato il nome della Ragione. Que-
sta fabbrica di singoiar architettura fu de-
molita per metà, essendo rimasta lesa ne'
due principali terremoti. Dell'edilìzio ap-
pellatola Canonica rimangono pochi ar-
chi, e situali presso la cattedrale. Ser-
viva d'abitazione ad una corporazione di
preti, che ufficiavano tale chiesa e mena-
vano vita comune, perciò denominati ca-
nonici regolari. Gli avanzi di questi due e-
difìzi furono disegnati e illustrati dall'ar-
chitetto e eh. archeologo d. Angelo Ugge-
ri ; ed i disegni si riportano in una lettera
del cav. Cardinali diretta al medesimo,
stampata in Roma nel 1825, in cui con
molta erudizione e accuratezza illustrò
pure alcuni edilìzi veliterni dell'XI seco-
lo. Gli antichi romani avendo veduto la
bellezza e l'amenità delle colline sparse
nel territori© veliterno, vi formarono vil-
le deliziose e sontuose fabbriche; il che
provasi da molti monumenti scavati nel-
le rovine dove esistevano tali luoghi di
piacere,ecolPautorilà degli antichi storici.
Una villa di re Tarquinio il Superbo era
nella contrada Carrara, dove si trovaro-
no molti antichi monumenti, fra 'quali la
statua dello stesso Tarquinio, che acqui-
stò il cardinal Scipione Borghese. L'im-
peratore Ottone ebbe la sua villa nella
contrada cheancora ritiene il nome diCol-
le Ottone prossima alla Via Appia,dove
si vedono vestigi d'antichità. Scrive Sve-
Ionio, che in questa villa Ottone volle es-
ser sepolto dopo che si die la morte. Il
medesimo storico riferisce d'Augusto,che
la famigliaOltavia avea la sua villa in que-
sto territorio; ed i patrii scrittori la dico-
no situata nella contrada s. Cesareo , la
quale è prossima a quella della Madon-
na degli Angeli nella vigna de'Cella e de'
Salimei. Altri la collocano altrove, co-
me dirò. L'imperatore Nerva possedeva
in Velletri la sua villa, e lasciò la deno-
minazione alla contrada oggi Colle Ner-
va. Dalle rovine che vi si scorgono, pa-
le che fosse una delle belle e magnifiche
V EL
di sua epoca. Anche l'imperatore Caio Ca-
ligola ebbe villa nel territorio, nella qua-
le esisteva quel meraviglioso platano de-
scritto da Plinio, che per la grandezza,
larghezza e disposizione de'rami serviva
colla sua ombra a un tempo di padiglio-
ne , per mensa e scanni in un convito di
i5 persone, oltre il comodo di credenza.
Quest'albero per ischerzo, l'imperatore
chiamava nido d'uccelli. L'arpinate e fa-
moso Caio Mario avea nella città una vil-
la nella contrada che al presente dicesi
piazza di Mario, ed ivi si scavarono bel-
lissime statue e monumenti antichi , co-
me si ha dal Theuli, lib. 1 , cap. 1 o : lil-
le d'antichi romani. Anche il citato Piaz-
za parla delle magnifiche e deliziosissime
ville dell'ameno territorio veliterno, e vi
aggiunge quella di Tiberio con piccolo
castello, ove furono trovati i corpi de'ss.
Poliziano ed Eleuterio. Questo castello e
questa villa è la discorsa nel paragrafo
Cisterna, che Nibby disse avere Tiberio
ereditato da Augusto colf impero, e dal
quale si attribuisce al castello e villa il no-
me di Tiberio, corrottamente Ti vera, ora
latifondo nel territorio veliterno. Inoltre
Nibby crede che in questa villa fosse il
suddetto meraviglioso platano, fra gli al-
tri alberi di gran mole di quel predio im-
periale. Altre ville e grandiose fabbriche
esisterono anticamente nel territorio ve-
literno, di cui si perde la memoria. Nel-
la contrada Troncavia e ne'terreni appar-
tenenti alla massa comune de'beneficiati
di s. Michele, si disolterrarono statue, ac-
quedotti e altri monumenti antichi. Così
nella contrada dell'Incudini si vedono
avanzi d'acquedotti sopra una quantità
d'archi e d'antiche fabbriche; ed ivi pure
in diversi tempi si trassero anticaglie. So-
no d' ammirarsi gli antichi grandiosi a-
vanzi di fabbriche, che diedero il nome
alla contrada di Cento Colonne. Quando
una città è fornita di vasto e ubertoso ter-
ritori o può dirsi felice: tale è Velletri. Il
suo territorio è così esteso, che non ba-
stano le braccia dc'suui agricoltori a la-
V E L
Tornilo. Il terreno è fertile, produce la
nari-ala prodigiosa quantità eli vini d'ec-
cellente qualità, frutti squisitissimi in sa-
pore e bellezza , e olio perfettissimo. Le
possessioni vignate sono perfettamente
coltivate e sembrano giardini; ed è pitto-
resco il veder nella campagna sì ameni e
innumerevoli colli seminati di palazzini,
case rurali, celle e grotte in mezzo alla
Vettura delle vili e degli alberi. I monti
che dal settentrione la circondano in di-
stanza di 4 miglia, sono sempre verdeg-
gianti, perchè coperti in parte di selve e
in parte coltivati sino alla vetta. Il mon-
te Artemisio presenta una veduta tanto
ampia per tutti i 4 punti cardinali, che
non può forse idearsi una prospettiva mi-
gliore; dal settentrione scoprendosi Ro-
ma con tutto il vasto catino sino a'monti
presso Viterbo. Il territorio veliterno ab-
bonda di molte sorgenti di limpide ac-
que, che scaturiscono naturalmente da
principi*! incogniti. Questi sono i fonti de-
nominati di Poganico, Parata, Tavigna-
no, Solluna, Fontanelle, Cachins , Fon-
tanaccia, Formelle, Acqualucia , Fico,
Fiume e della Spina. I due fonti Ulica e
Vascuccie aumentano ancora i laghi del-
le contigue mole a grano. Le fontane Ac-
quaviva, s. Maria dell'Orto, Acquarosa-
ta, Cacattera e delle Fosse, che sono più
prossime alla città, servono di comodi la-
vatoi. Le acque Petronia e Vilrice furo-
no intromesse nelP acquidotto, che con-
duce l'acqua in città. L'acqua di Fonta-
na Nuova si smarrì. L'acqua della Regi-
na, che scaturisce entro il fosso che cir-
conda le mura della città prossimo al pon-
te della via vecchia di Napoli , è abbon-
: dante e sempre perenne; onde fu di mol-
to vantaggio alla popolazione nella sicci-
tà del i 834. Finalmente dovendo più vol-
te parlare di Lariano, a migliore intelli-
1 genza premetterò un cenno. Questa è una
terra o tenuta del territorio sopra Velle-
1 tri, con rocca diruta, posta su una delle
r pendici del monte Algido, edificata in o-
rigine sopra le rovinedi qualche villa an«
V E L •>■ m)
tic» pertinente alla genteArria, come vuo-
le Nibby, donde «Ieri vò il nome, che pri-
ma Ariannm e poscia Larianum si dis-
se, del quale si fece Ariano e Lariano,
fondendo l'articolo col nome. Il Marocco
la chiama Ariano e V Ariana nella dio-
cesi veliterna, e forse prima sotto Segni,
il cui paese venne distrutto. La dice di-
stante 1 miglia da Monte Fortino, ed un
tempo funesto rifugio d'assassini; ora non
consistendo che in un casale, ed una fol-
ta macchia, d'aria insalubre. Vedesi sem-
plicemente una torre, guasta del tutto da'
veliterni e dall'ingiurie del tempo; poco
distanti vi sono le mole, che diconsi del
Sacco, de'Pescorelli, ecomunemente del-
ia Molara. Dalle rovinedi questo castel-
lo, rimarca Nibby, si gode una veduta
magnifica della pianura Pontina, e delle
montagne e delle terre che la coronano.
La memoria più antica è del 1 179, nel
qual anno un Colonnese conte del Tusco-
lo cede ad Alessandro III, Castrimi La-
riani cuni Arce, ricevendo invece Nor-
ma. Divenne unacastellania rinomata di-
pendente da Genzano(F.)y feudo de' Sa-
velli [F/.) signori della Riccia [V.). Tol-
ta a'Colonnesi, fu data a' veliterni, previa
la demolizione della rocca, a que' tempi
fortissima e inespugnabile. Dice il Dauco.
Nella tenuta di Lariano esiste una com-
petente chiesa dedicata allaB. Vergine,
circa 5 miglia lungi da Velletri. E deno-
minata s. Maria Intemerata, perchè mez-
zo miglio fuori della città sulla Via La-
ta eravi la chiesa omonima de'mouaci b;i-
siliani, che ne presero possesso nel i4^ t.
Atterrala dal terremoto de' 26 agosto
1706, l'immagine della B. Vergine di-
pinta sulla parete, segato il muro, fu tra-
sferita nella nuova chiesa parrocchiale
della tenuta di Lariano. Ma lo stesso Rau-
co in altro luogo racconta, che l'attua-
le chiesa di s. Maria Intemerata fu da'
fondamenti fabbricata, insieme alla casa
parrocchiale, sulla via che couduce alla
provincia di Campagna, nel 18 15 ed es-
sendo vescovo il cardinal A lessandroMat-
tf$o V E L
lei, ove s'impiegò il legalo ili scudi iooo
lasciali dal cardinal Anione! li suo prede-
cessore. Di recente il vescovo cardinal
Macchi lece costruire la bella facciata e-
sleriore. Questa chiesa parrocchiale è as-
sistita tla un sacerdote col titolo di cap-
pellano curato amovibile. Gl'individui
che popolano la terra o tenuta di Laria-
no, nel 1 85 i erano 607. Leggo nel n.°
92 del Giornale di Roma del i85o , e
nella Relazione del viaggio di Pio IX,
del communi. Barluzzi, che nel recarsi il
Papa da Monte Fortino a Velletri , es-
sendo accompagnato da'cardinali Asqui-
ni, Du Pont e Antonelli, non che dal con-
te di Ludolf ministro plenipotenziario del
re delle due Sicilie , e da un drappello
d'ussari napoletani che ne formavano la
guardia d'onore; la magistratura comu-
nale di Velletri a' io aprile spedì al con-
fine del territorio in deputazione il prin-
cipe Lance! lotti Ginnetti, il conte Baldas-
snre Negrotti, e l'iivv. Luigi Santucci a fine
d'ossequiarlo in nome della città. Inoltre
eresse sulla piazza del pieve di Lariano
un grandissimo arco di verzura e di fio-
ri, che il Santo Padre si degnò ammira-
re e lodare, tra'festeggiamenti di tutta la
popolazione implorante la sua benedizio-
ne. Dalla chiesa di s. Maria Intemerata,
qual termine di sua diocesi, si mosse ad
incontrarlo il cardinal Macchi vescovo e
legato, lieto nel veder tornare ne'suoi do-
mimi il successore di s. Pietro. 11 Papa lo
fece salire nella sua carrozza, e presa la
via di Velletri vi giunse alle ore 6 pome-
ridiane, lasciando i larianesi contenti del
ricevuto onore. La comoda e sicura via
di Lariano incomincia da Velletri, ed u-
nisce la provincia di Marittima a quella
di Campagna.
La città di Velletri fino al giorno pre-
sente, sebbene molto meno che ne'secoli
antichi, pure con molto lustro risplende
e fiorisce decorosamente. Gli autori con-
vengono in riconoscerla situata nel Lazio
antico, e appartenente nondimeno alla
nazione volsca. Non è certo chi siane sta-
V E L
lo il fondatore, poiché san troppo del fa-
voloso le varie opinioni del volgo sull'o-
rigine di lei. Queste onorevoli testimo-
nianze per Velletri , non sono di patrio
storico, ma di mg.r Nicolai, De' bonifica-
menti delle terre routine. Il Nibby con-
viene, che questa città fu una delle più co-
spicue de'volsci, ma dice nulla sapersi del-
la sua fondazione. Questa, al riferir di Pli-
nio, secondo il corano Ricchi, nel Tea-
tro degli nomini illustri che fiorirono nel
regno de ' Folsci, la ripete d'Atlante, che
l'appellò col nomedi sua figlia Eletta mo-
glie di Corito re d'Italia e madre di Bar-
dano, della cui scaturigine si propagaro-
no i fondatori di Roma fino all'angusta
casa d'Austria; s'è plausibile la genealo-
gia che di Dardano fondatore di Troia, il
medesimo Ricchi pubblica nella Reggia
de'Folsci. Prima di lui il veliternoTlieu-
Ii, nel Teatro historico di Velletri insi-
gne città e capo de* Votscì, dichiarò non
trovarsi scrittori che parlinodi sua fonda-
zione, e di non averne trovato il princi-
pio neppure il veliterno conte Bassi, da
che ne trae argomento di sua antichità
immemorabile; riferendo gli autori che
la qualificarono antica, bella, inclita, no-
bile, celebre, insigne, potente, ricca, po-
polosa. Né tacque, che alcuni si persuase-
ro, che Velletri venne edificata da Atlan-
te Italo pronipote di Noè, cui impose il
nome della primogenita Eletra, dalla qua-
le originò quello di Veletra o Beletfù,
per esser comune ne'greci usare il B per
V. Più sobrio e più critico il moderno
can. Bauco, nella Storia della città di
Veletri, ecco come riconosce incerta la
sua origine , che si perde nelle tenebre
de'lempi eroici. Molti sono gli scrittori la-
tini e creci, che lasciarono memorie del-
le prime origini delle città, che esistero-
no e tuttora esistono negli estinti regni la-
tino e volsco, tuttavia niuno di essi fece
motto della certa origine di Veletri. Tan-
te sono le tenebre della remota antichi-
tà, che nulla si può affermare di ciò, né
di sicuro e uè di probabile; dichiarando
V EL
vane l'opinioni discrepanti, fondate sopra
inutili congetture, e insulse e favolose ipo-
tesi, d'alcuni scrittori, prive affatto eli suf-
ficienti prove. Taluni di essi opinarono
aver Veletri avuto 1' origine da' lacede-
moni e dogli argonauti, altri da Delelra
madre di Dardano, altri da Atlante, al-
tri da Saturno, come Alessandro Borgia
nella Storia della chiesa e città di Vel-
lelri. Non dubita però di sostenere con
fondamento, che Veletri fino dagl'inizi di
Iioma ti ovossi in tanta grandezza e po-
tenza, die ad essa potè opporsi coli' ar-
mi. Né osta l'autorità di Strabone, il qua-
le dopo aver nominato Priverno , Cori,
Suessa, Veletri, Alatri, Fregelie e altre
città, conclude che la maggior parie di
queste e altre situate sulla via Latina ne'
torritorii degli cinici, degli equi e de' voi-
sci furono da'romaui fabbricate. Almeno
quanto a Veletri non può ciò asserirsi,
poiché preesisteva al nascer di Roma, e
sotto Anco Marzio suo 4.° re, era già po-
lente e grande in modo da muoverle
guerra. Situata Veletri ne' confini del-
l'antico Lazio, avea da un lato il Tevere
e dall'altro il monte Circeo, ma appar-
teneva al regno de'volsci. Non vi è con-
traddizione nel conciliare,cheVeletri fosse
annoverata tra le città mediterranee de'
latiui, e insieme appartenesse alla nazio-
ne volsca. Imperocché tra'più antichi po-
poli abitatori del Lazio furono gli osci,
che estendevansi oltre il Lazio sino a Ca-
pita; que'che trovavansi ucl Lazio, a dif-
ferenza degli altri, furono chiamati volo-
sci, e poi per sincope della lettera O, Vol-
ici, significando la parola voi antico. A
parere ili gravi scrittori, il regno de'vol-
sci »i estendeva sino a'marsi, a' capuani,
a'sedecini e agli aricini, racchiudendo in
se la palude Pontina eie contrade ili Ve-
letri. Dunque con ragione questa città si
comprese fra le città volsche dagli anti-
chi e da'moderni storici e geografi. lu pro-
cesso di tempo quel trailo dell'antico La-
zio, e quello del nuovo Lazio ancora, che
prolungava» da CLliasino a Capua, com-
VEL 261
preso da Roma sino al fiume Silaro , fu
appellato Provincia diCanipagna.la que'
tempi Veletri conta vati sotto questa pro-
vincia (e negli atti del concilio di Roma del
679, si legge sottoscritto: Placentinus e-
piscoptts Vtliternus provinciae Campa-
niae). Fatta in seguito altra divisione, il
Lazio nella sua estensione appellossi una
\>ovùo\\eCampagna e l'altra Marittima j
per cui Veletri passò ad essere annove-
rata sotto quest'ultima provincia, della
quale ora è capoluogo, per disposizione
di Gregorio XVI. Il nome di Veletri o
Velie tri, che ora questa città porta, non
é quello di «piando era in più auge e fa-
ceva parte della nazione volsca. Una la-
mina di bronzo scavata nel suo territo-
rio nel 1784 e scritta in linguaggio vol-
sco, fece conoscere il nome che ne' remoti
tempi avea la città. Questo monumento
volsco interpretato e illustrato da uomi-
ni chiarissimi per lettere e arti peri-
tissimi (nelle discorse Iscrizioni antiche
Veliterne di Cardinali, si vede impressa
la lamina nel suo naturale carattere con
due versioni , una di Francesco Orioli,
pubblicata nella Lettera Divinatoria, e
l'altra d' un anonimo nel Giornale Ar-
cadico del 1820, con tutti gl'illustratori
della lamina), si rinvenne il nome di Ve-
letri in Velester, e il suo gentilizio in Ve-
lestron. Il monumento dal museo Boi-
giano veliterno passò in quello Borboni-
co di Napoli. Quindi non è fuori di ragio-
ne l'asserire, che da Velcster volsco ne
sia derivata la vera denominazione, che
in diverse epoche ebbe Veletri presso gli
scrittori greci, latini e toscani, cambian-
done delle lettere o aggiungendone del-
l'altre, essendo ciò proprio dell'antiche
lingue. Strabone e altri greci scrissero O-
velitrae, e Stefano di Bisanzio Belitra. [
latini allorché fiorì la lingua loro scrisse-
ro Velitrac (tutti i modi riporta con e-
rudite note l'accurato Bauco, e sono più
di 1 1, lìa'quali Fellctrum Vellelri, Vil-
litria Villitriae, Bellitro BelUtris). E
così parimenti da Velester si disse Vtl~
262 VEL
letrum nella decadenza del latinismo; an-
ni dopo rinatele lettere in 6 differenti mo-
di scrissero in Ialino il nome di Yelelri.
Naia la volgare favella, anche in questa
ebbe Velelri varie denominazioni, egual-
mente riferite da Bauco, Felletro, Bel-
letri ec., e precipuamente Feletri. Tro-
vasi questo nome quasi comunemente u-
salo e scritto con l doppia V Metri. Di-
ce il medesimo Bauco, chi riflette alla ma-
niera come questo nome trovasi scritto
nella lamina volsca Feleste.r, e presso i
latini Felilrae, dovrà adottare 1* uso di
scriverlo con un l solo Feletri: e cosi il
gentilizio Vtlittrno , che deriva da Fé-
lastroni volsco e da Feliternus latino; e
non mai Felletrano, appellandosi a' vo-
caboli più esalti e più celebri. Ci conven-
go, ma quanto all'italiano Fellelri, lo ve-
do usato da'due Cardinali e altri illustri
scrittori velilerni, e negli Atti della so-
cietà letteraria Folsca Fé li terna, anche
dopo l'illustrazione della lamina, e perciò
vado usandolo a vicenda con Veletri. Ju
quanto all'etimologia di Velelri, i veliter-
ni Theuli e Borgia la deducono dalla pa-
rola latina Felitrae dall' unione di tre
ville, Fillae tresj ma il Bauco osserva,
the accolta per buona l'antichissima de-
nominazione di Veletri in lingua volsca
Felesler, le sentenze di tali e altri scrit-
tori nulla provano per Veletri. La vera
etimologia di questa città può ricavarsi
da Dionisio d' Alicarnasso, il quale par-
lando de'terreni paludosi della vallata di
Rieti ceduti dagli aborigeni a'pelasgi,che
emigrarono dalla Tessaglia, dice che que-
ste paludi furono chiamate Fella, con-
servando l'antico greco dialetto: che que-
sto vocabolo somministra l'etimologia di
Veletri ci Uà prossima alle Paludi Pon-
tine: fornisce egualmente quella di F ela-
bro antico stagno dentro Roma; e quella
del Felino fiume di Sabina, che forma-
va gli accennati allagamenti nella vallata
di Rieti. AuchealìNibby sembra ragione-
vole la città dedurre il nome dalla radice
Felici, colla quale aulicamente chiama-
VEL
\*nnsi i luoghi palustri, da cui trassero il
nome molti luoghi e città che riporta; di-
ce famosa la lamina veliterna, monumen-
to unico e prezioso della lingua volsca. E
che i veliterni e veliti i ni ebbero tal no-
me, come la città, non solo dalla vicinan-
za delle Paludi Pontine (che il Nicolai so-
stiene giammai si estesero al territorio ve
literno), ma ancora dalla prossimità del-
le Paludi, che ingombravano le sue terre
verso oriente e verso mezzodì, cioè ne"
dintorni di Giuliano, di Torrecchia , di
Cisterna e di Civitona , delle quali visi-
tando i luoghi se ne conoscono le tracce,
e che vennero diseccate per mezzo del
fosso della Retatola, e di quelle delle Ca-
stelle e di Cisterna, lavoro che deve at-
tribuirsi ad un'epoca molto aulica. Nel
riferire Nibby tulli i vocaboli portati da
Vellelri ne'tempi bassi, dal secolo V al-
l'Xl di nostra era, crede che nessuu allro
nome andò soggetto a tante variazioni,
Dalla lamina volsca ben si scorge e può
affermarsi, che in Veletri e in tulle l'al-
tre città volsche usavasi un particolare
linguaggio proprio della uazione, e distin-
to da'latini e dagli altri popoli confinanti,
11 Lanzi nel Saggio di lingua Etnisca
scrive » che la lingua osca o volsca era ben
diversa dalla latina; dipoi se le andò av»
vicinando a segno , che si recitavano in
Roma commedie osche, e vi s'intendeva-
no dal popolo, come oggi s'iutendono le
maschere napoletane: quando scrive Ti-
linnio, Osce et Folsce fabidanlurj nani
latine nesciunt (dell'alfabeto osco si poti-
no vedere i voi. XXX VI, p. 1 66, LI V, p.
35 e altrove. Nel febbraio ìS5j fu tro-
vata in s. Maria di Capua una rarissima
epigrafe osca, illustrata dal eh. Miuervi-
ni, e riferita dalla Civiltà Cattolica, serie
3.a, t. 8, p. 363. La medesima e nella stes-
sa serie riporta del dotto archeologo ge-
suita p. Camillo Tarquini professore al
collegio romauo : nel t. 6, p. 55 1 : Origi-
ni Italiche e principalmente Etnische
rivelate da 'nomi geografici j nel t- 8, p.
727 : I misteri della lingua etnisca svp*
V EL
latij nel t. 9, p. 348 : Iscrizioni etr lische
in monumenti autofoni. L' encomiato p.
Tarquini,commendevoleeziandio pei' al-
tre produzioni letterarie, come di quella
che ammirai nel mio voi. LXI, p. 1 54 5iii -
vestigaudo profondamente gli accennali
argomenti volle interpretare con belle
spiegazioni l'etrusco per via del latino e
del greco, e non solo felicemente vi riu-
scì, ri movendo quel velo che sin qui na-
scose i sentimenti espressi nelle memorie
eli usche restateci dell' illustre nazione e-
li usca; ma con migliore e insigne scoper-
ta stabilire e provare la derivazione degli
etruschi da'eananei ossia fenici, e con con-
fronti di testi e versioni, che perciò l'ori-
gine dell'idioma etrusco deriva dal fenicio
ossia dall'ebraico, avendo Ira loro stret-
tissima affinità o piuttosto medesimez-
za)". Ebbero i volsci un dialetto loro pro-
prio, e questo parlare molto accosta vasi e
somiglia vasi alla favella de' sabini, come
dimostra Rircher, e Varrone scrisse, che
la lingua sabina con quella de'volsci s'in-
nestasse. Dimostra Festo, che il linguag-
gio volsco si estendesse agli Abruzzi, e si-
no in Sicilia giungesse.Questo parlare ces-
sò allorché Roma coli' estendere il suo
impero propagò ancora il linguaggio la-
tino non solo nelle vicine contrade, ma e-
ziandio ne'lonlani paesi. Aggiunge il Lan-
zi: » che la gente volsca finì, e nondimeno
rimasero in Roma quegli spettacoli (com-
medie) e in essi quella lingua (volsca). Ne'
caratteri i volsci usarono l'alfabeto latino,
come si vede nella loro insigne lamina e
nelle loro medaglie". 11 Contatore, De hi-
storia Terracinensi, cap. 1, De Oscis et
Volscis corumaue origine et metropoli,
dice che furono in principio due popoli
convicini del Lazio, i quali ebbero diver-
so linguaggio, e forse, com'è probabile,
militarono sotto diverse leggi; ma alla fi-
ne soggiogati e insieme uniti dal più vio-
lento e possente di questi, pacificamente
vissero sotto il dominio d'un principe re-
gnante, che perciò tanto gli osci quanto
i volsci sotto l'iulelligeuza d'un istesso uo-
V E L *63
me furono compresi. Però lutto quello
spazio di paese che possedevano i volsci,
prima l'ebbero gli ausonii o opici, succe-
duti agli aborigeni, popoli italiaui da cui
originarono altre nazioni. II Lazio vec-
chio dal Tevere arrivava a Terracina, il
Lazio nuovo si estendeva sino al Liri, e
comprendeva il popolo latino, gli osci, ì
volsci, gli ausonii. Il nome osco derivò da
opico, mutato in volsco; poiché gli osci,
per mostrare la loro origine antichissi-
ma, presero il nome di volsci, cioè vete-
res Oscos. Parlando di essi Chi verio dis-
se: Hernicis continuabantur ab Austro
Volsci gens magna, potens et bellicosa
graecis ditti Scylaci. Quindi il Conta-
tore riproduce le testimonianze degli sto*
liei antichi sulla condizione grande, guer-
riera, valorosa e fortissima de'volsci. Con*
troversa è poi qual fosse la metropoli de-
gli osci o volsci , essendo discordanti fra
loro gli scrittori, alcuni avendo asserito
Anzio, altri Pomezia, allriTerracina,l'an-
tica Anxur, e per. quest'ultima il patrio
storico si dichiara; benché conviene che
a seconda de'tempi la reggia fosse trasfe-
rita altrove, in favore di Terracina rimar-
cando i pregi, fra' quali il partecipar del
mare e della terra col campo Pontino po-
polato da 2 3 terre e città, che la rese/^o/-
scorum caput, Oscorum et Volscorum
melropolis. Né asconde che ciò sembrò
un paradosso al pri vernate p. Valle sto-
rico di Piperno, altra reggia de' Volsci.
Descrive il regno degli osci o volsci com-
posto dalla parte del mare Tirreno de'po-
poli di Anzio, Astura, Circello, del campo
poi palude Pontina; dell'isole Palmarola,
Ponza e Zannona: dalla parte di terra la
nobilissima Vellelri, Cora, Norma o Nor-
ba, Segui, Sezze, Semionda già Stilino
nela, Piperno, Pomezia che die il nome
al campo e poi palude Pometina o Ponti-
na,Cisterna, Monte Marcio, Coriola, Lon-
gula, Polusca, Sairico, Verrugine, Ece-
tra, Allena, Ferentino, Frosinone, Fal-
vatera, Fregelle, Aquino, Monte Cassino,
Aliuo, Arpino, Soia. Altri luoghi anaora
264 V E L
fecero parie del regno de'volsci, dal Con-
tatole non ricordati come meno celebri.
Pi ima del Contatore scrisse il Theuli, che
finse Volosca (anche l'etrusca Falcia si
chiamò / oLcia), dalle cui rovine surse
Sonnino, fu la prima sede de' volsci, la
qual Sonnino la chiama terra volsca. Par-
limelo del regno de'volsci, dice aver 5 po-
poli principalmente abitato il Lazio, i Ia-
lini, gli equi, gli etnici, i ruttili, i volsci;
oltre gli aborigeni , i pelasgi, i siculi , gli
ausonii e altre genti; e tra'primi 5 popo-
li, tranne i latini, ritiene pe'più antichi
i volsci , derivali dagli osci , i quali con
Osco loro re aveatio occupalo la regione.
Que'che si stabilirono in Capua e altri
luoghi vicini ritennero il nome di osci,
derivato dalla loro insegna d'un serpen-
te denominato Oscorzone, e quelli restati
nel Lazio antico e più vicino a Pioma, si
disseto volosci, e per sincope volsci, cioè
antichi osci, poiché la sillaba voi signifi-
ca antico, prima colonia de' quali fu la
detta Volosca. Il Ricchi, nella Reggia de
f b/vc/jSegtù il Theuli nelcrederecheSon
nino fusse fabbricata da' priveruati cogli
avanzi di Volosca, già principal sede de'
volsci, onde conveniva che per memoria
ne dovesse ritenere il nome, mentre pre-
se quello di Sommino, per essere stato e-
dilicalo sulla sommità d' un monte sca-
broso, donde poi si disse Sonnino, come
vuole il Biondo; celebrando i suoi uomi-
ni illustri nel Teatro, cap. 22, Soggetti
illustri ili Sonnino. Il Ricchi inoltre di-
ce fiorito Osco i.° re degli osci nell'anno
del mondo 2658, ma dopo di lui non si
conosce per principe del regno de'volsci
che il re Melabo, da cui nacque la famo-
sa regina Cannila che regnò iu Pipernoj
e riporta una iscrizione in lingua volsca
trasmessa dalla Sicilia al p. Kircher ge-
suita, colla sua interpretazione, da cui si
•vetle la diversità cheavea colla latina. Do-
po le accennate opinioni sull' origini de'
Volsci, ritorno al Rauco, il quale con più
critica procedette. Egli dunque racconta,
che vari popoli signoreggiarono il Luìiu
VEL
e successivamente vi si stabilirono , fra'
quali gli osci sortiti dall'Etruria o Tosca-
na (''.), poi denominati volsci. Questa na-
zione ebbe i propri re , da' quali veniva
governala. Per mancanza di scrittori au-
tentici del regno volsco, non può averse-
ne chiara notizia, e le riferite dagli scrit-
tori sono cosi involte ne'favolosi raccon-
ti, eh' è difficile distinguere la verità. II
Theuli tratta nel cap. 3 : Del regno de'
Jolscij e nel cap. 4 : Quali fossero le
città e terre de' Folsci. Tutte le descrisse
il Ricchi, ma con racconti esagerati e fa-
volosi. Descrive i volsci eterni nemici del
nome romano, e che non potevasi cagio-
nar maggior spavento a'romani, quando
essi si disponevano ad assalirli. Che ne'
200 anni di guerra i volsci riportarono
12 trionfi contro la fortunatuRoma; e pre-
tende che sovente conveniva a' romani
chieder pace supplichevoli, e piegarle gi-
nocchia a'volsci! Parlando de'romani, po-
co rende giustizia al loro senno, bravura
e valore; piuttosto fortunali, che prodi li
chiama. Difetto pressoché comune degli
storici de'popoli vinti da'romani, onde de-
primere la gloria di loro conquiste; mo-
strandosi interamente parziali de' loro
concittadini e connazionali, perciò non ve-
ri storici. I palili storici sull' autorità di
Virgilio, scrissero che l'ultimo re de'vol-
sci fu Metabo, ch'ebbe reggia in Priver-
no; il quale concitatosi l'odio de' sudditi
fuggì colla figlia Camilla, alla quale poi
riuscì ricuperare il regno, e siccome guer-
riera valorosa, collegalasi cou Turno re
de'rululi, a danno del re latino e del tro-
iano Enea, facendo strage de'nemici alla
testa de'volsci, restò uccisa per mano del
troiano Aruute. 11 racconto da Rauco si
qualifica invenzione poetica, poiché non
ne fecero molto gli storici anteriori a Vir-
gilio ,nè Tito Livio suo coetaneo e sebbene
molto scrisse de' volsci. Per la morte di
Camilla, creduta ultimo rampollo della
regia stirpe volsca, si vuole avvenuto un
cambiamento di governo iu lutto il regno
\olacu, e pei ciò ogni cillù adulto un re-
VE L
girne confacentc al numero e all'indole
de'cittadiui. Comunque ciò sia accaduto,
certo è die Veletri reggevasi a forma di
Repubblica aristocratica e governala dal
senato composto di nobili cittadini. Que-
sta forma di governo per lungo tempo nel-
la città si mantenne, e quando cadde in
potere de'romani, la sua libertà si estin-
se. Soggiogata Veletri dall'armi della re-
pubblica romana e sottoposta al suo gran-
de impero, m/posteriori e molli cambia-
nienti governativi di lumia e d'Italia, mai
fu soggetta alla dominazione d'alcun li-
ranno. Perciò sostiene Banco, non è ve-
ro l'asserto da Kircber utWIIistoria Eu-
ìtiuhio Mariana, e da altri scrittori^ che
Ottavio JWamilio Tuscnlano, che alcuni
vogliono discendente della famiglia Ot-
tavia teliterna, e i suoi figli fossero si-
gnori del Tusculo (f "'.) e di Veletri; poi-
ché sebbene i critici convengano che Ot-
tavio Mamilio fosse personaggio di gran-
de autorità presso i latini, e imparenta-
to con Tarquinia il Superbo re di Roma,
ninno di essi fa menzione d'alcuna signo-
ria o principato. Anzi lo stesso Svetonio,
nella A ila di Cesare Augusto, nel ripor-
tare tutti gli onori goduti dalla sua fami-
glia, ni una parola fa di signoria e princi-
pato. La sua famiglia Ottavia in Veletri
sempre si mantenne in privato stato, ben-
ché nobile, ricca epotente; e lo stesso Au-
gusto solo diceva d' esser nato di fami-
glia equestre, antica e ricca, Veletri dun-
que si mantenne sempre sottoposta alle
leggi generali e al comune sovrano domi-
nante; e dall'epoca che si pose sotto l'ub-
bidienza de' Papi , questi dopo il volger
de'secoli gli dierono a governatore il pro-
prio vescovo con privilegi speciali, che fa-
va irono i comodi e i vantaggi della popo-
lazione,la quale gloriasi d'esser slata ogno-
ra fedele alla s. Sede, e d'aver difeso i suoi
diiitli. Bensì i cittadini amarono sempre
mantenersi in libertà, non solamente ne'
tempi antichi con resistere ostina lenente
alla potenza della romana repubblica, ma
auLuui ne" secoli a noi menu loulam con
V E L a65
abbonire ogni altro dominio diverso dal
pontificio, e resistendo ancora al senato di
Roma, che all'epoca della traslazione del-
la residenza pontificia in Avignone, ripre-
se un potere bastevole a imporre la leg-
ge del più forte. Cessato dunque il regno
volsco, non avendo le città e le terre che
lo composero un capo che unito lo reg-
gesse, tutta volta non si disunirono, e sem-
pre cou islretta lega e federazione si man-
tennero; per cui erano da'principi e stali
confinanti temute, né mai caddero sotto
il giogo de'latini e degli albani. Per con-
servare i volsci questa scambievole unio-
ne, scelsero alcune città principali, ove se-
condo le urgenze della pace e della guer-
ra radunavausi a deliberare quanto oc-
corresse all' utilità pubblica e nazionale,
non meno per difendere la loro libertà.
Queste adunanze non si facevano sempre
in un medesimo luogo, ma ora in una cit-
tà e ora in un'altra, come meglio stima-
vano , sia per riunire gli eserciti o attac-
care i nemici, sia per risolvere gli affari
più rilevanti. Vi sono storiche testimo-
nianze, che alla loro volta furono capita-
le e capo della nazione volsca Eccetera,
Ferentino, Suessa, Anzio, Terracina, Pi»
perno, ec. ; onorifica prerogativa che non
mancò a Veletri, essendo sempre stata
considerata presso i volsci per uria delle
primarie loro città, e qualche volta capi-
tale di tolta la nazione. Che questa città
sia stala una delle principali e più poten-
ti de'volsci, si prova dalla |." guerra vol-
sca contro Roma dalla sola Veletri in-
trapresa; come ancora dall'abbassamen-
to di tolta la nazione, dopo essere stata
finalmente Veletri da' romani soggioga-
ta, dopo tante prove d'armi, come si ha
da gravissimi storici, onde per autonoma,
sia fu detta città de' t'oliti, per indicare
che a tutte l'altre era capitale, ed in essa,
vi concorrevano i volsci a sacrificare nel
rinomatissimo tempio di Marte, nume tu-
telare di tutta la nasone volsca, onde i
poeti appellarono Veletri, Urbs invlyta
Marlis. Altra prova che Veletri iu qu&*
a6G V E L
tempi era considerala da'nazionali per lo-
ro città primaria, è il racconto di Svelo-
ilio, ci' un fulmine che percosse e rovinò
parte delle sue mura, onde i superstizio-
ni velilerni ricorsi all'oracolo n'ebbe-
ro a risposta : Che un loro cittadino do-
vea impadronirsi del inondo. Per tale
augurio i velilerni animati da grandi spe-
ranze, guerreggiarono col popolo roma-
no sino alla propria rovina. Quando poi
il veliterno Oltaviauo Augusto divenne
signore del mondo, alla sua futura po-
tenza verificata si applicò la spiegazione
del superstizioso oracolo. Questa predi-
zione conosciuta fu la cagione perchè que-
sta città fosse presso loro in grande sti-
ma tenuta, e fu pure uno stimolo di o-
nore che animò i velilerni a combattere
continuamente con indicibile coraggio,
stimando di dovere uu giorno giungere
a quell'alto domiuio dal falso nume au-
gurato. E' grato e lusinghiero per una
popolazione il vedere registrato nelle più
antiche slorie le gloriose e militari gesta
de'suoi antenati; poiché ne deriva la ri-
nomanza, l'onore e la gloria di quelle
città, ch'ebbero la ventura d'aver pro-
doti! cittadini prodi e virtuosi : Veletri
non è priva di questa sorte, che anzi può
vantarla. Non pochi scrittori lasciarono
memoria delle battaglie sostenute ila'suoi
cittadini, che per 3oo e più anni trava-
gliarono la fortuna taRoma. Polente e bel-
licosa era Roma, quando Anco Marzio cir-
ca l'annoi 3o di sua fondazione, ossia (ji/\.
avanti l'era nostra, secondo il calcolo di
JVibby, fu ili." a muover guerra a'volsci
a cagione d'alcune scorrerie e ladronecci
che aveano fatto sulle terre romane, pro-
babilmente dal canto d'Alba Louga, do-
ve il territorio romano era a contallo del
veliterno. Quel re, secondo l'uso del tem-
po, corse a depredare le terre de'volsci, e
dopo aver raccolto un buon bottino ciu-
se Fclitrae di forte assedio; ma essendo-
si i velilerni arresi a patti, ed avendo fe-
delmeuteadempiuto le loro promesse, ac-
cordò ad essi la pace e strinse co'inede-
VE L
smii amicizia. Questa fu così sincera, che
essendo trasmigrala in Roma sotto il suo
successore Tarquinio Prisco la genie Ot-
tavia, una delle piìi insigni di Velitrae,
quelre le accordò immediatamente il di-
ritto di cittadinanza, e re Servio Tullio
nella nuova costituzione data a Roma, l'a-
scrisse fra le patrizie. Così il Nibby, col-
I' autorità di Dionisio e di Svetonio. Il
Banco con qualche differenza narra lai.*
comparsa di Veletri nella storia di Ro-
ma. Egli dice nell'anno 1 37 di Roma, 607
(o 617) innanzi all'era volgare e 33g3
del mondo, incominciò lai.' mossa ostile
falla da'volsci contro la nascente Roma.
La sola Veletri fece questa scorreria io
tale anno, ed i suoi soldati giunsero a in-
festare e saccheggiare il territorio roma-
no. Re Anco Marzio mal solfrendo que-
st'ingiuria uscì da Roma con poderoso e-
seivito; combattè e respinse i nemici, e
tant'oltre avanzossi, che s'impadronì del
territorio veliterno. Assediò la città, ed es-
sendo sul punto di dare l'assalto, suppli-
ci gli si presentarono alcuni de' più an-
ziani cittadini, die per sai varia patria ven-
nero con Anco Marzio a questi patti. Che
Veletri a piacere del re risarcisse tutti i
danni cagionati a Roma. Che i cittadini,
die a questa mossa aveano dato causa, fos-
sero conseguati a'romani. Che le cose tol-
te si restituissero. Che fatta la pace fra'
romani e i veliterni,si stabilisse fedele con-
federazione. Da questi patti sembra ap-
parire, che la mossa ostile contro Roma
non fecesi coll'approvazione del senato e
colle forze riunite delta città; ma piutto-
sto »' intraprese da alcuni capi sediziosi
della gioventù ardita e guerriera, contro
il parere de'più anziani e prudenti sena-
tori. La confederazione stretta dal re di
Roma con Veletri, fa conoscere, come
spiega Banco, quanto forte e potente fos-
se Veletri e da far fronte alla stessa Ro-
ma; lega rinnovata da Tarquinio Prisco,
il quale per accattivarsi e obbligarsi gli
animi de'veliterui, chiamò in Roma gli
Olla vii famiglia primaria della cillà,e l'ag-
VEL
gregò all'ordiue senatorio, Servio Tullio
annoverandola fiale patrizie romane. Li-
vio tace questa mossa de'veliterni contro
Roma, e registra la i.a guerra contro i
volsci mossa ila Tarquinio il Superbo, e
die si conliuuò 200 anni. Nella guerra
intrapresa da Tarquinio il Superbo cou-
Iro i volsci, nella quale cadde Suessa Po-
mezia, non si fa menzione de' velilerni, for-
se perchè mantennero la fede dell'allean-
za fatta col predecessore Anco Marzio.
Questo legame si sciolse in conseguenza
della rivoluzione che espulse da Roma
Tarquinio, e cambiò la sua forma di go-
verno da monarchica in repubblicana.
Tarquinio adoperò tutte le arti per vendi-
carsi de'suoi nemici, ripatriare e risalire
sul trono, soccorso dagli etrusci e da'la-
tioi; abbandonato da Pursenna re de'pri-
mi, che fece la pace co' romani, da'soli la-
tini rimase sostenuto. Per aumentare le
sue forze, cercò 1* amicizia degli ernici e
de' volsci; ma di questi ultimi, tranne gli
Mutati e gli eccetriani, Veletri coll'altre
città volsclie non fecero couto né di Tar-
quinio, né dell'impero che vagheggiava.
Nel 256 di Roma secondo Bauco, o 34$
secondo Nibby, volendo Ottavio Mami-
lio tusculano favorire le parti di Tarqui-
nio suo suocero, procurò contro i romani
la confederazione di molti popoli, fra 'qua*
li uuirousi i veliterni. Equi avverte Bau-
co, contro que* che fauno Mamilio della
famiglia Ottavia, riferire Dionisio allega-
to dal Volpi, che Mamilio nacque nel Tu-
sculo e ivi ebbe origine la sua stirpe; iti*
1 fatti nell'albero genealogico che ci die del-
1 la famiglia Ottavia, non vi si legge il 110-
> ine di Mamilio. Il conflitto fu sanguinoso
e terribile presso il lago Pvegillo , luogu
che Nibby pone a Moncone nel distretto
di Tivoli, completa la vittoria devonia-
ni; e benché l'auno seguente pose termi-
ne alla famosa lega latina per rimettere
i Tarquinii sul trono, la pace co'volsci e
• i villici in nou si ristabilì; perchè sebbe-
1 ne essi uon giunsero in tempo al conflit-
to di Regillo, ed avessero mandato legali
VEL 267
al dittatore A. Poslumio per congratular-
si della segnalata vittoria, il dittatore vi-
de in essi piuttosto degli esploratori e la
fi ode nascosta; dissimulando, difterìa mi-
glior tempo la guerra volsca. Pertanto i
romani, passati 4 anni da tale combatti-
mento, condussero un esercito contro i
volsci, i quali cólti all'impensata, rime-
diarono al disastro con dare 3oo ostaggi
di guerra. Sdegnili i volsci di tale ingiu-
ria, a vendicarla fecero lega cogli ernici,
e mandarono ambasciatori a' latini per
confederarsi contro i romani. Essi però
violando il diritto delle genti, arrestati gli
ambasciatori volsci, legali gli spedirono
a Roma. Per questa perfidia, tanto si ac-
cese il risentimento de* volsci, chesul mo-
mento raccolte buon numero di truppe
le mossero coutro Roma. Si venne alle
mani colla peggio de' volsci, che disfatti
e respinti perderono alcuni luoghi e va-
li terrilorii. Avendo poi indarno richie-
sto a'romani che da'loro confini si par-
tissero, e che le cose loro restituissero, di
nuovo deliberarono di prender l'armi nel
260 di Roma. Radunato un forte eserci-
to, facendo lo stesso i sabini e gli equi,
furono vinti nella battaglia campale nel-
le vicinanze di Veletri, dal cousole Au-
lo Virginio, ed inseguili fiuo sotto la cit-
tà, che Dionisio chiama illustre, grande e
popolosa, e fu indi assediala e presa, im-
perocché i romani inseguendo i fuggia-
schi entrarono insieme in Veletri, dove
si fece più macello che nella pugna, e non
fu dato quartiere che a pochi, i quali si
arresero a discrezione. 11 territorio veli-
terno fu allora dismembralo da quello de'
volsci, e fu mandala iu Velilrae una co-
lonia, ed alla plebe inviatavi furono ri-
parlile le campagne veliterne, coll'obbli-
go di vegliare armati sui cittadini. Livio
e Dionisio descrivono la battaglia con
qualche diversità di circostanze, da Ile qua-
li si ricava che i volsci arditi e piotili
furono i primi a muoversi coraggiosa-
mente, non che sojleciti a ferire il nemi-
co; <; sebbene 1 Citarono perditori, uon fu
aG8 V E L
senza molto spargimento di sangue ro-
mano. Ebbe Veletri diverse deduzioni di
colonie, con abitanti mandativi da Ro-
ma. Lai.' fu questa del 260, reintegra-
la da altra a cagione della peste, che tan-
to infierì da rapire 9 decimi della popo-
lazione di Veletri nel 262 ; que'clie ri-
masero chiesero nuovi coloni a Roma, e
dopo vari dibattimenti vi furono spediti,
compassionando i romani tanta miseria,
e non doversi ricordare l'ingiurie de'ne-
mici e vendicarle in tal frangente, 1* ira
divinaavendo abbastanza punita la ribel-
lione da loro tramata. Dipoi la 3." dedu-
zione accadde nel 4 1 J, come dirò. A que-
ste 3 deduzioni di colonie, vuole Scotto
citando Frontino, si debbono aggiungere
2 colonie militari , per essere state due
volte divise le campagne di Veletri, pri-
ma per legge di Tiberio Sempronio Grac-
co, poi sotto Augusto. Caduta questa cit-
tà in potere de' romani , stabilirono essi
servirsene come di frontiera e di forte
presidio, essendo Veletri in que' tempie
per natura e per arte fortissima, posta in
sito mollo opportuno per reprimere l'im-
pelo de' volsoi e degli altri popoli nemi-
ci di Roma. A ragione dunque la dichia-
rarono colonia militare, acciocché agran-
dissima diligenza de'soldati, che vi avea-
110 le proprie famiglie, fosse custodita e
guardala. Esiste nel museo di Parigi un
aulico piombo veliterno, in cui leggesi
Multici pium p'eliternuni. Per questo mo-
numento potendo insorgerecontroversia,
pel riferito da Livio e da altri scrittori,
opportunamente ricordò Bauco il regola-
mento de'romani nel dai e diversa forma
di governo alle città soggiogate. Alcune
l'appellarono municipi} ' , altre colonie, l
innnieipii aveano le proprie leggi e i pri-
vilegi della cittadinanza romana; la colo-
nia era popolo condotto e mandato ad a-
hi lare uà paese colle stesse leggi della cit-
tà che Io inaurava. Fra le colonie eran-
vi le romane e le latine, di maggiori o-
noti essendo fregiate le prime. Ma alle
valle variamente le colutile si dissero iuu-
VEL
nicipii, e questi presero il nome di colo-
nia, onde le denominazioni di colonia e
municipio furono usate promiscuamente,
come notai ne' loro articoli ; ed in Vele-
tri stesso ne abbiamo una prova, scriveu-
doS vetonio che l'avo d'Augusto visse con-
tento del ricco patrimonio e delle muni-
cipali magistrature veliterne. Il Bauco lo-
da il savio sistema de'romani, profittan-
do delle città conquistate con dedurvi co-
lonie per utili cagioni, e principalmente
per tenere in soggezione i popoli vinti, per
reprimere le scorrerie nemiche, per pro-
pagare la stirpe romana, per provvedere
la plebe bisognosa, per quietare le sedi-
zioni popolari, per premiare i soldati ve-
terani colla distribuzione delle terre nel-
le colonie militari. I romani anziché edi-
ficare fortezze e rocche nelle città con-
quistate, costumavano dedurvi colonie,
assicurando in tal modo colle popolazio-
ni benevole e interessate i paesi soggetta-
ti. Vedasi il Ricchi nella Reggia de' Fol-
ta', lib. 1, cap. 36; Velletri, Colonia de
romani XII, Viene Veletri annoverata
fra le prime colonie che i romani dedu-
cessero, e così prese forma di governo so-
migliante a Roma e colle stesse sue leg-
gi, essendo i veliterni annoverati alla cit-
tadinanza romana. Per cui nell' elezione
de'magistrali di Roma, eglino vi contri-
buivano co' loro voti. Vogliono Volpi e
Muraioli, che i veliterni fossero ascritti
alla tribù Pontina , per un inarmo tro-
vato in Colle Ottone, riportato nn\Y Iscri-
zioni l^cUierne da Clemente Cardinali,
il quale però eruditamente dimostra che
i cittadini d' una stessa patria potevano
essere ascritti a diverse tribù. Nel 262 le
prosperità di Roma vennero funestale da
diverse calamità , di carestia per aver i
plebei abbandonato l'agricoltura ritiran-
dosi sul Monte Sagro, e di orribile guer-
ra se i volsci che già prendevano l'arni
non fossero stati percossi da terribile pi
stilenza. Questi sempre pronti a resisi
re a' romani, e ad invadere il loro Ieri
Iorio , credendo giunto il tempo di fui
VE L
un colpo felice sui loro nemici, invece fu-
rono avviliti e posti in grave timore dal
flagello della peste, che ridusse al più de-
solante squallore tutta la nazione. In po-
co tempo restarono spopolate tutte le lo-
ro città e castella; ma dove più il malo-
re infierì fu in Velelri, che amplissima
e popolalissima, rimasta quasi priva d'a-
bitanti, fu a sua preghiera di nuovo po-
polata da' romani colla deduzione della
2.* narrata colonia, anche per diminuire
le forze della plebe tumultuante e la fa-
mei he pativa Roma. Mentici coloni pas-
savano ad abitare un fertile paese , per
altro spaventali dal contagio che l'uvea
spopolato, onde vi si recava un numero
minore del deliberato in senato, quando
questo decretò che a sorte si scegliessero
i futuri abitatori di Velelri con gravis-
sime pene a' ricusanti, e così finalmente
' una grande quantità di cittadini dovè an-
darvi, e la città ebbe una colonia eccel-
lente. Nel 265 di Roma di nuovo i volsci
impugnarono 1* armi contro di essa, col-
legati cogli ernici, invadendone il territo-
rio. Il console T. Licinio spedito per af-
frontare i volsci, con poderoso esercito si
attendò nel territorio velilernojpoichè Az-
zio Tulio condottiero de' medesimi, vo-
lendo seguir il consiglio di Marzio Corio-
lano, esule romano datosi a'volsci,che pro-
poneva doversi prima vincere gli alleati
di Roma per questa facilmente debella-
re, venne contro Veletri colonia roma-
na, se n'impadronì e la restituì a' volsci.
Coriolano, cessando di marciare su Peo-
nia, dipoi per l'invidia di Tulio restò la-
pidato da'volsci (nel t.i4, p. 21 dell'i^/-
bum di Roma, si legge un articolo del p.
F. Lombardi intitolato : // sepolcro dì
Caio Marcio Coriolano in A tizio. Lo di •
ce tale secondo la tradizione del luoeo, e
lo descrive. Certo è, che Coriolano, riti-
rali gli eserciti volsco-anziati dalle fosse
Cluilie e giunto in Anzio, quivi venne
trucidato barbaramente dalla moltitudi-
ne qual traditore, per avere indietreggia-
to nel marciare su Roma, mosso dulie la-
V E L 2G9
gì ime di Veturia sua madre e delle ma-
trone tornane, peroranti per la salvezza
della comune patria. Calmali gli animi e
ricordali i di lui meriti, gli fu posto nel
foro un monumento che lo tramandasse
a' posteri. Nello stesso giornale romano,
nel t. Si, p. 243, si dà erudito raggua-
glio del pubblicato Poema del Coriola-
no, Epopeia sopra quell'illustre capitano,
che condannato dalla furente plebe roma-
na, nel corso de'suoi trionfi e conquiste,
mentre stava per vendicarsi dell'esilio col-
la punizione di Roma, perdona alla pa-
tria le offese, e così impedisce la domina-
zione volsca, e resta Roma libera dal so-
vrastante estremo pericolo. Per analogia
d'argomento, e per avere nel 1849 l'('°"
nata la pace a Roma la valorosa nazio-
ne francese, a questa venne intitolato il
poema). Ma inseguito, poco lungi da Ve-
letri si venne a battaglia, verso il incinte
che la domina, in luoghi disastrosi, ove
inutile si rese la cavalleria d'ambo le par-
li. Si combattè con varia fortuna, finché
il prode Tulio restò ucciso, e la vittoria
fu di Licinio, senza conseguirne altro van-
taersio; tuttavolta ebbe eli onori del Irion-
fo, e grandi allegrezze si fecero in Roma.
Anche dopo questa disfatta gl'indomabili
volsci non tralasciarono d'angustiare col-
l'armi i romani,con più falli d'armi sinoal
35o,nel qual periodo di tempo nulla dicesi
di Velelri. Avendo i romani nel 35 1 sog-
giogata Ansur e Allena città vo!sche,al di-
re di Diodoro di Sicilia, mandarono coloni
a Veletri. Forse i veliterni vedendo gli
straordinari progressi dell'armi romane,
uniformandosi per allora con savio consi-
glio agli e venti, accettarono i coloni di Ko-
ma, e ritornarono all'antica forma di co-
lonia già circa a 90 anni prima ricevuta,
che probabilmente aveano scossa con por-
si in libertà. Sebbene Veletri fosse stata
riempita di romani, nella 2." deduzione
per essere sopravvissuta solo la io." par-
te de' suoi abitanti, convien congettura-
re chela ferocia o incivilimento de'nuo-
vi coloni gli avesse incitali contro Roma
270 V E L
loro patria originaria, e fors'ancbe per
essere tiranneggiati dalla repubblica, del-
la quale tentavano spesso scuoterne il
giogo per rendersi liberi; ed i nuovi abi-
tatori, come vado a dire, tornaronoa im-
pugnar l'armi contro Pioma, di cui era-
no cittadini per privilegio e per origine.
1 romani occupati nel famoso assedio di
Veiot per alcun tempo lasciarono sospe-
se le ostilità cqntro de' volsci. Ma Vele-
tri nel 36a rassicurata dal primiero li-
more, e ristorale le forze militari, all'an-
tica libertà si ridusse. I romani per sot-
tometterla contro di lei arraaronsi, ma
nulla si conosce cosa avvenne: forse ì ro-
mani preoccupati in altre sopravvenute
guerre, riserbarono ad altro tempo la
vendetta. Arsa e manomessa Roma nel
365 dal furore de' galli, dopo tanto ec-
cidio si vide sopra l'armi de' volsci, spe-
rando come occasione opportuna d'estin-
guere il nome romano. Pel grave e im-
minente pericolo, i senatori crearono dit-
tatore l'espugnatore di Veio Furio Ca-
millo nel 367, il quale marciò contro i
vohci, li combattè, vinse e riconciliò con
Roma. Siccome in questa riconciliazione
vi fu compresa Yeletri, Eutropio dice
che Camillo vinse la città de' volsci, on-
de a credersi che in quel tempo tornas-
se alla condizione di colonia. Dopo tante
sconfitte e ad onta della manifesta for-
tuna de' romani, i volsci non avviliron-
si, anzi più animosi di nuovo armaron-
si nel 371 di Roma, per tentar nuova-
mente d'opprimerla. Fra le tante fazio-
ni guerresche che si successero, la più fa-
mosa fu quella, in cui armaronsi a dan-
no della repubblica più nazioni, i volsci,
i latini, gli eroici, cui si aggiunsero i po-
poli di Circeo e di Veletri, ambo colonie
romane. Per opporsi a quest' imponente
armamento fu creato in Roma dittatore
Aulo Cornelio Cossoj che subito si mos-
se col l'esercito per opporsi al nemico. Ac-
eam possi in luogo vantaggioso, e dopo
aver confortalo i soldati con veemente
allocuzione, die segno alla battaglia, che
s
V EL
cominciò con indicibile ardore fra le pa
ti. La cavalleria romana scompigliò
fanteria nemica, e i volsci in fine sitia-
te l'armi dieronsi alla fuga; molli furo-
no i prigioneri, massime Ialini e ernia
volontari, oltre alcuni capi principali del-
la gioventù nobile, ed alcuni di Circeo e
di Veletri, mandati tutti a Roma,
colpa maggiore di questa sollevazione i
potandosi a' circeiesi e a' veliterni, furo
no trattati dal senato aspramente, perchè
essendo cittadini romani, aveano congiu-
rato col consiglio e coll'armi a' danni di
Roma loro patria. Nell'anno seguente i
volsci, i circeiesi e i veliterni spedirono
legati a Roma a chiedere i prigioni, col
pretesto che avendo agito contro il vole-
re del comune, volevano punirli secondo
le leggi; e li ottennero dopo duri rimpro-
veri. Non andò guari che si tolsero la ma-
schera dal viso, e se una pestilenza non lì
colpiva sarebbero entrati tosto in cam-
pagna. In genere i veliterni erano nella
disposizione di venire ad un accomoda-
mento, ma gli autori della defezione, te-
mendo d'essere sagrificati,cercarono di di-
storte sollevarono la plebe a da re il sacco
alle terre de' romani, donde poi derivò
una vera guerra. I volsci sempre auda-
ci e animosi, nel 373 tentarono di nuovo
la fortuna della guerra per abbattere pos-
sibilmente la potenza romana. Raccol-
te nuove leve, e colla confederazione de'
la nu vini (avverte Bauco, che Lanuvio vie-
ne annoverala fra le città volsche, ed è
diversa da Lavinio, e credesi che fosse
dove oggi si vedono le rovine del castel-
lo diroccato di s. Gennaro, 6 miglia lun-
gi da Veletri. Altri la pongono a Civita
Lavinia, che descrissi a Genzano, con
Nemi, e Ardea capitale de' rutuli; men-
tre di Lavinio, con Laurentoe Alba Lun-
ga come state metropoli del Lazio in que-
st'articolo ne ragionai), posero in piedi
un più numeroso esercito del preceden-
te. Dispiacque non poco a Roma questa
repentina mossa de' volsci; ed i cenatovi
furono di parere che questo uuovo disa-
VEL
stro fosse slafoeccilato da' veliterni, e che
se fossero stati castigali nell'ultima guer-
ra, non avrebbero suscitato nuove fazio-
ni in dispregio della repubblica. Il sena-
to quindi decretò la guerra contro i vol-
sci; i tribuni vi si opposero, ma tutte le
tribù la vollero. Troppo erano temuti da'
romani i volaci, e specialmente i veliter-
ni. Furono creati nuovi tribuni militari,
de' quali alcuni restarono alla custodia
di Roma; e Spurio e Lucio Papirii con-
tro Veletri direttamente condussero l'e-
sercito. Uniti erano i veliterni co* pre-
neslini, fra' quali eravi una stretta lega,
e dice il Petrini nelle Memorie Prene-
sline, che vi andarono in tanto numero
clic quasi superarono gli abitatori della
colonia di Veletri. Si venne a battaglia
colla solila fortuna de' romani, e siccome
la zuffa accadde vicino a Veletri, i vol-
sci scorgendo il pericolo die loro sovra-
stava, con opportuna ritirata entrarono
nella città, che essendo ben munita e me-
glio fortificata, i tribuni romani risolvet-
tero di non cimentarsi in pericoloso as-
salto, riconoscendo per dubbio l'esito del-
l'impresa. Di questa mossa furono più
incolpati i preneslini ausiliari, che i veli-
terni primi autori, per cui il senato pro-
vocalo da' tribuni sdegnati co' prenesli-
ni, che nella pugna aveano mostrato più
accanimento degli stessi veliterni, dichiarò
loro la guerra nel 3y4 (nel 38o avanti
l'era nostra dice Petrilli). Questi unili a'
volsci ed a'velilerni formato un buon e-
selcilo, presero a viva forza Satrico co-
lonia romana, già città volsca, usando
contro il presidio romano grandissima
crudeltà, per la sua pertinace difesa. Irri-
tato il senato e popolo romano di questo
fatto, subito crearono per la 6." volta tri-
buno militare Furio Camillo, il quale
combattè e vinse i nemici, riconquistan-
do Salrico; vi perì il suo collega, giovine
di troppo ardore che avea compromesso
l'esercito. Quindi marciarono i romani
su Veletri, ma furono costretti ritirar-
ti. Ma JN'ibby riporta l'iscrizione di elogio
VEL 571
incìsa sul piedistallo della statua eretta
n Camillo, già riferita dal Cardinali, per
aver trionfato de' volsci ancora,perciò eb-
be per la 3.a volta gli onori del trioufo.
Querela vasi intanto la plebe romana con-
tro il senato, perchè nelle guerre inces-
santemente fosse consumala, prima a Sa-
trico, poi a Veletri, indi a Tuscnlo, per
impedirle di convocarsi per reclamar
contro le continue gravezze. Nel 3j5 si
eccitò quindi in Roma una specie di se-
dizione, anche per l'eccessivo rigore che
si usava contro i debitori. Falli perciò
audaci i preneslini, coll'armi dierono il
guasto al territorio Sabino, e predando
la campagna romana, senza opposizione
giunsero alla porla Collina. Un' azione
così ardila spaventò i romani, e dimen-
tica te le private dissensioni, a riparare la
pericolante repubblica, losto crearono
dittatore T.Quinzio Cincinnalo, che no-
minò maestro della cavalleria Aulo Sem-
pronio. Radunato un buonesercitOji pre-
neslini si ritirarono all'Alba nella lusin-
ga di non esser assaliti, come luogo di
ribrezzo pe' romani per la memorabile
sconfida ivi ricevuta da' galli. S'ingan-
narono, poiché i romani li assalirono eoa
tal valore, che dopo breve combattimen-
to fugarouo il nemico; indi espugnarono
gli 8 oppidi o castelli de' preneslini, che
formando la loro signoria, perderono co-
sì le reliquie dell'antico loro regno. Il dit-
tatore passò ad espugnarePalestrina, l'eb-
be per capitolazione, trasportò in Cam-
pidoglio la statua di Giove Imperatore,
e ricevè gli onori del trionfo. Rivolto l'e-
sercito contro Veletri per conquistarla,
come confederata di Preneste, Cincinna-
to l'espugnò dopo resistenza, e pare pri-
ma di Preneste slessa e dopo l'espugna-
zione degli oppidi ; non conoscendosi le
condizioni imposte dal dittatore alla co-
lonia veliterna ricalcitrante. Nata gara in
Roma sull'elezione de' consoli e le que-
stioni delle leggi Licinie, per circa 5 an-
ni i romani trascurarono i più rilevanti
affari della repubblica. Da queste intesti-
i7t V E L
De discordie presero i Teli terni occasione
di mostrare il loro risentimento, e dive-
nuti più animosi e invigoriti per l'ozio
d'alquanti anni, prese l'armi scorsero più
volte predando il territorio romano, e
tentarono di conquistar Tusctdo con as-
sediarlo strettamente. Essendo i tuscu-
lani amici, anzi cittadini romani, a que-
sti chiesero soccorso. In questo frangen-
te furono creati in Roma nuovi tribu-
ni militari, si fece leva di buon esercito
e sollecitamente fu inviato contro i veli-
terni. Forzati essi a levar l'assedio, inse-
guiti da' romani si rinserrarono in Vele-
tri, e furono cinti da rigoroso assedio;
ma senza successo pel valore de' difenso-
ri e la fortezza della munita città, ad on-
ta che perciò fossero creati nuovi tribu-
ni militari e tanto numeroso fosse l'eser-
cito, che in Pioma non si poterono adu-
nare i comizi, pe* quali furono costretti
sciogliere l'assedio che gli avea annoiati,
onde dare il loro voto come cittadini ro-
mani, poiché le controversie tendevano
a variare la costituzione della repubbli-
ca. Ritornati i romani all'espugnazione
di Veletri, se grande fu la loro costanza,
non minore fu la vigilanza e fortezza de'
veliterni nel difendersi. Per 4 anni sosten-
ne Veletri quest'assedio con tutte le for-
ze de'romani, che allora non aveano al-
tre guerre, cioè dal principio del 385 al
388. La diuturnità dell'assedio, l'ardo-
re de' romani in tale impresa, tutte le
loro forze riunite contro una sola città
da niuno soccorsa, dice Dauco, sono tutte
circostanze che mostrano la straordina-
ria fortificazionedi Veletri, e il valore de'
cittadini resi forti e costanti «'patimenti
dall'amore della patria e della libertà. Al
due di Plutarco, quello che i romani non
poterono ottenere con sì lungo e stretto
assedio, alla fine senza forza d'armi e col
solo nomeeautorilàdiCamillo nellostes-
so 388 conseguirono. In quest'anno tor-
nali i galli a danno di Roma, Camillo
creato di nuovo dittatore li sconfisse, in-
di senza combattere prese Veletri. Esi-
ne
V E L
steva in questa città un'aulica porta e
nome di Furia, ed è costante tradizion
che da questa vi entrasse Furio Cantili
Ma non solo la scorreria de' galli disi
se i romani dall'assedio, ma ancora
guerre contro gli ernici, i tiburlini, ed
tarquiniesi da' quali furono rotti, come
racconta Nibby. Quanto fossero antan
della libertà e coraggiosi i velilerni,a
corchè la loro città fosse colonia roman
e pochi anni prima da Camillo sottome
sa, scorgesi dalla nuova mossa ostile che
fecero uniti a'privernati nel 3g7 : questi
due popoli nazionali e amici, investito il
contado romano, lo devastarono e sac-
cheggiarono. A quell'epoca già andavasi
maneggiando la celebre lega latina, che
tendeva ad emancipare il Lazio e le al-
tre regioni soggette a'romani. Infatti nel
4 1 5 Lucio Annioselino e Lucio Numidio
circeiese, sebbene le loro patrie fossero
colonie romane, apertamente sollevaro-
no gli altri popoli volsci, i latini e i con-
federati; ma per allora ricusarono l'unio-
ne i veliterni e segnini, stimando di non
essere proprio del loro onore il guerreg-
giare a richiesta altrui. Nel 4' 6 si mosse-
ro i veliterni a difesa di Pedo, che da' ro-
mani assediata chiese l'aiuto loro e de' li-
burtini e prenestini, amici e confederati,
a' quali poco dopo si unirono i lanuvi-
ni e gli anziati. Si die battaglia, in cui i
romani furono superiori, ma con poco
profitto; perchè la città non fu espugna-
ta, e gli alleali non patirono gran disa-
stro. Però le altre genli volsche e Ialine
avendo perduto la più bella gioventù nel-
le precedenti rotte, erano divenule im-
potenti a formare campo, né potevano
sopportare il giogo dell'altrui dominio.
Tanto più erano esse angustiale, perchè
miravano quasi tutto il lerrriloi io della
nazione, cominciando da Priverno fino
al fiume Volturno che scorre presso le
mura di Capua, esser già slato preso da'
romani, distribuito e assegnato alla pie*
be. Risolvettero perciò di non muovere
più guerra, ma solamente d'accorrere in
VEL
aiuto eli ({nelle città, che da' romani tol-
sero assalile. Da ciò si trae, che già la
bellicosa nazione volsca eranella sua de-
cadenza, ed in breve era per perdere la
libertà e vedersi sotto il giogo romano,
senza speranza di potersi più riunire in
nazione. Si mossero intanto a soccorrere
Pedo gli a rici ni, i ianuvini e i veliterni ;
le schiere de'quali giunte presso il fiume
Astura, furono all' improvviso, mentre
univausi agli anziati,da Caio Menio com-
battute e sbaragliate nel 4 ' 7 di Romn,se-
condo Livio, e conseguenza della vittoria
fu il conquisto di Veletri. Furio Camil-
lo prese d'assalto Pedo e soggiogò quin-
di lutti i popoli del Lazio, sul contegno
de' quali formò allora il senato un rigo-
roso processo, dando ad ognuno a misu-
ra della sua reità il meritato castigo; e
quello toccato a' prenestiui fu la diminu-
zione d'altra porzione di territorio, anche
in punizione d'aver aiutato i galli barba-
ra nazione. Veletri forse come più polen-
te dell'altre città e ripetutamente ribelle
e nemica a' romani concittadini, fu più
severamente e senza pietà trattata. De-
molite le sue mura, il senato velilerno fu
abolito, trasportato in Roma e confinalo
ad abitare nella regione di Trastevere,
colla pena e multa di iooo monete o lib-
bre comediceNibby,achi fossegiuntodi
qua dal fiume, da pagarsi a quelli che gli
avessero presi, in potere de'quali dovea-
no restare sino all'intero pagamento. Ad
occupare le possessioni veli terne de'sena-
tori, furono mandati altri coloni, in puni-
zione delle ripetute ribellioni, benché cit-
tadini romani, i quali coloni mantennero
in Veletri l'aspetto dell'antica popolazio-
ne. Ma dopo poco tempo decretò il senato
la riedificazione delle mura della città, e
che questa fosse ripopolata colla romana
cittadinanza, con tutti i di ritti e onori che
prima avea goduto e comuni all'altre co-
lonie. Privernofu trattata collo stesso ri-
gore. Era Veletri città polente, popo-
lala, forte e principale della nazione vol-
scu; onde non è da meravigliarsi, se do-
VOL. LXXXIX.
VEL
vette soggiacere a tanta sciagura. Per ca-
gione dello sdegno de' romani verso la cit-
tà, essi incrudelirono ancora contro i tu
scotani, per averle nella ricordata guer-
ra prestalo aiuto. Abbassata pertanto e
sottoposta Veletri a' romani, questi re-
spirarono nel veder finite le guerre de'
volsci, che furono i più feroci e potenti
nemici di Roma. Dalla 1/ guerra intra-
presa da Veletri nel 127 di Roma con-
tro essa sino al 4*7> ^a totale conquista
della città costò a' romani il travaglio
quasi di tre secoli, collo spargimento di
non poco loro sangue. Dal marmo di
Campidoglio che ne' fasti ricorda il trion-
fo di Menio, osserva Cardinali, che la lo
tale roviua e conquista di Veletri devi-
si anticipare almeno a'3o settembre 4 ' ~> >
in cui quel capitano trionfò, o nel pre-
cedente agosto, perchè il canone cronolo-
gico di que' fasti differisce da quello se-
guito da Livio di due anni. Questa guer
ra fu chiamata da Livio eterna, gravis-
sima da Cicerone, e celebrata molto da'
posteriori storici. Al console Caio Menio,
oltre il trionfo, fu innalzata una statua
equestre nel foro, dimostrazione rara ut
que* tempi. Liberati i romani da' vicini
volsci e veliterni, poterono in breve tem-
po stendere il loro dominio in altre par-
ti d'Italia e fuori ancora. In Roma lun-
gamente esistette la memoria de' senato-
ri veliterni, poiché tra le 7 curie del po-
polo romano, che traevano il nome dalle
città, i di cui cittadini erano stati condot-
ti in Roma, eravi la Curia Sciita. Que-
sta così appellossi dalla città di Veletri,
perchè i di lei cittadini divennero parte
di quel popolo, che signoreggiò a tutte
le nazioni conosciute; ed in essa i veliterni
si radunavano, come loro luogo distinto
e particolare. Il provvedimento preso dal
senato romano per togliere a Veletri per
sempre ogni ardire e possanza, e per ren-
dersela soggetta e ubbidiente, fu molto
accorto e politico. Togliendole! senatori,
che costituivano le famiglie nobili, le più
distinte e polenti, che regolavauo i pub-
18
a74 VEL
Mici affari e la città dirigevano, il popolo
restò come un corpo senza capo. Quiucli
in Veletri si presero altredeliberazioni, si
deposero gli arditi pensieri di tentare nuo-
ve imprese, si risolvette d'acquietarsi,
d'uniformarsi alla fortuna, e di rendere
a Roma quell'ubbidienza che ormai da
buona parte d'Italia cominciava a riscuo-
tere. Veletri adunque già colonia roma-
na, riputossi d'una condizione anche il-
lustre per la nobiltà e pel decoro del po-
polo romano, di cui faceva parte, onde
restò contenta di aver con esso comuni
gì' interessi, e si uniformò alle leggi io-
mane.
Il governo di questa città dopo il di-
scioglunento del regno volsco fu di re-
pubblica aristocratica regolala dal ceto
de' cittadini nobili, i quali formavano il
corpo de' seuatori. Nella già discorsa la-
mina volsca si rileva ette in questa città
esisteva un supremo magistrato appellato
Medi X. Non si può certamente conget-
turare, se egli sia stato nel regno volsco,
o allorché questa città reggevasi in forma
di repubblica. Soggiogata Veletri dalla
potenza romana,fu regolatoli governo del-
la medesima a norma degli stabilimenti
di quella repubblica. Nelle colonie roma-
ne i consoli a differenza di Roma chiatna-
■vansi Duumviri ,eil senato dicevasiC«/'/V7,
i senatori denominandosi Decurioni. E
siccome nell' elezione de'senatori romani
aveasi riguardo al valore del patrimonio,
cosi anche pratica vasi nell'elezione de'de-
curioni della colonia, le facoltà de'quali
doveano ascendere a 1 00,000 sesterzi. In
diverse lapidi, riferite con altre del Bau-
co, si fa menzione del governo de'dnum-
viri in Veletri. Da esse si apprendono
pure gli altri pubblici magistrati ed uffi-
ci di Veletri, cioè la prefettura de' fab-
bri, chedovea essere in molta stima, pre-
giandosene que'che giungevano a godere
I' onore del duumvirato, ed equivaleva
a'consoli o altri primari ufhziali delle po-
steriori università artistiche. Vi erano an
co i maestri quinqueunali de collegi de*
VEL
fabbri, tignarli ec, l'uflieio de'qualidi -
lava 5 anni. Esisteva il magistrato che
presiedeva a'giuochi ne'quali esercitava-
si la gioventù, Curator lusus juventini*.
Vi era ancora l'avvocato della colonia,
Patronus Colon. Residente in Roaiaa tu-
telarne g!' interessi e affari, come princi-
pali cittadini della metropoli. Tra gli al-
tri magistrati di cui è memoria ne'mar-
mi scolpili, eravi il pretore a cui appar-
teneva il giudicar le liti e controversie
che fra' cittadini insorgevano; edil que-
store che avea cura del pubblico erario;
il principe e il rettore o difensore della
curia, magistrato urbano eletto per suf-
fragi de' principali decurioni. Veletri di-
venuta fedele a'roinani, nelle più critiche
e pericolose circostanze colle sue forze con-
corse alla difesa della repubblica. Cosi
quando Pirro re d'Epiro venuto in Italia
a' danni di Roma, dopo aver soggiogato
la Campania, trovò in Veletri il termi-
ne delle sue conquiste e delle sue vitto-
rie. Questa città fu un forte propugnaco-
lo per Roma; e giunto sin qui rilirossi
prontamente all'avvicinarsi de'd uè eser-
citi consolari. Le vaste conquiste de' ro-
mani li portarono a cimentarsi co'cartagi-
nesi,anch'esso popolodominatore,il quale
capitanato dal famoso Annibale nei 534
di Roma si portò ad assalir questa. Per
affrontarlo, raccogliendo i romani solda-
tesche da tutta I' Italia, anche Veletri
somministrò le sue, che insieme ad altri
popoli furono condotte da Scevola capi-
tano celehratissimo (ciò riferendo Silio I-
talico, poeticamente qualificò Vellelri, m-
celebri mi serunt valle; ed il suo com-
mentatore Marso spiegò, una volta igno-
bile e non frequentata, liauco giustamen-
te li confuta, colla topografica situazione
di Vellelri, posta sopra vari elevali col-
li, che dominano tutte le sottoposte pia-
nure sino al mare Tirreno, e colla storia
narrata prima di Silio, da Dionisio e
da Livio, i quali dichiararono Vellelri,
Splendida volscorum urbs magna pò-
pulosa .... nobilis ejus gcntis veliti i>
VEL
Quibiis adscriptù, speciem anliquae
frequentine Felilrae rcceperunt, cioè
prima e dopo d' essere stata vinta da'ro-
tnani). L' esercito romano venuto a bat-
taglia presso Canne Fu interamente disfat-
to; non ostante, seguitarono i veliterni
a prestare ogni soccorso d'armi a'roma-
ni contro il fulmineo Annibale. Questi
inorgoglito da'trionfi, audacemente s'av-
vicinò a Roma coll'esercito, saccheggian-
do e depredando i dintorni nel 53g, te-
nendosi lungi da Veletri, i cui citladiui
in tale anno fecero parte dell'esercito ro-
mano nell' assedio di Capua. Allorché fu
dato a questa città l'assalto, il dì innanzi
che si arrendesse, il valoroso Caleno ca-
pitano, uscito fuori a danno degli aggres-
sori, fra gli altri uccise uu velileruo, ed
egli pure vi restò estinto; e nel d'i seguen-
te i romani entrarono vittoriosi in Capua.
Ardendo aucora la guerra contro i car-
taginesi, nel 548 accadde in Veletri un
disastroso terremoto, e fu così tremendo
che non solo ne restò commossa la città col
territorio, ma si aprirono profonde vora-
gini, restandone assorbiti piante e alberi.
Tre anui dopo furono tocchi dal fulmine
i templi d'Apollo e di Stingo, e in quello
d'Ercole nacquero capelli; pretesi o esage-
rati prodigi di sopra ricordali. Nel 552
danni orribili recò a Veletri altro terre-
molo, aprendosi la terra per lo spazio di 3
iugeri con grande e profonda caverna,ch'è
quanto dire un tratto di terra lungo pie-
di 720 e largo 36o, ovvero 86,4.00 pie-
di quadrati, perciò spaventevole sprofon-
dauieiito.OsservaNibby, che essendo Ve-
letri situato in un suolo vulcanico, andò
soggetta ad un avvallamento simile a
quello avvenuto nel 1837 in Albano, do-
po le grandi pioggie della primavera e
dell'inverno. Altro notabile avvallamen-
to avvenne poco prima del 18T0 nelle
campagne di Semionda. Frattanto per
la famosa legge Sempronia di T. Sempro-
nio Gracco, che fu cagione di sua morte e
d'infelicissime conseguenze, nel 620 per
la uuova divisione delle terre ebbe altra
VEL a75
colonia anche Veletri, come già notai.
Nella guerra Sillana non si fa menzione
di Veletri, né ciò è strano, stando la cit-
tà affatto fuori di strada, e non essendo
fortificata, non potè offrire attrattive uè
pel partito di Mario e né per quello di
Siila. Nel rimarcarlo Nibby, dichiara che
dopo lo smantellamento delle mura fatto
verso il 4'7> nou trovò indizi di rial-
zamento di mura, almeno fino a' tempi
d'Augusto. Alla fine della repubblica ro-
mana Veletri divenne più celebre per
aver data origine a Caio Ottavio Turino,
o Cepia, nato dopo 1* adozione dello zio
Giulio Cesare col nome d'Ottaviano (co-
me nato dalla figlia di sua sorella A Iti a o
Azziaaricina, perciò gloria anche di Riccia
o Arida, come notai in quell'articolo), e
dopo il suo innalza mento con quel lo d'Au-
gusto; non che egli nascesse in Velelri,
come molti pretendono.giacchè Svetonio
nella sua vita chiaramente dimostra, olia
venne alla luce in Roma, nella regione
del Palatino, ma perchè veliterna era la
gente Ottavia,alla quale apparteneva. Co-
si il Nibby. Ma il Bauco dislesamente ra-
giona d' un personaggio che signoreggiò
lungamente e con tanto senno il mondo,
e che di Veletri fu e sarà I' ornamento
e la gloria. Egli annovera per prima tra
le prerogative che rendono celebrata Ve*
letri, quella d'aver dato origine alla stir.
pe degli Otta vii, dalla quale discese Otta-
viano Augusto i.° imperatore del mon-
do, e credesi d'avergli dato anco i natali.
Che la famiglia Ottavia abbia avuto la
sua nobile antica origine da Veletri, l'an-
dai col benemerito ed eccellente patrio
storico dicendo. Imperocché una contra-
da nella più celebre parte della città chia-
mossi Ottavia, ora Castello per esser il
sito più elevato e ove esiste il Vico Otta-
vio, ivi essendo stato eretto il suddetto al
tare consagi alo a Marte da uno degli Ot-
tavia Bauco riporta lutti gli autori prin-
cipali chene scrissero, fra'quali Domeni-
co Magri che chiamò Velelri: potentis-
sima città volsca, e fortunatissima patria
2j6
VEL
della gente Ottavia nata per governare
Roma, anzi il mondo tutto. Il cognome
di questa famiglia si vuole derivato dal
numero d'otto figli, come le stirpi Quin-
zia, Sesta e Decia furono così dette, per-
ché il loro autore nell' ordine della ge-
nerazione era il quinto, il sesto, il deci-
mo: cosigli Ottavii furono con tal nome
chiamati, perchè l'autore di questa stir-
pe dall' ordine della generazione ebbe il
pronome di Ottavio. Già dissi come da'
re di Roma la gente Ottavia fu annovera-
ta fra le famiglie romane al senato, e fra
le patrizie; ma col decorso del tempo pas-
sò fra le plebee. Dopo lunga serie d'anni
per opera di Giulio Cesare tornò di nuo-
vo a figurare nelle patrizie. Caio Rufo fu
il i.°di questa stirpe, eletto per voli del po-
polo alle magistrature, essendo già stalo
questore. Ebbe due figli Gneo e Caio,
da' quali discesero due famiglie degli Ot-
tavii di diversa condizione. Poiché Gneo
e tutti i suoi discendenti ebbero grandis-
sime dignità, enumerate da Rauco; ma
Caio e i di lui posteri o per umani ac-
cidenti, o per propria volontà si rimase-
ro nell'ordine equestre sino al padre di
Augusto. Gli Oltavii della stirpe di Ca-
io, dalla quale quel grande discese, seb-
bene contiuuamenle dimorassero in Ve-
lelri, pure non furono affatto privi de-
gli 01101 i della repubblica. Caio Ottavio
III, proavo d'Ottaviano Augusto, fu
tribuno militare in Sicilia nella i." guer-
ra contro i cartaginesi. Caio Ottavio III,
avo d' Augusto, fu contento di godere iu
Velelrisua patria le pubbliche magistra-
ture e gli agi del suo ricco patrimonio:
giunto alla vecchiezza, ivi finì i suoi gior-
ni. Il suo figlio Caio Ottavio innalzò co'
propri meriti la sua casa, avendo lode-
volmente esercitato le cariche diti ibuno,
questore, edile, giudice, senatore, e final-
mente proconsole o pretore col governo
della Macedonia, disfacendo nel recarvisi
a Turi (per cui fu imposto il cognome di
Tui ino ad Angusto, prima avendo quello
di Cepa), d'ordiue del senato, i fuggitivi
VEL
avanzi dell' esercito di Spartaco e di Ca-
tilina. Governò la provincia con giustizia
e valore, perchè in un gran conflitto fu-
gò i bessi e i traci. Partito di Macedonia,
morì all'improvviso in Nola nell'anno di
Roma 690, e dipoi dal figlio Augusto gli
fu eretto nel Monte Palatino un arco ma-
gnifico. Egli dalla sua 1 .* moglie Anca-
ria ebbe soltanto Ottavia maggiore, pri-
ma moglie di Marcello personaggio con-
solare, e poi del triumviro Marc' Anto-
nio; di rara bellezza esavissima. Da Mar-
cello essa ebbe il celebre Marcello, im-
mortalato da Virgilio, che Augusto desti-
nava a succedergli, ed a lui intitolò il
Teatro di Marcello {V •)• La morte del
figlio pose Ottavia in profonda malinco-
nia, e allora cessò in parte d' esser sag-
gia, per odiare tufle le donne madri, e
non permettendo che si pronunziasse il
nome di Marcello alla sua presenza. Ma
quando il principe della poesia Ialina Vir-
gilio, si propose celebrare Augusto per
eroe della sublime epopea dell' Eneide,
nel legger l'episodio commovente della
morte e dell'elogio del giovaneiMarcello,
Ottavia cadde in deliquio; riavutasi, ordi-
nò che si contassero a Virgilio dieci se-
sterzi per ogni verso di tale episodio che
ne ha 32. La sommaeraallora enorme;
tuttavia il suffragio d'Augusto e del suo
illustre corteggio di scrittori, le lagritn
il' una madre sorella del signor del mui
do, erano d'assai maggior pregio agli 0
chi di Virgilio che lutti i tesori del mot
do. Ottavia riuscì a temperare alquanto
il furore de' triumviri M. Antonio e Ot-
taviano, ed anche a riconciliarli; ma no
potè impedire la rottura dopo che IVI
Antonio prese a trattarla male in fot
della sua indegna passione per Cleopi
tra, e divenne il pretesto della guerra pi
disputarsi tra il fratello e il marito la
guoria del mondo. Ella per altro con
nuò ad amare M. Antonio, e morto
pianse e trattò i figli di lui come suoi pi
pri. Ottavia diede il suo nome ad una
blioteca, probabilmente quella d'Apuli
iu
l
VE L
sul Palalino,ad ima piazza pubblicami un
poi lini, per volere d'Augusto; portico die
eretto presso il Teatro di Balbo eil Tea-
tra di Marcello, in questi articoli ne ri-
parlai. Caio Ottavio restato vedovo d'An-
turio, passò alle seconde nozze con Attia
figlia di M. Attio Balbo e di Giulia sorel-
la di Giulio Cesare dittatore della repub-
blica romana. Da questo nacquero Otta-
via minore, e Caio Ottavio detto poi Ot-
taviano Cesaie Augusto, die al colino
dell' umane grandezze innalzò la sua ca-
sa, e acquistò l'impero di Roma, per cui
in quell'articolo ne celebrai i fasti e il se-
dilo d'oro di sua epoca, e meglio nel cam-
po immensurabile della storia di questa
voluminosa ed enciclopedica mia opera.
RI. Antonio cognato, nemico e competi-
Ini e dell'impero di Augusto, come scrive
Svetonio, bassamente gli rimproverò per
emulazione e invidia l' origine paterna
d aver avuto il bisavolo fornaro e l'avo
banchiere; e l'origine materna, dicendo
che il bisavolo fosse africano, e die in
Alicia esercitò I' arte ora di molinaro e
ora d'unguentiere. .Malignila tutte diesi
respingono cogli storici, che scrivono Au-
gusto discendere da famiglie paterna e
materna illustri e nobili. Piace a Banco
di spaziare alquanto sul racconto della
nascita d' Ottaviano Augusto, sulla que-
stione s'ebbe i natali in Roma o in Ve-
tetri, riportando i discrepanti sentimenti.
Che sia nato in Veletri, l'asseriscono gli
storici velilerui Theuli e Borgia, addu-
ce tidone prove di vari scrittori, benché
dice Borgia co'giuristi che si contrae l'o-
rigine da una città anche pe' natali del
padre; altri scrittori aggiunge Banco,
ripetendo col Volpi, essere Augusto ve-
liteuio per origine e educazione ch'ebbe
ili Veletri, e col cardinal Borgia nipote
dello storico, essere oriundo da Veletri
e rimasto poi pi ivo del padre fu educato
presso la madre, secondo Dione. Vicino
.1 Veletri era tradizione, e si mostrava
il luogo ove Augusto era stalo nudi ito,
col Topi uione che (piasi ivi fosse nato. D'ai
V E L a77
tronde Svetonio, riferito pure da Nibby
nella Roma antica, par. a.", p. 3gg e
407, descrivendo il Palatino, dice che in
esso pel i.°vi ebbe casa Gneo Ottaviocon-
sole nel 58g di Roma, cospicua e piena
di dignità, senza rilevare s' era della fa-
miglia Ottavii (però tale lo trovo nell'al-
bero genealogico della famiglia Ottavia,
presso Bauco). Bensì di questa Caio Ot-
tavio padre d' Augusto anch' egli avea
casa sul Palatino nella punta che domina
l'odierna Chiesa di s. Anastasia. Ivi
nacque Augusto a' 23 settembre l'anno
di Roma 691, nella contrada ad Capita
Bubula, dove fino a'giorni di Svetonio
mostra vasi la camera in che era nato, ri-
dotta a sacrario. Con più dettaglio lo rac-
conta pure Bauco, con Volpi che diver-
samente interpreta il testo del greco Dio-
ne, che seguì il sentimento di Svetonio.
Nacque Augusto nella mattina, in cui trat-
ta vasi in senato la congiura di Caldina.
Caio Ottavio avendo lardato a recarsi in
senato, ricercatone disse essergli nato un
figlio. Allora Publio Nigidio Figlilo sena-
tore, celebre matematico e astrologo, pre-
sagì l'impero d'Ottaviano, esclamando
essergli natoil signore del mondo. Caio
Ottavio ne fu così dolente, temendo che
Roma perdesse la sua libertà, che deter-
minato d' uccidere il figlio, Publio lo
distolse dalla barbara risoluzione. Rac-
conta Svetonio, che Ottaviano ancor fan-
ciullo fu multilo e educato in una villa
de' suoi avi presso Veletri in piccola stan-
zetta, poi tenuta da'gentili in grande ve-
nerazione, ch'esisteva a suo tempo (morì
nell'89 1 di Roma); e come fanciullo im-
pose a' ranocchi di cessare dal gracidare.
Ciò ho riferito ne' paragrafi Cisterna e
Giuliano, perchè si vuole die succedesse-
ro ad Ullubra, ritenuta per il luogo ov'e-
ra la villa in cui fu educato Augusto. Di
4 anni perde il padre, e pupillo restò sot-
to la tutela e cura della madre e di L.
Filippo suo zio paterno. Cresciuto poi in
età, visse presso Giulio Cesare zio di sua
madre, il quale molto l'amò e molta cu-
278 VEL
ra ne prese, per esser privo di prole e per
aver concepito grandissime speranze di
lui.Prestofu istruito nelle lettere greche
e latine, e di 12 anni fece un'orazione in
lode della defunta Giulia sua ava; di i5
dal prozio dittatore fu adottato per te-
stamento e dichiarato suo erede. Pel tra-
gico avvenimento di Giulio Cesare, a un
tratto e di 18 anni Ottaviano comparve
nella scena del mondo per farvi la figura
principale; dico scena perchè egli stesso
in morte domandò a quelli che lo cir-
condavano, se avea bene rappresentato
la parte sua nella commedia della vi-
ta, come a suo luogo narrai, e per ulti-
mo nel voi. LXXX V, p. 24*2. Non ebbe
figli da 4 mogli; tranne la figlia Giulia,
e morì a IN ola nella stessa camera e nel
medesimo letto dov' era morto Caio Ot-
tavio suo padre ; di 66 anni e nel y53
di Roma, in che non sono d'accordo col
Banco quegli storici, co' quali procedei
nel registramele principali azioni e im-
prese nel citato articolo ; venendo depo-
sto in quel mausoleo che descrissi nel
voi. LXl V, p. 1 4 1 • Tacque Virgilio di sua
stirpe, per l'adulazione colla quale lo fa
discendere da stirpe divina e lo chiama
Dio, forse per aver Augusto detto di se
stesso, dopo aver collocato fra gli Dei
Giulio Cesare suo padre adottivo e aver-
gli dedicalo il l'empio di Giulio Cesare
(V.): Divi Julii se fìlium cssej e Divi
genus. Passa il Banco ad esaminare l'e-
rudita questione, per fissare il luogo ove
fu educato Augusto, alimentata da' versi
d'Orazio, e dall' iscrizione composta da
uu veliteruopel rinvenimento dell'acqua
viva nel piano di Faggiola condotta iu
città nel sito appellato Ulttbrh>fe posta
nel pubblico palazzo. 11 Bauco riferisce i
pareri sul vocabolo Ulubrio, se indica
Uluhra degli antichi, della qual città m
disputa il luogo ove sorgesse. Alcuni dico-
no nella pianura di Faggiola confinante
con Nemi, altri vicino a Cori oa Semio-
nda, altri a Cisterna, altri nelle Pabuli
Pontine. 11 velilerno Laudi nel mss, delle
VE L
cose di Veletri, opina che 1' educatorio
d' Augusto fosse situato poco lungi da
Veletri nella contrada s. Cesareo, ora ri-
dotta a cultura di bellissime vigne. Ed il
celebre archeologo Cardinali nell'iter/-
zioni Veliterne, nel!' illustrare il fram-
mento d'una riguardante Ulubra, trova-
la nel patrio territorio presso il ponte deb
l'Incudini e indi riposta nel palazzo pub-
blico, conclude che Ulubra sia stata nella
detta contrada dell'Incudini, e che ivi fu
educato Augusto. Ma Bauco propende a
credere che 1' educatorio d'Augusto, da
Svetonio designato in una villa de' suoi
avi presso Veletri, fosse nel luogo detto
s. Cesareo, appunto per essere vicino a
Veletri esito ameno, e non mai in Ulu-
bra esistente a' tempi di Svetonio presso
una palude in aria pestilenziale; ne fan-
no prova i magnifici avanzi d'antichi edi-
fizi, e i! rinvenimento di molte medaglie
d'Augusto, e d'una sua testa con corona
civica ivi scavata; e neppure nella contra-
da dell'Incudini 3 miglia lontana da Ve-
letri, non essendovi memoria che ivi ab-
bia esistito Ulubra e senza vedervi segno
di palude, né di territorio, perchè Velie-
tri l' ebbe sempre estesissimo. Con più
ragione potrebbesi pretendere l'esistenza
d' Ulubra vicino a Cori, perchè in tal
città fu trovato il marmo di Spira donna
ulubrana, che a sue spese dedicò un'ara
a Bacco; e di più Sermoneta pel marmo
ivi esistente che parla d'un pubblico ma-
gistrato d' Ulubra, e più ancora Cisterna
dov' esiste altra lapide che fa menzione
di magistrature di detta città, e maggior
niente per essere le due terre confinati!
colle Pontine. Nel j53 dalla fondazior
di Roma e nell'anno 3o.° circa dell'i]
pero d' Augusto, accadde lo strepitose
glorioso avvenimento della salutifera n
scita del Salvatore del mondo Gesù Ci
sto, il più celebre e memorabile del suo
regno, die dando principio all' Era ('ri-
sliana o volgare o nostra, questa ora
guirò coli' avvertenza notata nel ve
L.VW, p. 211. 11 can. Bauco slima ai
VCL
cora esser gloria singolare per Veletri
l'essersi degnalo il Redentore dell'uman
genere e Signore supremo dell'universo,
nascere sulla terra sotto il dominio d'un
personaggio di stirpe veliterna. La celeste
dottrina insegnata dal Figlio di Dio e la
cristiana religione da lui fondala, dopo la
sua morte fu predicata e sparsa dagli A-
postoli e discepoli di Lui per tulio il mon-
do conosciuto. Stimasi, che presto pene-
trasse in Veletri questa divina religione;
fortunato avvenimento di cui però nou
si può rintracciare l'epoca certa. Da fon-
date congetture si conosce, che ne'pi imi
tempi della Chiesa quivi sia stato annun-
ziato I' Evangelo: la vicinanza di Roma,
dove s. Pietro principe degli apostoli sta-
bilì la sua cattedra, mostra la possibili-
tà non che la certezza d' aver Veletri ri-
cevuto il lume della fedecontemporanea-
mente a Roma. I successori d'Angusto,
nella maggior parte non lo somigliaro-
no, e la loro crudeltà e corruttela, l'anar-
chia delle milizie pretoriane, degenerato
il popolo romano nella mollezza e ne' vizi,
prepararono la dissoluzioue dell'impero.
Assalito questo in più provinole, Costan-
tino I per meglio difenderlo, dopo aver
concesso il libero esercizio alla religione
cristiana, trapiantò la sede dell'impero a
Bisanzio, per lui denominata Costanti-
nopoli j cos'i la divina Provvidenza pre-
parando a' Papi la sovranità di Roma,
onde dal Faticano (V,} governare libe-
ramente il cristianesimo. Presto però essa
divenne segno all'irruzioni, alla fierezza,
alla devastazione e depredazioni de' bar-
ba ri, meutie l'impero era slato diviso in
Occidentale e in Orientale. Pel i ."nel 4 1 o
l'assalì e saccheggiò Alarico ve de Coli.
Quindi partendo alla volta di Napoli, mi-
se a ferro e fuoco tutti i luoghi ch'erano
presso la via Atipia, fino a Cosenza, dove
morì carico di ricchissime spoglie. I veli-
terni che mantenevano ancora la città uel
suo splendore, ove continuava*! a dare
giuochi anfitealrali,secoudo Nibby, sog-
giacquero alle stesse crudeltà e rovine.
V E L 279
Essi furono anzi i primi a provare gli spa-
ventevoli e desolanti effetti della gotica
barbarie, duratile anche l'assedio di Ro-
ma per le continue scorrerie che da' goti
nel loro territorio facevansi; onde i veli-
terni, abbandonata la città, rifuggironsi
con altri popoli nelle vicine montagne, in
luoghi inaccessibili e nascosti per sottrarsi
dall' ultimo esterminio. Nel pontificato
di s. Leone I il Grande e nel fói com-
parvero nell'Italia gli Li uni, popoli feroci
condotti da Aitila, il quale alle rimostran-
ze di quel Papa si ritirò, con formidabile
sterminio de' luoghi per cui passò. Nel
455 la bella penisola fu straziata da Gen-
serico re de' Fondali, il quale dopo aver
invaso l'Africa, con numeroso esercito
saccheggiò Roma, ponendo a ferro e fuo-
co il Lazio per tutta quella parte che ab-
braccia le provincie di Marittima e Cam-
pagna, Veletri e tulli gli altri paesi cui
transitò o si recò. I veli terni nuovamen-
te abbandonala la città, tornarono a na-
scondersi fra le balze de'mouti, come fa-
cevano gli altri popoli per salvare la vi-
ta. Dicesi.al riferiredi Bauco,che in que-
sta fatale occasioue si fabbricassero roc-
che sopra le più. scabrose e inaccessibili
rupi. Non passarono molli anni, che ca-
lato in Italia Odoncre re degli Eruli, nel
476Ì11 Ravenna die fineall'impero d'Oc-
cidente, e quindi occupò Roma: nuovi
guai non saranno mancati a Veletri sotto
il nuovo barbaro invasore, proclamato
re d'Italia. Ma fissando poi la sua sede
in Ravenna, Roma rimase sottoposta al-
l'impero d'Oriente,il quale governandola
co' luogotenenti, le sue città e provincie
limitrofe formarono il ducalo romano,
di cui feci cenno nel principio di quest'ar-
ticolo; in tal modo la Provvidenza an-
dava maturando i destini di Roma pa-
pale, perchè divenisse pacifico e princi-
pesco dominio della s. Sede e de' Papi. In-
tanto Teodorico re de'goti, mal soffren-
do cheOdoacre regnasse in Italia, l'assa-
lì e gli tolse regno e vita iu Ravenna nel
4g3, facendosi gridare re d'Italia, e do-
tt8e V K L
minò pure in Roma. Nel secolo seguen-
te (Giustiniano 1 imperatore d'Oriente a
mezzo del valoroso Belisario ricuperata
l'Africa da'vandali, determinò col mede-
simo capitano di line il simile coll'ltalia
e. l'impero d'Occidente. Rapido fu il con-
quisto di Belisario, spontaneamente a lui
arrendendosi le città per cui passò, com-
presa Veletri, entrando in Roma a' io di-
cembre 536 o 537. Velelri provvide il
di lui esercito con molle vettovaglie, di
< ui penuriava; e si vuole che Belisario vi
dimorasse qualche giorno prima d' av-
viarsi a Roma, per interpellarne il sena-
Io e porsi con esso in intelligenza onde
t;li a piisse le porte. Assunto al regno de'
j^oti Tolila nel 54 1, questi sconfisse più
volte i greci eserciti di Giustiniano I, e ri-
prese Roma nel 546 ; quindi non fu po-
co il danno che ne risentì Velelri per le
continue scorrerie de' hai Rari, che vi si
recavano n predare. Pervenuti i goti ad
impadronirsi di nuovo di tutte le città del
Lazio, Velelri tornò a gemere sotto il lo-
ro giogo; finché Giustiniano 1 nel 55 2
spedì in Italia con poderoso esercito JVar-
sete, il quale vinse e disperse i goti, colla
morte di Totila, riconquistò Roma con
tutto il Lazio, e nel 553 il rimanente d'I-
talia, terminando la dominazione gotica
colla vita dell'ultimo loro re Teia. Re-
spirò Velelri fornata sotto il dominio im-
peliate, poiché ella fu una delle città più
maltrattale da'barbari, per aver soccorso
l'esercito capitanatoda Belisario.IVè man-
cò di prestare que'servigi che potè a Nar-
sete, dal quale venue ricompensata e pri-
vilegiata sopra tutte l'altre città. Fin da
quel tempo si vuole che Velelri fosse e-
seutata dal governo del prefetto di Ro-
ma. Governa vasi essa co'suoi propri ma-
gistrati, colla soggezione immediata allo
stesso imperatore e a'suoi ministri. Ben-
ché sempre e spesso Velelri abbia avuto
liti e controversie sopra la giurisdizione,
col prefetto o duca, senato e popolo ro-
mano, secondo gli storici veliterni, de-
v'essere obbligata a Giustiniano I, e a
V E L
N arsele suo generalissimo e luogotenen-
te in Italia, per avere concesso a Velelri
il privilegio della libertà imperiale, per
cui usa nel discorso stemma l'epigrafe :
Est tniiii libertas imperi ali s. Narsete
schernito, come eunuco, dall'imperatri-
ce Sofia moglie di Giustino II, preso da
vendetta, si dice, che a tradimento chia-
mò in Italia i Longobardi, condottivi dal
re Alboinonel 568. Questi barbari in pro-
gresso di tempo occuparono quasi tutta
l'Italia, governandola per mezzo di du-
chi, e stabilendovi il governo feudale. Al-
lora tutte le città italiane soggiacquero a
un totale cambiamento nelle leggi e ne-
gli stalliti, perciò nella forma di gover-
no. Ne' secoli successivi probabilmente
venne in Veletri introdotto il magistra-
to di due consoli, con grande autorità.
Frattanto all'infestazioni e scorrerie col-
le quali i longobardi travagliavano i luo-
ghi circonvicini a Roma, massime quan-
do nel 58g re Autari mise a sacco e deva-
stò lutti i luoghi vicini a Roma, nelP an-
dare da Spoleto a Benevento e fino a Pieg-
gio ; si aggiunsero le calamità dell'inon-
dazioni e del contagio, restando vittima
di quello dell'anguinaia Papa Pelagio 11
nel 5qo ; la peste non cessando che nel
pontificato del successore s. Gregorio I il
Grande. Egli impedì che Agilulfo re de'
longobardi nel 5q3 espugnasse Roma da
lui assediata; ma i barbari si sfogarono
con chi capitava loro alle mani crudel-
mente, devastando la campagna e i din-
torni di Itoma. Danna lettera di s. Gre-
gorio I rilevasi, che i longobardi giunsero
anche in Veletri, ingiungendo a Giovan-
ni vescovo della città, che ad evitare il
furore de' barbari trasferisse la sua sede
in un luogo meno esposto della dioces
ov'egli e il popolo potessero essere più
curi dall'incursioni nemiche. Provvido I
il pontificio consiglio, poiché Agilulfo ce
suoi longobardi cagionarono per la vi
Appiani queste contrade gravissimi dar
ni, e fra le città che rie rimasero deserte
quella vescovile di Tre Taberue allora n
V E L
slò allatto desolata e distrutta. Trovo in
Nihby, che s. Gregorio I possedeva fondi
nel territorio di Veletri, in quel tempo
chiamata Bellitri.e li donò alla Chiesa de'
ts. Gio. e Paolo di Roma, i quali sono
ricordali nelle tavole dell'alto di tal do-
nazione esistente nella sagrestia di detta
rliiesa ; cioè i futull Mnciamts, Casconis,
Praetorioius, Casacatrlli. Altri fondi
possedeva nel territorio veliterno s. Gre-
gorio II, che donò dopo il 7 1 5 alla basilica
Vaticana, come si apprende dalla lapide
esistente nel portico della slessa basilica,
i quali furono particolarmente destinati
ail alimentare i lumi che ardono intorno
al sepolcro di s. Pietro. Essi erano : nella
Massa Ficloriolae , I' oli veto nel fondo
!'> iimelliono, quello nel fondo Ottaviano.
Nella Massa Trabaliana, l'olivelo nel
fondo bui reiano, quelli ne'fondi Oppia-
no, Giuliano, Viviano, Calliano, Soltfi-
ciano, l'almi, Salari, Sartariano, Gallia-
no eCarbonaria.Nella Massa. Caesaria-
na, gli oliveti ne'fondi Fiorano, Pi isciano
e (i tassiano, Pascolano, Vnriniano e Ce-
sariano. Nella Massa /W///z/itf.gli oliveti
ne'fondi Poliziano, Casaromauiana, Tal-
tiano e Casatlorana. Nella Massa Siria-
na, gli oli veti ne'fondi Bai inno, Caccia-
no, Poliziano, Aquiliuno, Steiauo e Gassi.
Finalmente nella Massa Nrviana, gli oli-
teli ne'fondi Arcipiano, Corneliano e Ur-
sauo. Questa nomenclatura non solo di-
mostra la molteplicità de'fondi del terri-
torio veliterno nel principio del secolo
\ III, quanto allora fosse coltivato ad oli-
vi, ma ancora la probabilità che alcuni
vocaboli derivino da possessioni della
gente Ottavia e di Augusto. Ragionando
dell'origine della Sovranità della s. Se~
de 0 de' Papi (P.), narrai a' loro luo-
gi, che i Papi da gran tempo erano i pa-
dri e i proiettori de'romani e de'popoli
ritvostanti, e anche più lontani, in ogni
maniera beneficandoli colle incessanti lo-
ro cure ; mentre che essi abbandonali al-
la (uria de' longobardi da'greci impera-
tori, solamente ne'Poulefici 1 icouosceva-
VEL a8i
no tutela e soccorso. A questa negligenza
degl' imperatori di Costantinopoli nel
pontificato di s. Gregorio li si aggiunse
la pei 'sedizione religiosa. Pei l'eresia de-
gl Iconoclasti, dispreizatoli delle ss. ///<-
magini (P.), l'empio imperatore Leone
11! Y Isaurico se ne mostrò fanatico pro-
pugnatore, sino ad attentare alla vita di
s. Gregorio II che ne difendeva il culto.
Stanco il Papa dell'inutili ammonizioni,
scomunicò l'imperatore verso il 726, as-
solvendo gl'italiani dal giuramento di fe-
deltà fatto a quel!' eretico, e da'lributi.
Fu allora che ribellatisi i popoli, molle
citià si eressero in signoria, e il ducato di
Roma con 7 città della provincia di Cam-
pagna spontaneamente si sottoposero a
Papa s. Gregorio 11, e perciò sotto di lui
ebbe principio il dominio temporale dei-
la Chiesa romana. Fra le altre città e luo-
ghi che ne imitarono l'esempio, tra le
prime vi fu anche Veletri, la quale scos-
so il giogo de' greci, volontariamente si
sottomise al dominio sovrano de' Papi,
a' quali ubbidiente e fedelissima sempre
si mantenne; onde perla costante fedeltà
in gravissime occasioni dimostrata, e per
gli aiuti alla s. Sede predati, meritò so-
pra tutte le altre città del Lazio favori
e privilegi, e di rimanere nella sua anti-
ca libertà, al dire di IJauco; aggiungen-
do, che all' anzidetto privilegio tli libertà
imperiale fu aggiunto 1' altro di libertà
papale per grazia di s. Gregorio II nel
73o. Il simile avea dichiaralo Alessandro
Borgia, coli' autorità del mss. di Clemen-
te Erminio Borgia; notando, che quindi
nell'arme patria fu alla gloriosa epigra-
fe unita la parola libertà papale, Papalis.
Avverte il cardinal Borgia, che il ducato
roma no abbraccia va le terre diCampauia
o provincia di Campagna, non già quelle
ora conosciute col nome di Marittima, co-
me Veletri e altre; però sino al secolo
XI la Campania abbracciava pure la {Ma-
rittima. Laonde non deve recare mera-
viglia se ne' diplomi di conferma e do-
uazioue alla «.Sede di Carlo Magno, Lo-
»$» V E L
<lovico I e a!li i imperatoli, non viene ri-
cordata la provincia ili Marittima, ma la
sola Campania, che la comprendeva ed a
cui era unita. Si può vedere il Cenni, /J/o-
numenta Dominalionis PontificiaetÌ. 2,
p. i 3g, ed il Cohellio, Nolitia Cardina-
latus, p. i 1 8 e i 19. Divenuti i Papi sovra-
ni temporali, i fasti del Pontificatosi com-
penetrarono con quelli del Principe, e
non ponno separarsi; imperocché alla
somma podestà sacerdotale nel presente
ordine di cose è congiunta e inviscerata
la podestà temporale. Neil' 800 s. Leone
III ristabilì l'impero d'Occidente, e ne in-
coronò imperatore Carlo Magno.
Elevato uell'827 al pontificalo Grego-
rio IV, i Saraceni maomettani della Si-
cdia e Calabria infestando sino dall'82 1
miseramente le spiagge d'Italia e di Ma-
rittima, con ladronecci e facendo Schia-
vi i cristiani, il Papa riedificò, fortifi-
cò e cinse di nuove e alte mura la cit-
tà di Ostia, riducendola ad antemurale
di Roma e de' domimi ecclesiastici, po-
tendo i barbari navigare a danno di es-
sa pel Tevere. Non poco fu il danno che
dalle scorrerie di questi barbari ne patì
Velletri, poiché spesso e all'impensata i
cittadini venivano sorpresi alla campa-
gna e condotti in dura schiavitù; oltre
il bottino ch'essi facevano de' bestiami,
biade e altre vettovaglie. Per evitare tan-
to disastro nella campagna furono fab-
bricate alcune torri ben elevate e forti,
che servivano per dare rifugio a'coltiva-
tori de'terreni, e per dare ancora il se-
gnale co'fuochi alla città di notte, e col
fumo di giorno ; onde accorressero i cit-
tadini armati, per combattere e respin-
gere sì fieri e (aliatici nemici del nome
cristiano. Di simili fortificazioni senemi-
ibiiq ancora nella tenuta di Lazzena, e
nella possessione delta de' Monaci, Nel
pontificato del successore Sergio II del-
l'844 crebbero le calamità da' saraceni
recate a Roma e alle provincie di Mar
riltima e Campagna ; giacché que' bar-
bari annidatisi in Cueta ebbero comodo
V EL
di travagliare miseramente queste con-
trade. Ma s. Leone IV, eletto nell'847,
cinse di mura il Vaticano, vi comprese
la basilica di s. Pietro, per impedire agli
audaci saraceni di depredarla, e recatosi
ad Ostia, con battaglia navale li disperse
e distrusse. Indi PapaGiovanni Vili del-
1*872 molto operò contro i saraceni,aven-
do formato forse il i.° navilio della mili-
tare Marina Pontifìcia, argomento che
in tanti luoghi trattai; e assai di più operò
il coraggioso Giovanni X,che nel 9 1 5 alla
testa delle milizie papali li cacciò e ster-
minò dal castello di Garigliano loro pro-
pugnacolo, contribuendovi gli aiuti de'
suoi fedeli sudditi e precipuamente de'
marsi, equicoli, eroici e veliterni, al mo-
do.narrato ne'ricordali articoli. Non so-
lamente Velletri, ma tutto il Lazio si ral-
legrò dell'impresa, dopo i deplorabili
massacri, ladronecci e rapimenti sofferti.
Il magnanimo s. Gregorio VII del 1 073
ebbe particola!* cura di Velletri, conce-
dendo de' privilegi a favore de* cittadi-
ni, per essere restata fedele nelle gravi
vertenze contro Enrico IV suo persecu-
tore, e fautore di Clemente III autjpapa.
Nuove prove di fedeltà dieronoi veliter-
ni ad Urbano II verso il io85, quando
il normanno Ruggero duca di Puglia e
Calabria, dopo la morte del padre, prese
Capua e corse vittorioso di là fino sulle
portedi Velletri, riducendo in suo potere
tutte le città e terre per dove passava, non
essendovi alcuno che ardisse d' opporsi.
Velletri fermò il corso alle sue conqui-
ste, gli fece valida resistenza e si man-
tenne ferma nella pontificia ubbidienza.
Continuando Enrico IV a travagliare la
s. Sede, ed a sostenere coll'armi il pseu-
do Clemente 111, costrinse l'ottimo Ur-
bano Il ad assentarsi da Roma, ed il po-
polo veliterno, sempre a lui di voto, sog-
giacque a durissime esazioni e persecu-
zioni del polente antipapa. Grato il Pa-
pa al filiale alfetto de* veliterni, con breve
de' 16 giugno 1089, concesse particolari
privilegi al clero e al popolo, cominciau-
VEL
do il diploma colle paiole di fratelli dì-
lettissimi, omnibus P'ellìtrensibus. I ti es-
so deplora i tormenti, le prigioniere mor-
ti da' veliterni con forte animo soppor-
tate nello scisma che lacerava la Chiesa,
esaltandone la costante fedeltà. Di più
confermò loro tutti gli antichi usi e co-
stumi favorevoli, ed il possesso di tutto
il territorio e de'privilegi che godevano.
Velletri avea l'obbligo di fornire di vitto
il Papa e la sua corte, quante volte egli
si fosse portato in questa città e per tutto
il tempo della dimora. Siccome ciò spes-
so accadeva, e grave era il dispendio del
comunale erario, Urbano 11 nel diploma
ridusse l'obbligo ad un sol pasto, unius
comeslionis, a carico del vescovo e del
clero, altro dovendo somministrare i lai-
ci, come leggo nel commento del Borgia
che riporta il diploma, la cui pergamena
esiste nell'archivio municipale. Questa e-
senzione confermò poi Bonifacio Vili nel
1298. Urbano II dev'essere stato in Vel-
letri altra volta, come rilevasi dalle pa-
role : sicut in more habetis, et mecuni
egistis. Il Borgia crede dopo la sua e-
lezione seguita in Terracina. Inoltre ri-
levasi dal breve, che Velletri era tenuta
a somministrare al Papa le milizie, che
doveano andare all'esercito della provin-
cia Maritimam et Campanìam.Da que-
sto peso ella fu sgravata prima in parte
da Urbano 11, e poi in lutto da altri Pa-
pi, come riferisce Bauco. In vece spiega
Borgia, non da Urbano II, ma da altri
Papi prima ne fu esonerala in parte, e
poi del tutto dispensata. Morto l'antipa-
pa in Aquila nel 1 100, il Papa Pasquale
Il coraggiosamente coll'armi volle ricon-
quistare le terre tolte alla Chiesa nelle
passate turbolenze, e punire i capi della
libertà romana; onde Velletri prese oc-
casione di sgravarsi di molte gravezze e
novità, di prepotenza imposte dall'anti-
papa. Abusi che abolì Pasquale II con
breve de'6 aprile 1 102, confermando le
concessioni di s. Gregorio Vile Urbano
II, circoscrivendone il territorio con ìiui-
V E L 283
pli confini che tuttora si conservano. Sof-
frì Pasquale il molte afflizioni, sia pero-
pera di altri 3 antipapi, ch'ebbero breve
durata, sia per voler i romani dare per
successore al defunto prefetto il figlio an-
cor fanciullo, esia per la ribellione di To-
lomeo conte Tusculano, per cui in segui-
to tutto il tratto marittimo del Lazio fu
involto nella stessa insurrezione, compre-
si Ninfa, Castel Tiberio e Semionda. Non
ostante Velletri rimase fedele al Papa.
Secondo Nibby, la ribellione avvenne nel
1 i 1 5, quando il Papa andò in Puglia per
concertarsi co'normanni, ad onta che a-
vesse affidato a Tolomeo 1' amministra-
zione di tutti i patrimoni esterni della
Chiesa, con fare insorgere Tusculo, Pre-
neste, Anagni, e la Sabina per la sua al-
leanza coli' abbate di Farfa. A questa
mossa posero argine, Albano, tutta la
provincia di Marittima e Velletri, che an-
darono esposte a depredazione per parta
de'ribelli. Al ritorno del Papa si quieta-
rono le cose. Vuole il Theuli, che Ana-
stasio IV deli i53 fosse per alcun tempo
in Velletri, per essere slato abbate del-
l'abbazia veliterna di s. Rufo; ma il Bor-
gia nella Storia eli Fellctri, dichiara non
esservi mai stata nella diocesi tale abba-
zia, e forse quella del priorato di s. Ana-
stasio fu soggetta all'abbazia di s. Rufo
di Provenza. Bensì crede probabile l'as-
serto pure da altri, che Anastasio IV e-
ducato in Velletri nel monastero di s. A-
nastasio e divenuloueabbate, crealo Pa-
pa neassunse il nome. Narrano Nibby, e
il cav. Coppi nelle Memorie Colo/mesi,
che nel 1 1 79 Alessandro III col consen-
so de'cardinali concesse a Rainonede Tu-
sculano Norma e Vico colle pertinenze,
ricevendo in permuta il castello di Laria-
110 colla rocca, che allora il Papa teneva
per Bainone, obbligandosi redimere i pe-
si che potessero gravare Lariauo fino a
200 lire provesine; col palio di poter il
solo Papa rescindere il contralto, bensì
che le parti che mancassero dovessero pa-
gare 5o libbre d'oro. Nel marzo di detto
&4 V E L
suino, Alessamlro 111 si trovavo in Velie-
Ili, ove dimoiò per un anno intero, per
cui ivi fece la della permuta l'i i ottobre,
e vi restò parte del i i 80, se pure non vi
ritornò. Essendo morto Alessandro Illa
Civita Castellana a'^7 o 29 agosto 1 181,
convien credere che per i tumultuanti
romani subilo i cardinali si recassero in
Vellelri, ovvero ancora vi restava la cu-
ria e corte romana, perchè il cardinal Al-
bichinoli suo vescovo era decano del sa-
gro collegio e in grave età, e forse vi di-
morava, e ivi lo elessero Papa col nome
di Lucio Ili il i.° settembre e coronaro-
no ivi a' 6. lAecatosi in Roma, poco tem-
po vi dimorò per le turbolenze della cit-
tà, o per non aver voluto osservare certi
costumi praticati da' predecessori. Il Vi-
tali nella Storia diplomatica de Sena-
tori di lìoma, dice the i romani colle ar-
mi alla mano domandarono a Lucio IH
di rimettere in piedi il senato colla pre-
sidenza d'un iJtf/m/o,e coll'inlera ammi-
nistrazione della città e dello stato indi-
pendentemenleda' Papi. Pertanto Lucio
ili stimò bene allontanarsi da un popo-
lo tumultuante, lece ritorno in Vellelri
e vi stabili la sua residenza, nella quale
assolse dalla scomunica il re di Scozia
Cngliemo, pronunziata contro di lui dal-
l'arcivescovo di York ; ed ivi vennero al-
l'udienza del Papa Giovanni eUgone ve-
scovi di Scozia per vendicare alcuni ve-
scovili diritti. In Vellelri pure a' 2 di-
cembre fece una promozione di 8 cardi-
nali, fra'quali Crivelli gli successe col no-
me di Urbano 111. Continuando i roma-
ni nelle loro discordie a mostrarsi avver-
si a Lucio 111, temendo questi per la vi-
cinanza da Pioma di qualche gravissimo
oltraggio, nel 1 1 83 passò in Anagni, e
siccome tòrte e sicura vi celebrò la festa
di Maiale, e secondo Novaes si recò in
Roma per tentare una pacificazione, vi
elesse senatore il conte baimelo, ma fu
coslrello nel 1 184 partire per Modena.
Le genti di Lauterio milanese bali o ret-
tore di Campagna avendo occupato le
V E L
rocche di Laràrio e Castro, egli le rimi
se nelle mani di Giordano abbate di Fos
sanuova, il quale le consegnò a Papa Cle
mente 111, non prima del 1 187, anno ir
citi fu esallato al pontificato. Nel 1202
Vellelri fu onorata dalla presenza d'In-
nocenzo III, avendo a cuore la pace della
città co'popoli circonvicini. Agitavasi in
questo tempo una lunga guerra fra' ve
hlcrni, corani e sermonetaui da una par
le, e fra que' di Sezze e di Ninfa, e San
guineo castellano d'Acquapuzza. Questa
dissensione fu causa di gravi danni, d
rapine, di morii e d'incendi d* ambo le
parti, e specialmente fra' veli terni e i niii
lesi. 11 nipote del Papa cardinal Ugolinc
vescovo velilerno avea già trattato e cor
eluso la pace tra questi popoli, ma non
dimeno prepara varisi di nuovo a Ila guer
ra, essendosi l'uria e l'altra con altri vici
ni collegate, e già erano cominciate le
stilila. Laonde il Papa per impedire i sue
cessi funesti della guerra, commise d
nuovo al cardinale di ridurre i detti pi
poli a concordia, ed egli con somma cu-
ra e prontezza vi riusci. Nota Banco, che
de'velilerni molti furono promossi a've-
seovali, massime della patria, secondo il
costume de' secoli antichi, per cui si pro-
pose di ricordare i successivi a tanta di-
gnità esaltati, ed io compendiosamente
lo seguirò. Nel !2o5 Innocenzo III pro-
mosse alla cattedra di Firenze Giovanni
Santi velilerno, celebre personaggio che
pel i.° istituì la carica di Podestà nelle
sue terre ecastella per mantenervi la giu-
stizia, il quale costume utilissimo fu ab-
braccialo in tutlo lo slato di Firenze, an-
zi nell'Italia tutta. Ma non pare per quan-
to riportai nell'indicato articolo. Forse
avrà migliorato e più propagato l'istitu-
zione. Fu nel i23o sepolto nel duomo
di Firenze con epitaffio che principia col-
le parole: Patria Pelletrum. Nel 1227
il ves.ovo cardinal Ugolino di venne Gre-
gorio IX, con inesprimibile allegrezza de'
diocesani velatemi; ed avendo a' 29 set-
tembre scomunicalo in Anagni l'impera-
V E L
tcre Federico 11 re eli Sicilia (/"''.), toi*-
nattclo il Papa a Ruma passò per Velletri,
e pel grande all'elio die rimiri va verso di
essa, le concesse molte grazie e privilegi.
Federico II irritato perla fulminante «
terribile censura, divenuto nemico del
Papa, nel J228 comprò gli animi d'al-
cuni magnati romani, servendosi di essi
per travagliare il Papa, che per evitare
gl'insulti de' sollevati romani e del sena-
tore Aunilialdi, si ritirò a Perugia nel
maggio e vi restò sino al febbraio i23o.
In tale circostanza il popolo romano pub-
blicò una legge, ordinando che tulle le
città, terre e castella esistenti intorno a
Roma dovessero pagaie annuo tributo.
A questa legge fece Velletri forte resi-
stenza, difendendosi in ogni modo con-
tro T esigenze del popolo romano, dal
quale sopra modo infastidito, spedì am-
basciatori al Papa per essere liberato da
tante vessazioni. Gregorio IX ascollò be-
nignamente gli oratori veliterni, the gli
esposero le violenze de' romani per di-
staccar Velletri dall' ubbidienza diretta
alla s. Sede e ridurli» in loro potere. De-
siderando il Papa rimunerare i meriti de'
veliterni e il costante attaccamento alla
sua persona, e insieme animare gli altri
popoli a mantenersi a lui fedeli, piovvi-
de allo stato di Velletri con due diplomi,
riferiti dalBorgia ed esistenti Dell'archivio
comunale. Nel i.° si vede in quante ma-
niere tentarono i romani di rendersi si-
gnori di Velletri e di rimuoverla dall'ub-
bidienza dovuta al Papa, volendo anco-
ra che i veliterni prestassero giuramen-
to contro la fedeltà promessa alla s. Sede.
Col 2.0 Gregorio IX dichiarò, che Vel-
letri sempre dovesse rimanere sotto l'im-
mediata prolezione e giurisdizione della
Sede apostolica; togliendo così a' roma-
ni la speranza di poterla soggettare. Con-
fermò inoltre l'antico pi ivdegio di si ugola-
re libertà concessale da'suoi predecessori,
di cui la città ne porta sull'arme la discor-
.>a epigrafe; e confermò pure i privilegi de'
suoi predecessori, lodando in line la coslau-
V E L *8j
za e virtù de' veliterni, ed esortandoli a
mantenersi sempre fedeli a' successori di
s. Pietro. Nel 1234 Gregorio IX colla
bolla de' 1 6 gennaio Rex excelsus, pres-
so il Bull. Rom.t t. 3, p. 281 : Prohibi-
tio alienandi Terras, Castra et alia
loca Sedis apostolicae, absqtieconsensii
s. Romanae Ecclesia» Cardinalium. Il
Nibby nel citarla inlerprelò l'opposto,
dicendo che ordinò l'alienazione del ca-
stello di La ria no, senza domandare il con-
senso de' cardinali (il quale castello sul
finire di questo secolo eia in potere di
Riccardettodi Matteo nipotedel cardini!
Riccardo Annibaldi, che profittando del
silo esercitava ogni sorte d'estorsioni edi
violenze). La bolla non fu pel solo Laria-
110, ma pe'luoghi di cui specialmente vol-
le vietare l'alienazione, e ve lo compre-
se. Anzi qui riporlo il solo brano che ri-
guarda le due provincie di Marittima e
Campagna, dal quale si rileverà i Ino» hi
eccettuali, ed a quali di esse allora appar-
tenessero. In Campania , Castrimi Fu-
monis, Palìanì, Serronis, Larianis. fu
Dlaritima, Aquam Putridain, Ostiam
qua m Episcopus Ostiensis tenet a Ro-
mana Ecclesiasti omnibus ipsiusEpisio-
pi j'ure sali'o. AriciaintNympliam. To-
lan. Cor a 111. Cisterna in, et Terracinam.
Nel 1237 s'introdusse in Velletri il magi-
strato appellato Podestà.L'eìeilo a questa
magistratura dovea essere forastiere, e go-
vernava la città con autorità assoluta di
punirei delitti. Perseguo della sua poten-
za gli si consegnava nel possesso una ver-
ga coperta di velluto nero con pomi d'ar-
gento. Siccome l'autorità di questo ma-
gistrato era assai eslesa e poteva dege-
nerare in tirannide, durava soltanto G
mesi. Di quesla carica, come dissi in lau-
ti luoghi, se ne faceva gran conto, poiché
il governo de' popoli era sottomesso al-
l'auloi'ilà del podestà. Egli avea un go-
verno illimitato, per cui i primari per-
sonaggi di Roma, delle provincie, e spes-
so i baroni procuravansi tal magistratu-
ra. Eravi aucora un giudice per decidere
a86 V E L
le cause civili. Ma l'autorità dell' anti-
chissimo magistrato de' due consoli, per
l'introduzione del podestà, restò molto di-
minuita. Ebbero però 1' amministrazio-
ne delle cose pubbliche, e ciò che appar-
teneva alla polizia della città; ed in mol-
ti casi il podestà non poteva procedere
che col parere e consenso de'consoli. Que-
sti sceglievate! dalle famiglie nobili, ed
eletti dal senato ossia consiglio, presso il
quale risiedeva tutla l'autorità, che ve-
niva comunicata nell'elezione al podestà,
al giudice, a' consoli, a' capitani e a lut-
ti gli altri dliziali pubblici. Il consiglio
atea a sé riservato gli all'ari di sommo
rilievo, come di pace, di guerra, di tre-
gua, d'elezione di generali e di riforma
degli statuti. Al magistrato de' consoli
Gregorio IX diresse il diploma de'5 giu-
gno i 237, da cui si trae che in que'tempi
Vellelri era soggetta alla giurisdizione
suprema del rettore di Marittima e Cam-
pagna, e vi rimase fino al 1 4- ' 3. Posle-
riormeute non più trovasi memoria de'
consoli, e può credersi che non molto
dopo il 1 237 si cambiasse tale magistra-
to in quello de' nove buoni nomini, chia-
mali pure signori nove, con un sindaco.
Nibby li chiama novemviri,e vi aggiun-
ge i contestabili comandanti le milizie,ci-
t a lido Borgia, ed osserva: cosi allora i go-
verni municipali riassunsero il tipo del
governo primitivo delle città latine com-
posto d'un dittatore, di tribuni militari,
d'un questore e d'un senato. Federico il
sempre più nemico e persecutore di s.
Chiesa, non solo volle impedire la cele-
brazioue del concilio generale di Lettera-
no, in cui Gregorio IX lo doveva depor-
re, ma tentò ancora dal suo limitrofo re-
gno una scorreria nella provincia di Cam-
pagna. A reprimere il Papa questa osti-
lità fece preparamenti, e perciò scrisse al
podestà e popolo di Vellelri, che raccolti
tutti i cavalli e fanti della città, li spedis-
sero a Ferentino, ove era il suddetto car-
dinal Aninbaidi o Annibaldeschi rettore
di Muiitlima u Cumpagua. Per maggior -
V EL
mente sollecitare la richiesta spedizione
Gregorio IX scrisse eziandio all'arcieri
le e clero veliterno, ingiungendo loro
persuadere e animare il popolo a pror
lamento prender l'armi. Ambedue le let
tere si leggono nel Borgia, e gli originali
negli archivi del comune e della catte-
drale. Dice Nibby che quest'ultima esor-
tatoria conteneva la multa di 5oo mar-
che d'argento, e altre pene temporali e
spirituali , compresa la scomunica nelle
persone e l'interdetto sulla città, qualora
i velilerui non si fossero mossi. Innocenzo
IV dopo aver deposto dall'impero e dal
regno Federico 11, inviò in Polonia il ve-
literno fi*. Giacomo minorila custode del
s. convento d'Asisi, per esaminar la causa
della canonizzazione di s. Stanislao vesco-
vo di Cracovia, onde per sua opera la ce-
lebrò nel 1252 o 1253, in quest'anno o
prima facendo il religioso vescovo di Fe-
rentino, non conosciuto dall'Ughelli. Nel
1258 eletto da' terracinesi per podestà
Pietro Guidoni nobile veliterno, vi osta-
rono i Frangipani e gli Annibaldeschi no-
bili e polenti romani, sostenendo egliuo
esservi convenzione antica fra' loro ante-
nati e Terracina, che il podestà dovesse
sempre scegliersi dalle loro famiglie. Ben-
ché sostenuti dal senato di Roma , Ales-
sandro IV che nel pontificato ritenne il
vescovato di Vellelri, e al dire di Tlieuli
lo visitò da Papa nel recarsi alla sua pa-
tria Anagni , ordinò che il Guidoni e il
suo vicario fossero mantenuti nell'ufficio.
]Neli268 Clemente IV confermò la con*
cordia stipulala fra9 veli terni e il castella-
no dì Lai lano, che allora era fr. Raicuou-
docavalierede'lemplari e famigliare pon-
tifìcio; ed assolvè dalle pene che preten-
devasi incorse da' velilerm per avere ri-
tenute alcune tene aggiudicale dal car-
dinal Bray alla rocca di Lariano, che ap-
partenevano alla s. Sede. Nella sede va-
cante di detto Papa il sunnominato Rio
cardetlo Aunibaldi molto polenie, ne pro-
fittò con occupare violentemente la rocca
di Luriuuo, che forse Gregorio IX nell'a-
VEL
fienaie il castello crasi riservata. Laonde
il ». collegio dal couclave di Viterbo nel
1269 scrisse al comune di Yelletri, esor-
tandolo a far leva d'armi per la ricupera
della rocca, che i cardinali qualificarono
uraetìosam alla camera apostolica, come
leggo nel Theuli. Rimarca Dauco, questa
è la i.a ostilità accaduta fra' veliterni e i
briaoesi, sebbene ignori l'esito della spe-
dizione, e ad onta che conosca essere sta*
lo desinato all'impresa il commissario a-
postolico Filippo arcidiacono di Tripoli,
ed il valore mostrato nell'oppugnazione
du'veliterni a favore della s. Sede. Trovo
nel citato Vitali un ordine di re Carlo l
d'Angiò senatore di Roma al suo camer-
lengo di pagare il salario dovuto e le spe-
se fatte in suo servizio da Guglielmo di
Novara podestà di Yelletri e prima giu-
dice di Campidoglio. Rimosso il re da ta-
le dignità da Nicolò 111 , avendolo rein-
tegrato neh 281 Martino IV, a richiesta
di questi Sdisse al suo vicario in Roma,
che lutti i popoli fedeli e soggetti alla ro-
mana Chiesa mantenesse in quella liber-
tà, in cui già aveano sempre vissuto. Ma
siccome il vicario regio del senatorato non
osservava tale ordine co'veliterni, soggetti
immediatamente al Papa, scrisse lo stes-
so Martino IV in proposito una gravis-
sima lettera al vieni io, ordinandogli di non
aggravare e molestare con pesi insolili i
veliterni, ma che li lasciasse vivere nella
loro libertà. Poscia Nicolò IV nel 1288
con sua bolla proibì al senatore ili ttoina
d'astringerei lerraciuesi, pipernesì e sez-
Keri a mandare in Roma speciali persone
per prendere dal senato le misure, colle
quali fossero obbligati misurare nelle com-
pre e vendite le biade e i liquori, e lo ri-
cavo da Vitali. Bonifacio Vili mostran-
do glande alletto verso questa città, do-
ve iu da fanciullo educato presso i reli-
giosi francescani (mentre n'era vescovo lo
rio Alessandro IV, ovvero al dire di
Tbeuli, sotto la cura di fr. Bruno o Leo-
nardo Patrasso suo zio, che poi lo fece
cardinale; tua il cardinale uou fu rdigio-
VEL 287
so), non - ist]egnò d'accettare l'eiezione fat-
ta in sua persona da' veliterni della po-
desteria pe'solili 6 mesi, il che con altri
nel relativo articolo dissi nel 1299, ed il
Theuli che cita il documento confessa i-
gnorare l'anno. Inoltre per far cosa gra-
ta a Velletri promosse due veliterni al
vescovato, cioè neh 298 fr. Lorenzo fran-
cescano, forse de'Nicoleschi.a quellod'Or-
te,ed a quello di Venafrod. Romano Bor-
gia vallombrosano, morto innanzi la con-
sagrazione. Indi ad assicurare per sempre
la libertà e tranquillità di Velletri, spedi
a suo favore 3 diplomi. Coh.°ordinò che
i veliterni non venissero sottoposti ad al-
cuna servitù, gravezza o esazione, per la
loro filiale fedeltà. Col 2.0 rammentando
l'opere illustri da'veliterni fitte per lun-
go tempo alla s. Sede, volle provvedere
la città d'un quieto e prospero stato. Or-
dinò pertanto, che il rettore di Maritti-
ma e Campagna non potesse astringere i
medesimi a portarsi al parlamento pro-
vinciale, all'esercito, e alle cavalcate fuo-
ri della provincia; e confermò tutte le lo-
devoli usanze e grazie concesse da'prede-
cessori. Col 3." dichiarò che la città po-
tesse, per mezzo del suo podestà e giudi-
ce, o di altri suoi uflìziali, fare giustizia
d'ogni delitto, vietando al detto rettore
d'ingerirsi in tali allàri, se non in caso di
legittimoappello, odi negligenza per par-
te degli uflìziali di Velletri; se pure il ret-
tore non avesse nella cognizione di tali
cause i medesimi uflìziali prevenuto. Or-
dinò ancora che la città non fosse obbli-
gata né a richiesta del rettore, né di qual-
sivoglia altro ministro, far prendere e tra-
sportare altrove i delinquenti, che in Vel-
letri si ricovravano. Infausto fu il 1 3o5
per lo strano trasferimento della residen-
za palpale fatta da Clemente V iu Pro-
venza, indi stabilendosi in Avignone {f/.)1
come vicina al contado fenuissiuo [f '.)
dominio temporale della s. Sede, ove re-
stando 6 altri Papi, fu cagiouedi lagrime-
voli couseguenze;falale trasferimento pre-
veduto dal decano del sagro collegio cai-
288 V E L
dinal Malico Rosso Orsini, diacono ili s.
Maria in Portico e commendatario eli s.
Maria in Trastevere. Di che lasciò scritto
il veliterno Laudi, che per l'assenza de'Pa-
pi da Roma le terre soggette alla Chiesa
furono variamente tiranneggiale; ina Vel-
letti gravemente oppressa da'romani, an-
corché Clemente V avesse mandato 3 car-
dinali con podestà senatoria pel governo
di Roma e del resto d'Italia, nondimeno
si venne molle volte all'armi con offese e
morti d'ambo le parti, il che durò per
molli e molli anni. In seguito di queste
ostilità sarà avvenuta nel i3i2 una ca-
pitolazione fatta fra il popolo e comune
tli Roma, e fra il popolo e comune di Vel-
letri. Per questo trattato dal senato e po-
polo di Roma acquistossi una certa in-
fluenza politica sulle cose pubbliche di
Vellelri. La pergamena esiste nell'archi-
vio veliterno, come tanti altri documenti
che per brevità tralasciod'indicare, per la
1/ volta nel 1889 pubblicata ed erudita-
mente commentala dal cav. Cardinali, ne-
gli Atti della Società letteraria VoUca
/ clilerna, t. 3, p. 187, eoltitolo:Df //'<?«•
lonomia di V eliciti nel secolo XI F Di-
scorso. Invece di darne un sunto, pel si-
stema mio compendioso, preferisco ripro-
durre alcuni sentimenti del mio Mento-
re e principale guida nelle cose veliler-
ne , il benemerito anche per me can. d.
Tommaso Dauco d'onorevole imperitura
ricordanza. » In questa pergamena leg-
gesi una capitolazione falla fi a questi due
popoli, per cui il senato romano acquistò
un'influenza governativa esercitata intor-
no al governo di Veletri ne' bassi tempi,
per la quale non si annullò il diritto d'au-
tonomia in questo comune. La lontanan-
za de'Papi, che dall'Italia trasferirono la
corte romana in Francia, diede occasione
a questo trattato. Il senato romano so-
steneva forte guerra contro tutte le città
del distretto, volendole assoggettai e a se
con astringerle a pagare un tributo. Se
per la (orza dell'armi, e per non cadete
m mano d'alcun poleute barone, essendo
V E L
Veletri d' ogni banda da baronie circoli
data (precipuamente da'potenti Caciaia,
Colonna, Orsini, Savelli , Confi ec), i
veliterni prudentemente trattarono col
senato e popolo di Roma; non perciò que-
sta comune perde la sua libertà; impe-
rocché questo fatto deesi considerate sot-
to l' aspelto di violenza o di scorreria, i'
cui effetti non furono legali, né penna-
Denti come in seguito vedrassi. I veliter-
ni o coll'arrai, o colla protezione de' l'a-
pi, a'quali erano di voli e fedeli, tornaro-
no ben presto nella loro piena indipen-
denza. Rene si conosce dalla storia qual
fosse nel 1 3 i ?. la situazione politica del-
l' Italia e di Roma (V.). Per tutto arde-
va la guerra; e le fazioni de Guelfi e Chi-
bellini{f/.) riempivano le città e le con-
trade tutte d'orrore, di sangue e di mor-
te. Roma posta in balla di queste fazioni
videsi obbligata dalla plebea riconoscere
per senatore un Jacopodi Giovanni d'Ar-
lotto degli Stefaneschi. Questo magistra-
to a' 1 3 ili novembre riferisce in consiglio
prima, e poscia in parlamento nel Cam-
pidoglio il negozio di Veletri. Il consi-
glio e i parlamentari commettono a Ri an-
ca di Giovanni del Giudice di palleggia-
re con Jacopo Melati ambasciatore e sin-
daco a ciò spedito dal comune di Vele-
Iri. La convenzione fu questa. Che il po-
destà di rpiesta città fosse perpetuamen-
te eletto nell'avvenire dal cooiune e po-
polo di R.oma per ogni semestre, al (pia-
le il comune di Veletri darebbe 3oo lib-
bre di provvisione (provvisini leggo in
Cardinali; o meglio provisini moneta an-
tica di Francia, battuta ancora in Pioma
d'ordine del senato romano, di cui par-
lai in più luoghi , alcuni opinando che
questi soldi o denari romani prendesse-
ro tal nome dalle provisioui o rendile del-
le chiese, piuttosto che da Provins noi
molto lungi da Parigi), e la metà d'al-
cuni bandi, con che avesse a tenere a sue
soldo 6 uomini d'arme, e di questi 2
cavalleria ; e giurasse l'osservanza degl
Statuti 0 esislcuti, o da farsi iu avveuirt
VEL
ila' veliterni, purché non minuissero la
condizione e i diritti senatorii; e stesse a
ragione, né movesse di luogo senz'avere
soddisfatto il sindacato.CouvenivanOjClie
potessero eleggere i veliterni liberamen-
te in giudice un cittadino romano; die
non si concedessero appelli, se non sopra
25 libbre di provvisioni (provvisini dice
Cardinali, cioè provisi DÌ moneta); che non
potesse dal comune di Roma né vender-
si, uè obbligarsi la podesteria di Vele-
tri; che a nessuno fra'nobili o fia'magna-
ti romani fosse permesso acquistare beni
fondi in Velelri, e acquistandoli fosse nul-
lo l'acquisto. Convennero, che il popolo
di Veletri darebbe annualmente a tito-
lo di censo due torchi di cera d'accen-
dersi in onore di Nostra Donna nella vi-
gilia dell'Assunzione; che, dove per tito-
lo di perseguitare i delinquenti si recas-
sero a Veletri e suo territorio i lornieri
(o terrieri custodi delle torri di Roma,
turrerii, come trovo in Vitali), e gli uo-
mini d'armi del senato, nulla si avesse
loro a dare da questa comune; purché
non fosse il delitto avvenuto nel territo-
rio. Convenivano finalmente, che il po-
polo e comune di Veletri giurerebbe il
seguimento al comune di Roma senza
darne mallevadori; che il popolo di Ro-
ma difenderebbe le persone e le cose de'
•veliterni da ogni persona ecclesiastica e
secolaresca; che non li graverebbe o col-
la leva del sale, o con tasse di grascie, o
di giustizieri ; che i veliterni interverreb-
bero, siccome era già usanza , a' giuochi
di Testaccio (altre notizie di essi le ripor-
tai nel voi. LXIV, p. 38), o ad altro gra-
vame qualsiasi non si terrebbero punto
obbligati (dice Rauco, che fu abolita tal
costumanza da Paolo II e Sisto IV, cioè
intenderà parlare dell'intervento de' ve-
literni, non de'giuochi). Per l'osservanza
di questa capitolazione imposesi la pena
di i ooo marche di buon argento; e quin-
di seguono le forme forensi, i giuramenti
e ogni altro che può essere d' essenziale
nelle solenni contrattazioni. Il popolo ro-
VOI. LXXXIX.
V E L 2%
mano con quest'alto non rende a se vas-
sallo il popolo veliterno , e se per poco
influisse nelle cose pubbliche di Veletri,
ciò avvenne per la convulsione politica
di tulta l'Italia. In que'disordini i popoli,
che si reggevano a comune, erano costret-
ti o di scegliersi , o darsi ad un signore
assoluto potente, odisagrificare una par-
te della propria libertà, onde farsi un po-
tente alleato. Veletri sopra ogni altra n'e-
ra in sommo bisogno; perchè era nel pe-
ricolo di cadere nelle mani di prepotenti
baroni, che la tenevano circondata co'lo-
ro castelli. Ecco il motivo che spinse la
prudenza de'veliterni a porsi nella dipen-
denza del senato romano nella lontanan-
za de'Papi da Roma; prima, perchè due
governi della stessa natura sogliono più
lealmente confederarsi; poi, perchè faci-
le riusciva profittare dell'agitazioni che
sono inseparabili dal governo di molti,
onde migliorare, quando che fosse oppor-
tuno, di condizione; e finalmente perchè
presto o tardi riconducendosi i Pontefici
alla loro sede, li avrebbero, come in ad-
dietro, liberati dal vincolo di quella sog-
gezione. I governi a comune dividevano
in due l'amministrazione pubblica: la
parte legislativa, la somma della guerra
e della pace, l'amministrazione a' parla-
menti e a' magistrati collegiali, e la ese-
cutiva a' podestà affidavano. Velelri vi-
vendo nelle libertà ecclesiastiche eserci-
tò questo libero potere. In questo tratta-
to il senato e popolo romano acquistava
il solo diritto di mandare in Veletri il po-
destà, a cui apparteneva I' amministra-
zione esecutiva. E siccome questo pode-
stà doveva giurare l'osservanza di que-
gli statuti che il comune di Veletri avea
in vigore, e quelli che fosse in appresso per
dare a se stesso, chiaro si scorge, che con
ciò non veniva distrutta la libertà del co-
mune, stante che al comune rimaneva il
diritto legislativo- Altra forte ragione, che
mostra non essersi punto diminuita la li-
bertà de'veliterni in questa contrattazione,
è quel patto con cui si vieta a' magnati,
'9
ago V E L
e n'nobili romani il possedere alcun che
nel territorio e nellu città di Velelri ; e di
più il vincolo del giuramento prestalo da
ambe le parti fa vedere, che la contratta-
zione si fece da pari a pari, giacché il so-
vrano giammai giura al suo suddito. Del
resto in appresso si vedrà cadere e annul-
larsi questo trattato dopo il ritorno de'
Papi in Roma". Giovanni XXII, succes-
so a Clemente V, fece rettore di Marit-
tima e Campagna Raimondo cluniacen-
se da lui consagralo vescovo di Monte
Cassino; e non volle riconoscere Lodovi-
co V il Bavaro eletto imperatore da una
parte degli elettori dell' impero , indi lo
scomunicò pel narrato in tanti luoghi.
Recatosi in Roma nel i 3s8 fece eleggere
in antipapa Nicolò V, il quale lo coronò.
Abolendo portarsi a Napoli, il re Roberto
avea posto sue genti nel castellodella Mo-
lala, e l'i i giugno Lodovico 1' espugnò
co' partigiani romani e le sue genti; ciò
fatto andò a Cisterna , che tosto si rese,
ma pel caro e per mancanza di vettova-
glie, l'esercito la saccheggiò e arse; ed i
romani tornarono a Roma. Già Lodovico
direttamente da Roma erasi recato a Vel-
letri, come leggo in Vitali ; ed il Thevili
dice che vi fu ricevuto con quelle dimo-
strazioni d' ossequio, come richiedeva la
miseria di que'tempi. Dopo il crudele ec-
cidio da lui fattoio Cisterna, non volle più
andare a Napoli, con animo di rientrare
in Velletri. Ma i veliterni temendo la sor-
te di Cisterna, fattosi coraggio, non lo vol-
lero più ricevere, chiudendo le porte. Lo-
dovico forzato ad accamparsi con disagio
al di fuori, vedendo la città ben munita
e con molta vigilanza guardala da'cilladi-
ni, se ne partì. 11 Nihby dice per la forte
contesa insorta fra gli alemanni del suo
esercito a cagioue della preda di Cisterna,
per cui poco mancò che non venissero al-
le mani. Dunque è inesalto il riferito da
Peirini, che Lodovico, oltre Tivoli, occu-
pò coll'armi Vellelri, e non ardì d'acco-
starsi a Palestrina. Aggiunge Nibby, che
nel 1 34?' (anno in cui morì Deuedello XII
VEL
e gli successe Clemente VI) Nicola Caela-
ni signore di Fondi, profittando dello- sla-
to d' anarchia in che trovavasi Roma e il
suo distretto, andòad assalireVel!etri,che
valorosamente si difese, e potè respinger-
lo mediante i soccorsi ricevuti da Roma;
ma non fu allora, che per le spese fatte
perciò dal popolo romano, com'egli dice
dovè soltoporsi ad avere il podestà. NoU
di più, che tale guerra durò molti anni
solo rimase sopita nel 1 348 per la terribi-
le pestilenza che mietè mol lis>ime vile, an-
che nelle vicinanze di Roma. Nel 1 34-
Clemente VI fece vescovo di Tivoli il ve-
literno Nicolò, secondo Lucenti canonie
in patria, e non di Todi come vuole Ughel
li. Nel 1 347 il famoso ambizioso agitatore
Cola di Rienzo, profittando delle fazioni
che laceravanoRoma,sedusse audacemen-
te il popolo con volere ripristinare l'anti-
ca repubblica; s'impadronì del governo, e
assunse il titolo di tribuno augusto. Invi-
tando i sovrani e le città a inviargli am-
bascerie, pure Velletri mandò due am-
basciatori, anche per quietare alcune ver-
tenze co'romani. Questi aveano usurpato
l'elezione del giudice di Velletri, e di più
j grascieri di Roma volevano comanda-
re nella cillà. Ebbero gli ambasciatori ri-
sposta, che il comune veliterno si ricom-
prasse l'uffizio del giudice, e che pagas-
se una stabilita somma a'grascieii ili R.O-
ma , acciò non s'intromettessero nel vi-
vere di Velletri. Convenne adattarsi per
7 mesi, quanto durò per allora la tiran-
nia del tribuno, che cacciato da Roma
cadde in potere del Papa. Eletti senato*
ri Pietro Sciarra Colonna e Giovanni di
Orso , molto se ne compiacquero i veli-
terni, perchè avendo sofferti notabili dan-
ni dal suddetto conte di Fondi, sperava-
no aiuto contro quel prepotente barone.
Difatti l'ottennero, ma i senatori profit-
tando dì questa occasione, tutto accorda-
rono colla condizione che Velletri in av-
venire ricevesse il podestà a scelta ed e-
lezione del popolo romano. Conviene dun-
que supporre che la capitolazione del
VE L
i 3 1 1 fosse stata annullata. I veliterni co-
stretti dalla necessità, accettarono la dura
condizione. Ma in seguito eglino si penti-
rono della condiscendenza,come contraria
alla libertà e privilegi della città, e quin-
di nacque una sorgente di continue con-
tese e travagli, fra' romani e i veliterni.
Non arrestaronsi questi di subito intra-
prendere l'ostilità contro il conte di Fon-
di, che però restarono sospese per la det-
ta desolante peste, che dal i 348 per un
continuo triennio fece crudelissima stra-
ge degl'italiani. Crescendo le usurpazio-
ni nello stato pontificio e i tumulti di Ro-
ma, per reprimerli e riconquistare l'oc-
cupato, neh 353 Innocenzo VI spedì da
Avignone per legato il celeberrimo cardi-
nal Albornoz, insieme coll'ardito Cola di
Rienzo, il quale colla sua facondia pro-
metteva di tutto calmare. Nel 1 3 54 Rien-
zo fatto senatore di Roma cominc'ò ad
esercitare crudele giustizia contro i prin-
cipali signori di Roma, meditando la ro-
vina de'Colonnesi, anche perchè Stefano
di tal famiglia gli ricusava ubbidienza e
uvea fatto scorrerie nel territorio roma-
no. Questi fortificatosi in Palestrina,Rien -
zo dal campo di Tivoli (/^'.) si recò ad
assediarlo strettamente coniooo soldati
romani, e il popolo di Velletri e di Tivoli
tutto in arme, oltre molta gente de'vici-
ni luoghi. In breve tempo, preso tutto il
territorio, e occupata buona parte della
città fu mandata a sacco e rovina, rima-
nendo intatta la sola parte superiore. Nel-
V 8.° giorno fu sciolto V assedio , perchè
i veliterni e i tiburtini erano venuti fra
di loro in gravi competenze , e temevasi
che nell'esercito si levasse qualche tumul-
to; e perchè Rienzo sospettava che il fa-
moso fr. Morreale capitano di ventura lo
volesse uccidere, macchinazione scoperta
dalla sua serva, per cui lo fece decapita-
re in Roma neh 3 54- Pelrini nulla dice
della rovina di Palestrina, che anzi dal-
la parte della montagna senza molestia
entravano e uscivano uomini e vettova-
glie. Continuaudo il fantastico Rienzo le
VEL 29«
sue angarie, stanchi i romani di più. sof-
frire le sue stranezze e uccisioni, a furia
di popolo restò trucidato miseramente i'8
settembre. I baroni Savelli nel 1 355 si
portarono in Velletri e nel febbraio fe-
cero la divisione delle loro terre e castel-
la nel pubblico palazzo, con accordo di
pace e sicurezza , promettendo di cessar
le condonate offese sotto pena dii5,ooo
fiorini d' oro. Il comune si fece garante
del convenuto, e si obbligò d'aiutar gli
offesi contro gli aggressori colla forza e
coll'armi, sottomettendosi i Savelli pie-
namente alla protezione di Velletri e de'
suoi magistrati. In quell' epoca Velletri
avea un certo ascendente sui circostanti
paesi e castelli, e spesso s' interponevano
i veliterni per conservar la pace fra' ba-
roni confinanti. E il Nibby dice che nel-
lo stesso anno due veliterni furono me-
diatori fra vari potenti romani e Giorda-
no Peronli di Terracina, per la reputa-
zione che godevano presso i vicini. Ap-
prendo da Vitali, che neh 358 i 7 rifor-
matori della repubblica romana vicari del
senatore ordinarono a'Mancini veliterni,
per testimonianze d'una lite de' monaci
di s. Alessio, di presentarsi avanti An-
gelo di Cantalupo giudice della curia di
Velletri. Non pare esatto il riferito dal
Rinaldi e dal Nibby, che non potendo i
veliterni sopportare il giogo loro im-
posto da'romani nell'invio del podestà, e
profittando della rivolta accaduta in Ro-
ma nel i362, ricusarono di riceverlo o
l'uccisero, non essendovene memoria in
Velletri. Però non sembra del tutto in-
veridico, perchè la città inviò neh3G3 al
nuovo Papa Urbano V in Avignone il
nobile Simmarda per ambasciatore, il
quale gli rappresentò esser Velletri invol-
ta in molte miserie per le guerre soste-
nule contro il conte di Fondi, e per le di-
scordie che aveansi col popolo romano
per l'elezione del podestà e del giudice,
la quale aveano usurpato con danno del-
la pubblica tranquillità. E ciò accadeva,
perchè i romani vendevano quegli uffici,
ag» V E L
dal che nascevano estorsioni e oppressio-
ni. Laonde per tanfi e sì gravi disastri, la
città implorava dal sovrano conveniente
rimedio, e fu benignamente esaudita con
due brevi. Ma siccome il cardinal A Ibor-
noz non gli die quell'esecuzione che si
sperava, i veliterni rinnovarono al Papa
le loro suppliche, ed egli ripetè le ingiun-
zioni al cardinal legato. Allora questi im-
prese a trattar la pace fra'romani ei ve-
Jiterni, ma con poco successo pel reciproco
odio nudrito dalle continue ostilità scam-
bievoli, con danni e offese, dopo la guer-
ra dichiarata da' romani a Velletri e a'
baroni. Intanto Enechino Bongardo con
una compagnia d'armati ponendo a fer-
ro e fuoco, e predando le terre de' roma-
ni e de' collegati , coli' intervento d* un
commissario apostolico, stabilirono i ro-
mani co'due sindaci veliterni l'i 1 otto-
brei364 'a li'egua d'un anno, sotto pe-
na di multe e censure a'trasgressori. In
questo trattato venne compresa Sancia
Caetani vedova di Stefano Colonna, che
co'figli erasi fortificata in Galestrina, ed
unita in lega eo' veli terni contro i roma-
ni. Indi i veliterni deputarono i nobili
Oori e Ventura a presentarsi al cardinal
Albornoz per stabilire una durevole pa-
ce. I medesimi furono autorizzali a umi-
liarsi a Urbano V, che mosso dalle cala-
mità de'suoi sudditi, a' 16 ottobre erasi
portato in Roma, per pregarlo a confer-
mare le libertà veliterne e impedire le ro-
mane gravezze, per le quali le sospese o-
stilila eransi ricominciate, per cui i veli-
terni furono poi assolti in più di 4oo per
aver danneggialo il territorio romano; co-
me pure recato gravi danni ad Albano
con saccheggi di varie abitazioni e de'
monasteri di s. Paolo e delle monache di
fi. Maria Rotonda , oltre il sacco del ca-
stello di s. Pietro in Formis , allora di
detta diocesi, per cui soggiacquero a lite
gravissima pel reintegro di tanti danni.
Il Papa con molta efficacia scrisse in fa-
vore de' veliterni nell'agosto 1370 da
Monte Fiascone e prima di partire per
VEL
Avignone, a Daniele de'marchesi del Car»
retto priore gerosolimitano e rettore di
Marittima e Campagna. Finalmente nel
1 37.4 tanto i romani che i veliterni infa-
stiditi dalle grandi molestie cagionate da
sì lunghe discordie, trattarono e conclu-
sero amichevolmente la pace, sulle dille-
renze nate per le convenzioni del 1 3 1 1 e
i34"2. Fu stabilito a' 18 aprile pel tem-
po avvenire, che 1' elezione del podestà
dovesse farsi per ogni 6 mesi dalla città
di Velletri, e confermarsi dal popolo ro-
mano, a riserva solo de'4 semestri allora
prossimi, ne'quali cedevasi tale elezione
a'romani , e nel rimanente si conferma-
rono i capitoli e la convenzione fatta nel
l342 in occasione della guerra del con-
te di Fondi , e condonaronsi d' ambo le
parti le pene incorse. In sostanza si sti-
pulò: Che il podestà nulla possedesse in
Velletri, fosse contento di 3oo libbre di
provesini e della metà de'danni dati, do-
vendo tenere il notaro forastiere, 6 fami-
gli e 1 cavalli; che non si potesse appel-
lare dalla sua sentenza, se non trattavasi
di somma maggiore di x5 libbre; che la
città non fosse gravata a comprare sale,
nèa darealtro provento a'grascieri e giu-
stizieri di Roma; che avesse libera l'eie-
zionedel giudice, purché fosse dottore ro-
mano; che nel rimanente Velletri godes-
se della libertà de'suoi statuti e privile-
gi. Non deve meravigliare se Velletri fa-
ceva fronte a'romani, potendosi conside-
rare di forze eguali, poiché la popolazio-
ne di Roma ridotta neh 198 a 35,ooo,
per l'assenza de' Papi non giungeva alla
metà. Ma se cessarono tali disastri, rima-
nevano le turbolenze interne, e una spe-
cie di guerra civile che disturbava la cit-
tà. Da due anni innanzi eransi suscitate
in Velletri due contrarie fazioni appellate
de lupi e delle pecore, o divisione di par-
tito guelfo e ghibellino. I faziosi combat-
tendo fra loro riducevano in un'estrema
calamità la popolazione intera. Continua-
mente accadevano uccisioni, rovine di ca-
se, sterminio di possessioni, prede di he-
V E L V E L acj3
tirami e «lire insolenze. L'uno e l'altro glio i 378 die una sanguinosa rotta a'ro-
parlito averi seguilo grande di nobili e titani a ponte Salario; ma questi riunite
di popolani; e spesso vi s'intromettevano le forze raggiunsero i bretoni nel terri-
i baroni circonvicini. In queste critiche torio di Manno nell'aprile 1 379, ed in
circostanze furono fabbricale delle torri quello di Nettuno nel marzo i38o li bat-
in città per fortificarsi e difendersi, ed terono e fugarono. I bretoni per questa
ancora ne restano alcune. Nel i374stes« disfatte si posero al soldo d'Onorato Cae-
so, per opera d'alcuni pacifici cittadini e tani contedi Fondi. Questo ribelle scomu-
de'pacieri eletti dal magistrato, fu ristabi- nicato infastidiva co' suoi armati i paesi
lita la pubblica tranquillità. A' 17 gennaio fedeli al Papa. Mosse più volte le sue
1 877 Gregorio XI consolò Roma con ri- truppe sopra il territorio veliterno; scor-
slabilirvi la residenza pontifìcia; ma mo- reva la campagna , predava bestiami e
rendo neh 378, contro il successore Ur- vettovaglie, con frequenti uccisioni di ve-
bano VI si ribellarono i cardiuali france- literni. Il comune spedì ambasciatori al
si, inclusivamente al cardinal Latger ve- senato di Roma, esponendo il pericolo in
scovo veliterno. Portatisi ad Aiutgni e cui era per cader la città, i gravissimi dan-
quindi in Fondi, presero a soldo 1 200 ca- ni che riceveano dal conte e da' bretoni,
valieri bretoni che aveauo accompagnato che stanziavano a Ninfa poco lontana da
a Roma il Papa defunto, e trassero al Velletri. Promise il senato di mandare a-
partito loro il conte Onorato Caetani già iuto, ma questo ritardando, la città si ar-
rettore di Marittima e Campagna. 1 car- mò, prese nel i38i a sua difesa uu capi-
cimali faziosi scismaticamente depostoUr- tano forastiere in Annibale Strozzi fio»
bano VI, a'20 settembre elessero Tanti- rentino, che trovavasi a Tivoli, coti ani-
papa Clemente VII, dando così principio pia facoltà. Dispiacque a'romani tale «cel-
ai grande e pernicioso Scisma (^.) d'oc- ta, e non potendone ottener la revoca, ve-
ndente , nel quale i fedeli si divisero in derido il bisogno estremo di Velletri cor-
due Ubbidienze (!'.); poiché il pseudo sero a soccorrerla e rinnovarono la con-
Pontefice recatosi in Avignone vi stabilì federazione. Eransi intanto i bretoni for-
una cattedra di pestilenza. Di tale sacri- tificati in uu colle vicino alla città un mi-
lega elezione il conte di Fondi ne die su- glio e mezzo circa fuori di porta Napole-
bito parte a Velletri, esortando i cittadi- lana, onde prese il nome di colle de'Brit-
ni a rallegrarsi e riconoscere per successo* ioni che porta, e perciò i cittadini erano
re di s. Pietro Clemente VII; come avea impediti di recarsi alla campagna : i be-
fano scandalosamente il vescovo cardinal tirami parte li tenevano in città e parte
Latger , per cui alcuni veliterni ne se- verso il vicino monte, ove nemmeno era-
guirono l'esempio. Venuto di ciò in co- no sicuri. Spesso venivano condotti pri-
guizione Urbano VI , dopo aver scomu- gioni de' veliterni, e sembrava non potersi
meato l'antipapa e i suoi aderenti, scris- rimediare a tanto disastro. Combatteva-
se al popolo di Velletri, acciò si prowe- no di frequente control bretoni capita-
desse alla mancanza de'traviati con farli nati dallo Strozzi, e quasi sempre colla
tornare alla sua ubbidienza. Così avven- peggio. Il popolo intimorito desiderava lu
ne, e Velletri si mantenne sempre costati- pace col conte di Fondi, ma non essen-
te nell'ubbidienza d' Urbano VI, da cui dovi speranza d'ottenerla, risolse di far
non valsero a rimuoverla uè le persua- un forte tentativo, e d'assaltare animoso
sioni, né le minacce del conte di Fondi, il nemico, per evitare il pericolo di peli-
ne i continui insulti e uè le scorrerie del- rea fil di spada se avessero i bretoni espu-
la cavalleria bretone. Questa truppa leu- guato Ja città. Pertanto a' 7 dicembre
tò d'assediare anche Roma, ed a' 16 lu- j.38.2 sul levar del iole, tutto il popolo
a94 V E L
armato di balestre e altre armi sì scagliò
sul nemico, e combattè con tanto valore,
die iu breve i bretoni furono vinti, sba-
ragliati e posti in fuga, ritirandosi a Nin-
fa e altre terre vicine. Contribuì alla vit-
toria l'improvvisa e terribile tempesta
di grandine, simile a grosse ghiande, che
uccise molte di quelle genti. Questo pro-
digio fu attribuito a s. Geraldo vescovo
veliterno, a cui aveauo ricorso i citta-
dini, e perciò quel giorno fu osservato
per festivo, e preso il santo per protetto-
re poi gli eressero una cappella nella cat-
tedrale. Jl Borgia riporta la tradizione e
molte testimonianze, che la grandine fos-
se miracolosamente di piombo. Il Dauco
riferendo le notizie di s. Geraldo, aggiun-
ge che simili ghiande di piombo furono
pure trovate a Campo Morto, forse pel
combattimento ivi seguito , che alla sua
volta narrerò. Rigetta poi i racconti che
tal pioggia di grandine avvenisse nel 5g6
nell'assedio posto alla città da Agilulfo re
de'longobardi, ovvero contro l'esercito de'
saraceni, che venuti dal mare tentavano
d'impadronirsi della città, con aperta con-
traddizione, avendo egli provato che s.
Geraldo soltanto resse questa chiesa dal
1072 al 1077, onde non era fiorito a
quell' epoche. Ma pel nuovo quadro del-
la cappella comunale di s. Geraldo (ar-
chitettata del cav. Francesco Fontana
nella cattedrale, e di recente bellamente
restaurata), la cui illustrazione ho accen-
nato parlando della cattedrale,quantoal-
la qualità de'nemici, opinò ilcapitolodel-
la medesima che fossero i saraceni, secon-
do la più probabile patria tradizione, che
all'epoca del secolo XI tornarono a infe-
stare queste contrade. Avendo promesso
di riparlare della rappresentazione e pre-
gi del quadro, colla descrizione da ultimo
fatta dal eh. Basilio Magni, dirò con lui.
A' saraceni si attribuisce il feroce assedio
patito da Vellelri, che la ridusse agli e-
stremi, nel vescovato di S.Gerardo, il qua-
le durò dal 1072 al 1078. In tal fran-
gente, il saulo vestito pontificalmente
VEL
usci dalle porle della città col clero e co*
divoti rei itemi, e pregare Dio per la sal-
vezza del suo gregge. A un tratto, oscu-
ratosi il cielo, scagliò sopra gli assalitori
un nembo procelloso di grandine e piom-
bo, che ne fece orribile strage. Tanto e-
spresse il pittore Zapponi nel quadro e
con quella maestria che artisticamente
rilevò, parte a parte, il suodegnoconcit-
tadino. Perlaquale prodigiosa liberazio-
ne di Vellelri, il santo vescovo dopo mor-
to ne fu acclamalo protettore, ed a spese
del comune fu innalzata la detta cappella.
Mentre Vellelri sperava godere qualche
anno di pace, Fabrizio Colonna ruppe
quella fatta col padre nell'anno 1 383,
ed unito col fratello del re di Francia
mandato in Italia dall'antipapa con 3ooo
cavalli a perseguitare Urbano VI, fe-
ce sul territorio veliterno grossa pre-
da di bestiame, e imprigionò circa 8q
cittadini nella campagna e li condus-
se nella sua rocca di Genazzano. Si ten-
ne un generale consiglio, in cui si stabi-
lì un armamento eleggendosi a capitani
Paolo Paulozzo per custodir la città, e
Francesco d' Alitino per assalir i nemici
e assicurar la campagna. I romani s'in-
tromisero a fare restituire la preda e IU
berarei prigionieri; e nel 1 385 per auto-
rità de' riformatori della pace di Cam-
pidoglio, si ordinò che in Vellelri non ar-
dissero d'entrare cavallerie, né si ricettas-
sero i baroni senza il permesso di tutto
il popolo. Il conte di Fondi vedendo le
cose dell'antipapa a mal partito, e stanco
da tante ostilità, colla mediazione del
popolo romano si pacificò cou Velletri.
Ne' capitoli della concordia si conven-
ne : Che il conte non molesterebbe i be-
ni e le persone del comune; che s'inten-
desse rotta la pace, ogni volta che si olfem
dessero 6 uomini o più; che i bretoni a'
suoi stipendi non avrebbero offeso il co-
mune, il quale sarebbe avvisato dovendt
essi partire per munirsi. Il conte preten-
deva d'esser riconosciuto rettore di Ma-
rittima e Campagna, come nuovamente
V EL
a ciò Jeputato dall'autipapa,ma i veliter-
ni si rifiutarono, e solo l'avrebbero ub-
bidito se tale lo dichiarasse Urbano VI. I
romani in occasione eli delta interposi-
zione, a' 29 settembre i38g aveano sti-
pulato alcuni capitoli co' veliterui, ne'
quali si conveuue: Che Velletri riceves-
se col solilo onore il podestà romano; die
i romani operassero per la pace o per una
lunga tregua col conte diFondi,e se non vi
riuscissero ai unirebbero a guerreggiarlo
co' veliterni ; che si perdonassero scam-
bievolmente i danni e le ingiurie ; e die
per l'osservanza de' capitoli vi fosse la
inulta di 10,000 fiorini d'oro. Quando
Urbano VI esprimeva il dispiacere che
uomini perversi seguissero lo scisma, e
si disponeva a concedere grazie e favori
a Velletri, la morte lo rapì a* i5 otto-
bre. Il successore Bonifacio IX, d'alti spi-
riti, volle in quelle turbolenze ricupera-
re 1 domiuii usurpali alla s. Sede, indù-*
sivamente al castello di Lariano occupa-
to da un barone suo nemico. A tal uopo
inviò a Velletri un commissario per vigi-
lare all'impresa nel 1894, con breve di-
retto al comune onde animare il popo-
lo ad eseguire quanto desiderava. Non si
conosce l'accennato barone; forse fu Ni-
colòColonna partigiano dell'antipapa, per-
chè nel i4oo pare che abbia mossa guer-
ra a Velletri per questa causa. Dauco cre-
de probabile che allora Lariano fosse oc-
cupato dalla famiglia Conti, i quali fino
dal 1226 aveano delle ragioni sul terri-
torio, e sotto Urbano VI Ildebrando e
Adiuolfo Conti prendevano i frulli di
Lariano. Quel Papa nel 1 388 avea com-
messo a Nicola di Lauro (o Valeriauis
di Piperno) di ricevere da' detti Conti
il possesso d' Alatri e Segui, e de' castel-
li di Paliano e di Lariano, e di ritener-
li in buona guardia e custodia. Forse
nella morte d'Urbano VI i Conti ritor-
narono in possesso di Lariano con dispia-
cere di Bouificio IX; e forse da que-
st'impresa di Lariano avranno avuto o-
ligi ne le rappresaglie di Paolo Couli eoa-
VEL 295
Irò Velletri. Poiché partito il Pontefice
da Roma, i romani ripresero la primie-
ra libertà e licenza cacciandone i suoi
ministri. In quest'occasione Paolo Con-
ti allegando che da' veliterui fosse stato
saccheggiato il suo, portossi con buon
numero di gente armata a' danni di Vel-
letri, facendo scorrerie, prede e uccisioni,
massime nelle campagne. Nel 1397 si
adunò in città un parlamento generale
per provvedere a questo disastro, e fu-
rono eletti 2 capitani ; ma in breve seda-
ta la discordia, si ristabilì l'antica amici-
zia e confederazione tra Velletri e i Con-
ti. Fin qui il Bauco. Ma io già dissi col
Ralti, Della famiglia Conti, e superior-
mente, che in principio Urbano VI fu fa-
vorevole a'Conti, affidando loro il gover-
no e le rendite di vari castelli, fra' quali
leggo Lariano, e poi nella detla epoca tut-
to loro ritolse. Di più. trovo nel medesimo
Batti, Storia di Ganzano, p. 26 e 1 1 r,
un documento di Bonifacio I X del 1 399,
in cui si dice, die Lariano era una ca-
stellala dalla quale dipendeva Genzano
e la Riccia, feudi de'Sa velli, veuendo Gen-
zano, a cui era congiunta laRiccia, distac-
calo, sottoposto e unito a quella di Ma-
rino. E a p. 1 19 che le rendile della guar-
diana di Lariano, Bonifacio IX nel 1404
assegnò al monastero delle Tre Fontane.
Accennato tutto questo, osserva il Nibby,
die Lariano era divenuto proprietà de*
Savelli, e che Bonifacio IX volendo ri-
cuperarlo esortò Velletri a porre in ope-
ra tutte le sue forze per otteuerne lo sco-
po, e sembra che l'impresa sortisse buo-
no elfetto. Dunque pare, che il Savelli
fosse quel barone nemico di Bonifacio
IX. Stabilite le cose di Roma in piena
soggezione del Papa, questi vi tornò, ed
i veliterni di ciò congratulandosi, gli e-
sposero i bisogni della città e le novità
fa Ite da' romani. E siccome una delle ca-
gioni delle continue discordie fra' roma-
ni e veliterni era l'annuo pagamento di
1000 libbre, che i romani pretendevano
ptr esservi stalo ferito iu Velletri un lo-
296 V E L
io commissario nel 1398, Bonifacio IX
liberò in perpetuo Velletri da tale impo-
sizione l'8 agosto c4oo. Nel precedente
avea fatto vescovo di Cefalonia Grego-
rio Gori veliterno, arciprete della catte-
drale; mentre in Roma era luogotenen-
te del senatore Angelo Alaleoni rettore
generale di Marittima e Campagna, e lo
ricavo dal Compagnoni, Reggia Picena,
p. 3 ig. Erasi sino alle discorse epoche
conservata libera inVelletri l'elezione del
podestà, e solo limitata nel i374da'ro-
mani onde dovesse eleggersi un cittadino
romano da confermarsi in Roma. Ma a-
vendo Bonifacio IX richiamato a se l'au-
torità pretesa dal senato romano, usan-
do del pieno suo diritto d'assoluto prin-
cipe, deputò per podestà di Velletri a'
12 aprile l 3g8 Paolo de Maleozzi dot-
tore iu legge, e cosi troncò le romane pre-
tensioni. I baroni circonvicini a Velletri
pon sapevano astenersi dall'uso delle ar-
mi e dalle pubbliche violenze in que' in-
felici tempi, uè la città potè goder quie-
ta nella religiosa ricorrenza dell' armo
santo i4oo, perchè il ricordato Colonna
o per la rocca di Lariano o per altro mo-
tivo inlimò guerra a' veliterni. Questi
assoldarono l'opportuna gente, e invoca-
rono soccorsi dal Papa, che probabilmen-
te colla sua autorità pacificò i veliterni
e i Colonnesi. Nel i4o4 divenuto Papa
Innocenzo VII il popolo romano di nuo-
vo pretese l'annue 1000 libbre da cui
era slata assolta; ma a lui ricorrendo i
veliterni, confermando il Papa l'esenzio-
ne del predecessore, i romani si tacquero.
L'ambizioso Ladislao re di Sicilia di qua
dal Faro, sempre aspirando al dominio
di Roma e d'Italia, nel 1407 sotto Gre-
gorio XII rinnovò isuoi tentativi per oc-
cupare B.oma, facendo scorrerie ne' din-
torni.Tentò pure di sorprendere Velletri,
mediante alcuni cittadini guadagnati da
lui, della fazione de' lupi, che col più ne-
ro tradimento eransi proposti di saccheg-
giai la e dargliela in mano. Scoperti gl'ini-
qui, furono perseguitali, e si preserpener-
V EL
giche misure per difendere la città, mi-
nacciata dal re di ferro e fuoco, i romani
avendo inviali 100 finii. Ma pervenuta
Ostia in potere di Ladislao, i romani a
lui si dierono. per cui i veliterni si videro
costretti a ricevere le sue genti, premu-
nendosi con un salvacondotto regio on-
de evitarne le violenze. Da Roma con di-
ploma de' 17 giugno r4o8 Ladistao spedi
il' veliterni un diploma di conferma a' lo-
ro statuti e usi; e con altro de'4 dicembre
1409 da Salerno concesse a'velilerni l'e-
senzione de'dazi da lui imposti e da im-
porsi, ordinando che ogni 6 mesi conti»
nuino i cittadini a eleggere gli ufhziali,
coll'inlerveuto del podestà per sua parte.
In quest'epoca si estinsero in Velletri, per
opera del regio podestà Sillano Pignattel-
li napoletano, e con quella d'un religio-
so francescano secondo Theuli, le fazio-
ni delle pecore e de' lupi, che per tanti
anni l'aveano travagliata colle guerre ci-
vili, e così le fu restituita completamen-
te la pace. A togliere a'partiti qualunque
aderenza o protezione de' baroni, si for-
mò un rigoroso statuto proibitivo d'al-
loggiarli nelle proprie case senza licenza
de'signori nove, e di tenerne sulle porte
l'armi gentilizie. Ladislao nel tempo che
dominò Roma si portò più volle a Vel-
letri, ed abitò una casa verso ponente, di
cui il Landi lasciò memoria ue'mss. Frat-
tanto lo scisma sempre più imperversa-
va : all'antipapa in Avignone era succe-
duto fin dal i3g4 l'ostinalo Benedetto
XIII. Ad estinguerlo si celebrò il fa-
moso Sinodo di Pisa nel i4°9j ove si de-
pose tanto l'antipapa quanto il legittimo
Gregorio XII; ed elettosi Alessandro V,
la divisione dell'unità de'fedeli restò mag-
giormente scissa, con seguire 3 ubbidien-
ze. Velletri segui quella dell'eletto, ab-
bandonando l'anteriore di Gregorio XII.
ludi Alessandro V scomunicò e privò del
regno Ladislao, quale usurpatore de'do-
minii della Chiesa e aderente a Gregorio
XII; ma morendo poco dopo nel i4,0i
gli fu sostituito Giovanni XXIII iu Bo-
VEL
logna, da dove i cardinali di sua ubbi-
dienza lutto parteciparono a Velletri con
lettera de'iy maggio. Mi duole che l'ot-
timo e dotto sacerdote Manco chiami an-
tipapa un Gregorio XII (F.). Recatosi
in Roma Giovanni XXII 1 pubblicò la cro-
ciata contro Ladislao quale usurpatore
del regno, persecutore della Chiesa e se-
guace di Gregorio XII. Il versipelle prin-
cipe, per conservare il regno, tosto abban-
donò il virtuoso e legittimo Gregorio XII,
e si sottotnisea Giovanni XXIII, median-
te trattato di pace de' i 5 giugno 1 4-1 2- Ve-
ramente in tal giorno d re in Palatio s.
Petri emanò un diploma in favore di Vel-
Ietti, come imparo dal cardinal Borgia.
Breve istoria del dominio della Sede a-
postolica, p. 1 88. Dal canto suo Giovanni
XXI II abbandonò Lodovico II d' Angiò,
che con bolla avea riconosciuto per legit-
timo re del regno di Sicilia di qua dal
Faro. Ladislao avea nominato rettore di
Marittima e Campagna o suo vicegeren-
te Giacomo d' Aquino conte di Satriano.
E Giovanni XXI 1 1 conferì il rettorato al
cardinal Rinaldo Brancacci. Per allora
Ladislao abbandonò tutti i luoghi che in
queste parti avea usurpato, e solo riten-
ne Sezze come di molta importanza, pro-
mettendo restituirla previo sborso di ri-
levante somma. Giovanni XXIII per ri-
cuperarla, chiese a Velletri iooo ducati
d'oro, e fu contentato con 65o, ad onta
dell'esausto erario comunale pe'continui
dispendii per le guerre e carestie di que'
torbidi tempi; protestando però il pode-
stà , il giudice e i signori nove, che ciò
non pregiudicasse a' privilegi della città.
Narra il p. Casimiro da Roma, che Ric-
cardo Annibaldi de'signori della Molara
s'impadronì nel i 4 • 2 di Lariano e di Ne-
nu castelli della Chiesa, fu indi carcera-
lo, e Giovanni XXIII il i.° dicembre lo
fece uscire, restituendo Lariano e Nemi.
Erasi introdotta una consuetudine , che
Velletri ad ogni ordiue del rettore di Ma-
rittima e Campagna dovesse mandare
«Il esercito ì pò i'uuli e 6 cavalli, tulli man-
VEL 297
tenuti e stipendiati a spese de' cittadini.
Che dovesse inviare a' parlamenti gene-
rali della provincia un sindaco. Che tut-
ti gli appelli delle cause tanto civili quan-
tocriminali al medesimo rettore si devol-
vessero (ma nell' esenzione di Bonifacio
Vili, che qui par dimenticata dal Bau-
co, quel Papa soltanto assolse i veliterni
d'essere costretti dal rettore di portarsi
all'esercito o alle cavalcate fuori della
provincia j ed al rettore conservò l'ap^
pello legittimo, e d'ingerirsi nell' ammi-
nistrazione della giustizia, se negligenti
gli ullìziali veliterni. Tanto aveano rife-
rito prima di lui anche il Theuli e il Bor-
gia). I veliterni fecero grandissime istan-
ze a Giovanni XXIII per essere liberati
da questa soggezione, per abitare una cit-
tà tanto vicina a Roma, e dimostrando-
gli la continua fedeltà alla s. Sede, le gra-
vissime spese fatte per gli armamenti, e i
danni eccessivi sofferti nella guerra con-
tro Ladislao. E Giovanni XXI li a tutto
condiscese con breve datum Romae apud
s. Petrum, a'i 5 oltobrei4i 3 (temo sba->
gliato il mese, e forse dovrà di non poco
anticiparsi, per quanto vado a narrare),
interamente esentando Velletri dalla di-
pendenza del rettore della provincia.
Ladislao non pensando ad altro, chead
eludere eziandio Giovanni XXII I, rotto
il trattalOjCon un esercito sorprese Roma
a'i5 giugnoi4<3, e lo costrinse a fuggi-
re co'cardinali. Nello stesso giorno con am-
plissimo diploma datum Romae in Pala-
tio s. Petri, in cui si die l'ampolloso tito-
lo d' Illustre Illuminatore di Roma, con-
cesse a'veliterni indultoe remissione di pe-
na meritata per qualunque delitto com-
messo , contro qualsiasi persona e anche
contro il popolo romano, eziandio di le-
sa maestà; ed ordinò al podestà e suoi uf-
ficiali di mantenere gli statuti della città
e di osservarli; in fine confermando ad
essa tutti 1 privilegi pontificii. Ladislao
morì nell'agosto 1 4< 4> liberandolo stato
della Chiesa da un infestissimo oppresso-
re, lutauto a terminare lo scisma si adu-
a98 V E L
nò il Sinodo di Costanza, in cui Gregorio
XII virtuosamente rinunziò il pontifica-
lo, lo spergiuro Giovanni XXIII fu de-
posto, e l'antipapa Benedetto XIII di-
climi ato ostinato scismatico e deviatodal-
la fede. Perciò non scrisse bene il can.
Bauco dicendo: Giovanni XXIII rinun-
ziò, Gregorio XII e Benedetto XU1 furo-
no privati del pontificato. L'ri novem-
bre 1 4-1 7 coll'elezione di Martino V Co-
lonna cessò il deplorabile e lunghissimo
scisma. In tale anno il concilio di Costan-
za avea dichiarato Alto Conti rettore del-
le provincie di Marittima e Campagna, ca-
rica quasi ereditaria nella sua famiglia
per alcune generazioni, come notai nel
voi. XVII, p. 74- Nel i424 furono rin-
novati i capitoli fra Roma e Velletri in-
torno al podestà e ad altri particolari; fu-
rono ancora rinnovati i confini , e si ac-
comodarono le differenze pel castello di
Lariano, che Nibby dice tornato in pote-
re de'Colonnesi nel pontificato del paren-
te loro Martino V. Morto questi neh 43 t,
gli successe Eugenio IV , sotto il burra-
scoso pontificato del quale Velletri fu a
parte de' tumulti e delle guerre, e sicco-
me ne portò il peso, cosi ne raccolse pu-
re abbondante fruito. Ribellatisi i Co-
lonnesi e i Savelli, tra loro alleali, il Papa
li scomunicò co* loro fautori, privandoli
degli onori e dignità, e confiscandone le
terre. Fra queste coutavansi le fortezze di
Lariano e di Faggiola, quella posseduta
da'Colonnesi, questa da'SavelIi, Durante
l'inimicizia col Papa, gl'insorti baioni con
gente armata scorrevano e saccheggiava-
no le campagne di Roma e il territorio
di Velletri, predando animali e uomini.
I veliterni prevedendo gravi disastri da
questa guerra, si prepararono a valida di-
fesa. Scelsero a capitano Paolo Annibaldi
della Molara, spedirono ambasciatori a'
Conti per tenerseli amici, e rinnovarono
1' antica confederazione col popolo della
città di Cori; e stando in guardia fuori e
dentro la città. Il Papa assoldò 8ooo uo-
mini sotto la condotta di Michelelto per
VEL
reprimere i ribelli, e deputò legalo del-
l'impresa il celebre e valoroso vescovo Vi-
tedeschi poi rettore di Marittima e Cam-
pagna e indi cardinale, severo e acerrime
nemico de'Colonnesi. Le milizie pontifi-
cie s'impadronironodi Zagarolo, Palestri-
na, Albano, Civita Lavinia e Castel Gan-
dolfo. Vi rimaneva il castello di Larianc
o Ariano, ch'era ben fortificato, assai mu-
nito, e cou diligenza difeso da'Colonnesi.
Ferinaronsi all' assedio di questo forte
4ooo uomini, dimorandovi 4 mesi senza
successo. Dovea il comune di Velletri
provvisionare questa truppa di denaro,
di grasce e d'altrecose necessarie. Andan-
do l'impresa a lungo, i veliterni per to-
gliersi da tante spese, si offersero al car-
dinal Condnlmieri camerlengo di dar l'as-
salto alla fortezza; il che fu loro accorda-
to con larghe promesse. Si presentaronc
coll'Annibaldi al cimento 8oo volontari
cittadini, i quali animati da valore e ir-
ritati pe'ricevuti danni, appena giunsen
sotto Lariano che l'assalirono con indi-
cibile coraggio e in breve lo presero. En-
trati nel paese lo posero a sacco e fuoco,
e quasi tutto restò distrutto. Tutti gli u-
bilanti colla guarnigione si rifugiarono
nella rocca. Pareva che i larianesi voles-
sero difendersi, ma sperimentata la bra-
vura e la fortezza de' veliterni nell'assal-
to, e sapendoli fermi di voler espugnare
anche la rocca, e non avendo speranza
d'esser soccorsi da'Colonnesi, chiesero di
capitolare e fu loro accordato. Nell'otto-
bre 1 433 i signori nove deputarono com-
missari per trattare con quelli inviati a Vel-
letri da Lariano, Pietro Mancini e Anto-
nio Pancioni. Fra gli altri capitoli della
dedizione, fu concesso che tutti gli abi-
tanti potessero recarsi a dimorare in Vel-
letri, colla franchigia da' dazi per 20 an-
ni. A'26 ottobre 1 433 uscita dalla rocca
la guarnigione e il castellano coll'armi e
bagaglie, ed i larianesi colle loro sostanze,
la truppa de' veliterni la die alle fiamme.
Il cardinal camerlengo quindi con auto-
rità pontificia concesse e aggiudicò tal
V E L
fortezza al comune di Vellelri insieme eoi
letti Iorio, incorpora tutolo al veliteruo,
dandone alla città il pieno possesso; e di-
poi il Papa lutto confermò con bolla del-
1*8 ottobre i 44^, riprodotta da Banco co-
me onorevole per la città. Lo stesso in-
fortunio sperimentò la fortezza della Fag-
gioia de' Savelli, la quale espugnala da'
veli ter ni fu incendiata e distrutta; ed il
medesimo cardinale die il possesso del-
la fortezza e del territorio al comune di
Vedetti. Si celebrava allora il concilio di
Basilea, alquanta ostile a Eugenio I Y , on
de pretta divenne couciliabolo. 1 Culon-
liesi interposero i padri perchè stimavano
iiucevole alla loro casa l'inimicizia de've-
literni. A' 17 dicembre 1 4^3 il concilio
scrisse al popolo veliteruo esortandolo a
pacificarsi co'Colotmesi; ma quando giun-
se la lettera ritardata, già erano eguaglia-
te al suolo la terra e rocca di Lariano.
La città però, salvi i diritti e gli acquisti
falli per ragione di guerra , procurò di
tornar in pace co'Colonuesi e conservar-
la, anche perchè poi adoperandosi di tor-
nare ingrazia d'Eugenio IV, bramava-
no la reintegrazione del confiscalo. La
suddetta bolla di conferma con l'autori-
tà del mero e misto impero et pò le sia le
rìadii, e il precedente atto del camerlen-
go de'3o luglio, che allora era il cardi-
nal Lodovico Scarampo Mezzarola , già
commissario apostolico nella suddetta
guerra e legato di Marittima e Campa-
gna , ritardarono perchè il Papa pe' tu-
multi de'Colonnesi partito da Roma nel
giugnoi 4-34>uou v' ritornò che a'2 1 set-
tembfei443; 'a bolla contenendo anelli
quanto riguarda Faggiola. Po>sedendo
Vellelri la lena di Lariano e il suo ter-
ritorio, il cardinal Prospero Colonna ni-
pote di Martino V ruppe la pace , pre^
tingendosi di tornarvi in possesso e ripo-
polarla , e di fortificare con nuove fab-
briche la rocca. Mandò a tal uopo un
gran numero d' operai , che sostenuti e
guardali da una forte squadra di soldati,
attendessero al lavoro. Ciò saputosi io
V E L
2 99
Vellelri, il magistrato non risolvevasi ad
usar la forza per impedirlo, ma il popo-
lo lo fece da se. Corse armato a Lariano,
fugò i soldati, cacciò gli operai, e gittò a
terra tutto il nuovo fabbricato; indi fu
custodito il castello diroccalo, per impe-
dir qualunque innovazione. Ad onta di
quanto fecero i Colonuesi per ricuperata
Lariano,nou riuscì loro finché visse Euge-
nio IV. Questo Papa affezionatissimo a
Vellelri, gli concesse molte grazie e pri-
vilegi. Egli con sua bolla ridusse il peso
di 200 libbre di cera a 5o, che annual-
mente doveasi presentare in Pioma dal
comune veliteruo nella festa dell'Assun-
zione di Maria ss. Concesse al consiglio la
libera elezione del giudice, nou ostante
qualunque convenzione fatta tra il popo-
lo e senato di Pioma, e il comune di Vel-
letri. Ordinò ancora che si conservasse-
ro le giurisdizioni e gli statuti della cillà,
dichiarando appartenere al podestà , al
giudice, agli affiliali di Velletri privati-
vamente giudicare sulle cause di qualsi-
voglia delitto, che nella città e nel suo
territorio si commettesse, eccetto solo il
delitto di lesa maestà. Inoltre Eugenio
IV promosse a vescovo di Capri fr. Fran-
cesco da Velletri minorità, famoso lettore
di teologia, poi traslato a Gaeta. Fra il
terrilorio di Velletri e quello di Nettuno
esisteva una forte torre nel castello di s,
Pietro inFormis, oggiCampoMorto. Que-
sto apparteneva a'Savelli coli' ampia te-
nuta di fertilissimi campi all' intorno.
Quel barone ne fu spogliato da Eugenio
IV , il quale ne fece dono al celebre ca-
pitano AntouioRidi padovano, castellano
o prefetto di Castel s. Angelo di Routa.
Nelle circostanze di guerra il castello di
s. Pietro in Formis era assai molesto a
Velletri e cagione di gravi dispendi, per
guardarsene e difendersene. Eugenio IV
con lettere del cardinal camerlengo de'
12 maggio 1 445 ordinò a'veliteruiche fa
due mesi lo demolissero, il che fu subi-
to eseguito. Velletri per la distruzione di
tal fotte restò assai tranquillo, e di più
3oo VEL
quando il lenimento fu venduto al capi-
tolo Valicano, che ancora lo possiede. Per
Ja posizione topografica di Velletri , già
notai i travagli e disastri ch'era obbliga-
ta tollerare da'baroni, che d'ogni banda
colle loro baronie necircondavanoil ter-
ritorio. E siccome ella dichiara tati ne-
mica a chi nemico fosse della s. Sede, le
conveniva star sempre sull'armi per di-
fendersi, e per combattere contro i detti
baroni, che per lo più erano a' Fa pi ri-
belli. Né godè ella riposo e tranquillità
finché col proprio valore non abbattè e
distrusse alcuni ricoveri di siffatti prepo-
tenti baroni, e li tenue a freno col timo-
re di sue armi. Perciò Bauco dice che
aiuti reggimento è più nemico dell'uma-
na generazione, che il feudatario, poiché
i Fassallì(V.) avvilisce, e i diritti mu-
nicipali disperde. Allorché Eugenio IV
dichiarò ribelli i Colonnesi ei Savelli, fu-
rono inclusi nella stessa sentenza anche
Francesco eRuggero Caetani padroni del-
la foltezza d'Acquapuzza posta fra Ser-
moneta eSezze, la qualeil Papa neli44^
die in custodia a'velitei ni; indi il succes-
sore JN'icolò Va'22 dicembre i449 ,,e 01*
«lino la consegna al suo commissario Lo-
renzo Cecchi, e fu eseguita. Nate nuove
conlese fra'romaui e i velilerui per l'ele-
zione del giudice, che da Eugenio IV era
siala concessa o piuttosto restituita libe-
ra alia città, in dettoanno si venne a con-
cordia, e fu stabilito; che siccome Velie-
tri eleggeva 3 gentiluomini romani per
podestà, de' quali il popolo romano ne
confermava uno, così dovesse il popolo
1 ornano eleggere 3 dottori, a uno de'qua-
li la città dassela patente di giudice. Men-
tre Velletri godeva pacificamente il ca-
stello di Faggioia,deputaudovi il consiglio
un particolare governatore, morto Nicola
Savelli aulico signore del luogo, di cui
per la ribellione n'era stato privalo da
Eugenio IV, i suoi figli implorarono da
Nicolò V, oltre il perdono, la ricupera di
Faggiola e dell' altre castella già confi-
scate, ed il Papa tutto accordò a' 3 ugO'
VEL
sto «447- I veliterni ricorsero a Nicolò
V, ed esposero il diritto che aveano sul
castello, per averlo conquistato col pro-
prio sangue, col dispendio di 9,5oo fio-
rini d' oro, e loro quindi confermato da
Eugenio IV. Trovando il Papa giuste ta-
li ragioni, rivocò il decretalo a favore de'
Savelli, ed a'i3 novembre 1 453 dichiarò
spettare a Velletri la Faggiola, onde tor-
nò a possedere pacificamente il suo terri-
torio e la fortezza. Non così avvenne con
Lariauo. I Colonnesi baroni più potenti
sempre tentandone la ricupera, nulla ot-
tenendo dalla città, conseguirono almeno
da Nicolò V, che appena divenuto Papali
assolse, median te bre ve de'i3 agosto i448,
che fossero loro pagati 1000 ducati d'oro
per le violenze usate contro gli armati e
artisti mandati dal cardinal Colonna alla
riedificazione di Lariano; il quale porpo-
rato perciò animato tentò più volte di
ripigliare il castello, vi mandò altra gen-
te armata per cacciare dal territorio i
nuovi coloni, e vi fece portare una gran
quantità di materiale per rifabbricarlo.
Nel i455 divenuto Papa Calisto III, la
città nell'umiliargli ubbidienza, pe'depu-
tali rappresentò i suoi diritti su Lariano
e la Faggiola, e lo supplicò della confer-
ma de' luoghi e di proibire a' Colonnesi
che non più tentassero rifabbricare La-
riano. Fu esaudita con breve de' 6 set-
tembre, ordinando sotto gravi pene, cht
ninno in quel luogo ardisse di rifabbrica
re. Nel 1 4^6 dall'agosto al dicembre Vel
letri fu flagellata dalla peste, onde i cit
ladini si sparsero per le vigne e ne' lue
ghi vicini. Pio 11 fatto rettore di Marini
ma e Campagna il nipote Antonio Picco-
lomini e poi Gio. Antonio Leoncilli di
Spoleto già senatore di Roma, per me
delazione da Siena raccomandò per pc
desta Giovanni Boccabella romano, e
cardinal Colonna profittando della lor
Iattanza del Papa di prepotenza nel r 4 ' > -
ricominciò la riedificazione della fortezza
di Lariano, e con gran calore vi sollecitò i
lavori. Tornato Pio II in Roma, i trava-
VEL
, glint! veliterni gli fecero reclami, e furono
contentali; poiché considerando il Papa
che l'erezione della fortezza poteva fo-
mentare disastri alla città e provincia, co-
mandò nel «463 al cardinale la demoli-
zione degli edifìzi e fortificazioni. Ma es-
sendo caduto infermo il cardinale, la for-
tezza fu consegnata come stava al cardi-
nal Todeschini nipote del Papa, onde con-
servarsi per 6 mesi in deposito; ed intan-
to il cardinal Colonna tosto morì a'^4
niar70, lasciando erede Vittoria sua sorel-
la e vedova di Carlo Mala testa giù capita-
no generale del duca di Milano. Spirati
quindi i 6 mesi, Pio II ordinò che la for-
tezza si demolisse,con proibizione a chiun-
que di rifabbricarla (di che parlando il
Piazza nella Gerarchi aCardinai hia , di-
ce che a'velletrani ordinò pure la demo-
lizione della rocca o fortezza vicina a Ci-
vita Lavinia, da 'medesimi Colonnesi con
gran spesa fabbricata, potendo recare pre-
giudizio a Velleti'i; ed il simile nana il
Theuli); per cui Velletri si obbligò con
pena di io,ooo fiorini d'oro a non farvi
nuove fabbriche , salvo solo il dominio e
la proprietà cheaveadel luogo, e di paga-
re 5oo fiorini d'oro alla camera aposto-
lica per rimborso delle spese fatte nella cu-
stodia in tempo del deposito. Nel novem-
bre dello stessoi463 i veliterni in nume-
ro di 4oo armati, d'ordine pontificio si
diressero alla demolizione delle nuove for-
tificazioni. In que' tempi tale fortezza si
reputava inespugnabile, come fabbricata
sul monte di pietre quadrate e tutto mas-
so al di dentro. Per hi sua elevatezza do-
minava dal settentrione la provincia di
Campagna, e dall'ostro quella di Marit-
tima: era provvista di due conserve d'ac-
qua assai copiose e lavorate con grande ar-
tifizio, ed essendo poco comune l'uso del-
l'artiglierie era malagevole l'impadronir-
sene. I demolitori proruppero in alcune
proposizioni offensive a' Colonnesi , da'
quali prese in mala parte cagionarono
contese. Imperocché Vittoria Colonna
(non si deve confondere colla raarcbesa-
VEL 3ot
na di Pescara, di cui anche nel volume
LXXXV1II, p. loo e seg.),com'erede del
cardinal Prospero suo fratello mosse lite al
comune di Velletri, proponendo non solo
il libello d'ingiurie, ma ripetendo il pos-
sesso del territorio di Lariano come anti-
co patrimonio di sua casa. Pio II commi-
se la cognizione di queste cause al sena-
tore di Roma, che a' i 8 luglio 1 4^4 P''°'
nunzio sentenza assolutoria a favore di
Velletri. Tuttavolta, morta Vittoria , i
suoi eredi neh 465 suscitarono altre pre-
tensioni per la ricupera di Lariano. Con
approvazione di Paolo II fu eletto per
compromesso in arbitro dalle parti il car-
dinal Guglielmo d'Estouleville vescovo
veliterno (secondo il cav. Coppi, o a'21
marzo 1 4?9 al dire di Bauco. Questa di-
screpanza chiarirò col Borgia. La a. da-
ta appartiene all'altro laudo pronunziato
dal cardinale, sopra le differenze insorte
fra Velletri e i signori di Nemi pe' con-
fini della Faggiola). Ordinò che la rocca
di Lariano col suo territorio per quanto
pende dalla cima de'monli verso Velle-
tri appartenesse a questa città, e per quan-
to si stende dalla parte opposta verso
Rocca di Papa e Rocca Priora fosse de'
Colonnesi, e che nelle sommità de'monli
si ponessero i termini divisorii pe'confini
d'ambe le parti. Ordinò ancora che si
pagassero da Velletri 800 ducati, e proi-
bì si a'veliterni che a' Colonnesi di rifab-
bricare in quel luogo castello o rocca. Il
cardinal d' Estouteville fu il i.° vescovo
veliterno ch'ebbe dalla s. Sede il permes-
so e la giurisdizione d'usare iusieme l'au-
torità spirituale e temporale sopra Vel-
letri. Ma questa giurisdizione e autorità
al principio non importava altro che pro-
tezione. Bene il mostrò il degno cardina-
le nel difendere le ragioni, privilegi e giù»
risulzioni della città. Come uomo inte-
gro e prudente , compose le tante diffe-
renze che agitavano la città, con soddi-
sfazione universale non solo per Lariano
co'Colonnesi, ma nel 1 479 sopì le diffe-
renze insorte fra Velletri e il baione di
3u2 V E L V E L
Nemipe'confinitVi Faggiola.Fuanrhege- ene commise l'esecuzione al cardine! Or-
tieroso e magnifico, adornò la città d'una sini camerlengo, clie per mezzodì-I suo
sontuosa fabbrica per comodo e abitazio- segretario die al comune di Velletri il pos-
ile de' vescovi presso la cattedrale, oggi ri- sesso del territorio di Lariano ni maggia
dotta in parie per uso del seminario, e r 4-7^- N*d '474 '' Papa scrisse lettere
partedonata per abitazione dell'arciprete molto efficaci ai podestà e al giudice di
della medesima. Invece dell'episcopio go- Vel!etri,acciòsi adoprasseroper estingne-
dono ora i vescovi di Velletri il sudde- re afT-itto l'antiche fazioni, che sempre ri-
sci ilio appartamento nel pubblico palaz- pullulavano tra'principali cittadinì,intor-
zo: prima lo aveano come governatori di bidando e sconvolgendo la quiete della po-
Yelletri, ora come legali perpetui della s. polazione,il che riuscì felicemente. Nel
Sede. Fu Paolo II che con breve de' i3 pontificato di Sisto IV s'incominciò la
giugno i47° conferì la protetloria della proficua impresa di condurre l'acqua pe-
città di Velletri al suo vescovo prò tem- renne in Velletri da'monti dellaFaggiola,
pore, e ciò fece per togliere al popolo io- il Papa nel 1 47^ commettendone la cuci
mano quella poca parte che avea algover- al cardinal d'Eslouteville,come quello die
no della medesima ; per cui eravi un con- avea tanto a cuore il pubblico bene, acciò
tinuo seme di discordie, di violenze e tal- vegliasse per ridurre ad effetto sì nobile
volta di guerre; perchè i veliterni sempre impresa; scabrosa e dispendiosa, di cui in
aspiravano ad una piena libertà, e i roma- diverse epoche s'intraprese il lavoro e poi
ni alla soggezione e dipendenza de'mede- sospeso, finché fu ridotta a compimento,
situi, onde fra'due popoli non poteva mai come poi dirò. Nel 1 47^ si sparse in qne-
snssistere stabile e sincera pace. E Paolo ste contrade terribile pestilenza, e Velia
li così troncò tulle le pretensioni de' ro- tri ne patì gravemente; disastro che si ab-
mani. Osserva il Dauco, che però tale prò- breviò pel solenne voto fatto al santuario
tettoria e patrocinio concesso a' vescovi di Loretoeon preziosa corona tempestala
veliterni, come suole accadere per I' in- di gioie di molto valore. Desiderando Si-
nata propensione che barinogli uomini di sto IV il bene e la tranquillila di Vellelri,
signoreggiare, passò ad un'ampia e asso- ordinò che fermi rimanessero i diritti del
luta autorilà di governo, accresciuta da podestà e giudice; gli confermò tutti i pri-
nna parte co'privilegi concessi ne' tempi vilegi e grazie concessi da'predecessori, gli
posteriori da'Papi a'cardinali decani, e statuti, e il possesso de'caslelli di Lariano
dall'altra colPabolire I'elezionedel pode- eFaggiola co'loro territorii. Nella biogra-
stà e del giudice, la quale in quell'epoche fia di tal Papa accennai la guerra insorta
e per molti anni appresso rimase libera a' tra lui e l'ingrato Ferdinando 1 re di Na-
cittadini. Al popolo romano restò soloche poli, per aver questi preso le parti del du-
i podestà eletti al governo di Velletri do- ca di Ferrara feudatario della s. Sede, ed
vesserò essere del ceto della loro nobiltà, i luoghi ove ne ragionai. Qnisolodirò, die
de'quali la città ne eleggeva 3, ed uno di il re nel i 482 inviò contro i dominii poti-
questi veniva scello dal cardinal protetto- tifìcii il figlioAlfonsodùca di Calabria agi
re, ed il Papa lo confermava con suo bre- g,ooo uomini, compresa una forte colon*
ve;e questi prima di prendere possesso del- na di cavalleria; esercito composto in par-
la carica prestava giuramento di fedeltà in tedi turchi, chedopo ricuperato Otranto
mano del cardinal camerlengo di s. Cine- dalle loro mani, avea ritenuti al suo sol-
sa. Sisto IV mostrò molto affetto verso do. Frasi sparso tra* veliterni e la proviti-
Velletri, che fece conoscere concedendole eia indicibile spavento, anco perchè i Co-
molte grazie e privilegi. IVunarnentecon- lunnesi e i Savelli nemici di Velletri ade-
fermò il laudo del cai ditial d'Estouteville, ri vano al duca, oudecon apparecchio DJ»
VEL
lilnre si prepararono a difendersi dentro
le aura, ed incalcolabili furono i danni ri-
cevuti nel territorio.In aiuto del Papa ven-
nerogli alleati veneziani.capitanali daRo*
berto Malatesta di Rimini valorosissimo,
e giunsero a' i 5 agosto. Il duca, respinte le
milizie pontificie, occupato Albano e Ca-
stel Gaudolfo, si avvicinava a Roma tutta
costernata Le milizie collegate, ricupera-
li que'luoghi, fermaronsi a Torreccbia,
piccolo castelloora distrutto a 8 miglia da
Velletri; mentre Alfonso erasi munito e
attendato fra tal città e Nettuno, distante
jo miglia, aspettando i rinforzi per mare
promessigli dal padre. Roberto d'ordine
del Papa e di Girolamo Riariosuo nipote
e generale di s. Chiesa, invitò i editerai
a mandar 5oo de'loro soldati, e subilo fu-
rono spediti , condotti da' loro capitani
Censio Salvati, Giovanni Lerici, France-
sco Nuticola , Ostilio Favate , Giuseppe
Scevola, Sante Santocchia e Andrea To-
ruzzi, riuscendo di sommo vantaggio al-
l'esercito papale. Essi pratici del paese gui-
darono le truppe per vie non baltute,quin-
di inosservati e all' impensata circonda-
rono i nemici, e all'albeggiar de'2 i ago-
sto I' esercito pontificio scagliossi contro
il campo nemico. I primi a far fronte fu-
rono i turchi, combattendo valorosamen-
te; la mischia tra le parti si strinse con
calore, per cui incerta pendeva la vitto-
ria. Si avanzò allora Roberto co' più pro-
di, fece retrocedere il nemico e lo strinse
d'ogni lato. La cavalleria regia datasi al-
la fuga, restati scoperti i turchi, grande
ne fu la strage; onde Alfonso impotente
0 sostenersi fuggì e fu sul punto di ca-
der prigioniero, <e non lo difendevano 5o
cavalieri turchi. Contribuì alla vittoria il
cielo con dirotta pioggia the impedì al-
l' artiglierie nemiche di prender fuoco,
mentre i balestrieri, fra'quali buona par-
te et ano velilerni, usarono le loro balestre
con orribile danno de' nemici. Alfonso
giunto a Nettuno, salito un battello por-
tossi a Terracina, ove raccolse gli avanzi
d^lio sbaragliato esercito. Il rombai ti meo-.
VEL 3o3
lo dall'alba durò sino a 21 ora , e gran
lode meritano i vincitori perchè pugna-
rono con numero duplicato di nemici. Il
luogo della battaglia chiamatasi s. Pietro
in Formis,e prese il uomedi Campo Mor-
to dalla grande strage. Nel dì seguente si
die sacco al campo nemico, e siccome il
felice successo in gran parte si attribuì al
valore de'veliterni, Roberto che co'feriti
erasi condotto dopo la vittoria a Velletri,
a questa donò le bandiere nemiche, e una
buona porzione dell' artiglieria rimasta
sul campo. In Velletri furono condotti
circa 5oo prigionieri, con 20 capitani e
molti uffiziali maggiori. Dopo due gior-
ni di riposo l'esercito pontificio partì da
Velletri per Roma. Nello stesso tempo
che poco lungi dalla città combaltevasi,
dentro di essa il popolo nella cattedrale
pregava fervorosamente Dio e i ss. Poli-
ziano ed Eleuterio protettori, all'interces-
sione de'qnali si attribuì la celebre e se-
gnalata vittoria, la salvezza di Velletri e
di Roma; per cui Sisto IV Io dichiarò in
un breve diretto a Velletri, ed in Roma
eresse la Chiesa di s. Maria della Pacet
il cui soccorso avea implorato. Il re ve-
dendo le sue cose a mal parlilo, si pose
in tutto a disposizione del Papa, e gli re-
stituì Terracina e Benevento. Sisto IV
volendosi mostrare grato a'veliterni e in-
sieme animarli a mantenersi fedeli, larga-
mente loro donò alcune possessioni di
Cristoforo Savelli, cioè porzione di quel-
le confiscategli per avere i suoi figli se-
guito il partito del duca di Calabria (an-
che i Colonnesi furono puniti), e furono:
la metà delle tenute e casali di Torre
d'Orlando, Campo Leone, le Pentome, s.
Maria Palombo, non che la metà di Tor-
re de'Gandoifi e di Nemi, oltre le case e
orti che aveano in Albano. Di più esortò
i veliterni a prender l' armi contro Ar-
dea e Rocca di Papa, castella d'Odoardo
Colonna duca di Cave, che parimenti a-
vea aderito al duca di Calabria, perchè
tuttora que' paesi persistevano nella ri-
bellione; pronielteodo loro , che dopo il
3o4 V E L
conquisto l'avrebbe date in dominio aVel-
letti con piena ragione di mero e misto
impero. Apprendo dal cav. Coppi, che al-
tre terre furono tolte a'Colonnesi, fra le
quali Cave, ma non fa menzione de' ve-
literni; durava la guerra nel > 4o"4> quan-
do morì il Papa egli successe Innocenzo
Ville Alfonso duca di Calabria volendo
occupare le ricchezze de' baroni del re-
gno, questi ricorsero al Papa supremo si-
gnore e ne prese le difese, onde si ruppe
guerra: i Colonnesi furono col Papa, gli
Orsini col re. Il duca di Calabria e Ro-
berto Sanseverino si posero alla testa del
regio esercito, e nel declinar deli 485 de-
solarono le campagne di Roma e questa
minacciarono. Alla custodia di Velletri
>enne Nicolò Caetani con alcune compa-
gnie di cavalli; e perchè giornalmente nel
territorio pi edavasi da'nemici, furono da
per tutto rinforzate le guardie. Le rapi-
ne fatte nel territorio velilerno furono
rappresentate al Papa comesomministra-
zioui de'cittadini, ma il vescovo cardinal
Della Rovere gli tolse la sinistra opinione
concepita; e finalmente la pace seguì a'
12 agostoi486. Innocenzo Vili confer-
mò a Velletri le ragioni che avea sulla
tenuta del Peschio, nell'abbazia di S.Bar-
tolomeo del vescovo Tusculano. Oltre le
calamità della guerra, Velletri fu trava-
gliata dalla peste nel i483,e maggiormen-
te infierì nel i486: il popolo fece voto di
celebrar la festa dell'Immacolata Conce-
zione con digiuno nella vigilia , e indi a
poco cessò la mortalità. Per gratitudine
i veliterni nella cattedrale eressero la son-
tuosa cappella dell'Immacolata Concezio-
ne, e fecero scolpire in marmo la memo-
ria di questo prodigio. Alessandro VI, fa-
vorevole a Velletri, confermò tutte lecon-
cessioni de'predecessori, particolarmente
circa il dominio del territorio di La ri a no e
di Faggiola curii mero et mixto imperio,
ci polestale gladii. Intanto Carlo Vili re
di Francia calò in Italia per conquistare
il regno di Napoli, e giunto in Roma, im-
pose al Papa pregiudizievoli condizioni.
V EL
Ne partì per Napoli aV) gennaio 1^9^,
conducendo seco il principe Zizini fra-
tello di Bajazet II sultano de'turchi, per
le future sue mire, accompagnato a ca-
vallo al sinistro lato dal famoso cardinal
Ce»areBorgia ai civescovodi Valenza{Pr,\
e figlio del Papa, in qualità di legato a-
postolico per 3 mesi, ma in verità guar-
dato quasi come ostaggio. A'27 il re giun-
se a Velletri , ricevuto con pubbliche di-
mostrazioni di feste e luminarie; ma in
un punto l'allegria si convertì in mesti-
zia e spavento. Il cardinal legato temen-
do assai dell' intenzioni del re, pensò e
cercò il modo di salvarsi colla foga tra-
vestito, ritornando in Roma, e gli riuscì
colla cooperazione di 3 veliterni, benché
le mura eie porte della città fossero cu-
stodite dalle guardie dell'esercito france-
se. Circa le ore 11 saputasi dal re l'eva-
sione del cardinale, e credendo che la cit-
tà ne fosse connivente, preso da sdegno
fieramente ordinò a'suoicapitanijche nel-
la seguente mattina dopo la sua partenza,
i soldati la saccheggiassero e incendiasse-
ro. Alloggiava per buona sorte in casa
d'uno del magistrato un segretario re-
gio , il quale compassionando il fatale
sterminio che sovrastava a Velletri, co-
municò all'ospite l'ordine dell'adirato re.
Il magistrato con altri cittadini , spaven-
tati ricorsero al vescovo cardinalDellaRo-
vere a interporsi col re per l'infelice cit-
tà. Il cardinale tosto si presentò al re ch'e-
ra andato a dormire; nondimeno chiese
e ottenne udienza. Accompagnò con la*
grime le sue preghiere e di far grazia al
suo popolo, che non dovea esser sagrif
calo se alcun cittadino veramente foss
complice della fuga. Commosso il re
tante suppliche e per essergli in gran fa
vore il cardinale, perdonò alla città. Ir
Velletri o in Terracina ammalò Ziziin,
poco dopo morì, come dissi anche nel ve
LXXXI, p. 317. Anzi il Theuli scris
che morì in Velletri , riferendo pure
contrarie opinioni. Narra i festeggiamer
ti falli al re con archi trionfili, fontane »
V E L
vino e applausi, anche nel ritorno da Na-
poli; e die il cardinale si recò apposita-
mente in Velletri per ricevervi magnifica-
mente Carlo Vili. Altrettanto trovo in
Borgia, che inoltre rileva avere il cardi-
nal Della liovere in Francia confortalo il
re all'impresa di Napoli, e che in Veile-
tri l'alloggiò nel palazzo vescovile, come
riporta poreBauco. Parlilo poiCarlo VI II
dall'Italia, si accese nuova guerra fra Co-
lonnesiei Conti, che tentavano ricupera-
re i loro heni e Monte Fortiuo, de'quali
erano stati spogliati da' francesi e dal re
dati a'Colonnesi stessi. 1 Conti ebbero va-
lidi aiuti da'veliterni, sì per patto d'anti-
ca confederazione con essi, sì per repri*
mere la potenza de' Colonna , temendo
che di nuovo aspirassero a Lariano, il cui
territorio confina con Monte Fortino. Fu
questa guerra di grave danno agli uni e
agli ritiri, finché nel 1 498 si venne tra es-
si e Velletri a un compromesso nel go-
vernatore di Roma; si fece tregua per un
aisno, e per più lungo tempo a benepla-
cito del Papa.Fra'sapienti che ristoraro-
no le lettere, è a ricordarsi il dottissimo
Antonio xVIancinelli nato in Velletri nel
i45a d'ignobile famiglia, ivi morto nel
i5o5: l'elenco delle moite sue opere ri-
ferisce Theuli. A'29 luglio i5oi Alessan-
dro VI si portò in Velletri, e vi dimorò
tutto il dì seguente; partendo alla volta
di Semionda a'3i a vedere quel nuovo
acquisto fatto dalla sua famiglia. A'3 a-
gosto si restituì in questa città e vi pernot-
tò. Egli fu accolto da'citladini col massi-
mo rispetto e con filiale attaccamento,
dimostrato con segni di letizia e di festa.
Questo Papa fece arcivescovo di Soia
Matleo Mancini uobile veliterno. Giulio
II, già vescovo Della Rovere, neh5i icou
suo breve concesse a Velletri l'applicazio-
ne delle multe e pene pecuniarie de'detin-
qnenti da applicarsi al pagamento degli
stipendi del podestà, del giudice e degli
altri ufhziali della curia. Questo breve fu
diretto a'priori: eccola 1 .a memoria che
trovasi di quello magistrato nel governo
vot. DUI1X.
V E L 3o5
di Velletri. Laonde si congettura che nel
principio del secolo XVI qui si mutò il
nome del pubblico magistrato; quindi
lasciato l'antico de'nove buoni uomini o
de'siguori nove, cominciò ad usarsi quel-
lo di priori. Questo nuovo magistrato po-
co differiva dal j.°, poiché se nell'antico
erano nove e duravano uella carica 6 me-
si,in questo nuovo eleggevausi 3 priori per
ogni bimestre, per cui veuiva a corrispon-
dere per ogni semestre a g individui di
magistratura. Inoltre eleggevano il ca-
merlengo, il sindaco, 2 consiglieri mag-
giori, 2 soprintendenti al monte di pie-
tà, un cancelliere, qj contestabili de' bale-
strieri e 2 pacieri. I primi poi aveano la
facoltà di eleggere tutti gli altri consi-
glieri, i contestabili de' pedoni, i gover-
natori di Lariano e di Faggiola, e gli al-
tri ullìziali minori. Questa forma d' ele-
zione rinnovavasi ogni 6 mesi, e durò si-
no al cardinal de Cupis. Leone X sebbe-
ne pregato da' romani a sottomettere la
città di Velletri alla giurisdizione del lo-
ro senato, pure noi permise, e volle che
il governo della medesima rimanesse fer-
mo nell'antico stato. Nel 1 520 fu anno-
verato tra'beati il veliterno fr. Bonaven-
turaTorrecchia laico de'minori osservan-
ti. In tale anno Clemente VII coli'entra-
re nella santa lega contro I' imperatore
Carlo V, espose se stesso, Roma e tutto
lo stalo ecclesiastico a quella catastrofe di
mali non ancora abbastanza deplorata in
tulle le storie, il perché in lauti luoghi
ne narrai le diverse terribili circostanze
che ne formano il desolante complesso, e
per ultimo nel voi. LXXXV1 , p. 328.
Quest'alleanza punse vivamente Carlo V,
che tosto dichiarò guerra al Papa, la qua-
le fu di gravissimo disastroa Velletri. Pe-
rò V alleanza fu creduta indispensabile
per la potenza formidabile a cui era giun-
to Carlo V in Italia, specialmente dopo
la vittoria di Pavia , cioè di sostenere
principalmente il duca di Mdauo e inva-
dere il regno di Napoli. Pubblicala la le*
ga solcmiemeule l'8 luglio, subito i Co-
20
3oG V E L
Jonnesi pai tigiani imperiali ammassaro-
no ne'loro feudi geule d'arme, occuparo-
no Auagui e promossero l'agitazione de'
malcontenti in Roma. I veliterni temen-
do ostilità chiesero soccorsi al Papa per
l'inevitabile guerra, ed ebbero per una
valida difesa Ottavio Conti con buona ca-
valleria,Ranuccio Farnese, e Camillo Cae-
taui signore di Semionda con iscelta
truppa, da loroa ciò particolarmente pre-
gato per la comune difesa; come ancora
ricercarono aiuto e assistenza dal popolo
della città di Cori, secondo le leggi del-
l' antica confederazione. Illuso Clemente
VII da una capitolazione fatta co'Colou-
nesi a'22 agosto, licenziò quasi tutti i ca-
valli e fanti che avea, ed i pochi restati
mandò ad alloggiare nelle terre circo-
stanti. Allora i ministri di Carlo V vol-
sero i pensieri ad opprimere il Papa, traen-
do in essi la maggior parte de'Coloune-
si, Gio. Ballista Conti signore di Vulmon-
tone e Girolamo d'Eslouteville signore
di Frascati: si giunse a cospirare per la
sua mot te violenta, e di surrogargli l'am-
bizioso e lurbolenlocardinal Pompeo Co-
lonna. Ugo Moncada viceré di Napoli co'
Colonnesi, invece di piombare su Velie-
tri, come temevasi, all'impensata a' 20
settembre assalirono R.oma iudifesa, di-
rigendosi al Palazzo apostolico Vatica-
no per sorprendere il Papa, che appena
fece in tempo di rifugiarsi ìaCastel s. An-
gelo del tutto sprovvisto, e lo saccheggia-
rono cou parte della Città Leonina o a-
diacente Borgo, non procedendo più ol-
tre per timore dell'artiglierie di detto Ca-
stello. Clemente VII fu costretto a fare
una tregua co'sooi furiosi nemici, perdo-
nare a'Colonnesi e agli altri fautori. 1 ve-
I iterai credendo calmata la tempesta, e
gravati dalla numerosa milizia che stan-
ziava nella città, domandarono al Papa
d'esser sollevati da tanti dispendii , del
resto offrendosi alla sua difesa usque ad
sanguinai!, e furono esauditi. Clemente
VII inclinava recarsi a Barcellona per
trattare iu persona la pace cou Carlo V,
V EL
ma dissuaso da' re di Francia e Inghil-
terra, con promesso sostegno e invio
denaro, e sdegnato co'Colounesi a vendi-
carsi degli oltraggi ricevuti, determinò i
rivolgere contro le loro terre quelle for
che solo per sua sicurezza avea richiami
to a Roma, giudicando non esser tenute
al violeutoaccordo. Affidò al Vitelli 200<
svizzeri assoldati, 3ooo fault italiani ec
altri nomini e cavalli, ordinando di sac
cheggiare e incendiare tutte le terre dt
Colonnesi, anche spianarle, poiché pt
V affezione de' popoli a' Colonnesi il pi-
gliarle solamente era di poco pregiudi-
zio. E siccome una delle principali eie
A/tfri«o,comandòil Papa a' veliterni d'as
saltarla, e porla a sacco e fuoco. Marit
dunque specialmente da' veli terni fu so£
giogato, e fu trattato il popolo ribelle ce
me Clemente Vii desiderava. Tutte l'al-
tre terre de' Colonnesi ebbero la slessa
sorte ( 1 I diceil Varchi)con infiniti danni
de'popoli, ritirandosi essi ne' luoghi più
forli e difendendosi in Rocca di Papa e
l'aliano. Frattanto Carlo V avendo spe-
dilo contro Roma il fiero contestabile di
Bourbon con un crudele esercito, i Co-
lonnesi presero l'offensiva, impadronen-
dosi di Ceprano e di Ponte Corvo non
guardali. I velatemi pensarono d'alien*
der da loro alla difesa, eleggendo a'7 di-
cembre i5a6 per capitani 10 de'princi-
pali e più valorosi cittadini, per la guer-
ra e difesa della città da ogut assalto. Te-
mendosi che l'incursione procedesse dal-
la parledel regno di Napoli, Vitelli avea
consiglialo di abbandonare la provincia
di Campagna, di meltere 2000 fanti in
Tivoli, altrettanti in Paleslrina, e il re-
sto dell'esercito in Velletri per impedir
l'andata del viceré in Roma. 11 rinoma-
to Renzo da Ceri disapprovò il rinserrar-
si in Velletri città grande e di far tanto
avanzare i nemici, ma che l'esercito si
fermasse a Ferentino. Prevalse il suo con-
siglio e la sede della guerra fu trasferita
a Prosinone 5 miglia sopra Ferentino, e
perciò quasi a'conliui del reguo. Cletueu-
VE L
te VII conoscendo tuttavia importante !a
difesa di Velletri, più volte ingiunse al
cardinale Agostino Trivulzi legato della
guerra di Marittima e Campagna di for-
tificarla e munirla del bisognevole. Per-
tanto il cardinale vi destinò 5oo soldati
con 3 compagnie di cavalli, ma i veliter-
ni fermi di volersi difendere da per loro,
riuscendo sempre d'aggravio la milizia,
ottennero che venissero soli 200 fanti.
Nondimeno il Papa sempre nel proposi*
to di fortificare Velletri vi mandò il ve-
scovo di Monte Feltro commissario apo-
stolico di guerra, il quale propose la for-
tificazione delle nuua e la demolizione
di molti edifizi vicino alle medesime, che
potevano impeditele fortificazioni, il che
si cominciò a'i3 gennaio 1527 con 5oo
operai, e alla fine del mese vi entrarono
diversi capitani pontificii con numerose
truppe, colla pretensione impugnata che
i priori dovessero dimettersi. Dopo com-
battimenti d' alterna fortuna nella pro-
lincia di Campagna e nel regno di Napoli,
sentendo il Papa che si avvicinava l'eser-
cito di Bourbon, ad evitarne il pericolo
nel marzo convenne col viceré Lanuoy la
tregua d'8 mesi, principalmente con pa-
gare la camera apostolica 60,000 ducati
all'esercito imperiale,reciproca restiluz;o-
ne dell' occupato e ristabilire nel cardi-
nalato il deposto Pompeo; e fatalmente
il Papa licenziò la più parte delle truppe,
restando così Velletri libera dalle spese
di guerra. Il Bourbon non volle ratifica-
re tale accordo, proseguendo la sua mar-
cia per la Toscana: Koina fu compresa
di spavento e confusione, e Velletri si ar-
mò e prese tutte le cautele per guardarsi.
A'6 maggio Romana espugnata caden-
dovi morto il Bourbon, subentrando al
comando il principe d'Orange luterano,
come lo erano e fanatici pressoché tutti i
tedeschi. Quasi conte mporaneamen teCle-
incute VII spaventalo erasi ritirato nel
Castel s. Angelo. Allrovedtploraileinau-
dile scelleratezze e depredazioni durate
per due interi mesi. Sbigottito il popolo
VEL • 3o7
veliterno si sollevò, liberò i carcerati efu-
riosamentedepredò la cancelleria priorale
con grave perdita di molti libri. Mentre
Prospero Colonna di Cave erasi arroga-
to il titolo di protettore e governatore di
Velletri per Carlo V e invialo nella cit-
tà un luogotenente, Ascanio Colonna ba-
rone di Genazzano a' i4 >naS8'° SCi'sse a^
comune veliterno per essere riconosciuto
come difensore e protettore della città.
Sorpresi i cittadini della richiesta, a vendo
già riconosciuto Prospero, per non espor-
re la patria cou preferire uno all'altro,
inviarono ad ambedue oratori, temendo
di Ascanio a cui aveano tolto e bruciato
Mariuo. Questi però l'invitò a riconoscer-
lo per governatore e a rimettersi nelle
sue maui, che gli avrebbe protetti dalle
vessazioni dell'esercito imperiale. Non vo-
lendo i veliterni sottomettersi ad Asca-
nio, spedirono ambasciatori al principe
d' Orange per sentire qual forma di go-
verno doveano prendere. Gli oratori seb-
bene accompagnati di buoua scorta, furo-
noarrestati esvaligiati presso Castel Gau-
dolfo, e solo liberati d'ordine d'Ascanio.
Presentatisi a d' Orange, intesero la già
deliberata roviua di Velletri, e costei na-
tissimi supplicarono Ascanio a voler col-
la sua autorità liberar la città dall'estre-
ma sciagura, venendo esauditi. Seguiro-
no trattati tra Prospero, Ascanio e gli o-
latori, e fu concluso: Che Ascanio fosse
riconosciuto e ricevuto in Velletri per pro-
tettore e governatore della città a nome
di Carlo V, salvi i suoi statuti e privile-
gi ; obbligandosi e promettendo Ascanio
di condonare tutte l'ingiurie ricevute pel
passato da Velletri. La necessità fece a*
priori ratificar la capilolazioue , onde fu
ricevuto per Ascanio, Paolo Martini, ed
a'22 maggio un commissario del princi-
pe d'Orange per le cose militari. Velie-
tri ebbe ventura in quella tremenda con-
fusione di cose, in cui tutta la provincia
soffrì incredibili darmi da' feroci soldati
imperiali, i quali per la peste e la care-
stia, non meno che per insaziabile avidità
3o8 V E L
di preda si erano sbandati da Roma, di
andarne esente. Ascanio Colonna molto
si adoperò , allineile siffatte truppe non
andassero a stanziarvi, pagando i 700 scu-
di d'oro per conto della città, ed altro de-
naro e vettovaglie somministrarono i ve-
literni per non riceverle. Ascanio, uomo
doppio e ribelle al Papa, con fina politi-
ca volle intromettersi al governo di Vel-
letri, dicendo di scordarsi dell'ingiurie e
non vendicarsi; aggiungendo lo storico de'
Colonnesi cav. Coppi, che anzi protestò
voler compensare con grazie e benefizi
l'ingiurie ricevute (il Nibby chiama Asca-
nio cardinale erroneamente). Ma quan-
do si vide forte della protezione di Car-
lo V, costrinse la città al risarcimento de'
danni fatti a Marino, che faceva ascen-
dere a somma grandissima. Minacciò in-
cendio e saccheggio, se prontamente non
gli fosse stato pagalo quanto chiedeva.
Sebbene la città nel danneggiare Mari-
no non avesse fatto che ubbidire a Cle-
mente VII, pure per evitare qualunque
disastro in quell'infelice situazione, e per
non esacerbare I' animo d' Ascanio, in-
fluentissimo presso il principe d' Gran-
ge, si obbligò a pagare 24,000 scudi d'o-
ro. Non trovandosi nell'erario comunale
tutta questa somma, ne furono sborsati so-
li 7000, e per gli altri 1 7,000 ipotecò Vel-
letri a favore d' Ascanio il territorio di
Icariano e parte di quello della Faggiola.
Indi i veliterni pregarono Clemente VII
a voler annullare l'ingiusta convenzione,
il quale preferi Finterporsi con Ascanio,
facendogli conoscere la violenza della pre-
tensione; ma Ascanio per molti anni die
non pochi guai a Velletri. Nel i5ag la
città patì la fame e molte persone pove-
re ne morirono, benché per le necessità
de'poveri i priori ottennero dal vescovo la
vendita de'vasi d'argento delle chiese non
necessari, obbligandosi al compenso in
fondi rustici del pubblico, e fu allora che
perciò le chiese crebbero di possidenze
stabili. Partito l'esercito imperiale a' 17
febbraio i52.8, molti soldati tedeschi di-
VEL
sprezzandola disciplina militare restaro-
no a sconvolgere i paesi vicini a Roma,
per esercitarvi nuove ruberie. Napoleone
Orsini abbate di Farf'a li perseguitò con
molli armali; ma aumentando le sue for-
ze, Clemente VII entralo in sospetto gli
ordinò di disarmare, e perchè non ubbi-
dì fece un armamento contro di lui nelle
provincie di Marittima e Campagna, in-
vitando i veliterni a' 28 giugno i53o a
somministrare uomini e vettovaglie. Vel-
letri ubbidì , e l'abbate di Fai fa dipoi
presso Magliano d'Abruzzo , combatten-
do pe'francesi, disfece Scipione Colonna
vescovo di Rieti, che vi perì guerreggian-
do per gl'imperiali, di che feci parola nel
voi. LXXV1, p. 16. 11 Papa nello stesso
i53o espulse l'Orsini dall'abbazia, il qua-
le non essendo insignito negli ordini sagri
sposò Claudia figlia di Giulio Colonna, e
restò ucciso dal fratello Girolamo in una
scaramuccia nel i533. Nel precedente
anno Clemente VII avea dichiaralo, con-
tro le pretensioni d'Ascanio : Che la de-
molizione di Marino era slata falla da've-
literni di suo ordine, come sovrano con-
tro i suoi ribelli, e perciò annullava tut-
to quello eh' era stalo convenuto Ira A-
scanio Colonna e Velletri. Quindi re-
stituì alla città i terrilorii di La ria 00 e
di Faggiola colla piena giurisdizione di
prima.
Neli534con inesprimibile giubilo de'
veliterni il loro vescovo e protettore di-
venue Paolo 111, sperando maggiori gra-
zie e favori dal suo già sperimentato be-
nigno animo, fino a visitare gì' infermi,
abbellito l'episcopio e risarella con no-
tabile dispendio la cattedrale. Né furono
vane le loro speranze, poiché volle rite-
nere per qualche anno l'amministrazio-
ne della chiesa velilerna. Di più volle da-
re a questa città un singolar privilegio,
concedendole, che tutte le cause civili,
criminali e miste dovessero decidersi in
Velletri non solo ini.'1, ma anche in 2/
istanza, da 'giudici ordinari oda altri da
deputarsi dal cardinal protettore, né pò-
V EL
lessero portarsi ne'tribunali di Roma, se
non die in 3/ istanza; e quelle che non
eccedevano il valore di if\. scudi d' oro
non potessero trarsi in Roma giammai:
aggiunse ancora, che non potessero ese-
guirsi rappresaglie contro i cittadini sen-
za espressa licenza del cardinal protetto-
re. Pensò inoltre Paolo Illa provvedere,
che Velletri non fosse più molestata da
A sci nio Colonna. Si fece cedere dal me-
desimo tutte le ragioni, che pretendeva
d'aver sopra La ritmo e Faggiola, e poi
con moto-proprio de'^4 ma38'° ' ^36 ne
fece larghissimo dono a Velletri, trasfe-
rendo in lei tutte le ragion/ cedutegli da
Ascnnio, annullando qualunque contrai-
lo o ipoteca presa contro di essa. Allor-
quando Carlo V reduce dalle conquiste
di Tunisi, per Napoli si condusse in Ro-
ma, il Papa lo fece incontrare da 4 car-
dinali in Velletri, ove poco si trattenne,
facendo l'Ingresso solenne in Roma a'5
aprile i 536. Nel i 537 divenne vescovo
di Velletri il cardinal Gio. Domenico de
Cnpis decano del sagro collegio (lo sarà
divenuto dopo, poiché la Gallia Chri-
stiana chiama decano del sagro collegio
il cardinal Francesco Clermont vescovo
Tusculano, morto nel i54', non che il
Cordine] Giovanni di Lorena, vescovo di
più chiese, fra le quali, come il Clermont,
Vìi lenza e s. Diez, morto neh55o) e già
arcivescovo di frani. per cui soleva chia-
marsi il cardinal di Trani,e fu ili.°de'
vescovi veliterni che ottenne il titolo di
governatore perpetuo di Velletri. Note-
iò che la parte biografica di questo mio
Dizionario, comprendendo le biografie
de'Papi e de' cardinali, in esse si ponno
leggere le notizie de'cardinali e Papi che
furono vescovi e governatori veliterni.
.Sebbene i cardinali vescovi d'Ostia e Vel-
letri, dal vescovato del cardinal d'Estou-
teville. l'ossero stali dichiarati anche pro-
tettori di Velletri, ciò non importava al-
tro che proiezione e conservazione de'
privilegi. La prerogativa di governatore
perpetuo fu conferita al cardinal vescovo
V E L 3o9
prò tempore, per bolla di Paolo III nel
i5/j8, restandoli vescovo prò tempore.
protettore della città e lo è tullora. No-
terò che nel medesimo anno Paolo III col-
ia bolla Injunetutn Nobis,Ae il giugno,
Bull. Ront. t. 4> pa>'- '» P- 236: Causa-
rum tam criminalium quam mixlaruni
cognilioncm Provinciarum Campaniae,
et Maritimac ad eumdem Recloretn, vel
G ubernatorem , vel cardinalem Lega-
timi de latere, lanlummodo spedare, ab
coque decidi, et depZniri debere decer-
mi. In seguito fu abolito Puflìzio del po-
destà e del giudice, che per 3oo e più an-
ni avevano avute le prime parti nell'am-
ministrazione giudiziaria; ed allora il car-
dinal vescovo deputò in Velletri un suo
luogotenente o vice-governatore, al qua-
le nel i 54q attribuì tutta l'amministra-
zione della giustizia e degli affari pubbli-
ci. Paolo 111 volle onorare Velletri di sua
presenza colla corte a'22 agosto 1 538, e
ne partì a'28 di detto mese. Fu gratis-
sima questa venuta a' veliterni, e il Pa-
pa non isdegnò i doni offertigli dal pub-
blico. Ammise con incomparabile bontà
all' udienza chi la bramò, impartendo
grazie a'supplicanti. Le preghiere poi del-
la città furono: di permettere fabbricare
mulini presso s. Pietro in Formis o Cam-
po Morto, che si riparassero le mura del-
la città, e che per provvedere alla pubbli-
ca quiete e tranquillità si degnasse proi-
bire a' baroni convicini di non dare ri-
cetto a' banditi. Nel dicembre i53g ac-
cadde in Velletri una sedizione cagiona-
ta dalla penuria de'grani, credendo il po-
polo che la carestia provenisse dal mo-
nopolio de' negozianti e dall'indulgenza
del magistrato nel permetterne 1' estra-
zione. Con diversi provvedimenti fu ri-
parato a tutto, anche pel futuro. Irrita-
to Paolo III contro Ascauio Colonna, per-
chè nell'aumento del sale egli pretende-
va non comprese le sue terre per l'esen-
zione concessa da Martino V, e perciò a-
d una ti armali predò una quantità di
bestiame nell' agro romano, contro es-
3 i o V E L
si e le sue (erre il Papa inviò le milizie
pontifìcie sotto la condotta di Pier Luigi
Farnese duca di Castro e generale di s.
Chiesa. Avendo Ascanio aumentato la
sua truppa, Vellelri che rimaneva in mez-
zo al fuoco della guerra, si pose in istato
di difesa, e provvide alla sicurezza anco-
ra della campagna. Nel marzo 1 54 1 pM-
sò per Vellelri I' esercito pontificio alla
volta di Valmontone, e ad esso sommi-,
nislrò le vettovaglie richieste, inviandole
nel campo formato pei l'assedio di Palia-
no. A difesa di Vellelri ilPapa vi mandò un
capitano con 70 soldati. Non è vero l'as-
serto di Dauco, che senza por mano alle
armi le cose s' accomodassero bonaria-
mente, poiché racconta Coppi avere le
milizie papali espugnalo Rocca di Papa e
Paliano, fatte molle azioni sotto Cicilia-
no, di cui pure s'impadronirono in uno
a Roviano e ad altri castelli d' Ascanio.
Paolo III nulla restituì finché visse, ad
onla dell'interposizione di Carlo V. Nel-
lo stessot 54i il cardinal de Cupis vesco-
vo e governatore di Vellelri vi si portò,
e radunò il consiglio generale, nel quale
perorò a nome del popolo Quintiliano
Crispini celebre dottore. Egli propose la
riforma degli statuti, la riedificazione del-
le mura, e il perdono a' 3 cittadini esi-
liati, quali autori dell'accennata solleva-
zione. 11 cardinale approvò la riforma
degli statuti, e fece eleggere un numero
sufficiente di consiglieri per servirsene
nella riforma e nel reggimento della cit-
tà. Si mostrò pronto a perdonare e far
grazia a'cittadiui esiliati,qualora il consi-
glio l'approvasse siccome fece. Furono e-
letti 5o consiglieri, che co'priori dovessero
assistere al cardinale governatore nel re-
golamento e nella riforma del nuovo go-
verno da stabilirsi, e fu del seguente te-
nore, utile e beu accetto. Dovea esservi
in ciascun maestrato alcun uomo dolio e
sapiente, per ben reggere e governare le
cose pubbliche, poiché gl'ignoranti sono
guidali da vani pregiudizi, e spesso dal
niuliiileso interesse e da orgoglio di co
VEL
mandare. Dovevano presiedere al gover-
no della città 4 priori del celo nobile, da
scegliersi da ciascuna delle 4 decarcie o
rioni della città, e fra essi uno almeno o-
norato di laurea dottorale. Fu fatla la
scelta per 4 anni futuri, eleggendosi 4 prio-
ri per ogni bimestre ; per ogni anno poi
un camerlengo o depositario tesoriere, uà
sindaco, un fiscale, due maestri delle slra-
de,due grascieri,e due deputati pel man-
tenimento e risarcimento delle mura.
Tutti i priori e altri ufficiali eletti per del -
to quadriennio formavano il consiglio
maggiore. Trenta di questi consiglieri do-
vevano formare il consiglio minore, sen-
za di cui non potevano i priori disporre,
alienare, né contraltare cosa alcuna del
pubblico, fuori de'piccoli affari quotidia-
ni. Ma ne'casi gravi e negli affari rilevanti
dovea adunarsi il consiglio maggiore. A*
22 ottobre 1 54 1 fu pubblicalo, ed accet-
talo da' velilerni questo nuovo regola-
mento di governo. E qui dirò, che i con-
siglieri erano 120, che adunati forma-
vano il consiglio maggiore. Questi divisi
in 3o per ciascun trimestre veuivano a
formare il consiglio minore. In seguito fu
diminuito il numero de'consiglieri a 80,
e a 4o perogni semestre nel consiglio mi-
nore. Quindi il consiglio maggiore fu ri-
stretto a 60, e finalmente a 40, forse per
la mancanza delle famiglie nobili. I con-
sigli di Velletri erano aulicamente di 4
sorli. Il r.°chiamavasi delle querele, che
radunavasi in ogni i." domenica del me-
se, nel quale interveniva il magistrato,
innanzi al quale era permesso presentar
si a qualunque cittadino, per reclamali
contro i disordini, che in cose spettan-
ti ad affari pubblici o privali accadeva-
no, e per averne giustizia. Il 2.0 veniva
chiamato consiglio minore, formato ori
di 3o, ora di 4° consiglieri, che con-
gregavansi per trattare e risolvere que-
gli affari che riguardavano gli ordinai
bisogni della città. Il 3.° veniva appella'
lo maggiore, al quale convenivano tut-
ti i consiglieri per formare la nuova de-
V E L
zìone de' magistrati, e per creare i (Ine
rettori per mancanza del podestà, e nella
sede vacante per la morie del cardinal
vescovo e governatore, e per altri casi im-
portanti. Il 4-°era il consiglio generale,
che radunavasi per lo più in qualche piaz-
za, al quale poteva intervenire ogni citta-
dino; e vi si trattavano e risolvevano af-
fari di grandissima importanza; come in
occasione di guerra, di pace, di tregua, o
di altri casi straordinari. Di poi nel 1607,
i priori ebbero una riforma, riducendo-
fi il numero di quattro a tre, non da du-
rare per soli due mesi, ma per tre. In se-
guito i priori furono appellati ora magi-
si rati, ora conser valori. Riferisco ilTheuli,
chei priori quando incedevano magistral-
mente, vestivano robboni lunghi fino a
me/za gamba di velluto piano nero, ov-
vero di damasco conforme a' tempi, e la
berretta consolare di velluto. Nell'uscire
di palazzo nelle feste mobili e solenni del-
la ciltà,come tornando al medesimo, pro-
cedevano colla mazza cardinalizia por-
tata dal loro maestro di casa, ed a que-
sti andava innanzi un lacchè vestito ili da-
masco falso fiorettato corrispondente a'
colori della livrea, con numeroso coi teg-
gio<li genliluominij così avanti la mazza
che dietro a'priori. Le trombe suonava-
no nella strada, e nella chiesa all'eleva-
zione. I servitori erano i4 vestiti di li-
vree turchine con liste verdi e passamani
bianchi, 3 ile' quali erano trombettieri.
Tornando a Paolo MI, tanto era l'affelto
suo per Velletri, che dimenticata l'in-
surrezione volle per la 2.' volta onorarla
eli sua presenza nel gennaio 154^. Si cre-
de che vi ritornasse nel settembre 1 543,
perchè si legge nell'annalista Rinaldi liu
suo breve dato in Velletri in detto mese.
Trovo in TheulijChe Paolo 111 per l'amo-
re che porta va a! velilerno Giovanni Ma-
riola, come suo antico famigliare, in una
delle sue venute in Velletri voile di per-
sona onorarne la casa, e gli concesse per
parte dello stemma unGiglio azzurro del-
l'impresa Farncsinna sua gentilizia. iVel
V E t 3 r 1
1 54-4- fni*onoitTipressi inRoma colle stam-
pe e pubblicati i nuovi statuti, Statuto-
rum, etc, alla riforma de'qnalìsi dedica-
rono i piìi dotti e istruiti veliterni, ricor-
dati dal Borgia, oltre V uditore del car-
dinale, e secondo il Theuli vennero ap-
provati da Paolo IH, ed altrettanto affer-
ma il Piazza che li lesse nella visita della
diocesi. Per la 4-" volta Paolo IH porlossi
a Velletri a' 12 gennaio i547» ricevuto
da'ciltadini con pompa trionfale. In que-
sta favorevole occasione si pensò da' veli-
terni di sedare le risse e le contese insorte
nel precedente anno tra il barone di Ne-
mi, gli abitanti di quella terra, e tra Vel-
letri rapporto a' confini de'due territorii,
essendo stati rimossi i termini antichi po-
sti già secondo il laudo del cardinale E-
stouteville. Fu supplicato il Papa di far
vendere a favore di Velletri quella terra
per troncare così ogni futuro litigio, il che
non essendosi potuto effettuare per molte
difficoltà, Paolo III con sua bolla dell'i t
maggio 1 548 approvò e confermò ciò
che Paolo Rati ucci allora governatore di
Campagna deputato dallo stesso Papa a-
vea sentenziato, e ne commise l'esecuzio-
ne al cardinal de Cupis, il quale l'effettuò
nell'istesso anno. Dovendosi eleggere nel
1 549 per un qualtrieunio i pubblici ma-
gistrati, insorsero gravi dissensioni fra'no-
bili, onde il cardinal de Cupis si recò in
Velletri nel settembre; moderò gli statuti,
e fu fissata l'elezione de'magistrati in av-
venire per soli due anni. E propriamente
in questa circostanza fu abolito il magi-
strato del podestà, e fu tolto ancora il
giudice, in luogo de'quali il cardinale vi
pose il suddetto suo luogotenente,al quale
attribuì 1' autorità e lo stipendio de'due
magistrati aboliti. Il luogotenente giurò
alia presenza de'piiori di esercì tare fedel-
mente il suo ufiìeio e d'osservare esatta-
mente gli statuti della città. Questa rifor-
ma riuscì mollo grave a' cittadini che si
videro in un punto essere spogliati del di-
ritto d'eleggere que'personaggi, che loro
aveano ad amministrare la giustizia; meu-
3 1 7 V E L
ire Anteriormente i veliterni pei* lo liber-
ta di tale elezione aveauo per lungo tem-
po co! proprio sangue, con travagli gran-
itissimi e con inlìnitespese contrastato col
senato e popolo romano, allorché questi
pretesero o in tutto o in parte privarne la
città. Ma con tullociò ninno ardi reclama-
re, essendo grande la stima die il cardi-
nal godeva presso tutti, coinè l'autorità
|li lui. Esisteva in Velletri il ghetto degli
ebrei ristretti nella contrada ora delta del-
la Stamperia, ed in tempo di Paolo III
si aumentarono con privilegi ed esenzioni.
Ma poi per impedire le loro usure, nel
i 552 fu loro proibito di dare a 'cittadini
denaro ad usura, e di ristabilire e attiva-
re il monte di pietà a beneficio de' poveri.
La morte di Paolo III fu pianta da tutti,
« di più da'veliterni tanto sommamente
benefica ti.onde ne conservano indimenti-
cabile memoria. Morto indi a' i o dicem-
bre 1 553 il cardinal de Cnpis, fu tosto
da'priori raccolto il consiglio minore, che
riesse due rettori e il giudice. Quest'ele-
zione costuma vasi anche prima quando
per morte o altro accidente vacava Puf-
iicio del podestà, non perequando man-
cava il cardinal vescovo con prerogativa
dj protettole. Ma perchè il cardinal de
Cupi* come governatore perpetuo avea
rimosso il podestà e il giudice, e avea ri-
dotto in sua mano lutto il governo, fu
d'uopo eleggere nella sua morte i rettori
e anche il giudice. Questa consuetudine
in morte del cardinal vescovo e governa-
tore si conservò quasi fino a'nostri gior-
ni, come un avanzo dell' antica libertà.
JNel dì seguente al decesso del cardinal de
Cupi», gli successe il cardinal Gio. Pietro
Caraffa divenuto decano del sagro colle-
gio. Intanto a' i3 dicembre si tenne in
Velletri un consiglio generale, in cui si fe-
cero gravi querele contro le novità intro-
dotte dal cardinale defunto, e si presero
molle deliberazioni per abolirle. Si chie-
deva, che si ripristinasse il magistrato del
podestà, del giudice,che l'elezione de'pi io-
rj si riducesse allo stile antico, che l'udi-
V E L
toredel cardinal governatore non potesse
avocare a se alcuna causa in I." istanza
uè in Velletri e né in Roma, che alcu-
ni statuti si riformassero, che i benefizi
■vacanti in Velletri non si conferissero che
a 'cittadini residenti. Sopra queste e altre
proposizioni furono inviati oratori al car-
dinal Cai-alfa, il quale virtuoso e fermo,
volle che si osservasse quanto erasi sta-
bilito dal predecessore nella nuova ele-
zione de'magistrati enei numero de'con-
sigi ieri. Il cardinale a' 23 maggio f.555
meritamente divenne Paolo IV, con giu-
bilo universale de'veliterni, che spediro-
no in Roma deputati per congratulazioni
e invocarne la protezione, due priori e 7
oratori nobili ; legazione benignamente
accolta dal Papa. Questi a'2C) maggio con-
ferì le chiese d'Ostia e Velletri al cardi-
nal Giovanni Rellay, che prese possesso
a' 3 giugno del vescovato e del governo
a mezzo d' i|ii suo procuratore, il quale
in nome del cardinale promise osservanza
agli statuti, privilegi e consuetudini anti-
che. Ed in fatti ripristinò poi il magistra-
to del podestà e del giudice, scegliendo a
podestà unode'3 proposti dalla città: l'e-
lezione del giudice fu concordemente ri-
messa al cardinal Vernili di Cori e dio-
cesano,che amava grandemente Velletri.
Restituiti i magistrati antichi, il cardinal
Rellay creò nuovi ufficiali nelle cose mi-
litari: deputò un colonnello in Giulio,
Visconti de' già duchi di Milano, che reg-
gesse la milizia veliterna tanto de'cava-
lieri, quanto de' fanti ; e poco dopo de-
putò suo luogotenente Teofilo Foschi,
cittadino molto valoroso, e dichiarò ca-
pitani della milizia urbana Ttilliode Pao-
lis, e Siila Lucci che poi Io fu di Seba-
stiano re di Portogallo e sotto Tunisi cor
gloria perì. Insorsero frattanto semi
gravissime discordie fra. l'imperturbabile
Paolo IV, e Filippo II re di Spagna e<
Napoli figlio di Carlo V, per avere il Pa
pa tolto lo stato a Marc' Antonio li Ce
lonna figlio del defunto A Scanio e
tigianodel re, che diede al proprio nipot
V EL V EL 3i3
Giovanni Caraffa generale di s. Chiesa suburbane. Granili furono le spese del co-
col titolo di duca di l'aliano. Agli k|>;i- mime per tali opere, gravissimi i danni
gntinlj cresceva il sospetto per essere il e gì' incomodi de' particola ri. Il vicerèdi
i'apn in trattato di lega con Enrico II re Napoli (iero duca d'Alba e capitano ge-
di Francia, dubitando eglino che l'inve- nerale del re di Spagna, sentendo che il
siisse del regno di Napoli per le ragioni Papa fortificava Velletri e diversi luoghi
che ne vantava, e per diminuire il loro della provincia di Campagna, si mosse da
dominio in Italia, Temendo Paolo IV Napoli il i.° settembre i556,ed entrò
qualche sorpresa da parte del viceré di nello stato pontificio con 12,000 fanti e
Napoli, nell'ottobre 1 555 fece leva di 5oo cavalli, oltre 12 pezzi d'artiglieria,
troppe e mandò in Velletri alcune coro- a cominciare quella desolante guerra già
pagnie di cavalleria. Nel seguente 1 556 discorsa superiormente, oveindicaii kio-
ci «-scendo di più i sospetti, seguitò il rin- ghi in cui la descrissi e deplorai. Il duca
forzo di cavalli e fanti per aumentare il occupò molti luoghi, comeCeprano, Ter-
presidio di questa città, e vi si recò pure racina, Frosinone, Piperno, Ferentino,
Evandro Conti generale dell'artiglieria, Palestrina (perchè il suo signore Alessan-
ed a' 21 loglio anche Ascanio della Cor- dio Colonna comandava l'esercito papa-
to^ generale della cavalleria. Al magistra- le), prese Anagni per assalto e lo sacchet-
to fu iogionto d'eseguire quanto Ascanio giò, e stanziò a Valmontoue, da dove fece
avesse ordinato per la fortificazione e sicu- scorrerie fino alle porte di Roma, Quindi
jezza della città; ma essendogli state in- mentremediiava qual impresa dovesse e-
lercelte alcune lettere provenienti da Na- segnile, quella di Velletri o di Tivoli, fu
poli, nelle quali si tramava di tradire il invitato a Grotta Ferrata ad un abboc-
Papa,con l'invito disegnile il partito re- ca mento dal cardinal Caraffa nipote i\el
gio con larghe promesse, il ducadiPaiia- Papa e soprintendente di lutti gli all'ari
no Caraffa per assicurarsi di lui sped'iin dello stato ecclesiastico. Il duca vi si por-
Velletri I tdliziale Papirio Capizucchi con tò, ma il cardinal non comparve, giovane
4<>o soldati per arrestarlo e condili lo in dosi di lai tempo per introdurre in Ilo-
Roma. Però il sagace Ascanio avutone ma 2000 guasconi dell'alleato redi Fran-
scntore foggi a Nettuno, e ingannati gli eia, e in Velletri ogni sorte di munizioni.
abitanti a difenderlo da'ribelli che Tinse- Intanto il duca di Somma dispose in Vel-
eni vano, njontato, in piccola barca si sai- lelri le milizie, e tutt'altro necessario per
no a Gaeta e passo a Napoli. Indi a' 27 una valida difesa. Partendo egli per Ro-
loglio giunse in Velletri Gio. bernardino ma, lasciò al supremo comando Adriano
da s. Severino duca di Somma col titolo Raglioni; ed avendo ammirato la pron-
di capitano generale e commissario sopì a tezza de' veliterni per combattere 1' iqi-
il presidioecomando della piazzadi Velie- mico, promise di lodarli al Papa, e di do-
tri, il qual presidio dovea formarsi di 3ooo mandar lo sgravio d'annue tasse e gabel-
lanti, oltre una forte cavalleria. Fgli volle le che pagavano a Roma. Dimorando il
che li eleggessero da'priori 3 commissari duca d'Alba in Vahnonlone, Nettuno ab-
nobiliper attender con lui al governodel- bandonalo il partito del Papa, tornò a
la guerra, e furono Gio. Luigi Caetani, sottomettersi a Marc'Antonio II Colonna
Snlpizio Serali e Silvio Candelse. Si tra- già suo barone, il quale tosto lo munì;
vaglio incessantemente alla fortificazione ma le truppe inviate da Velletri subito lo
della città, si eresse un forte avanti por- ricuperarono. Il duca d'Alba vedendo
la Romana, si fecero spianate intorno le difficile l'impresa di Velletri per la guar-
ibili a con taglio di vigneti e albereti, ed nigione numerosa, e per essere il popolo
eziandio con distruzione di molle delizie bellicoso, affezionato al Papa e non ami-
3i4 VEL
ci) de' Colonnesi; si decise mnrciore su
Ti\'oli(F.),e facilmente se ne impadronì,
con Vicovaroeallri luoghi. Rivoltosi ver-
so Ostia (F.),\n breve l'espugnò. Seguì
una tregua di 4o giorni, prima della quale
il territorio veliterno fu liberato dall'in-
festazioni nemiche, e con molta scorta di
cavalli e fanti si poterono eseguir le se-
mente. Per le continue spese, il comune
fu costretto di nuovo togliere il podestà,
il giudice e altri ufiiziali con approvazio-
ne del cardinal Bellay de' 26 novembre
i556, il quale per amministrare la giu-
stizia mandò in Velletri un suo uditore.
Tornato in Velletri 1' 1 1 dicembre con
buona scoria di cavalleria il duca diSom-
ma, ne partì il Baglioni, e siccome il suo
governo era pocoaccelto, il Papa vi man-
dò Francesco Villa. Neh 557 spirata inu-
tilmente la tregua, ricominciate l'ostili-
tà, l'esercito pontificio ricuperò molli luo-
ghi, ed intanto uscirono da Rocca di Pa-
pa, castello de'CoIonnesi, 1 00 fanti a pre-
dare il territorio veliterno. Laonde il du-
ca di Somma a' r o gennaio ordinò al veli-
terno Foschi capitano della milizia urba-
na di ricuperare il predato e di tentar
l'espugnazione di quel castello. Usci lo il
Foschi con 5oo fanti, ricondusse il bestia-
me in Velletri, ma in un imboscata fu
sbaragliato e disordinato, restando pri-
gione con 70 de'suoi, oltre alcuni uccisi,
morendo poi nella Rocca il Foschi pel-
le ferite ricevute combattendo valorosa-
mente, onde la patria ne onorò la me-
moria, e regalò i figli e il fratello. Questo
disastro accese di maggior vendetta i ve-
Jiterni, che marciati all' espugnazione di
Rocca «li Papa, la costrinsero alla resa per
penuria di viveri, e quindi venne arsa.
A'a4 aprile partiti da Velletri il Somma
e, il Villa, assunse il comando Vicino Or-
sini, sotto del quale avvenne la presa, sac-
cheggio e incendio di Monte Fortino, nar-
rato in quel paragrafo. Diminuitosi il pre-
sidio di Velleiri, che da 20 compagnie
di soldati u' erano rimaste sole 4) nel lu-
glio fu di nuovo rinforzalo, per aver il
VEL
nemico occupato Rocca Massima presi-
ma a Velletri, al modo detto in quel pa-
ragrafo, e preso Segni (F.) a' i3 agosto
con sanguinosa strage. Mentre in Velle-
tri erasi in apprensioni del nemico e mal-
contenti dell'Orsini, onde il magistra-
to dovette tener in freno il popolo, a' 1 4
settembre l55? seguì la sospirata pace
di Cave tra Paolo IV e Filippo 11, con
gioia de' veliterni, la quale si accrebbe
colla partenza dell'Orsini e della truppa.
Vedendosi Velletri in sì feroce guerra pre-
servata dalle calamità e rovine che deso-
larono la provincia di Campagna e buo-
na parte della Marittima, grati i veliterni
a Dio decretarono la riedificazione dell'o-
spedale di s. Giovanni demolito per le
fortificazioni, e di sovvenir con doli mol-
te povere fanciulle. Il Papa sdegnato co'
nipoti che l'aveano indotto a sì perico-
losa guerra gii esiliò da Roma, relegando
il cardinal Caraf» a Civita Lavinia. Vel-
letri ricordando i favori del cardinale si
condolsecon lui, gli offrì doni e per asilo
la città; di che il porporato restò tenera-
mente grato, ammirando sì nobile e raro
contegno iiell' avversa fortuna. Paolo IV
non solo confermò a Velleiri il privilegio
di Paolo III circa la cognizione delle cau-
se in 1.* e 2.a istanza, ma concesse a've-
scovi veliterni la cognizione delle cause
di Velleiri in 3.a istanza in Roma. Morto
a' 16 febbraio 1 56o il cardinal Bellay,
a' i3 marzo gli successe il decano cardi-
nal Francesco di Tournon, che la città
inai vide per dimorare sempre in Fran-
cia, ove finì i suoi giorni a'27 aprile 1 562.
il 28 maggio divenne vescovo il cardinal
Ridolfo Pio di Carpi, ricevuto in Velletri
il 1. "ottobre con grandi allegrezze e ouo-
lilicenze. Neil' agosto i563 trovandosi
Pio IV in Frascati, il cardinal significò
al comune di Velleiri che il Papa pensa-
va di portarsi nella città, onde il magi-
strato gli spedì oratori a supplicarlo d'o-
norarla colla sua angusta presenza, e vi
si condusse a'2 3 agosto. Fu egli ricevuto
a 'confini del territorio da molti nobili ci t-
VEL
Udini, e il magistrato I' ossequiò fuori
di porta Romana colla milizia urbana.
Con magnifico accompagnamento esom-
mo giubilo entrò il Papa in Velletri, ove
nelle piazze per cui passò eransi eretti
nrcbi trionfali. Dopo aver orato nella cat-
tedrale, si recò nel palazzo vescovile, co'
cardinali Vitelli, Savelli e Sforza di San-
tafiora, e il nipote Gabrio Sei belloni ge-
nerale di s. Cbiesa. Il dì seguente Pio 1 V
partì, dopo aver cavalcato per la città,
li Papa esaudì le suppliche de'priori, ri-
lasciando a favore della città la riscossio-
ne delle multe e confische de'beni im-
poste a' delinquenti, e per tutto lo sta-
lo devolute alla camera apostolica, per
valersene nello stipendio de' ministri del-
la giustizia, e per risarcire le mina, i pon-
ti, le strade e gli spedali ; confermando
inoltre a Velletri gli statuti, e tutti i
suoi privilegi ed esenzioni. Il cardinal Pio
di Carpi non volle restituire alla città
l'elezione del podestà e del giudice a nor-
ma degli statuti; e passato a miglior vi-
ta a' 2 maggio 1 564, ne"° slesso me-
se gli successe il decano cardinal Fran-
cesco Pisani, che si portò in Velletri nel
settembre. Neppur egli volle concedere
l'elezione del podestà edel giudice, depu-
tando un luogotenente per l'ain iiìinistra-
zione della giustizia. Nel i 566 ottenne da
s. Pio V la grazia, che non appartenesse
ad altri l'elezione degli uffuiali militari
in Velletri, se non al vescovo governato-
re, proibendo d'ingerirsi in ciò al genera-
le di s. Chiesa, onde il cardinal camer-
lengo ne spedì lettera neh 568. Nel pre-
cedente anno, narra Petrini, essendo sta-
te sorprese da'ladroni nelle vicinanze di
Palestrina le donne di d. Marianna del-
la Queva principessa d'Ascoli di Satria-
no, mentre in compagnia d'alcuni spa-
gouoli andavano a Napoli con un ricco
bagaglio della padrona, prelese la dama
«l'essere reintegrata del furto ascendente
a 6,ooo scudi d'oro, da' popoli adiacenti
al luogo del commesso delitto, in virtù.
delle bolle pontificie, che poi ricorderò,
VEL 3.5
le quali obbligano le comunità dello sta-
lo papale a tener netti da' malviventi i
loro terrilorii. Né giovò alle comuni cir-
costanti di provare, massime a quella di
Palestrina, che ristesse derubate, essen-
dosi dopo l'infausto incontro ricovrale iu
Palestrina, avevano raccontato, che i de-
linquenti erano venuti da Roma sotto la
scorta d'un giovane stato antecendente-
mente famigliare «Iella principessa. Co-
me non giovò al comune di Valmontone
di dire, che il delitto era stato commesso
iu un sito della tenuta di Mezza Selva,
chiamato Mola Rotta (stazione moderna
della via Latina, il miglia fuori di por-
ta s. Giovanni di Roma, nella via che
dalla gola dell' Algido tende a Valmon-
tone. Mezza Selva focosi nominata, per-
chè posta un tempo in mezzo alla Selva
già Algidense, e ne' tempi bassi detta Ai-
giare. Tanto afferma Nibby), ossia Ca-
po-Croce nel territorio prenestino; per-
chè mg.r Robusterio giudice della causa,
nulla valutando tali eccezioni, condannò
le comunità di Palestrina, di Velletri, di
Valmontone, di Rocca Priora e di Roc-
ca di Papa, a risarcire la principessa d'A-
scoli di Sa t ria no della sofferta rapinati
Frattanto, vedendo il cardinal Pisani ri-
nascere in Velletri alcuni semi d'antiche
fazioni e discordie fra' cittadini, creò di
nuovo il magistrato de' conservatori del-
la pace, come avea stabilito il cardinal
de Cupis. Il cardinale in detto annoi 568
tornato ned settembre in Velletri, oltre
molte provvide ordinazioni pel buon go-
verno della città, dichiarò che tutte le
cause de' danni dati nel territorio di Vel-
letri, anche per contravvenzione de'suoi
decreti, e ie cause ancora de'beni pubbli-
ci si dovessero conoscere e decidere da'
priori, come giudici ordinari in tali ma-
lene. Morto il cardinal Pisani a' 2g giu-
gno i5yo, a'4 (o a' 3 secondo Ughelli)
luglio gli successe il celebre cardinal Gio-
vanni Moroni decano, insigne io pietà e
religione, che nel conclave in cui fu elet-«
to s. Pio V non riuscì al cardinal s. Car*
3i6 VEL VEL
lo Borromeo, nipote del defunto Pio IV, «no cardinal vescovo. Hccatosi il cardimi
di sublimarlo al pontificato per la polen- Moroni nell'aprile \5yì in Velletri, or-
za delle maliziose e false imputazioni del dinò che si convocasse il consiglio mas
peccato mortale dell'atroce ingannatrice gioie alla sua presenza, ed in esso pro-
calunnia (vocabolo da cui derivò quello pose ridurre il numero de'consiglieri da
di dia volo, che noi diciamo Demonio, pa- 120 a 60, ed il consiglio minore a 3o,e
die della menzogna e della calunnia. I ciò venne stabilito con unanime appio-
greci di essa ne fecero una divinità male- vaziòne, perchè mancava il numero del-
fica, a cui eressero altari e offrirono sa- le famiglie nobili, che andavano estin-
0.1 ifìzi perchè loro non facesse alcun ma- guendosi. E qui deve farsi menzione d'al-
lei !), ad onta che l'io IV in pieno conci- cuneglorie militari velilerne. Per leguer-
storo l'avesse dichiarato interamente in- le contro Turchìa, fin dal 1 565 erano
nocenle, ricolmandolo d'elogi, e benché andati al soccorso di Malta 3 veli ter llig
dipoi, com'è notissimo, fece sì lumino- che nobilmente si distinsero in quell'ini-
sa compar-a nel concilio di Trento (f7.), presa, cioè Orazio Odoardo Fedelini,
onde per lui ebbe felicissimo compimen- Riellio Toruzzi e Pietro Lucci. Orazio
to; ed in altro conclave ebbe 28 voti pel passò a militare in Cipro, e fatto capitano
pontificalo medesimo e poco mancò che nell'impresa di Famagosta, restò schiavo
non vi fosse innalzato. Niente meno gli fu de' turchi e fu liberato con gran riscatto
imputato sotto Paolo IV, che favorisse d dia repubblica veneta, che al di lui va-
li parlilo de' protestanti, e che avesse loie affidò il comando del presidio di
intima amicizia col celebre cardinal Po- Crema. Ma quando s. Pio V nei i 37 1 e
lo [t .). Singoiar coincidenza ! Egli era poi GregorioXIll nel 1 072, fatta lega co'
figlio dal sagacissimo e grand' uomo di principi cristiani, mandarono Marc'An-
flato Girolamo duca di bovino, che di Ionio II Colonna con molte galere con-
recente il eh. Tullio Dandolo chiarì dal- tro i turchi, vi fu tra'capilani Lorenzo
la troppe calunnie cumulate sul da lui de Lodovici Gori, e Andrea Toruzzi che
operato, rilevandone i pregi e qualche he- prima a vea militato in Francia controgli
ìiemerenza con Roma e Clemente VII, ugonotti, e Pirro Foschi alfiere. Anche
la fuga del quale favorì dopo I' orribile Ottavio Mancini e Attilio Pattavi trova-
saccodi Roma, onde il Papa lo rimunerò, vansi capitani nella stessa spedizione. Do-
e inoltre fece il figlio Giovanni vescovo vendosi in quest'armamento levare 1800
di Modena, principio di sua grandezza, scelli soldati da tutto lo stalo ecclesiasti-
come accennai nel voi, LX.XXV, p. io, co, Velletri ne presentò 5o tutti vestili a
12, i3e i4- Essendo stati nel governo spese del comune, oltre l'aver già datoa
dell'aritecessore trascurali i privilegi cir- s. Pio V un sussidio di scudi 1200 per
ca la cognizione delle cause in 1.", a.'1 e la guerra contro l'eresia armala degli u-
3/ istanza, ottenne il cardinale Moroni gonolti. Mei restringere s. Pio V gli ebrei
da s. Pio V un breve, nel quale il Papa esistenti nello stalo, ne'ghelti di Roma e
inerendo a' privilegi concessi da Paolo Ancona, anche da Velletri essi partiro-
111 e da Paolo IV, approvò e confermò no. Mentre il cardinal Moroni nell'olto-
al vescovo di Velletri come governa- bie 1 5j 1 soggiornava in Velletri, desi-
tore il diritto di ivi conoscere lotte le derando sinceramente il bene e la felicità
cause civili e criminali in 1/ e 2/ istan- de' voliterai commessi al suo governo spi-
za, ed anche in 3/ istanza in Roma, ed rituale e temporale, propose al pubbli-
aggiunse ancora che non potesse farsi co consiglio molte cose da esaminarsi e
• alcuna esecuzione contro verun ciltadi-> da approvarsi, tolte pel decoro e vanlag-
no veliterno senza espressa saputa del gio della città. Propose dunque il risai'-
V E L
cimento delle mura, In piantagione de-
gli olivi nel territorio aperto; l'introdu-
zione dell'industria selifera e perciò la
piantagione de' mori-gelsi; lo sgombra-
ineuto de'boschi edella selva di Faggio-
la per ridurla a coltura, con distribuirsi
il terreno fra' cittadini coli' obbligo di
dare una parte de' frulli al comune; la
moderazione delle doti e del lusso delle
■vesti, allora come adesso lagrimevoli tar- .
li della società, benché non fossero giun-
ti all'odierno fatale eccesso; l'applicare i
fanciulli plebei oziosi a qualche mestiere
o arte; lo scavo delle cisterne pubbliche
nelle 4 deca refe della città; e fìnalmeute
la fabbrica d'un nuovo e magnifico pa-
lazzo pubblico per la residenza ilei magi-
strato. Tante e sì importanti proposizio-
ni, degne dell'elevata e illuminala mente
del cardinal Moroui, richiesero tempo a
deliberare con maturo consiglio. In que-
st'occasione supplicato d'ottenereda Gre-
gorio XIII il mercato perpetuo e franco
da dazi in tulli i sabati dell'anno, per ac-
crescere l'abbondanza e per maggior co*
mudila de' cittadini, il l 'a pa l'esaudì. Nel
settembre i5y3 tornò il cardinal Moroui
in Velletri, e adunalo il consiglio mag-
giore udì le deliberazioni sopra le propo-
sizioni da lui fatte. Fu dunque stabilito il
risarcimento delle mura colla fabbrica
della nuova porla Romana, diseguo del
Vignola. La concessione del terreno di
Faggiola col canone di bai. 5o a ciascun
nibbio per la piantagione degli olivi, ed
esenzione del canone ne' primi 7 anni.
Dalla coltivazione della selva di Faggio-
la ne nasceva ancora la sicurezza della
strada corriera che in mezzo vi passava,
essendosi determinato, che almeno sulla
via vi si stabilissero 20 colonie, per im-
pedire colla loro frequenza i latrocini che
ivi si commettevano, togliendosi in que-
sto modo gli aguati e i nascondigli a' mal-
viventi. S'ingiunse l'obbligo a' proprieta-
ri ili vigne e orti di piantarvi nel termine
d'un anno almeno 4 alberi di gelso. E sic-
come la tassazione delle doli per l'ioegua*
VEL 3 1 7
glianza delle facoltà non fu stimata prati-
cabile, moderò il cardinale le donazioni
de' mobili o acconci nuziali, come pure
le spese del convito e il lusso delle don-
ne. Ordinò a'padri d'applicare i figli o-
ziosi a qualche arte o mestiere sotto pena
dell'esilio. Decretò che si cavassero prò»
fonde cisterne in ciascuna decarcia, la
metà della spesa appartenesse al comu-
ne, e l'altra a* circonvicini. Finalmente
concesse, che i priori per maggior decoro
usassero le vesti cremisi paonazze, oltre
le solite di velluto nero. La citlà applau-
dì e ricevè volentieri queste utili e sagge
disposizioni. Col disegno da luicommes-
soalcelebreDella Porta si cominciò il no-
vello palazzo pubblico. Gregorio XIII net
1576 portandosi a Cisterna, si recò pu-
re in Velletri ricevuto di domenica dal
clero e magistrato, e da tutta la nobiltà
in gran formalità, non che dalla milizia
urbana, con archi e pompa trionfale; al-
loggiando nel palazzo pubblico ornato di
nobili tappezzerie, il cardinale trovandosi
alla legazione per riordinare lo stato di
Genova. Più volte tornò iu Velletri il car-
dinal ftloroni, sempre col premuroso pen-
siero di felicitare i cittadini, fece ricono-
scere i confini del territorio, e deputare
4o uomini alla custodia. A' 4 ottobre
couvocalo il consiglio maggiore per l'e-
lezione biennale del magistrato, decre-
tò l'osservanza dello statuto sul nume-
ro de' consiglieri, che perciò tornarono
a 1 20 pel consiglio maggiore, e a 3o pel
consiglio minore. Nel 1 58o penetrata l'in-
fezione contagiosa del mortale male di
castrone anche in Velletri, il cardinal
Moroni volò nella città per soccorrere
colla sua presenza e liberalità l'afflitto pò-
polo. Ma poco dopo tornato in Roma nel
i.° dicembre fluì i suoi giorni, pianto da
lutti i veliternijche ne conservano grata e
indelebile memoria, e gli storici patrii uè
fanno il più magnifico elogio, e B. uco que-
sto.»Nonsaràcosì facile trovare,fra'vesco-
vi e governatori velilerni, chi di cura, di
zelo,di diligeuza e di amore lo abbia supe-
3i8 VEL
ialo,non cheeguag'ialo".A'5di dicembre
il decano Alessandro Farnese gli successe,
rinnovando la dolce memoria dello zio
Paolo 111 anche col nome. L'uditore prese
|>er lui possesso agli » i, ed a'a5 febbraio
1 58 1 vi si porlo il cardinale ricevuto da
tulli con somma allegrezza. NeM'ollobre
\\ mandò il suo uditore, che fece ottimi
regolamenti. Si stabilì che il i.° priore
tosse dottore d'ambo le leggi, che ciascun
magistrato fosse composto di 3 priori e
non di 4> e che il i."si chiamasse capo
priore, e durasse un trimestre,, e gli altri
nlliziali un anno. 11 consiglio maggiore
fu ridotto a So consiglieri, 20 de' quali
in ciascun semestre formassero il minore.
Ordiuossi l'erezione dell'archivio pubbli-
co, per conservare gl'istromenli lasciati
da notari defunti, il cardinal Farnese ve-
dendo ripullulare l'antiche discordie, nel
] 082 ristabilì la pace con far eleggere 5o
conservatoli di essa; e recatosi nel novem-
bre in Vellelri, provvide alla quiete pub-
blica e all'abbondanza, promuovendo il
proseguimento del palazzo pubblico. Es-
sendosi sopta modo aumentati i banditi e
assassini nella campagna romana, il coin-
inissariodeputatodaGregorio X11I a per-
seguitarli, nel settembre ordinò a Vellelri
the tutto il popolo si armasse e per 3 gior-
ni continui corresse per le campague per-
seguitando i malandrini, de' quali alcuni
caddero in mano della giustizia, e altri
spaventali da questo generale movimen-
to de' popoli si allontanarono dallo stato
della Chiesa. Era allora legato di Maritti-
ma e Campagna il cardinal Marc'Auto-
jiio Colonna, cugino di Marc' Antonio li,
che pel suo governo lodevole confermò
Sisto Ve i successori, come riferisce Car-
denia nelle Memorie storielle de' Cardi-
nali. Sisto V appena divenuto Papa, vo-
lendo allatto estirpare dallo stato eccle-
siastico i banditi e gli uomini facinorosi,
pubblicò la celebre bolla sottoscritta da
lui e da' cardinali, Hoc Nostri Pontift-
tatù» iiiiiioìdeh.0lag\\oi585tBull.Rom.
t. 4>Pai'* 4> p- 1 38 : Iiaiovalio omnium
VEL
Consti tutionum a Romanis Ponti ficlhns
hactenus edilarum, contra r.xules,ban-
nitos, aliosque facinorosos hominer, co-
rumane receptatores, et fautorcs; et
multarum impositio poenarum in eos-
detti, necnou contra Communi lates, et
alias, sua territoria ejusmodi scelestis
hominibus expurgata non custodientes,
Pertanto richiamò in vigore le bolle di
.Pio II, Paolo 11, Sisto IV, Innocenzo Vili,
Giulio II, Leone X, Clemente VII, Giu-
lio 111, Pio IV, s. Pio V, Gregorio XIII;
le quali bolle sono riportate nello slesso
Bullarium,e nel sommario della bolla di
Sisto V vengono citati i tomi e le pagine
ove sono. Le medesime bolle contro i per-
turbatori della pubblica quiete, i ribelli,
grassatori, ladroni, pei duelli, omicidiari,
assassini; colle gravissime pene stabilite
contro i ricettatori e altri fautori de' me-
desimi, sono pure ricordate nell'opera, //
ForoCriminaleti. 5,p. 1 o3,dell'avv. Raf-
faele Ala uditore criminale del cardinal
Della Somaglia vescovo e governatore di
Velletri. Quanto a questa città, a' 21 lu-
glio dello slesso 1 585 in esecuzione degli
ordini di Sisto V, vi furono eletti 4° uo-
mini armali a custodire il territorio, ead
accorrere in sussidio della giustizia; e ciò
perchè Sisto V voleva che le comunità
de' luoghi fossero responsabili de' disor-
dini, che per mancanza delle prescritte
precauzioni potevano accadere nel terri-
torio. Avendo Sisto V concesso al senato
e popolo romano la facoltà d'interporre
decreti per autorizzare i contralti de'pu-
pilli, de' minori e altri che senza il decre-
to del giudice uon potino in forma valida
obbligarsi, e ciò in Iìoma e per tutto il
suo distretto ; Velletri sebbene entro il
distretto delle 4° miglia, nel 1 588 fu di-
chiarata esente da questa legge, come cit-
tà immediatamente soggetta alias. Sede.
Morto u' 5 marzo 1 589 il cardinal Far-
nese, Sisto V non ostante le premure de'
veliterni, con suo molo-proprio dismem-
brò il governo temporale e civile di Vel-
lelri dal vescovato, e l'applicò alia carne-
V EL
la apostolica. I veliterui però ottennero,
die salva tale dismembrazione.fosse il go-
verno commesso al decano cardinal Gio.
Antonio Serbelloni, divenuto vescovo a'
16 marzo ea' 2.0 prese possesso. Avendo
Sisto V rivolto il suo pensiero al disecca-
uienlo delle Paludi Pontine, si portò a
Terracina per osservare da vicino l'im-
presa.Giunse a Vellelri l'i iottobrei 58g
circa le ore 23 (in lettiga dice il Nicolai),
accompagnato da' cardinali Montalto
suo nipote, Colonna legato di Marittima
e Campagna, Galli, Pallotta e Sauli, ac-
colto colla massima magnificenza, uscen-
dogli incontro fuori di porta Romana il
magistrato colla nobiltà, facendo parata
4oo fucilieri. Si eressero diversi ardii
trionfali con eleganti iscrizioni, le fonta-
ne gettarono vino,efu tanta la frequenza
del popolo che ne restò meravigliatoil Pa-
pa. Portassi a orare alla cattedrale, e di là
passò all'alloggiamento preparatogli. Se*
condo il Tlieuli Sisto V da religioso con-
ventuale era stalo nel convento di s. Fran-
cesco di Velletri. Nel dì segueute, dopo
aver udito messa nella cattedrale, parti
alla volta di Semionda e di Sezze. Per
la carestia del 1091 iu Velletri si prese-
ro lodevoli provvedimenti, e il comune
somministrò 1 0,000 scudi per comprare
V E L 3 1 9
il erano. 11 cardinal Seibelloni morì a'
18 marzo, come dice la lapide sepolcra-
le prodotta da Ughelli; ma il suo anno-
tatore Coleli, dice che a' 10 gli successe
il decano cardinal Alfonso Gesualdo. Si
ha dal Bauco, che allora la città supplicò
Gregorio XIV per l'abolizione fatta da
Sisto V della separazione del governo
temporale dal vescovato, ed a' 23 marzo
fu esaudita. Questa data la riporta lo stes-
so Bauco,e soggiunge, che il cardinale ri-
cuperala la giurisdizione temporale man-
dò il suo uditore a prendere possesso del-
la chiesa e del governo di Velletri, a 17
dello stesso marzo; ciò forma anacroni-
smo, e cresce il conflitto delle date. Nel
t. 2 poi della Storia di Felelri, il Bau-
co dice morto Serbelloni a' 18 marzo, e
Gesualdo eletto successore a'20 del me.-
desimo, e così aumenta il contrasto delle
date. Leggo inoltre ne\V Istoria di Felle-
tri del Borgia, morto il Serbelloni a' 18
marzo, due giorni dopo succeduto il Ge-
sualdo, ed il breve Si de rcstiluendis. è
de' 2 3 marzo 1591, col quale Gregorio
XIV ripristinò uel vescovo il governo
temporale. Queste sono le vere date.Col-
la stessa data trovo il breve nel Bull.
Iìom. t. 5, par. 1, p. 256.
(Coutiuua l'articolo nel voi. segueute).
FINE DEL VOLUME OTTANTESIIWONONO.
Z86UÒZ
BX 841 .M67 1840
SI1CR
fioroni , Gaetano,
1802-1883.
Dizionario di erudizione
storie o-ecclesiastica
AFK-9455 (awsk)